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Discussione: ite narre ?

  1. #1
    w i punkillonis
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    Predefinito ite narre ?

    ..ite narre ?

    deo menzus ki mi calle a sa muda...

    ----------------------------------------------------------------------------------
    www.unionesarda.it

    Notte dei poeti.
    A Nora lo spettacolo tratto dall’ultimo libro dello scrittore

    Tamburini sardi eterna carne da cannone
    Marcello Fois legge le sue pagine. E le legge bene Ma tra musica, canti e parole non tutto funziona


    In una qualsiasi notte di Nora possono salire sul palco un narratore, un coro, due musicisti, due attori. E un libro. Una compagnia piacevole, per aprire una delle più longeve rassegne sarde, ma forse il palco è troppo affollato per disegnare un mosaico. Sono tempi di multimedialità galoppante, è vero, di ostinata sperimentazione inter-artistica, ma anche la multimedialità, o quel che le assomiglia, non può essere una semplice somma di buone intenzioni. Funziona se funziona la fusione. Questione di anima: lo spettatore sente subito se c’è. Qui, diciamo, è divisa a metà.
    Tamburini, primo spettacolo della Notte dei poeti, è gradevole. A tratti affascinante. Non è male e non è eccelso. È la storia della famiglia di Gaspare Cubeddu, un “nano” regalato a Carlo Alberto principe di Savoia, quando i Savoia governavano distrattamente quest’isola di “nani”. Con Adelasia, stessa stirpe, Gaspare fa parecchie figli, e i figli altri figli. Fino ad oggi. Una famiglia numerosa. E decisamente segnata. Se non uccide la malaria, provvede il piombo. Da Custoza fino alla Bosnia, secono la regola inflessibile che i sardi sono destinati ai granai, alle miniere e alla guerre. Carne da macello, per una palla di cannone o per l’uranio impoverito. Marcello Fois, l’autore del libro, punta soprattutto sulla terza scelta, la carne da macello, rileggendo, nel Cuore di De Amicis, un indigeribile zucchero letterario-patriottico, Il tamburino sardo. I “nani” e la guerra, l’Impero che non ci fu, la Brigata Sassari, gli emblemi, le retoriche, le realtà: tema ormai classico - basti pensare a Quelli dalle labbra bianche di Cicito Masala - che Fois trasforma in un ironico e doloroso contro-canto, in una ballata che vuole arrivare alla poesia. Bella.
    Come capita sempre più spesso, e come capitava in altre epoche, l’autore legge le sue pagine. E le legge bene, come non sempre capita. Il tono del racconto è volutamente “basso”: specchio di chi racconta (Gonario, l’ultimo tamburino, parla al capitano da un letto d’ospedale), eredità di una cultura plebea non abituata a distinguere fra Stato e Reggimento, è una narrazione informale, colloquiale, parlata. Anche slabbrata, sporca, idealmente dialettale. E proprio per questo più incisiva. Ma poiché il copione della serata prevede una lettura a tre, nel colloquio con lo spettatore si aprono squarci di accademia. Lia Careddu e Corrado Giannetti sono due attori del Teatro di Sardegna e dunque hanno i loro buoni motivi per recitare. Per costruire sulle parole. Ma i conti non tornano, i registri stridono, e se si vuole cogliere l’anima di Tamburini è meglio ascoltare Fois. Un tantino paradossale, però è così.
    Il resto? Molti episodi slegati. È evidente l’assenza di una regia: eccesso di solisti in cerca di un direttore. Il Cuncordu e Tenore di Orosei fa tutto per bene, e di più, nei canti in limba su Trento, Trieste e Pola e sulle bombe intelligenti, vecchie e nuove ipocrisie belliche. Ernst Reijseger e Alan Purves cercano un accordo col coro, ma tendono a smarrirsi. Si insinuano, si accodano, talvolta sembrano intrusi. Un peccato: chi conosce la sensibilità istrionica del violoncellista olandese sa che è un’occasione sprecata. Qua e là il miracolo si compie, per esempio in uno struggente rito funerario, dopo che marito e figli sono morti e «Adelasia li segue ad occhi aperti».
    Momenti. Troppo pochi per evitare la sensazione che in fondo il Tamburini di Nora sia pensato turisticamente (compreso il kilt di Purves). Tra emozioni autentiche, un’occhiatina al vacanziere. E allora sembra proprio un delicato lancio di ortiche il bis di Fois che legge la prima pagina del libro. Dalla Guida d’Italia del Touring Club, anno 1918: dedica ai sardi ieri ignorati e oggi ammirati. Un po’ morti, un po’ «fessi».

