Ammettiamolo: se decidono di mascariare un poverocristo, reprobo o innocente che sia, questi professionisti dell’antimafia ne sanno veramente una in più del diavolo.
Non bastava il metodo Scaduti. Ricordate? Salvatore Scaduti fu il presidente della Corte d’appello che ufficialmente mandò assolto Giulio Andreotti, ma con una sentenza che di fatto lasciava sulla pelle dell’ex presidente del Consiglio tutte le macchie e i cattivi odori raccolti con tanto zelo da Gian Carlo Caselli e dai suoi sostituti.
Ha sostenuto infatti Scaduti che le prove dell’innocenza valevano dal 1982 in poi. Per il periodo precedente, pazienza. Il reato di associazione mafiosa doveva essere prescritto.
Non gli sfuggiva di certo un dettaglio. Che, con la prescrizione, restava in piedi ogni dubbio sulla colpevolezza dell’eccellentissimo imputato. E che quello era un modo come un altro per venire incontro paternamente non solo ad Andreotti ma anche ai suoi accusatori.
Dall’altro ieri però, il manuale in uso a palazzo di giustizia di Palermo per mascariare chiunque non si riesca a incastrare con le prove, si arricchisce di un nuovo metodo.
Il metodo Paci.
E prende naturalmente il nome dal sostituto procuratore che venerdì scorso ha voluto apertamente dissociarsi dalla linea seguita da altri quattro suoi colleghi nell’inchiesta sulle “talpe” della procura e, in particolare, sul ruolo avuto – in quel vorticoso giro di spioni e spionerie – dal presidente della Regione, Totò Cuffaro.
Quale reato contestargli dopo un anno di indagini?
Sui dati di fatto, nessun dissenso. Le intercettazioni stanno lì a dimostrare che Totò “vasa-vasa” si adoperava non poco per dare una mano a Michele Aiello, boss della sanità, e ad altri suoi grandi elettori sospettati di mafia.
Secondo quanto si legge nell’avviso di chiusura indagine – si chiama così il documento che prelude al rinvio a giudizio – il presidente della Regione, utilizzando le confidenze ricevute da alcuni doppiogiochisti in servizio alla procura, o al Ros dei carabinieri, o al Sisde, aiutava i propri amici a “eludere le investigazioni che li riguardavano”.
Ma – ecco il punto – è sufficiente la “rivelazione di un segreto investigativo” per passare dal favoreggiamento aggravato al concorso esterno in associazione mafiosa?
Quattro dei cinque magistrati titolari dell’inchiesta – Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Maurizio De Lucia, Antonino Di Matteo – hanno sostenuto che, allo stato degli atti, non ci sono i riscontri necessari per puntellare processualmente un’accusa di complicità con la mafia: il filone di indagine, su quel fronte, resta tuttavia aperto e se verranno nuovi elementi, si agirà di conseguenza.
Per il sostituto Gaetano Paci, invece, a Cuffaro andava contestato tutto e subito: il marchio di mafia era lì bello e pronto, perché accantonarlo o rinviarlo? Da qui il gesto, clamoroso, della dissociazione. Che, trasferita immediatamente sulle pagine dei giornali, è diventata una matita affilata e untuosa con la quale Paci, al di là delle intenzioni, ha finito per imbrattare non solo Cuffaro – la cui mafiosità, paradossalmente messa ai voti, è stata sì respinta, però solo a maggioranza: come si usa nelle riunioni del condominio – ma anche l’immagine degli altri quattro magistrati che dopo avere lavorato con lui per quasi un anno si sono ritrovati alla fine nel girone dei dannati.
Dove chiunque, da ora in avanti, può segnarli a dito come
“cauti”.
E dunque tiepidi.
E, di conseguenza, deboli.
E magari infingardi.
O forse – e perché no? – amici degli amici.
Un rituale – quello della diceria e dell’insinuazione – che la Palermo dei veleni conosce ormai a memoria. Un gioco pesante, pesantissimo, che il capo della procura, Pietro Grasso, ha preferito però stroncare sul nascere ritirando al pm dissidente la delega che gli era stata data l’anno scorso per lavorare in quell’inchiesta.
Un gesto altrettanto forte, quello del procuratore.
Secondo il quale, l’opposizione di Paci avrebbe in ogni caso determinato “nelle indagini preliminari una situazione di stallo” che le “rilevanti esigenze di servizio” imponevano, quindi, “di risolvere con estrema urgenza”.
Carriere che vogliono tornare in gioco
Come finirà? Lungo i corridoi di palazzo di giustizia, un portavoce dell’antimafia militante, quella che rimpiange i processi politici
istruiti negli anni chiodati di Caselli, tiene a far sapere che il sostituto Paci “è spalleggiato”, proprio così, da quei magistrati
– Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte, Antonio Ingroia, Gioacchino Natoli – “da tempo in contrasto con la gestione di Piero Grasso”.
E lascia pure intravedere la possibilità che lo scontro possa approdare, ancora una volta, al Consiglio superiore della
magistratura.
Un luogo prediletto, dove la sinistra giudiziaria potrebbe finalmente rimettere in gioco le carriere di Lo Forte e
Scarpinato che, avendo superato i limiti di tempo imposti dalla legge, sono stati costretti da Grasso a lasciare la direzione distrettuale antimafia per dedicarsi a robette di poco conto: il primo alla cosiddetta criminalità comune, cioè furti e rapine; il secondo ai cosiddetti reati economici, cioè a truffe e assegni a vuoto.
Lottano per restare nelle truppe scelte della lotta alla mafia pure Ingroia e Natoli, altri due sostituti di stretta fede caselliana. Anche i termini della loro permanenza nella “distrettuale” sono abbondantemente scaduti, ma come escludere che il gesto di Paci contro i propri colleghi – ma soprattutto contro il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, che Lo Forte e Natoli hanno più volte indicato come il principale nemico dell’antimafia militante – possa ora rimettere tutto in discussione?
Un effetto immediato, tuttavia, la mascariata di Paci l’ha già ottenuto. Ha dato la possibilità a Leoluca Orlando – l’ex sindaco che voleva trasformare Palermo in un immenso Ucciardone – di rispolverare la teoria forcaiola del sospetto come anticamera della verità e di montare nelle piazze un gogna per il suo vecchio avversario politico.
La polemica su Cuffaro, infatti, è coincisa con il dodicesimo anniversario della strage di via D’Amelio e con il massacro di Paolo Borsellino.
Il lupigno Orlando non si è lasciato sfuggire l’occasione e ha lanciato un avvertimento: se il presidente della Regione avrà la sfrontatezza di partecipare alle cerimonie, noi che siamo i puri e i duri dell’antimafia non ci saremo.
Il mascariato Cuffaro non si è lasciato intimidire ed è andato lì dove doveva andare. Apparentemente non è successo niente. Nessuna contestazione. Ma i guardiani della rivoluzione giudiziaria hanno confessato, e non solo ai loro amici, che la partita resta aperta.
Vedrete, dicono: la verità che i magistrati, contestati da Paci, non hanno voluto scrivere nei documenti giudiziari – “Cuffaro
mafioso” – sarà scritta dieci, cento, mille volte, come ai vecchi tempi, sui muri della città.
Imbrattati pure quelli.
Giuseppe Sottile su il Foglio del 21 luglio




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