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    Predefinito Credenze e superstizioni tra i soldati della Grande Guerra

    La superstizione in trincea
    di Alessandro Magnifici


    La forte mescolanza di culture diverse che si potevano riscontrare nell’Italia degli inizi dall’900 e quindi anche nel mondo delle trincee, portò ad una diffusione estremamente veloce di credenze popolari diverse<1>.Quasi sempre, il soldato che arrivava in trincea, portava dietro di sé credenze, usanze, leggende del proprio luogo d’origine in più la guerra, con le grandi situazioni di stress cui erano sottoposti i combattenti, alimentò il nascere di tutta una serie particolari di rituali, scaramanzie, credenze.<2>
    La propagazione di tali riti fu favorita dall’intima coesione che caratterizzava .
    La tipologia di questi atti variava da semplici credenze popolari a vere e proprie formule magiche fino alla creazione di veri e propri amuleti conservati gelosamente.
    Le preghiere indirizzate a determinati santi- magari quelli venerati nel proprio paese- poco prima di un attacco, i vari gesti scaramantici dei soldati , riuscivano a dare al soldato tranquillità e sicurezza.
    Un gesto propriamente scaramantico è descritto da Cesare Caravaglios, il quale narra che ad un certo punto della guerra, per evitare di preannunciare al nemico il momento dell’assalto tramite il grido , fu abolito tale grido collettivo, ma il fante sentì il bisogno di gridare qualcosa che lo incoraggiasse e lo incitasse, da quel momento si sentirono le invocazioni più strane, come: Sant’ Antonio! Madonna d’o Carmine ! San Damiano!<3>
    Il proprio fucile, soprattutto se già aveva ucciso un nemico, rappresentò un amuleto molto comune in trincea. Molte volte il confine tra la superstizione e eccessiva religiosità veniva meno; molte furono le croci scolpiti sul parapetto, poste lì con la convinzione che la pallottola nemica prima di colpire il soldato avrebbe dovuto colpire il Crocifisso, che ovviamente l’ avrebbe protetto<4>
    Sicuramente l’assalto rappresentava il momento più drammatico per il soldato; proprio in questo frangente il fante si lasciava andare a riti scaramantici abbastanza semplici come baciare le lettere, immagini o medagliette sacre ricevute da casa:”… Prima di lanciarmi avanti alla testa della mia compagnia, bacio le vostre sacre immagini, le ultime lettere che mi avete scritto, la medaglietta d’oro che ho riposto nel portafogli, tutti i tuoi ricordi…Sento che non mi succederà nulla di grave”<5>
    Proprio sui gusti dei fanti in trincea riguardanti medagliette, immagini sacre o cornetti, scrive Mussolini:” …la medaglia religiosa è in diminuzione. Nei primi tempi era un imperversare di immagini sacre. I soldati ne portavano al collo, al polso, sul berretto, nelle dita a foggia di anello. Tutto ciò va cadendo in disuso.La tragica esperienza delle prime linee ha insegnato che un amuleto vale l’altro, che il cornetto vale una medaglia; e un gobbo d’avorio un Sant’ Antonio. L’ultima trovata in materia di è quella di toccarsi le stellette…”<6>
    In un ambiente precario come la trincea, dove tutto era indiscutibilmente provvisorio, anche semplici coincidenze rappresentavano solide certezze per il fante: ”Io sono nato di venerdì, -diceva un soldato – ed era evidente che non dovevo aver fortuna. Il giorno stesso, mia madre morì. Il giorno in cui mi han chiamato sotto le armi era di venerdì; venerdì il giorno del mio primo combattimento. Quando sono stato ferito la prima volta, era un venerdì e venerdì quando sono stato ferito la seconda volta. Vedrete che mi uccideranno un venerdì.”<7>
    Tra i riti scaramantici più usati, alcuni soldati usavano la bestemmia, scrive uno di loro:” …Che cosa dicevano i miei amici contadini in trincea? Chi scriveva a casa di fare messe, chi pregava, ognuno aveva ‘ so trigu (il suo metodo come scaramanzia). Io bestemmiavo.”<8>
    La superstizione non era un fenomeno circoscritto ai soli meridionali. Accadeva spesso che i soldati piemontesi pronunciassero al momento del pericolo una formula magica: <9>
    I soldati abruzzesi, portavano sul petto un sacchetto contenente un po’ di terra del paese natale; al momento del pericolo…prendevano un pizzico di quella terra e la gettavano dietro le spalle…”<10>
    Altra forma di superstizione molto diffusa in trincea era la jettatura, cioè l’idea che individuo, che poteva essere sia fante che ufficiale, portasse male. Famosa è la vicenda del generale d’armata Ettore Mambretti, che fu perseguitato dal pregiudizio della jettatura, su di lui scrive il generale Gatti:”E’ una persona tutt’altro che antipatica, ma in tutto l’esercito, quando si parla di lui, si fanno gli scongiuri. Tutte le azioni alle quali ha preso parte sono andate male….<11>