    Roberto Cossu

    ------------------------------------------------------------------------------------

    ma calicunu est menzus ki si du nezzada a custu !!!!

  2. #2
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    Lutzià,

    in calki modu tocat a licare... no?! onziunu at sos mesos suos!! eheh!

    isco ki custu M.Fois fìt intradu in sa buca finas de V.Sgarbi su cale no b'at pensadu duas boltas a bi nde narrer duas... como no m'ammento cale fit sa kistione...
    creo ki M.Fois no istet in Sardinnya... e aìat nadu sas reyones suas subra su fatu ki si ke fìt andadu, e su sennyor V.S. l'aìat nadu atera cosa ki como no m'ammento...

    saludos

  3. #3
    w i punkillonis
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    commo ti "posto" un atteru articuleddu leadu de s'unione de su mese passau ( o de maju no mi nde ammento...):



    L’autore nuorese riscrive un episodio del celebre “Cuore” di Edmondo De Amicis


    Fois e quei tamburini martiri
    «Per noi sardi Patria e sacrificio sono sinonimi»


    Marcello Fois ha superato da un po’ la soglia dei quaranta e mantiene salda l’indole del rompiscatole. Perché questo suo breve romanzo è uno schiaffo. Uno scritto senza filtri né veli. E anche chi non vorrà capire capirà. Non è un caso, in tempi come questi in cui la letteratura racconta spesso ciò che certa cronaca non vuole sottolineare, che Tamburini apra il 16 luglio a Nora La notte dei poeti. Quasi un gesto militante.
    “Tamburini” ha una genesi ben precisa, un padre putativo, De Amicis, e una madre radiofonica. Ci vuole spiegare come sono nati prima il progetto poi il libro?
    «Quattro anni fa mi venne in mente di proporre a Lorenzo Pavolini, allora con la magnifica Roberta Carlotto a Radio Rai 3, un programma radiofonico dal titolo Ricuore. L’idea era quella di far riscrivere a nove scrittori contemporanei, scelti in base alla loro provenienza geografica, i nove racconti mensili del libro Cuore di De Amicis. A me spettò, inutile dirlo, Il Tamburino Sardo. Un racconto cardine soprattutto per quanto riguarda la percezione dei sardi e del loro apporto alla neonata unità d’Italia».
    Dalle guerre per l’unità d’Italia alle operazioni di “pace” nel mondo. Qual è il filo che unisce la storia di una famiglia sarda?
    «Il complesso d’inferiorità. L’inconfessata certezza che non c’è possibilità di accoglienza se non a costo di sacrifici terribili. Il racconto di De Amicis è tutto giocato su questi punti chiave: la retorica del sardo tenace e pugnace e la passione direi l’erotismo del sacrificio di se stessi… In epigrafe a Tamburini ho messo una dedica del 1918 contenuta nel volume sulla Sardegna del Touring Club, in questa dedica si ricorda ai sardi che prima dell’estremo sacrificio guerresco erano stati assolutamente ignorati dalla nazione. La finzione di una famiglia al servizio di tutte le guerre, ma anche di tutte le “paci”, serve a raccontare la genesi di questa coscienza sacrificale che ci portiamo da generazioni. Vogliamo disperatamente essere amati, ma il costo di questo amore è altissimo».
    I sardi, solo carne da cannone?
    «No, anche balentes. In fondo la stessa cosa. Due facce della stessa medaglia: Samuele Stocchino per esempio, prima di diventare un bandito sanguinario, era stato un eroe pluridecorato. Poi sono anche politici notoriamente poco inclini ad occuparsi degli affari del proprio territorio se non in termini elettorali: il complesso di inferiorità che riaffiora. Poi sono servi più estremi dello stesso Padrone. Poi sono più forti di qualunque sciagura e più fatalisti di qualunque fatalismo. Devo continuare?»
    Che senso ha oggi parlare di sacrificio per la patria?
