Agostino, alto sacerdote del tempio del criceto di Affus, una notte di fine estate salì sulla torre di mezzogiorno e, guardando in basso, si accorse che c'erano un sacco di scalini per tornare giù. Questo gli diede l'impulso necessario a proseguire, arrampicandosi faticosamente per la fune sacra che penzolava dal criceto segnavento in cima alla torre. Lì giunto si accasciò sulle pietre, ancora calde per il sole rovente che aveva reso così difficoltosa la sua fuga, incominciata ben prima del tramonto. Mentre riprendeva fiato, cercando di alleviare l'inevitabile scomodità che spesso deriva dall'appoggiarsi ad una sagoma metallica di roditore rugginoso, scosse ancora una volta, incredulo, il capo scoperto. Com'era stato possibile?
Decise di ritrarsi dalla piccola balaustra che lo separava da una lunga caduta, in modo da non essere visibile a fedeli particolarmente zelanti nell'osservare il movimento della effigie del sacro criceto alla brezza serale.
Si accomodò, come meglio poteva, contro la base del segnavento, e si avvolse la stola di pelo attorno al collo.
Non sapeva ancora come avrebbe potuto riguadagnare l'uscita della torre ma, per il momento, non sembrava il suo pensiero più immediato; il pensiero più pressante era piuttosto la brezza marina, la quale sembrava cercare sempre maggiore intimità e con sempre maggiore insistenza. Chiunque abbia mai pensato che la tonaca è un indumento dignitoso, avrebbe dovuto vedere Agostino mentre si abbracciava le ginocchia cercando di rimboccare i lembi della preziosa veste di seta sotto l'ampio deretano.
La giornata non era cominciata sotto i migliori auspici.
Alle prime luci dell'alba Abalaal, il fidato segretario, lo aveva svegliato con una certa urgenza per comunicargli l'arrivo di un messaggio del tutto inatteso; la soddisfazione che trapelava dalle contrazioni del reticolo di rughe che ricopriva la fronte dell'Iniziato sembrava incoraggiante – che fossero notizie dalle Colline Erbose? Agostino sapeva che non l'avevano dimenticato, che il suo nome veniva ancora pronunciato con cautela, ma da quando era stato relegato nel tempio del promontorio sapeva anche che la partita si era fatta più difficile. E poi l'aria di mare era troppo densa da respirare, troppo carica per qualcuno abituato alle vette del Massiccio Centrale.
Ma Abalaal non poteva conoscere il contenuto del messaggio, ancora sigillato; doveva essere stato il messaggero l'origine delle sue ottimistiche inferenze. E d'altra parte, in questa stagione le Talpe Viaggiatrici erano impiegate malvolentieri, ché il terreno era ancora in gran parte gelato, e procedere in superficie le esponeva ai predatori notturni. Notizie importanti, dunque.
Aprì il piccolo cilindro di legno cavo il cui contenuto poteva fugare i suoi dubbi e ne trasse, con crescente stupore, un sottile filamento che attraversava una decina di perline colorate.
Non erano buone notizie.
Incrociò lo sguardo di Abalaal, che con sorprendente sveltezza si assicurò che il corridoio al di fuori della stanza fosse sgombro, per poi rientrare, sbarrare la porta e appollaiarsi su di uno sgabello posto di fronte alla soglia. L'alto sacerdote si sfilò il ciondolo di dente di criceto che portava appeso al collo e si accinse a decifrare il messaggio, ma un rumore improvviso lo portò a far scomparire il bracciale negli anfratti della tonaca, un attimo prima che la porta prendesse fuoco e un manipolo di guardie del Governatore facesse irruzione nella stanza, scagliando via Abalaal con poche zampate.
Era ancora seduto sulla piccola sedia di fronte allo scrittoio quando fu gettato in terra da qualcosa di duro e scaglioso, sentì un peso sul petto ed alzò lo sguardo verso l'assurdo muso della bestia che lo teneva saldamente con le spalle a terra – Un Gamorrean – le notizie dovevano essere peggiori di quanto non avesse pensato se il Balivo metteva in campo uno dei suoi preziosi animaletti.
La bestia lo fissava con occhi piccoli e folli, mentre dai lati delle grosse fauci colava il temibile veleno incendiario del mostro.
Agostino sapeva che il Balivo metteva estrema attenzione nel'addestramento dei suoi animaletti, ma questo non gli impediva di pensare a quello che sarebbe potuto succedere se una sola goccia di quel liquido puzzolente fosse entrata in contatto con la sua pelle. Pare che la epidemia di combustioni spontanee, seguite alla presa di potere del Balivo due anni prima, fosse strettamente collegata all'apparire dei Gamorrean nel serraglio del nuovo signore della città.
Cercò di rimanere immobile, sperando che il Reggitore intervenisse in fretta per sottrarlo a quella sgradevole guardia. Dopo qualche concitato secondo, durante il quale Agostino non provò neanche a muoversi, i rumori di colluttazione cessarono e finalmente il Gamorrean si spostò; - Eminenza, mi permetta di aiutarla ad alzarsi – un braccio inguainato in maglia metallica entrò nel suo campo visivo e, subito dopo, venne sollevato con una certa attenzione dal pavimento.
Alla luce del sole nascente Agostino poteva ora avere una panoramica più precisa di ciò che, fino a pochi minuti prima, era stata la sua camera da letto; la porta giaceva appesa ad un solo cardine, mentre appariva bruciata al centro, il comò e lo sgabello su cui sedeva Abalaal erano gettati per terra ed infranti in più parti.
C'erano cinque uomini all'interno della sua stanza, due stavano di guardia accanto a ciò che rimaneva della porta, altri due stavano provvedendo a distruggere sistematicamente ogni altro arredo sopravvissuto all'irruzione, mentre l'ultimo era chiaramente il Reggitore incaricato dell'uso del Gamorrean, il quale stava, infatti, accucciato ai piedi di quest'ultimo come un cane al ritorno da una spossante passeggiata in campagna.
Agostino conosceva quell'uomo; - Eminenza... - cantilenò in tono canzonatorio, profferendo una caricatura di inchino – spero vorrà perdonare la nostra intrusione, dettata dalla preoccupazione per la sua salute – proseguì – abbiamo ragione di sospettare che lei sia stato coinvolto, in modo del tutto inconsapevole, in uno spiacevole atto di alto tradimento – il ghigno sardonico che accompagnava queste parole contraddiceva, in fatto, quello che l'uomo affermava.
Si trattava di Hugo de Grooit, commissario di palazzo del Balivo, e capitano della brigata delle c.d. “Ombre nere”; ovvero la polizia segreta di sua eccellenza.
Agostino aveva già avuto a che fare con il capitano, e non era stato divertente; sapeva che una scenata di indignazione non lo avrebbe portato a nulla, quindi chiese immediatamente quello che lo interessava di più: - .....



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