    Immagine tratta dal sito http://www.liceograssi.it/


    NOTE

    <1> Ernesto De Martino nel suo libro, scrive a proposito delle credenze magiche del sud:” I comuni e le signorie, lo Stato della Chiesa, il Regno di Napoli, presentano nella loro storia culturale differenziazioni…In questo senso si può legittimamente parlare di una storia religiosa del sud come la storia religiosa del Regno di Napoli, cioè di una formazione socialmente e politicamente definita…Il cattolicesimo meridionale è caratterizzato da note di vistosità, di esteriorità e particolari accentuazioni cerimoniali e ritualistiche”, E. De Martino, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 1996, p.8
    <2> A proposito scrive A. Gemelli:” Il soldato in trincea pensa poco…Il suo spirito lavora senza oggetto, e diviene preda dei sogni, delle leggende, delle voci più strane ed assurde…”, A. Gemelli, Il nostro soldato, cit., p.49. Sempre a proposito delle cause che favorirono l’atteggiamento superstizioso in trincea Romolo Murri scriva:” Nelle trincee, fra i soldati inconscii e rudi che sono di fronte alla guerra quotidianamente, per infiniti disagi, per cause che ignorano, l’atteggiamento dell’uomo innanzi al Mistero della natura , della storia e della sua propria vita torna facilmente ad essere quello che era agli inizi della cultura: religioso e superstzioso…egli umanizza la storia in forme infantili; avvicina la volontà divina…e fa rientrare la sua vita e la sua morte nel piano di essa…l’amuleto gli propizierà le forze inemiche…” Romolo Murri, La croce e la spada, Firenze, Bemporad & figlio,1915, pp.175, 176
    <3> C. Caravaglios, L’ anima religiosa della guerra, cit., p.48
    <4> C. Caravaglios, L’anima religiosa della guerra, cit., p.106. Il parapetto diventò il luogo preferito dai soldati, dove porre immagini religiose o oggetti scaramantici:”Un mio soldato aveva scavato nel parapetto della trincea una piccola nicchia, in cui aveva collocato un quadretto con l’immagine di S. Giuseppe, dinanzi al quale manteneva costantemente accesa una candela; presso il quadro era depositato un gruzzolo di denari, formato con le offerte che egli raccoglieva tra i compagni di trincea…nessuno avrebbe mai osato impossessarsi di quel denaro.” C.Caravaglios, L’anima religiosa della guerra, p.74
    <5> A. Omodeo, Momenti della vita di guerra, cit., p. 24
    <6> B. Mussolini, Il mio diario di guerra, cit., p. 54, nello stesso diario si racconta di una formula misteriosa, scritta su un foglietto su due righe, che i soldati avevano ricevuto presso i paesi della vallata del Natisone arrecante la scritta: B I P ZI R 16 C ch ZI P S S .
    <7> E. Lussu, Un anno sull’ Altopiano, cit., p. 150. Anche il canto di alcuni animali era un chiaro segno di sventura per il soldato. Racconta G. Poli nel suo diario, di una notte in cui si sentì per tutto il tempo il grido di una civetta.Tale fenomeno naturale in montagna, rappresentò una causa di paura e angoscia per i soldati in trincea:”Il grido di una civetta – specialmente nella notte che precede il combattimento – non costituisce la più gradita delle musiche…”, G. Poli, Uomini del Carso, cit., 87-88. Altro fenomeno naturale, che per i soldati era un chiaro segno di sventura era quello di vedere una stella cadente:” Il cadere di una stella per i soldati, era ritenuto come un annunzio di Dio, era il preavviso di morte vicina…ne sarebbe stato vittima colui il quale avesse visto per primo la scia della stella. Il predestinato si sarebbe potuto salvare solo se fosse riuscito a farsi, per tre volte, il segno della croce, durante l’apparizione luminosa.” C.Caravaglios, L’anima religiosa della guerra, cit., p.96
    <8> N.Revelli, Il mondo dei vinti,cit., p.17
    <9> A. Gemelli, Il nostro soldato, cit., p. 153; altro rito- praticato anche da i soldati di altre regioni- era quello di scrivere su tre bigliettini i nomi dei tre magi, Gaspard, Melchior, Balthasar, e di metterli in tre tasche diverse. Altri, prima di sparare, sputavano tre volte in terra e, puntando il fucile, pronunciavano tre parole: Metor, Saler, Palar. Altri ancora, per salvarsi dai colpi nemici,…portavano tre piselli rotti in tre pezzi, racchiusi in tre sacchetti, riposti in tre diverse tasche e, come se non fosse bastato, spostati ogni giorno dall’una all’ altra tasca. P. Melograni, Storia politica della grande guerra, cit., pp.140-141
    <10>A. Gemelli, Il nostro soldato, cit., p. 161-162; un'altra credenza era quella di non accendere in tre con lo stesso fiammifero, scrive Mussolini:” ..Parisi m’insegna : < non bisogna accendere in tre collo stesso fiammifero. Altrimenti muore il più piccolo dei tre>.Superstizioni delle trincee. Accendiamo in due. Fumo”, B. Mussolini, Il mio diario di guerra, cit., p. 20
    <11> A. Gatti, Caporetto, cit., p.117,.La vicenda finì con la destituzione di Membretti con questa motivazione:”Ed ora vi devo dare una notizia ben dolorosa, cioè devo liquidare M. dal comando….Egli ha perduto la fiducia delle truppe anche per quella sua maledetta jettatura” L. Cadorna, Lettere famigliari, Milano, Mondadori, 1967, p.209 .L’essere superstiziosi non era una caratteristica solo del fante o dell’ufficiale inferiore, ma anche di alti ufficiali come il generale Diaz :” Il generale s’abbandonava ad una leggera mania che era quella di raccogliere quanto trovava per strada; spaghi, chiodi, bottoni, aghi, ferri di cavallo…ne riempiva i suoi cassetti, nei quali sapeva mettere le mani solo lui. Diceva che quegli oggetti portavano fortuna…Era sicuro della sua fortuna senza sapere esattamente perché…”, Giovanni Artieri, Il Re, i soldati e il generale che vinse, Bologna, Cappelli Editore, 1951, p. 73. Sulla iettatura scrive un cappellano militare:” La iettatura è una stupida superstizione per cui si crede che la presenza o l’incontro d’una persona o di una cosa, porti disgrazia…i rimedi praticati poi, contro la iettatura, sono anche più stupidi e redicoli, per non dire altro…Così si portano addosso dei 13 d’oro, dei porchetti, dei quadrifogli, dei cornetti, dei mazzetti di pelo di tasso...” e parlando dei riti scaramantici dei soldati, ne descrive il più attuato in trincea:” coll’indice della mano toccano la punta del naso, e col pollice e il medio due stellette del bavaro. Lo vedovo fare spesso, questo gesto, con serietà, e , alle volte, a più riprese .”, Ten. Capp.Pacifico Brandi, Le mie memorie di guerra (1916-1919), pp. 66-67

    http://www.cimeetrincee.it/supersti.htm

    Dal sito http://www.cimeetrincee.it/ (© Tutti i diritti riservati)
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Credenze e superstizioni tra i soldati della Grande Guerra

    Contributo pregno e ricco di informazioni incredibili,parte bene il forum.

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Credenze e superstizioni tra i soldati della Grande Guerra

    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada Visualizza Messaggio
    La tipologia di questi atti variava da semplici credenze popolari a vere e proprie formule magiche fino alla creazione di veri e propri amuleti conservati gelosamente.
    L'oggettistica personale dei soldati italiani comprendeva infatti arnesi non propriamente catalogabili come souvenir: la loro apparente "innocenza" celava in realtà una simbologia apotropaica.