    «Per noi ha un senso totale, per noi sardi Patria e sacrificio sono sinonimi. Con la complicità dei nostri magnifici amministratori è a noi che hanno pensato in prima battuta quando si trattava di trovare una pattumiera per le scorie nucleari. Anche allora ci chiesero un sacrificio. Come se non ne avessimo fatti abbastanza. Ha mai notato che quando si parla di Sardegna la prima cosa che viene in mente sono banditi e rapimenti, mai soldati e sacrifici per la Patria. Se non come commemorazione retorica. La cosa triste è che la retorica guerresca è sempre accompagnata da qualche richiesta di ulteriori sacrifici. La pace in Jugoslavia a noi è costata carissima, ma di questo non si deve parlare».
    Il libro si apre con la storia del nano di Carlo Alberto. Ma chi sono oggi i nani?
    «Certi politici, molti politici, che allargano le braccia ogni volta che gli si chiede conto. Tutti quelli che spacciano la dignità come merce retorica, quelli che confondono l’orgoglio col folklore dell’orgoglio. Certi direttori di giornali che giocano alle tre carte, che fanno dell’ambiguità una regola di sussistenza, che fingono una linea che non perseguono. I quotidiani sardi per esempio sono meno nemici di quanto sembri. Certi accademici che, pappata la torta dell’integrazione provincialistica all’Italia nazione, dopo anni di rifiuto inorridito della lingua sarda e delle sue elaborazioni, si buttano a pesce sul banchetto del sardismo e della sardità di facciata. Certe pro loco che spacciano per Memoria il mercato, al saldo, della memoria. Tutti quelli che si vergognano della propria sardità come se fosse un handicap».
    Chi sono invece i moderni tamburini?
    «Sempre i soliti bravi ragazzi che non trovando altra via per la sussistenza sono costretti a garantirsi un futuro nell’esercito, o all’estero, o in continente. Eroi veri, mica roba da ridere. Gente da tutelare: non si può morire di leucemia nel silenzio totale. Potevano scegliere fra la disoccupazione e il sacrificio: niente male come scelta no?»
    Il suo libro è percorso da un senso di sconfitta, sopraffazione, destino nero e immutabile, quasi verghiano. Non c’è dunque una speranza per il popolo sardo?
    «La sconfitta è il silenzio. La sconfitta è il fatalismo. La sconfitta è esistere solo a patto di morire. La sconfitta è ridursi a baciare la mano di chi ci schiaffeggia e ringraziarlo per averci schiaffeggiato. Sconfitta è accettare la carità pelosa piuttosto che pretendere, sempre rifiutando la violenza, quanto ci spetta.
    La speranza è nel ricorso ad un’idea di dignità che non sia pusillanime imitazione, ma senso critico costruttivo. Parlare bisognerebbe, banalmente esprimere la propria opinione. Sembra incredibile, ma non è così ovvio in Sardegna».
    Quando sente l’inno della Brigata Sassari cosa le viene in mente? Il sacrificio con onore? L’inutilità di un martirio?
    «La domanda è furba, non so se la risposta lo sarà altrettanto. Comunque ascoltando l’inno, mi vengono in mente tutte quelle persone che mentre lo cantano ci credono sinceramente e meritano rispetto. Poi vedo i pochi di sempre che sorridono, con la faccia nuova nuova, mentre dirigono il coro».
    Francesco Abate


    -----------------------------------------------------------------------------------
    ho visto fois leggere Atzeni prima che uscisse questo articolo, ha fatto una introduzione che non mi era piaciuta per niente... retorica italiana nascosta da buonismo il tutto condito da sardismo masochista...

    Non ho mai letto niente di F, e diciamo che ne sono anche felice.

    mancari appo intendiu ki iscriada bene no potzo istare a abbaidare custos machines ki iscriede..

    de cussu ki appo cumprendiu deo, su ki issu narada est ki sos sardos suntis italianos de derettu pro su sambene ki anta donau... arratza e cosa bella!!!!!
    sas chistiones e sa gherra suntis cosas " serias " e de no ammesturare....


    pois sighidi ki comuncas, mancari morzanta, est su destino issoro, no pode mudare, una ispetzie e fatalismo deleddiano de sos tempos noos...


    ite nde pentzas Tomatito?

