Uno dei rivelatori più immediati e sicuri di una identità di origine e di un comune percorso storico e culturale sono le lingue parlate, le loro caratteristiche e i residui lessicali in esse contenuti. Le lingue finiscono per costituire una sorta di codice genetico persistente, un infallibile “DNA culturale” che fa generalmente preferire agli studiosi di geografia umana il termine “etno-linguistico” a quello “etnico” o “razziale” nella classificazione delle popolazioni.

Nelle lingue parlate e nella toponomastica (e nella loro storia) possono essere rintracciati gli elementi che permettono di ricostruire tutti quei collegamenti storici e quelle parentele genetiche che hanno dato vita ai gruppi umani contemporanei. Se l’apporto genetico latino è stato del tutto trascurabile nelle vaste regioni celtiche della metà occidentale dell’Impero (Gallia transalpina e cisalpina, Iberia e Britannia), la “colonizzazione” romana ha invece fortemente condizionato la cultura ma soprattutto la lingua delle popolazioni di queste regioni.

In particolare, lo scontro-incontro fra le culture celtiche e quella latina ha dato origine alla formazione della famiglia delle lingue cosiddette Gallo-romanze (o Celto-romanze) che si distinguono e fanno da tramite fra quelle Celtiche (che sono rimaste praticamente impermeabili all’apporto latino) e quelle Romanze meridionali che sono invece le eredi più dirette e coerenti del latino, pur avendo anch’esse subìto notevoli influenze centro e nord-europee soprattutto nel campo dell’acquisizione di vocaboli.

Le lingue Celto-romanze hanno in comune molti elementi sia sintattici che fonetici. Fra i primi: la costruzione delle frasi, l’uso dei tempi, le forme di negazione, la “localizzazione” dei verbi (come nelle lingue anglosassoni), il rafforzamento dei dimostrativi eccetera. Fra i secondi: le cosiddette vocali “celtiche” e i fonemi palatali (del tutto assenti nelle lingue romanze vere e proprie), la caduta o la desonorizzazione delle vocali finali, lo scempiamento delle doppie consonanti eccetera.

Esse sono distinte dagli studiosi della materia in: Francese, Vallone, Occitano, Portoghese, Gallego, Catalano, Arpitano, Gallo-italico o Padano (o Padanese, comprendente Piemontese, Lombardo occidentale e orientale, Ligure, Emiliano e Romagnolo-Montefeltrino), Veneto (e Istro-veneto), Ladino (occidentale e orientale) e Friulano. (1)

Queste ultime quattro parlate (Gallo-italico, Veneto, Ladino e Friulano) vengono considerate da alcuni specialisti come facenti parte di una sola koinè padana (il “Gallo-romanzo cisalpino” o, secondo altri “Altoitaliano”) derivata da una originaria unità reto-cisalpina. Esse sarebbero il risultato della sovrapposizione nel tempo del latino alle originarie lingue liguri, retiche, celtiche e venetiche, ulteriormente modificate da apporti goti e longobardi e da una lunga consuetudine di contatti dell’area padana con quella occitano- provenzale. (2)

Proprio l’influenza delle lingue letterarie francese e provenzale avrebbe ostacolato la formazione di una genuina e duratura koinè padana in grado di opporsi alla crescente presenza culturale del Toscano dal Rinascimento in poi. (3) In ogni caso, le lingue parlate nell’area sono separate dalle lingue Romanze meridionali (Toscano, Corso, Italiano mediano e meridionale intermedio, Sardo, Siciliano, Castigliano e Rumeno) da un importante confine linguistico rappresentato dalla linea Massa-Senigallia (la cosiddetta “Linea gotica”) che costituisce anche il limite meridionale della terra padana propriamente detta. (4)

Se ne ricava che le lingue parlate in Padania sono da considerare “sorelle” del Francese, dell’Occitano, del Catalano e delle altre parlate Gallo- romanze; con il Toscano e con l’Italiano esse hanno invece un meno intimo rapporto di “cuginanza”. Indipendentemente dalle varie interpretazioni sulla struttura dei rapporti fra le sue parlate, la Padania costituisce così una koinè autonoma, grandemente differenziata al suo interno in forti peculiarità locali (come tutte le grandi aree linguistiche) ma decisamente caratterizzata da elementi comuni e indubbiamente diversa da ogni altra realtà circostante. L’unico vero legame stretto può essere riscontrato con le altre aree linguistiche Gallo-romanze (e, in particolare, con l’Occitano, l’Arpitano e il Catalano) e non certo con le lingue parlate nella penisola italiana.