    L'uso era svariato, ma comune era l'abitudine di custodire con la massima cura tali oggetti, quasi avessero un'anima propria. Alcuni proteggevano dalle malattie, come le pietre rossastre, i diaspri, portate sempre con sé per prevenire gravi emorragie, la causa più frequente di morte in battaglia.
    Gli amuleti più comuni erano però quelli contro il malocchio e la sfortuna. Diffusissimo era il classico corno di corallo partenopeo, che doveva essere appartenuto ad altri, ma non regalato, bensì trovato per caso o anche rubato. L'oggetto, tenuto in mano e toccato, era il miglior rimedio contro gli jettatori. Gli ufficiali, per distinguersi dal volgo, avevano varianti più nobili: ho letto che un graduato calabrese, per esempio, portava appesa al collo, in un astuccio, una piccola croce di legno d'agrifoglio, ritenuto legno stregonio.



    Erano molto diffusi anche gli amuleti per propiziare la buona sorte. Frequente la presenza di quadrifogli e di baccelli di pisello con nove semi (spesso seccati e conservati), e le raffigurazioni di gobbetti o strani animali. Nei ricoveri, si appendevano ferri di cavallo (anche questi dovevano essere stati trovati o rubati).
    Molto diffusa era l'usanza di tenere con sé un chiodo di ferro (toccare ferro). Il "culto" di tale oggetto ha origini antichissime e si fa risalire all'usanza di infiggere chiodi negli idoli come memento delle preghiere a loro rivolte e alla credenza che tali chiodi portassero fortuna. La scomoda punta del chiodo, poi, consigliava ai soldati di curvarlo a foggia di ferro di cavallo, potenziandone così indirettamente gli effetti anti-jella.

    Molti soldati abruzzesi portavano un sacchetto con la terra del paese natio. Al momento dell'assalto, prendevano un pizzico di questo terriccio e lo gettavano alle spalle. I lombardi preferivano avere nei sacchetti schegge bruciate del ceppo natalizio, altri credevano nelle virtù propiziatorie di sacchetti contenente intonaci staccati da cappelle votive o chiese. Erano diffusi anche i simboli, soprattutto il numero tredici, cui era attribuita un'attività malefica che si esorcizzava portandolo addosso, magari racchiuso in un cerchio d'argento.

    Amuleti molto particolari erano le icone dei santi e le preghiere propiziatorie. Frequentissima era una formula, spesso trascritta dagli stessi soldati su pezzetti di carta, che diceva: "Chi porta addosso questa lettera è sicuro di non essere colpito dai colpi di fucile e di granate. In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Gesù Cristo io ti supplico di proteggermi. Proteggimi dalle palle nemiche. Sant'Antonio liberateci dai nemici. Vergine Maria custoditemi. In nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Tre Pater ed Ave."
    In altri casi le preghiere erano accompagnate da velate minacce: i soldati dovevano diffonderla ad altre persone pena gravi sciagure se avessero interrotto la catena. Il testo chiudeva con la frase: "... Questa preghiera deve essere scritta durante nove giorni e mandata a nove persone diverse, a cominciare da colui dal quale è stata ricevuta. Chiunque si rifiuterà, riceverà grandi castighi. Non rompete la catena!"

    Il fatto che questi testi fossero spesso rinvenuti tra gli oggetti personali dei caduti, avrebbe dovuto far dubitare della loro efficacia. D'altra parte riti, gesti apotropaici e amuleti avevano un importante ruolo psicologico per il soldato che, proiettato in un mondo orribile e totalmente estraneo, spesso era vittima di nevrosi e shock bellico.


  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Credenze e superstizioni tra i soldati della Grande Guerra

    (...)

    Nessun ufficiale poteva ribellarsi agli ordini superiori. La disciplina era una delle regole ferree dell’esercito regio. Chiunque osava mettere in discussione le strategie militari di Cadorna, incappava nel siluramento del generalissimo. Non si salvarono generali di grosso spessore, come Giuseppe Venturi, il conquistatore del Sabotino e del Passo della Sentinella. Così racconta il suo “siluramento”il nipote Paolo Caccia Dominioni:

    “ <…> In agosto comandava la 14° divisione, proprio a contatto della mia 4° e anche lui doveva attaccare Castagnevizza. Gli ordini erano per il solito attacco frontale. Lui si oppone, dice che non vuole massacrare migliaia di uomini per rispetto a una teoria quando è possibile, con un po’ di scaltrezza, sfruttare i fianchi del nemico. Succede un pandemonio: stavolta la protezione del cugino generale Porro non ha salvato Venturi dal siluro di Cadorna.”.

    La grande fermezza del generale Venturi appare anche dalla pagine del già citato De Simone:

    “<…> anche il duca d’Aosta, per non essere da meno agli occhi del re , concesse al colonnello Badoglio, per l’azione del Sabotino, la nomina a maggior generale. Ben altro meritava Badoglio, visto che il suo diretto superiore in quell’azione, il generale Giuseppe Venturi, lo voleva deferire alla corte marziale per aver abbandonato la testa della colonna a lui affidata, dopo la conquista del monte. Badoglio aveva l’ordine di proseguire l’avanzata verso San Valentino, invece se ne andò sostenendo che la sua missione era finita. Quando, quella sera stessa, Capello chiamò al telefono Venturi per ordinargli di proporre Badoglio all’avanzamento per meriti di guerra questi si rifiutò:
    - Dovrei denunciarlo – disse.
    - Va bene. Allora se non lo proponi tu lo proporrò io – fece Capello.
    Badoglio viene nominato comandante del XXVII corpo d’armata.”.


    Ma il grande siluratore, si mostrerà anche come incomparabile superstizioso. È interessante notare il caso del Generale Mambretti, comandante in capo della 6° Armata. Così lo descrive il colonnello Gatti, aiutante del generalissimo:

    “E’ una persona tutt’altro che antipatica, ma in tutto l’esercito, quando si parla di lui, si fanno gli scongiuri. Tutte le azioni alle quali ha preso parte sono andate male. Ora questo non conterà per le menti superiori: ma per il giovinetto ufficiale, ma per il soldato, conta e molto.”.

