NEL SACRO FUOCO DI VESTA
Ritorno di fiamma per Roma e i misteri delle sue origini

Francesco Demattè

da Linea di martedì 06/02/07


Tre vecchi amici, ormai sulla soglia della quarantina, che se ne vanno a zonzo per le campagne al confine fra la Toscana e il Lazio sul finire dell’estate, inseguendo misteriose lapidi d’epoca romana: potrebbero essere, questi, i protagonisti e lo sfondo dell’ennesimo romanzo post moderno che indulge sulle illusioni giovanili, le quali s’infrangono al contatto con la durezza della vita. Se poi scopriamo che del summenzionato trio, due elementi, Armando e Corrado, appartengono al genere maschile mentre il terzo, Anna, è una donna, be’, potremmo maliziosamente pensare al classico triangolo amoroso.
Ora, tutto questo è presente, non vi è dubbio, ne Il segreto della dea l’avvincente romanzo che Marco Rossi ha appena pubblicato per i tipi della casa editrice Ibiskos (pp. 266, euro 12, per informazioni tel. 0571/994144), ma è solo una sottile pellicola che nasconde ben altro, sicuramente più intrigante e, al contempo, profondo. Chi conosce l’autore, d’altra parte, non può credere che si sia impegnato in un’ardua e riuscita prova narrativa solo per il gusto, pur nobile, del racconto. Rossi, infatti, è da anni, serio studioso del pensiero di Julius Evola e dell’esoterismo del Novecento, oltre ad avere pubblicato recentemente anche un notevole saggio sulle componenti “occulte” delle canzoni di Lucio Battisti Il segreto della dea, allora, appare più propriamente come un romanzo iniziatico, racchiudente un mistero che si intreccia strettamente con la dea Vesta, la divinità femminile romana simboleggiata dal fuoco che ardeva nel tempio circolare a lei dedicato nel Foro. Sia ben chiaro: il romanzo, nonostante gli accenni ai grandi iniziati del Novecento, da De Giorgio a Evola, da Gurdijeff a Kremmerz, da Reghini a Scaligero, non soffre di momenti di stanchezza, mai rivelandosi indigesto, neppure al profano di esoterismo e scienze occulte. Al contrario: è dotato di una sicura forza narrativa e si fa leggere tutto d’un fiato, come un vero e proprio giallo archeologico. Naturalmente non riveleremo qui il “segreto della dea”, anzi, il suo mistero, per non privare il lettore del piacere della scoperta. Tuttavia dobbiamo sottolineare che tale mistero - come ben dice Andrea Marcigliano nella prefazione - «è un mistero vero, non una bufala alla Dan Brown. Ma come tutti i Misteri, si svela per allusioni, senza fanfare e trombe». D’altra parte, lo stesso autore, nell’avvertenza finale, rivela che «dietro l’intreccio sentimentale e archeologico questa storia cela un segreto che è una realtà oggettiva sul piano delle realtà spirituali». Questo possiamo, però, svelare: che il segreto è intimamente legato a Roma, alle sue origini, alla sua forza spirituale, immutata nei secoli e nei millenni, mai sopraffatta dall’inesorabile trascorrere del tempo.
Roma, quindi, il suo segreto, la sua missione, la sua funzione nella storia universale: e non è un caso, crediamo, che tali aspetti dell’Urbe siano stati al centro della riflessione di pensatori acuti e non conformi negli ultimi tempi. A cominciare da Giandomenico Casalino, che nel 2003 pubblicò per le edizioni Mediterranee un volume, Il nome segreto di Roma, di cui non si può non tener conto per approfondire tali tematiche, per finire al più recente Esoterismo e fascismo, a cura di Gianfranco de Turris e sempre per le Mediterranee, costituito da numerosi saggi, non pochi dei quali affrontano il tema di Roma e del suo arcano simbolismo. Ma anche uomini di cultura che sono, o paiono, più legati alla cultura ufficiale e accademica, quali, per esempio, l’archeologo Andrea Carandini, hanno da qualche anno iniziato a percorrere una strada invero interessante, che verifica e valida sul campo le intuizioni del sapere tradizionale. Quest’ultimo, autore nel 2003 de La nascita di Roma, ha dato alle stampe lo scorso anno Remo e Romolo, ideale continuazione del saggio di tre anni prima, e sta curando per la fondazione Lorenzo Valla la pubblicazione de La leggenda di Roma in tre volumi, i quali conterranno tutte le fonti antiche sulla fondazione dell’Urbe.
Si collega idealmente a tale rinnovato e beneaugurante interesse per il mito di Roma anche il quaderno monografico della raffinata rivista La Cittadella, dedicato, nel sessantesimo anniversario della morte, ad Arturo Reghini, uno dei più interessanti e originali esponenti della Tradizione del Novecento italiano. Nell’ambiente non conforme Reghini è noto soprattutto per uno scritto, Imperialismo pagano, pubblicato nel 1914 sulla rivista Salamandra e ripreso nel titolo, ma in parte anche nel contenuto, da Julius Evola, il quale dette alle stampe l’omonimo saggio nel 1928. Ciò che provocò un furioso scontro fra i due, in quanto Reghini si sentì defraudato da Evola, ritenendo che il Barone avesse saccheggiato il suo saggio, senza nemmeno citarlo, oltre che avergli copiato il titolo. Tuttavia, tale querelle fra i due non può in alcun modo offuscare la conoscenza del pensiero di Arturo Reghini. Nato a Firenze nel 1878, egli si avvicinò ancor giovine agli ambienti teosofici della Capitale, per abbandonarli, tuttavia, ben presto, deluso dai personalismi e dalla superficialità che li caratterizzavano.
Reghini era convinto - come ebbe a scrivere ne Le parole sacre e di passo - che «l’idea centrale dei Misteri è [...] l’antica idea mediterranea della sopravvivenza privilegiata, della resurrezione alla immortalità dalla morte [...]. È l’idea egizia, orfica, pitagorica, ermetica, è la ragione precipua dei misteri di Eleusi, di Cerere, di Mitra». La missione che Reghini si proponeva era pertanto quella di rivitalizzare e spiritualizzare gli studi esoterici ricollegandoli al sapere iniziatico dell’antichità. Tale suo convincimento si intrecciava con la certezza che la tradizione occidentale dovesse tornare visibilmente a manifestarsi: e dove se non a Roma, la città sacra per eccellenza? L’Urbe, per Reghini, doveva allora riprendere la sua antica opera di illuminazione, di unificazione e di imperio spirituale: in quel centro del mondo ove il fuoco sacro della dea Vesta, dopo avere covato sotto la cenere per troppi secoli, ancor oggi misteriosamente brucia: ma solo per chi ha occhi per vedere. O, anche, per leggere il romanzo Il segreto della dea...