Del tutto insostenibile è la versione ufficialmente imposta che vuole gli idiomi padani “dialetti” dell’Italiano con ciò contrabbandando un rapporto che non ha nessuna giustificazione scientifica e ribadendo una gerarchia fasulla che cerca di porre certe lingue (chiamandole “dialetti”) a un livello di dignità inferiore a quello delle “lingue con pedigree”.

Si sente ripetere che i dialetti sarebbero idiomi solo parlati e privi di una letteratura consistente: si tratta di una distinzione capziosa e razzista che si basa su elementi di nessuna consistenza culturale e oltre a tutto palesemente falsi. Tutte le lingue parlate in Padania dispongono di una ricca letteratura, di una lunga tradizione di uso “ufficiale” (si pensi al Veneto o al Piemontese) e di un completo bagaglio di struttura sintattica.

E’ semmai vero che i dialetti sono più semplicemente “le lingue che hanno perso la guerra” o - secondo l’efficace definizione del sociologo americano Noam Chomsky - “le lingue che non hanno un esercito” (5).

Questo processo di negazione delle diversità linguistiche fa parte coerente del processo di uniformazione centralista della penisola italiana: negando la dignità delle lingue locali si cancellano le differenze culturali riducendole a fatti folklorici e - in particolare - si tenta di negare l’idea stessa di Padania nascondendo la sua forte peculiarità linguistica e la sua più stretta parentela con altre parti di Europa che nulla hanno a che vedere con l’Italia.

Le lingue padane sono idiomi normalmente parlati dalle popolazioni locali che vi hanno nel tempo apportato grandi varietà e che fino a qualche decennio addietro erano i soli mezzi di espressione delle genti padane indipendentemente dai ceti sociali.

L’Italiano aulico (il Toscano) è sempre stato fuori dalla sua terra di origine una lingua solo scritta usata in occasioni ufficiali, pomposa e retorica, del tutto estranea alla cultura popolare ma anche ai ceti più colti che hanno per secoli usato il Latino come “lingua franca” per poi sostituirlo con lingue straniere, soprattutto con il Francese. Il Toscano è diventato in seguito lingua ufficiale per una doppia serie di circostanze.

La prima è connessa alla fortuna presso gli intellettuali rinascimentali (soprattutto in virtù del vigore culturale esercitato da Firenze e dalla Toscana per una lunga intensa stagione storica) che lo hanno preferito a un “padanese” che si andava formando sull’esempio del Provenzale con cui ha poi condiviso la sorte di subalternità.

La seconda circostanza è legata al Risorgimento con l’accanimento degli unitaristi a usarlo come strumento di agglutinazione e di negazione delle diversità locali prima come lingua franca e poi come sola lingua ammessa: si pensi all’acredine (confinante con l’ottusità) con la quale il Manzoni e altri intellettuali italianisti si sono adoperati per cancellare ogni espressione di cultura popolare e tradizionale a vantaggio di un Toscano rivisitato in termini pomposi, aulici e retorici (e lontanissimi dal linguaggio della “gente comune”). (6)

In questa invasata lotta di distruzione delle lingue locali (una vera e propria operazione di “pulizia culturale”) sono stati impiegati tutti i mezzi a disposizione: la leva e la forzata convivenza anche linguistica nelle caserme, l’istruzione pubblica obbligatoria con il suo corollario di umilianti punizioni per chi si ostinava a usare termini considerati dialettali, poi le leggi fasciste contro l’uso dei “dialetti” (contro cioè tutte le lingue che non erano il Toscano sempre più italianizzato) e, più di re cente, i mass-media con in testa la televisione che si è rivelata il più devastante degli strumenti di distruzione delle culture locali. (7)