    La tesi di Gatti circa la superstizione dei soldati, viene spiegata in modo esemplare da Piero melograni nel suo “Storia politica della grande guerra”. Non è mia intenzione dilungarmi troppo su questo aspetto, mi basterà ricordare un richiamo cabalistico molto usato dai soldati che, prima di sparare, sputavano tre volte per terra e, in fase di mira pronunciavano tre parole: Metor, Saler, Palar. Non si contano inoltre vari tipi di amuleti e di scongiuri che dovevano garantire al combattente l’invulnerabilità. Ritorniamo però al caso di Mambretti.

    Il 17 giugno 1917, dopo che il 10 era iniziata in modo disastroso causa le avverse condizioni del tempo la battaglia dell’Ortigara, Cadorna scrive ai familiari:

    “Il tempo, è bello e caldo. Domani M. ritenta l’operazione. Speriamo che egli riesca anche a sfatare la deplorevole leggenda di jettatore che gli hanno fatto. È una stupidaggine, ma in Italia compromette la reputazione e il prestigio. Figurati che, quando saltò prematuramente quella mina alla vigilia della fallita operazione, attribuirono la cosa alla sua jettatura!”.


    Immagine tratta dal sito http://turismo.provincia.vicenza.it/

    Tre giorni più tardi Cadorna comunica alla moglie il fallimento dell’operazione, anche se gli alpini erano riusciti a conquistare la cima del monte maledetto. Il 25 giugno, con un attacco a sorpresa, gli austriaci riconquistarono anche la vetta.

    “La jettatura ha voluto esercitarsi fino all’estremo. Gli Austriaci, dopo una gran preparazione di artiglieria, hanno assalito e ci hanno preso l’Ortigara, malgrado una difesa strenua. <…>Ieri l’ho telegrafato a Lello e dice anche lui di non più ricominciare perché, quando i soldati vedono M. fanno gli scongiuri. In Italia purtroppo questo pregiudizio costituisce una grande forza contraria <…>.”

    Mambretti si era conquistato grandi meriti nella seconda fortunata fase della battaglia degli altipiani, ma la sua fama di jettatore veniva da lontano, dalla battaglia di Adua, alla quale aveva partecipato con i gradi di capitano e da altri sfortunati episodi legati all’avventura coloniale italiana in Libia. Ora dopo i suddetti insuccessi, anche l’Ortigara. Cadorna ancora alla moglie il 13 luglio:

    “La fama di M. cresce tutti i giorni ed ormai non può comparire in alcun luogo senza che soldati e anche comandanti facciano i più energici scongiuri. Ne sono seccatissimo perché se gli affido una operazione offensiva non può riuscire perché tutti sono persuasi che non riesce. E capirai che non posso cambiare un comandante solo perché ha questa fama. Certo si è, per chi ci crede, le ha avute tutte: il mal tempo, scoppio della mina il giorno prima, che uccise tutti gli ufficiali di due battaglioni che dovevano andare all’assalto, pare tiri corti della nostra artiglieria ecc. Pare che si era già fatto quella fama in Africa, dove aveva voluto andare lui invece di seguire la sua sorte”.

    Dopo due giorni Mambretti fu destituito:

    “Ed ora vi devo dare una notizia ben dolorosa, cioè devo liquidare M. dal comando. Dall’inchiesta che ho fatto sull’ultima offensiva, che fu un vero fiasco malgrado la grande abbondanza di mezzi, emergono delle responsabilità anche sue. Egli ha perduto la fiducia delle truppe anche per quella sua maledetta jettatura”.

    Pare che il motivo della sua destituzione fosse proprio e soltanto questo. È di questo avviso Rino Alessi nel suo Dall’Isonzo al Piave, quando spiega in modo inequivocabile che i comandanti in sottordine avevano interpretato l’improvviso irrompere del cattivo tempo come un segno della mala sorte che accompagnava dovunque il Mambretti.

    (...)

    http://www.biblio-net.com/storia/il_fronte_italiano.htm

    Da La grande guerra sul fronte italiano: aspetti di vita di trincea di L. Raito - Dal sito http://www.biblio-net.com/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 14-04-09 alle 02:07
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    Predefinito Riferimento: Credenze e superstizioni tra i soldati della Grande Guerra

    Consorzio Culturale del Monfalconese - Approfondimenti tematici
    RELIGIONE IN TRINCEA
    a cura di Alessandro Magnifici

    La fede e la guerra

    Tra superstizione e religiosità in trincea

    I fanti che popolarono le trincee avevano uno stretto legame con la propria terra natia; erano uomini semplici legati ai costumi del proprio paese di origine. La trincea, questa striscia di terra stretta e profonda, ospitò uomini totalmente diversi tra loro; in essa la forte mescolanza culturale portò ad una diffusione promiscua di credenze, usanze e leggende di differente provenienza; inoltre, la guerra e lo stress, cui erano sottoposti i combattenti, alimentarono il nascere di una serie di particolari rituali e scaramanzie. La propagazione di tali riti fu, dunque, favorita dall’intima coesione che caratterizzava “il piccolo mondo delle trincee”, in cui il soldato – come scrive A. Gemelli – “pensa poco. Il suo spirito lavora senza oggetto, e diviene preda dei sogni, delle leggende, delle voci più strane e assurde” (Gemelli, 1918).


    Formule magiche e amuleti
    La tipologia dei rituali era varia: passava da semplici credenze popolari a vere e proprie formule magiche, fino alla creazione di amuleti gelosamente conservati. Lo stesso fucile, soprattutto se aveva già ucciso un nemico, e le immagini sacre, tenute presso di sé, avrebbero propiziato le forze nemiche. Scrive Cesare Caravaglios: “Un mio soldato aveva scavato nel parapetto della trincea una piccola nicchia, in cui aveva collocato un quadretto con l’immagine di S. Giuseppe, dinanzi al quale manteneva costantemente accesa una candela; presso il quadro era depositato un gruzzolo di denari, formato con le offerte che egli raccoglieva tra i compagni di trincea… nessuno avrebbe mai osato impossessarsi di quel denaro” (Caravaglios, 1935). Le preghiere indirizzate poco prima di un attacco a determinati santi - magari a quelli venerati nel proprio paese - e i gesti scaramantici riuscivano a dare al soldato tranquillità e sicurezza ed erano espressione di una profonda e tradizionale dimensione religiosa, più che di mera superstizione.


