....nel mondo

L’ingresso nell’Unione Europea dei paesi dell’est non sta generando solo problemi di concorrenza fiscale, che rendono urgente la riduzione delle tasse dirette, ma anche problemi per gli orari di lavoro. E varie grandi imprese tedesche dichiarano che, se la settimana lavorativa corta praticata sulla base di accordi con i rappresentanti sindacali che fanno parte dei Consigli di supervisione delle società (cioè mediante la cosiddetta Mitbestimmung) non verrà modificata, sono pronte a trasferire alcune fabbriche in Ungheria, Repubblica Ceca o Polonia, dove le ore lavorative sono 40.
Fanno parte del gruppo che pone questo aut aut, compagnie come Siemens, Man, Opel, Bosch .
Il ministro francese dell’Economia, Nicolas Sarkozy, appresa questa notizia, aveva dichiarato che una tale minaccia, con il sapore di estorsione, non sarebbe accettabile in Francia.
Ma ora, per lo stabilimento della multinazionale tedesca Bosch, a Vénissieux, vicino a Lione, si è posta proprio questa questione, in relazione alla settimana di 35 ore, introdotta con legge, a suo tempo, da Lionel Jospin, che non piace neppure a Sarkozy. Pressata dalla concorrenza la Bosch aveva programmato di ridurre da 820 a 520 gli addetti di questa azienda, aprendo la nuova fabbrica di sistemi di iniezione diesel nella Repubblica Ceca – dove la manodopera costa il 40 per cento di meno – e ha perciò chiesto ai lavoratori francesi di aumentare le ore della settimana lavorativa a parità di paga, in cambio di una riduzione del personale di sole 100 unità.
Il referendum aziendale ha dato una risposta positiva da parte della stragrande maggioranza degli addetti. Solo il 2 per cento si è dichiarato contrario all’aumento di orario a parità di paga.
E’ un fatto che mette in crisi le 35 ore, cavallo di battaglia dei socialisti francesi e, nello stesso tempo, promuove una spinta a mutamenti in direzione della flessibilità, nei contratti di lavoro in Europa.
La riforma Biagi, da poco entrata in funzione in Italia, si rivela al riguardo uno strumento utile. Nello stesso tempo, emerge a livello europeo una maturità del movimento sindacale, che non sembra avere una corrispondenza nelle politiche della Cgil in sede nazionale e locale.

da il Foglio del 21 luglio

saluti