Di questo furore uniformante ha finito per diventare vittima lo stesso Toscano che si è trasformato in un Italiano televisivo, povero, banale e pieno di accenti mediterranei e di suoni pelasgici. La furia con cui il potere italocentrico ha devastato le lingue locali (e le culture di cui sono le espressioni più efficaci e le testimonianze più robuste) rientra in piena coerenza nelle manifestazioni del peggior colonialismo e sulla quale non si è ancora posto il dovuto interesse e per la quale anche molti autonomisti mostrano scarsa attenzione.(8)

Da una situazione di partenza (1860) nella quale gli italofoni (cioè coloro in grado di esprimersi in Italiano) erano, a parte Roma e la Toscana, l’otto per mille della popolazione, vale a dire 160.000 persone disperse in una massa di 20 milioni di abitanti, si è passati a una condizione contraria nella quale pochi (soprattutto fra i giovani delle aree più urbanizzate) parlano o anche solo capiscono la lingua locale. (9) Questa devastante operazione di appiattimento non ha nel contempo portato nessun vantaggio al Toscano parlato, nè alla qualità dei livelli di espressività, nè men che meno ha favorito la conoscenza delle lingue straniere.

Queste ultime sono rimaste patrimonio di pochi e ridicola infarinatura scolastica per i più (come conseguenza dell’atteggiamento supponente, provinciale e italo-centrico della “cultura ufficiale”) mentre il Toscano comunemente parlato è diventato sempre più povero, televisivo e meridionale.

Analogo processo ha subìto la toponomastica sconvolta e banalizzata soprattutto dall’opera di “italianizzazione” forzata operata dai topografi dell’Istituto Geografico Militare e dai burocrati mediante traduzioni ridicole e approssimative di nomi di posti e di persone. (10)

Una delle giustificazioni portate a difesa dello smantellamento delle culture linguistiche locali è stata la necessità di comunicazione a livello sovranazionale o addirittura mondiale che ha fatto la fortuna dell’Inglese e che ha partorito stravaganze come l’Esperanto.

Ci si è però accorti che la globalizzazione delle comunicazioni e il grande sviluppo dell’informatica necessitano di strumenti di comunicazione condivisi ma che permettono e favoriscono anche la conservazione e la rinascita delle peculiarità culturali locali.

Non è un caso che proprio la formazione del cosiddetto “villaggio globale” abbia favorito il prepotente risorgere delle autonomie locali, dell’esigenza di entità amministrative più legate ai caratteri oggettivi del territorio e della necessità di espressione di culture anche marginali che trovano possibilità di completa espressione dalla globalizzazione dei rapporti e dalle più avanzate tecnologie informatiche.

Le diversità linguistiche non costituiscono più un problema ma tornano a essere una ricchezza e un potente strumento di riconoscimento comunitario.

Questo vale anche per la Padania che necessita di un processo di recupero, riorganizzazione e valorizzazione delle sue lingue locali all’interno di un disegno di arricchimento culturale complessivo.

La conoscenza e l’uso delle lingue locali non contrasta con l’uso di una lingua franca o con la diffusione della conoscenza di lingue straniere: un interessante riferimento è costituito dal Cantone del Ticino dove gran parte della popolazione si esprime regolarmente in Lombardo, in Toscano e in almeno una lingua straniera.

La lingua è un potente strumento di affermazione di autonomia che oltre a tutto funziona in un solo senso: un elemento che giustifica l’aggregazione di una comunità che parla la stessa lingua ma non impedisce l’unione di gruppi che si esprimono in idiomi diversi (Svizzera) nè tanto meno giustifica l’unione di chi parla la stessa lingua ma aspira a un destino separato (Croazia e Serbia) o di chi stato costretto ad adottare una lingua non sua (Irlanda, Padania). L’importanza della lingua stà nel suo valore di memoria culturale e di identificazione comunitaria.

Così se è ormai accettato che il Toscano costituisca la lingua di comunicazione fra le varie comunità della penisola italiana, è anche inevitabile che esso debba lentamente trasformarsi in un processo di localizzazione fatto di acquisizioni di modi di dire, di espressioni, vocaboli e pronunzie dedotti dalle lingue locali.