    Redipuglia, Sacrario Militare - Immagine tratta dal sito http://farm3.static.flickr.com/

    Riti scaramantici

    Uno degli atti propriamente scaramantici, riportato dallo stesso Caravaglios, era il grido collettivo “Savoia!”, che nel corso della guerra venne abolito per evitare di preannunciare al nemico l’imminenza dell’assalto. Il fante, tuttavia, sentiva il bisogno di rivolgersi a un’entità che lo proteggesse e gli desse coraggio. Frequenti furono così le invocazioni a vari santi protettori, quali “Sant’Antonio!, San Damiano!, Madonna d’o Carmine!”, o altri riti come il baciare le lettere, le immagini o le medagliette sacre ricevute da casa. “Prima di lanciarmi avanti alla testa della mia compagnia, bacio le vostre sacre immagini, le ultime lettere che mi avete scritto, la medaglietta d’oro che ho riposto nel portafogli, tutti i tuoi ricordi… Sento che non mi succederà nulla di grave” (Omodeo, 1934). Riguardo alla presenza di oggetti religiosi tra i fanti in trincea e alla funzione loro attribuita, scrive Mussolini: “…La medaglia religiosa è in diminuzione. Nei primi tempi era un imperversare di immagini sacre. I soldati ne portavano al collo, al polso, sul berretto, nelle dita a foggia di anello. Tutto ciò va cadendo in disuso. La tragica esperienza delle prime linee ha insegnato che un amuleto vale l’altro, che il cornetto vale una medaglia; e un gobbo d’avorio un Sant’Antonio. L’ultima trovata in materia di “scongiuri” è quella di toccarsi le stellette…” (Mussolini, 1961). In un ambiente precario come la trincea, dove tutto era indiscutibilmente provvisorio, anche semplici coincidenze rappresentavano solide certezze per il fante, come risulta da questa testimonianza: “Io sono nato di venerdì ed era evidente che non dovevo aver fortuna. Il giorno stesso, mia madre morì. Il giorno in cui mi han chiamato sotto le armi era di venerdì; venerdì il giorno del mio primo combattimento. Quando sono stato ferito la prima volta, era un venerdì e venerdì quando sono stato ferito la seconda volta. Vedrete che mi uccideranno un venerdì” (riportato in Lussu, 1945). Anche il canto di alcuni animali, quale quello della civetta, o una stella cadente erano per i soldati un chiaro segno di sventura, il preavviso di morte vicina. Vittima, nel secondo caso, sarebbe stato colui il quale avesse visto per primo la scia della stella. Il predestinato si sarebbe potuto salvare solo se fosse riuscito a farsi, per tre volte, il segno della croce, durante l’apparizione luminosa. Ma non tutti reagivano allo stesso modo. Accanto a chi scriveva a casa di far celebrare messe per la sua salvezza, o a chi pregava, vi era qualcuno che invece bestemmiava (Revelli, 1977).


    Diffusione dei riti

    La superstizione non era un fenomeno circoscritto ai soli meridionali. Accadeva spesso che al momento del pericolo i soldati piemontesi pronunciassero la formula magica “Samel Arant, Samel Su” e gli abruzzesi prendessero dal sacchetto portato sul petto un pizzico di terra del paese natale e lo gettassero dietro le spalle. Altri, per salvarsi dai colpi nemici, portassero tre piselli rotti in tre pezzi, racchiusi in tre sacchetti, riposti in tre diverse tasche e li spostassero ogni giorno dall’una all’altra. Accendere la sigarette in tre con lo stesso fiammifero era proibito: il più piccolo dei tre sarebbe morto. Bisogna sottolineare che questi “riti”, quasi maniacali, non erano diffusi solo tra i soldati semplici e gli ufficiali inferiori, ma anche tra gli alti ufficiali. Lo stesso generale Diaz “s’abbandonava ad una leggera mania che era quella di raccogliere quanto trovava per strada: spaghi, chiodi, bottoni, aghi, ferri di cavallo… Ne riempiva i suoi cassetti, nei quali sapeva mettere le mani solo lui. Diceva che quegli oggetti portavano fortuna… Era sicuro della sua fortuna senza sapere esattamente perché…” (Artieri, 1951). In un mondo in cui il sottile confine tra la morte e la vita era stato sconvolto, la religione e la superstizione si mischiarono profondamente.

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    Predefinito Riferimento: Credenze e superstizioni tra i soldati della Grande Guerra

    Per affinità tematica, aggiungo un contributo sul "Milite Ignoto"... fra gli aspetti rivelatori di un diverso modo, antropologicamente rilevante, di concepire la morte.

    Il Milite Ignoto

    Pochi forse sono a conoscenza delle circostanze che condussero alla designazione degl'ignoto caduto da far assurgere a simbolo di tutti i caduti e dispersi in guerra. L'esigenza di avere, quale punto di riferimento per tutte le generazioni future, un simbolo di virtù e gloria, era particolarmente sentito al termine della Prima Guerra Mondiale. L'Italia infatti era tra i pochi paesi europei a non avere un mausoleo dedicato alla figura di un eroe sublime e puro che racchiudesse in sè tute le migliori virtù del soldato italiano. Si arrivò così al 20 Agosto 1921, data nella quale il ministro della guerra, on.Gasparotto, emanò le prime disposizioni per la pianificazione ed organizzazione delle " solenni onoranze alla salma senza nome di un soldato caduto in combattimento alla fronte italiana nella guerra italo-austriaca 1915-1918". Il ministro dispose la costituzione di una commissione, presieduta dal Ten.Gen. Paolini (ispettore per le onoranze alle salme dei caduti) e della quale dovevano far parte il col. Paladini (capo ufficio dell'ispettorato stesso), un ufficiale superiore medico designato dall'ispettore e quattro ex combattenti (un ufficiale, un sottufficiale, un caporale e un soldato) designati dal sindaco di Udine. Circa l'esumazione della salma, le disposizioni prescrivevano che le ricerche dovessero essere effettuate nei tratti più avanzati dei principali campi di battaglia: Monfalcone, S.Michele, Gorizia, Alto Isonzo, Cadore, Asiago, Pasubio, Tonale, Monte Grappa, Montello, Capo Sile, designando, per ciascuna zona, una salma di esumarsi alla presenza della commissione. Le salme dovevano essere collocate in bare di legno grezzo, di forma e dimensioni identiche, fatte allestire a Gorizia. Per ogni esumazione doveva redigersi un processo verbale per evidenziare tutte le cautele adottate. Le operazioni dovevano concludersi entro il 27 Ottobre e, per la stessa data, dovevano essere fatte giungere alla cattedrale di Aquileia; la cerimonia era fissata per il successivo giorno 28 e prevedeva, dopo la benedizione di tutte le salme, che la madre di un caduto non riconosciuto avrebbe designato la bara da prescegliere. Per questo triste compito fu designata una popolana di Trieste, Maria Bergamas, il cui figlio Antonio aveva disertato dall'esercito austriaco per arruolarsi volontario in quello italiano, cadendo in combattimento senza che il suo corpo fosse identificato. Al termine, la cassa con il " Milite Ignoto" doveva essere collocata in una cassa di zinco e quindi racchiusa in una bara speciale fatta allestire dal ministero della guerra ed inviata, per l'occasione, ad Aquileia. Quanto alle salme dei rimanenti dieci soldati ignoti veniva disposto che rimanessero fino al 4 Novembre nella cattedrale di Aquileia, vegliate da un picchetto d'onore e quindi tumulate, in forma solenne, nel cimitero retrostante la cattedrale stessa. Per il trasferimento a Roma del feretro, si dispose l'allestimento di un treno con in testa un carro speciale sul quale doveva essere collocato un affusto di cannone, e su questo la bara.