  4. #4
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    Salude
    Lutzià, custos sunt discorsos longos, ma longos de aberu! Si cumintzat cun d’una cosa e si cumintzat a su matessi tempus a abèrrere ateros “calasços” culturales: istoria, limbistiga, psicolozia etz… cun su riskiu de podet pàrrere “tutologos”…
    Ite kerimus essere, modestos o pretentziosos?
    Pro custu eo no mi esprimo meda. Bastant a boltas duas peraulas bene nadas o finas cumprendere ki su silentziu jughet sinnyificadu… a contrariu s’antropos no resistit e keret abratzare totu, totu e totu cun presuntzione tzega.
    Pro a mie sa frase ki su sennyor F. at nadu pro sos sardos:
    “più fatalisti di qualunque fatalismo”
    no est bera, sos sardos pro a mie no sunt fatalistas… custu lu penso deo ca creo ki sa cunformatzione territoriale sarda at dadu a sa cultura de sos abitantes suos, una particulare mentalidade… forsis si pensat pius a su tempus benidore ki a su presente…
    diversa est sa cultura, a contrariu, de kie vivet a cuntatu cun d’unu vulcanu pro es. sa mentalidade de sa zente est fata ki totu devet esser fatu oe ca cras podet esser ki no bi ses… bide sos ki istant suta su vesuviu pro es. cussu pro a mie est fatalismu.
    Custu mi faghet pensare ki su sennyor F. no epet faeddadu bastante cun sa zente… leende sas conclusiones suas in base a s’esperientzia personale.

    Totu su restu est retorica, sos napoletanos sunt ladrones, sos sardos sunt bandidos… eo personalmente apo amigos napoletanos ki sunt meda bravos, sunt amigos de aberu!! It’est? No semus totu pretzisos, tando!?!?
    Sos sardos de bidda mia ki ant detzisu de intrare in s’esertzitu, no iskint mancu issos ite sunt fatende, no iskint mancu su sinnyficadu de su tricolore… sos esaltados ti faeddant de ordine, ateros ammitint ki fit s’unica cosa ki podiant faghere, ateros ancora ant ateras reyones… custu sutzedit in su 2004… in d’una realtade minore de una bidda… e 70-80 annos faghet ite pensaìant?
    Sa cosa pius triste, e innoghe so de acordu cun gavino Sale, est ki b’at meda jovanos ki sunt custrintos dae su sistema a leare su caminu de s’esertzitu ca kie la dia kerrer lassare una azienda aviàda pro leare unu fusile e andare in logos ue b’est su riskiu de morrere o de ti leare calki maladìa?
    Eo de patriotismu innoghe nde bido pagu e nudda!!!
    Est su bestire ‘patrioticu’ ki si ponent cussos pallyatzos a sas festas cumandadas ki cotidianamente odiant su frantzesu e denigrant su tedescu.
    Ma su sennyor F. iskit bene ki iscriere unu libru ue b’est sambene e degradatzione podet bendere de pius… sos mesos mediaticos sunt barrios de cronaca: mortos, bombas, incidentes… ca custos sunt sos ingredientes justos pro Odiens.
    Ma poi b’est su momentu de tirare sa summa e……… nde bessit a fora su 'Nudda', paret ki nois semus destinados a esser de custa manera (male fadados) e totu sas retzetas pro lenire custu sentidu de dolore podent bennere solu dae modellos de fora... ki creo siet formadu finas dae sa cummitentzia de su Sennyor F. si no a cuntrariu... "no Touring Club? ay ay ay ay!"
    Su "sacrificio" (comente narat issu) pro a mie est sinonimu de tristura e no de patria. Fraigare una natzione cun su sambene... semus unidos ca ant derramadu sambene... mi paret unu sentimentu elementare e forsis finas de oportunismu... tristura-per l'appunto-.

    iscuya sa longaria lutzià... jejeje!

  5. #5
    w i punkillonis
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    seo de accordu cun medas cosas ki as nau, ispetzie cun sa parte de sa fine....

    d'amos a faeddare a S.F.M.

    Salude

    L

  6. #6
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    lutzià,

    ispero de bi poder essere a s'aboyu de sa F.M. nessi pro una die, ca sa prima die de austu apo una serada... apo a fagher de totu pro bi essere nessi una die...
    saludos

 

 

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