Si tratta di un processo che ha interessato le parlate di tutte le comunità che hanno ottenuto l’indipendenza da un paese con cui dividevano la lingua (Stati Uniti, Norvegia, Macedonia) e al quale non farà eccezione la Padania. (11)

Attualmente - come si è visto - nell’area geografica padana si parlano lingue Gallo-romanze con l’eccezione di alcune zone di lingua germanica, slovena e armena. (Tav.2)

Nella provincia di Bolzano è dominante il Tirolese (con l’eccezione di Bolzano e di altri 4 comuni, dove l’Italiano è dominante, e dei comuni ladini) e altre isole di lingua germanica si trovano nelle provincie di Aosta, Vercelli e Verbania (Walser) (12), Verona e Vicenza (Cimbri) (13), Trento (Mochèni) (14) e Udine (Carinziani) (15). Si tratta di quel che resta della contrazione di aree ben più vaste dove si parlavano lingue alemanniche o germaniche. In particolare, il Mochèno (ora ridotto all’alta Val Fersina) era parlato anche in Val Piné e in alta Val Sugana; il Tirolese nella Val d’Adige fino a Lavis, lo Slapper o Slambrot nelle Valli di Leno e in Vallarsa (fino alle porte di Trento dove era probabilmente diffuso fino al 1300) e il Cimbro nella trentina Val Ronchi e in gran parte delle porzioni collinari delle provincie di Verona (Bern) e di Vicenza (Cimbria, fino al XIV secolo).

Lo Sloveno è parlato nelle provincie di Udine e Gorizia (la cosiddetta Slavia Veneta, o Beneska Slovenija) e nella città di Trieste. (16) Una piccolissima ma significativa comunità di lingua Armena si trova da secoli nell’Isola di San Lazzaro, nella laguna veneziana.

In provincia di Aosta e nelle valli settentrionali di quella di Torino si parla anche l’Arpitano (o Franco-Provenzale, o Patois) (17), nelle valli meridionali della provincia di Torino e in quelle di Cuneo si parla Occitano. (18)

Appena più sotto si trova la piccola comunità che parla il Brigasco, una variante del Provenzale. (19) Si tratta di parlate che erano probabilmente molto più estese nel passato fino a interessare gran parte del Piemonte collinare.

In alcune valli orientali delle provincie di Trento e di Bolzano, nell’Ampezzo, nel Livinallongo e nella porzione settentrionale della provincia di Belluno si parla il Ladino (o Romancio orientale). (20) Anche in questo caso si tratta dei residui di aree ben più vaste che interessavano le Valli di Sole e di Non, nel Trentino occidentale, e le Valli di Fiemme e Cembra in quello orientale. Nella restante parte della Regione Veneto (con alcune eccezioni di confine), a Trieste e nella fascia costiera friulana si parla il Veneto. Nelle provincie di Pordenone e di Udine (con l’esclusione di tutte le aree citate) si parla il Friulano (strettamente imparentato con il Ladino e il Reto-romancio).

Il Gallo-italico (o Padano) è comunemente suddiviso in Piemontese, Lombardo occidentale, Lombardo orientale, Ligure, Emiliano e Romagnolo- Montefeltrino. (21) La diffusione di queste varianti coincide raramente con gli attuali confini amministrativi regionali: ad esempio le provincie di Novara e Verbania sono quasi completamente ricomprese in aree di parlata lombarda, l’Oltrepò pavese è considerato più piemontese ed emiliano che lombardo, gran parte del territorio della provincia di Massa-Carrara parla una lingua considerata emiliana, quasi tutti i comuni della provincia di Pesaro-Urbino e alcuni comuni di quella di Firenze parlano romagnolo. (22)

All’esterno degli attuali confini della Repubblica italiana si trovano alcune isole linguistiche che possono in qualche modo essere collegate con gli idiomi parlati in Padania. Il Ligure è parlato nel Nizzardo, a Bonifacio (Corsica) e dalle comunità “tabarchine” della Sardegna meridionale (23), il Lombardo nel Cantone del Ticino e in alcune valli dei Grigioni (24), il Romagnolo a San Marino e il Veneto (nella sua varietà Istro-veneta) in parte dell’Istria e in alcune località della Dalmazia. Nel Cantone svizzero dei Grigioni sono parlate lingue Reto-romancie (che hanno status di quarta lingua ufficiale della Confederazione) che sono strettamente imparentate con il Ladino e con il Friulano. (25) Si tratta di lingue ora recedenti a vantaggio del Tedesco e che un tempo erano diffuse anche in alcune valli padane, come testimonia l’area di transizione linguistica di Livigno.