    Il sindaco di Udine, cav. Luigi Spezzotti, in virtù della delega conferitagli dal ministro della guerra,designò quali membri della commissione presieduta dal te. gen. Paolini, il ten Tognasso cav.Augusto di Milano, mutilato con 36 ferite, il sergente Giuseppe de Carli di Tiezzo di Azzano, medaglia d'oro, il caporal maggiore Giuseppe Sartori di Zuliano, medaglia d'argento e medaglia di bronzo, il soldato Massimiliano Moro di santa Maria di Sclaunicco, medaglia d'argento. A latere di questi membri effettivi il sindaco designò quattro membri supplenti, col. Carlo Trivulzio e serg. Ivanoe Vaccaroni, entrambi di Udine, caporal maggiore Luigi Marano di Persearano e soldato Ludovica Duca di Pozzuolo, per assicurare l'ininterotto funzionamento della commisione. Per l'attuazione del compito, la commissione si riunì il 2 Ottobre nella sede dell'ufficio per le onoranze ai caduti in guerra a Udine (via Palladio, palazzo Caiselli).


    Al termine della riunione, la commissione, attraverso il ponte della Priula, Bassano e percorrendo tutta la Val Sugana, giunse a Trento. Non avendo trovate salme insepolte sui monti circostanti Rovereto, la commissione decise di designare una delle salme dei soldati senza nome già tumulate in un cimitero di guerra trentino. Il lavoro di esumazione fu lungo e delicato. Agli occhi della commissione apparve un fante "in atto di tranquillo e sereno riposo", composto nella sua divisa e con indosso le giberne. Avvolto nel tricolore, i resti del caduto furono deposti entro una delle undici bare e il capo fu poggiato su un cuscino di rami di pino.

    Attraverso il Pian delle Fugazze, e le Porte del Pasubio, la commissione raggiunse un grazioso cimitero allestito nelle vicinanze delle preesistenti trincee. Con le stesse modalità venne riesumata una salma che, su richiesta del sindaco di Schio, fu trasportata nella chiesa parrocchiale affinchè la cittadinanza potesse tributarle onori. In particolare gli onori di quelle spose che "...con il cuore straziato accarrezzavano con infinito amore le teste dei bimbi, che negli ochhi portavano l'immagine del padre defunto". Da Porte del Pasubio a Bassano. Qui le salme furono sistemate nella Casa del Soldato che per la circostanza venne trasformata in camera ardente.

    Le ricerche successive furono compiute sulla'Altopiano di Asiago. La ricognizione del campo di battaglia rivelò l'esistenza di una croce seminascosta da una parete di roccia. Per la prima volta la commissione rinvenne i resti di un caduto sfuggiti alle pur capillari ricerche dei funzionari addetti alle onoranze dei caduti. I poveri resti erano completamente vestiti e il corpo avvolto in una mantellina quasi a proteggerlo dal deturpante contatto con la terra. L'uniforme ad una prima osservazione non rivelò segni atti all'identificazione ma, ad un più attento esame, evidenziarono la presenza di una piastrina cucita all'interno della giubba. Il tempo e le intemperie avevavno già iniziato l'opera di corrosione del metallo, tuttavia venne inviata ad un laboratorio per accertare se, con taluni processi chimici, fosse possibile deifrarne le scritte. Dietro un albero crivellato di colpi, un'altra croce e sotto di essa altri resti. L'esame la fece identificare come appartenente ad un soldato austriaco e poichè la morte non poteva creare barriere, ne venne tentata l'identificazione con la speranza che il ritrovamento potesse essere di conforto ad una madre. La ricerca fu inutile e i miseri resti furono inumati accanto ad altri caduti austriaci.

    Un groviglio di filo spinato fece presumere che in origine fosse ststa allestita la difesa di un tratto di trincea probabilmente presidiato. In un crepaccio di roccia due cadaveri con a fianco le armi e nelle giberne ancora le cartucce. L'esame dei resti e delle uniformi non rivelò nessun elemento che potesse condurre alla loro identificazione. Alla sorte fu affidato il compito di designare quale delle due dovesse essere traslata ad Aquileia.

    Il Grappa fu la successiva tappa. In una valletta fu rinvenuta una croce e la relativa salma non presentò segni di identificazione.

    Sul Montello non venne rinvenuta nessuna salma essendo state tutte già recuperate e collocatein un cimitero di guerra. Venne perciò nuovamente affidato alla sorte il compito di desegnare una fossa tra quelle dei caduti senza nome già tumulati. Fu recuperata una cassa corrosa dal tempo e dalle intemperie. Il cadavere, pietosamente ricomposto nella bara di legno, fu trasportato, unitamente agli altri, a Conegliano. Qui vegliati dalla cittadinanza, trascorsero la notte in un piccolo antico tempio cittadino.

    Nel Basso Piave ove fanti e marinai fianco a fianco operarono per la difesa dalle insidie provenienti dal mare, la commissione esumò una salma che raggiunse le altre in attesa nel tempietto di Conegliano.

    Successiva meta della commissione: Udine. All'ingresso della città le bare furono collocate su affusti di cannone e, attraverso due ali di popolo, furono sistemate nel tempio della storica torre che, dall'alto del colle da cui si erge, domina tutta la città.

    Successiva tappa della commissione fu l'Ampezzano, raggiunto da Tolmezzo attraverso il Passo della Mauria, Pieve di Cadore e Cortina. i campi di battaglia delle Tofane e del Falzarego furono ricogniti inutilmente. Il commissariato onoranze ai caduti aveva già fatto un ottimo lavoro di recupero e sepoltura.. Da un grazioso e pittoresco cimitero di guerra, costruito all'ombra degli abeti, fu esumata una nuova salma che, dopo la benedizione nella parrocchia di Cortina, raggiunse a Udine gli altri commilitoni.

    Da Udine a Gorizia. Come anni prima fu ripercorsa dai caduti ignoti la strada che dalle retrovie portava alle località più avanzate del campo di battaglia. Le salme fecero il loro ingresso nella chiesa di Sant'Ignazio e lì ricevettero l'omaggio della popolazione e attesero l'arrivo dei nuovi compagni.

    La commissione, risalendo l'Isonzo, raggiunse la cima del Rombon e, dopo lunghe ricerche, dietro una parete di roccia rinvenne una croce senza nome. Rimossa poca terra e pochi sassi, un cranio. si continuò a scavare nella direzione indicata dalla posizione del viso e apparvero subito le ossa disarticolate di un fante ancora rivestito della sua uniforme. nessun elemento lasciò pesumere una possibilità di identificazione. Era soltanto un soldato d'Italia. Pietosamente ricomposto, fu portato a Gorizia. Mancavano ancora tre salme per completare l'opera.

    Le successive ricerche vennero condotte su quel colle che fu un vero calvario per i fanti: il Monte S.Michele. Alle falde del S.Marco fu rinvenuta una rozza croce di legno senza scritte e sotto di essa riposava sereno un fante che impugnava ancora la sua arma. nessun indizio per l'identificazione e una nuova bara andò ad aggiungersi alle altre già affidate alla pietà dei goriziani.

    Castagnevizza fu la successiva tappa della commissione e proprio a Castagnevizza un palo di legno spezzato e del filo spinato suggerirono l'ipotesi dell'esistenza di resti sepolti sotto zolle di terra smossa perchè sottoposta a bombardamento. E mentre il maggiore medico Nicola Fabrizi procedeva alla ricomposizione dei poveri resti, ci si accorse delle diverse dimensione di due arti. Fu scavato ancora e venne alla luce la salma di un altro caduto. La chiesa di Sant'Ignazio accolse la nuova bara alla quale tributò fiori e riconoscenza.

    Ultima tappa, il tratto di campo di battaglia da Castagnevizza al mare. Quale punto di riferimento fu preso il corso del Timavo. Le ricerche portarono alla scoperta di una croce di legno quasi completamente distrutta dal tempo e l'ultimo degli eroi senza nome fu traslato a Gorizia.

    Il Milite Ignoto

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    Predefinito Credenze e superstizioni tra i soldati della Grande Guerra

    Molti studiosi dei fenomeni della Grande Guerra hanno rilevato il carattere superstizioso del soldato italiano; non soltanto di quello illetterato. Oltre al classico uso di orpelli e aggeggi vari per gli scongiuri, i soldati erano soliti ricorrere a personali interpretazioni della religione cattolica (la qual cosa era annotata molto spesso nelle memorie dei cappellani militari al seguito delle truppe). Molte manifestazioni pseudo-religiose inerenti alla vita in trincea, si configuravano, in realtà, come rituali legati alle credenze popolari, magari tramandati di padre in figlio.
    Non sono mai stati fatti, se non in trattazioni accademiche, studi approfonditi sul persistere di un fenomeno popolare, legato sicuramente a tempi di grande ignoranza.

    La guerra, certamente, fu un eccezionale banco di prova e di sperimentazione per l'allora giovane scienza psicologica. Infatti, le situazioni di grave stress cui erano sottoposti i soldati, causavano il nascere di tutta una serie particolare di nuovi rituali.
    La caratteristica dello scongiuro di guerra era quella di dover essere proferito leggendo un "codice" portato addosso (un nastrino o una fascetta) recante l'iniziale delle parole magiche. Ogni nastrino portava una specializzazione particolare. Talora serviva a "far tirare bene il cannone", oppure "a far tirare male il nemico". Spesso la formula rituale era proferita con tipiche gestualità e con intonazione di parole arcane: caratteristico il rito piemontese del Samel Arant, Samel Su, recitato per proteggere dalle ferite gravi (quelle lievi erano talvolta gradite). Padre Gemelli ricorda un soldato che aveva con sé un vero e proprio prontuario anti-jella che recitava: "non portare con te temperini a sette lame, cambiali con quelli a tre o nove lame - durante l'assalto metti in tasca carte da gioco".



    La fanteria italiana, per organizzazione militare, combatteva spesso in nuclei omogenei caratterizzati dalla difficoltà d'interscambio conoscitivo con altri commilitoni. La creazione di queste "famiglie di combattenti" causava una specie di contagio psichico superstizioso, difficile da sradicare. Inoltre, la presenza di soldati provenienti da regioni diverse facilitava la diffusione delle credenze popolari. Gli stessi ufficiali tolleravano queste manifestazioni, magari sorridendo (ma talvolta aderendovi) in nome di un possibile effetto positivo sull'efficienza dei combattenti. Il contatto con il pericolo e la familiarità con la morte, inoltre, furono motori incredibili per lo sviluppo di nuove tecniche rituali, sconosciute prima del conflitto.