Gilberto Oneto
“Quaderni Padani” n° 13



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(1) La bipartizione delle lingue Neolatine (o Romanze) viene proposta da tutti gli studiosi pur utilizzando denominazioni diverse: Neolatine occidentali e Neolatine orientali, Gallo-romanze (o Celto-romanze) e Romanze meridionali (o Romanze propriamente dette).

L’unico punto su cui non tutti i pareri sono concordi riguarda solo la collocazione del Castigliano (Spagnolo).

(2) Paolo E. Balboni, “Il Nord ne ha dodici. Dai Celti agli Slavi, una ricca panoramica di lingue da studiare, ma soprattutto da parlare”, su Etnie, n.2, 1981, pagg.12-16.

(3) Dell’esistenza di una koinè padana (e di una lingua “Padanese”) si è occupato lo studioso australiano Geoffrey Hull, docente all’Università di Melbourne che ha presentato nel 1982 la tesi di dottorato The Linguistic Unity of Northern Italy and Rhaetia.

Le sue tesi sono state espresse in due articoli, apparsi con il titolo di “La lingua Padanese” sui numeri 13 (1987) e 14 (1988) di Etnie.

(4) La linea di divisione è spesso indicata anche come Spezia-Senigallia (SS). Essa ribadisce ulteriormente l’importanza che l’Appennino ha avuto come barriera fisica e culturale assai meno penetrabile delle Alpi il cui spartiacque invece non coincide (se non per brevi tratti) con confini linguistici.

(5) Noam Chomsky, Exploration in the Biology of Language (Cambridge: MIT Press, 1980).

(6) Anche la pubblicazione di dizionari delle lingue locali rispondeva sistematicamente all’esigenza di imporre la nuova lingua: essi erano infatti quasi sempre di Dialetto-Italiano e quasi mai viceversa. (cfr. Alfredo Croci, “Dialetto, anima e forza di un popolo”, su Lega Nord, n.9, 4 marzo 1996.

Sul significato di certe pubblicazioni è significativo quanto scritto da Agostino Fecia nel prologo di un suo volumetto (Aiutarello a parlare famigliarmente italiano) stampato a Biella alla vigilia della prima guerra mondiale: “Il grido prolungato di incitamento a lasciare lo sguajato linguaggio piemontese, ed a parlare famigliarmente italiano, ha scosso non pochi...” (Gustavo Buratti, “Nazioni proibite e glottofagia”, op.cit., pag.2)

Un raro esempio di atteggiamento diverso si è stranamente verificato proprio all’inizio del regime fascista: la riforma Gentile del 1923 prevedeva l’utilizzo del dialetto nelle scuole. “Era il risultato - poi rapidamente sconfessato - di un lungo lavoro iniziato nella seconda metà dell’800 dal maestro della dialettologia italiana, G. I. Ascoli, per il quale “la condizione dei figlioli bilingui” era una “condizione privilegiata nell’ordine dell’intelligenza”. (Gustavo Buratti, su Etnie, n.8, 1984, pag.3).

(7) L’italianizzazione ha spesso assunto toni tragicomici con la traduzione forzata di nomi di battesimo, di cognomi e di toponimi.

In Tirolo si è arrivati a cambiare i nomi sulle lapidi dei cimiteri, a impedire l’insegnamento e le celebrazioni liturgiche in tedesco. “In Venezia Giulia si bruciarono i centri di cultura slovena (teatri, circoli); sui tram di Trieste vi era la scritta “Vietato sputare per terra e parlare sloveno”; vi furono insegnanti che giunsero fino a sputare in bocca allo scolaro cui era sfuggita una parola slava!” (Gustavo Buratti, ibidem, pag.4).