    La superstizione, per accezione comune, viene fatta risalire alla pratica di una religiosità ancestrale, quasi animistica, dove non esiste dimensione metafisica e dove sono ben presenti i contrasti tra Bene e Male, Fortuna, Fato e Sfortuna ecc. Le pratiche di tale manifestazione possono essere di tipo cognitivo se indirizzate alla presunta spiegazione logica di fenomeni di difficile interpretazione. In tale categoria si annoverano solitamente le cosiddette "credenze popolari", molti luoghi comuni diffusi e diversi aforismi della saggezza del volgo.
    Altre pratiche possono essere più specificatamente spicciole, rituali, gestuali (definibili come comportamentali), ovvero strumenti con i quali s'intende influenzare forze occulte e avverse della natura. Tra queste ricordiamo, con un sorriso, il ripetuto sfregamento dei genitali maschili comune tra soldati e ufficiali combattenti sull'altopiano d'Asiago, quando compariva alla loro presenza il povero, ignaro, generale Ettore Mambretti. Per qualche oscuro motivo egli possedeva fama di jettatore e i fatti bellici da lui guidati certo non contribuirono a sfatare la leggenda. Altro gesto da annoverare in tale categoria è il tocco della "gobba" di qualche soldato, comparso casualmente in linea. I gobbi erano invero rarissimi, quarte categorie sanitarie, spesso riformati o addetti a mansioni secondarie. Vederli in linea in qualche corvè era raro come trovare un quadrifoglio ... in trincea.



    Il soldato italiano in guerra presentava, inoltre, rituali collettivi (frutto di tradizioni acquisite nella vita borghese e trasportate al fronte) e individuali. Questi ultimi erano diffusi anche tra persone ritenute generalmente colte, che, magari, si vergognavano di farle notare, ma che ne erano talmente condizionati da farsi regolarmente scoprire. Alcune pratiche collettive avevano ragioni logiche. La storia dei tre fiammiferi, per esempio: si raccontava che il terzo soldato che accendeva una sigaretta (non importa se con un terzo fiammifero o con lo stesso iniziale) doveva morire. In effetti, il tempo tra la prima accensione e la terza era quello sufficiente ad un cecchino di media bravura per prendere la mira e far fuoco contro la fiammella.
    Altre superstizioni, per così dire internazionali, erano il toccarsi le stellette (o le mostrine) alla comparsa di qualche jettatore o presunto tale. Probabilmente il gesto si era diffuso nel tentativo di dare una dimensione più fine alla pratica descritta sopra con il generale Mambretti. Talora francesi, inglesi ed italiani ritenevano che sognare una corriera o un'autoambulanza volesse significare un sicuro presagio di morte. Identico presagio era l'incrociarsi in due con una candela accesa in mano (capitava spesso in galleria).

    Materiale scovato qua e là in rete

  8. #8
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    Predefinito Credenze e superstizioni tra i soldati della Grande Guerra

    Una leggenda molto diffusa raccontava che Sant'Antonio da Padova, vestito da monaco, era apparso in trincea prevedendo la fine della guerra per l'Agosto 1916. Altre credenze popolari spesso citate dai soldati erano legate a strani fenomeni meteorologici o celesti. La congiunzione di Giove e Venere nell'inverno del 1915, la comparsa di aloni di fuoco attorno alla luna, meteoriti, la luminosità di Venere il mattino erano causa di racconti emozionanti: i soldati di una brigata meridionale sul Carso riferirono di avere notato una grande stella tricolore in cielo, alpini in montagna riferivano di aver visto una stella fiammeggiante come la vittoria.

    Le credenze popolari, inoltre, si sviluppavano attorno al filone delle profezie, citando spesso Don Bosco come profeta, e si esprimevano nella certezza di apparizioni. L'apparizione più autorevole fu certamente quella di papa Pio X in persona. Era comparso a un pastorello innocente con le fattezze di un vecchio venerando. Il fanciullo, sbigottito, aveva raccontato al padre l'accaduto ricevendo l'ordine di donare al vecchio quante pecore desiderava. Nel corso di una seconda apparizione, Pio X sceglieva quattro pecore, ne buttava tre in un precipizio e portava con sé, a spalla, la quarta. Naturalmente la quarta pecora era metafora della nazione italiana, unica da salvare tra quelle belligeranti.

    Sull'altopiano di Asiago numerosi italiani asserivano di aver visto la Madonna in persona aggirarsi con fare materno nella terra di nessuno. Erano leggende create dall'immaginario delle sentinelle, sveglie nel relativo silenzio delle notti di vedetta, oppure erano trasfigurazioni di un oscuro e ignaro monito bellico.

    Credenze popolari molto diffuse erano poi quelle legate ai raduni di caduti-fantasma sui luoghi delle battaglie, leggende comuni a tutti i belligeranti. Non è escluso che fuochi fatui da combustione di sostanze in putrefazione evocassero impressioni di raduni di grotteschi spettri.


  9. #9
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    Predefinito Rif: Credenze e superstizioni tra i soldati della Grande Guerra

    Povera gente, poveri uomini mandati al macello con i cappellani militari che prima dell'assalto li benedivano con la grappa fatta ingurgitare ai giovanissimi italiani preparati a morire. Davanti gli austriaci che inesorabilmente ne falciavano le vite e dietro i carabinieri. Avanti Savoia vergognosi, siete la peggiore casata che doveva regnare sulla penisola.
    E quel nano incapace e inetto che ha ignorato le offerte Austroungariche. Quanti morti quante sofferenze per nulla! MA TUTTO QUEL DOLORE A COSA è SERVITO? Sicuramente a creare i presupposti per la Seconda Guerra Mondiale. Piango per tante vite inutilmente immolate sull'altare di una patria mai realmente esitita, affinchè nulla di simile possa ancora succedere! Sono sempre le classi più deboli a pagare con la vita, dolore a dolore!

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    Predefinito Rif: Credenze e superstizioni tra i soldati della Grande Guerra

    Citazione Originariamente Scritto da sideros Visualizza Messaggio
    Povera gente, poveri uomini mandati al macello con i cappellani militari che prima dell'assalto li benedivano con la grappa fatta ingurgitare ai giovanissimi italiani preparati a morire. Davanti gli austriaci che inesorabilmente ne falciavano le vite e dietro i carabinieri. Avanti Savoia vergognosi, siete la peggiore casata che doveva regnare sulla penisola.
    E quel nano incapace e inetto che ha ignorato le offerte Austroungariche. Quanti morti quante sofferenze per nulla! MA TUTTO QUEL DOLORE A COSA è SERVITO? Sicuramente a creare i presupposti per la Seconda Guerra Mondiale. Piango per tante vite inutilmente immolate sull'altare di una patria mai realmente esitita, affinchè nulla di simile possa ancora succedere! Sono sempre le classi più deboli a pagare con la vita, dolore a dolore!
    Se tu pensi di ignorare il tuo passato con questo insopportabile piagnisteo in stile piena retorica comunistarda, beh..
    Preferisco di no.

 

 
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