Su questo triste capitolo della nostra storia più recente si è soffermato il documentatissimo: Claus Gatterer, In lotta contro Roma (Bolzano: Praxis 3, 1994).

Analoghi provvedimenti sono stati presi fino a tempi recentissimi contro l’uso del cosiddetto dialetto: “a Loreggia un’insegnante di scuola media imponeva una tassa di 100 lire ogni volta che i ragazzi incorrevano nell’”errore” di pronunciare una parola in Veneto”. (Ettore Beggiato, “Italiano: un’altra lingua”, su Etnie, n.11, 1986, pag.60).

(8) Eppure, la difesa delle lingue locali è da sempre al centro delle attenzioni dei movimenti autonomisti. Questo vale, in Italia, per le organizzazioni “storiche” (Sudtirolesi, Valdostani, Sloveni, Sardi, eccetera) ma anche per molti movimenti dell’ultima generazione che si sono spesso fatti conoscere proprio per l’uso delle lingue locali in manifestazioni ufficiali e per l’attenzione per le richieste di bilinguismo e di ripristino della toponomastica tradizionale.

(9) Ettore Beggiato, “Italiano: un’altra lingua”, su Etnie, n.11, 1986, pag.60.

“L’italiano era solo una lingua scritta”, aveva osservato Ugo Foscolo in una lettera inviata il 26 settembre 1826 al toscano Gino Capponi, e il rapporto tra gli scrittori e il popolo era analogo a quello che esisteva in Cina tra i mandarini e il resto della popolazione: il popolo non intendeva ciò che si scriveva. Aurelio Lepre, Italia addio? Unità e disunità dal 1860 a oggi (Milano: Mondadori, 1994), pag.13.

“A differenza del francese, del tedesco, dell’inglese, che nel 1861 somigliavano più o meno a quelli d’oggigiorno, l’italiano non si era ancora dato regole sicure. Era una lingua ampollosa, contorta, retorica, che accentuava il distacco dal popolo analfabeta. Sortiva anche effetti curiosi. Per mimèsi, si udivano operai, artigiani, vetturali, sproloquiare in un gergo politico increspato di fioriture melodrammatiche, forse a causa della gran fortuna delle opere liriche di Giuseppe Verdi, che in quegli anni mandavano in visibilio loggione, palchi e platea.”

Mario Costa Cardol, Ingovernabili da Torino. I tormentati esordi dell’Unità d’Italia (Milano: Mursia, 1989), pag.117. Si veda anche: Bruno Migliorini, “Cento anni di lessico italiano”, in: AA.VV., Cento anni di lingua italiana (Milano: Scheiwiller, 1962), pag.23.

(10) L’italianizzazione della toponomastica (effettuata soprattutto dai topografi dell’Istituto Geografico Militare ma anche da parte di altri enti statali) ha spesso toccato livelli di imbecillità “sublime”. Traduzioni “ad orecchio” e trascrizioni burocratiche hanno cambiato completamente il senso e il suono di moltissimi toponimi. Nomi antichissimi e pieni di significati sono diventati spesso banalità senza senso o ridicoli neologismi.

Della tragicomica italianizzazione della toponomastica tradizionale si sono, fra gli altri, occupati: Antonio Bodrero e Roberto Gremmo, L’oppressione culturale italiana in Piemonte (Ivrea: Editrice BS, 1978), e Luciano Gibelli, Armusciand (Ivrea: Priuli e Verlucca, 1992).

(11) Si è inserito con perfetta coerenza in questo processo di “padanizzazione” della lingua il lavoro di Gianni Brera, uno dei grandi padanisti contemporanei, che aveva elaborato nel tempo un gergo ricco di inserimenti e di modi di dire tratti dalle lingue locali.

(12) Comunità di Gressoney-la-Trinité, Gressoney-Saint-Jean e Issime in Provincia di Aosta; Alagna Valsesia, Fobello, Rima San Giuseppe e Rimella in Provincia di Vercelli; Agaro, Campello Monti, Formazza, Macugnaga, Ornavasso e Salecchio in Provincia di Verbania, Bürsch in Provincia di Biella. (Bosco Gurin nel Canton Ticino).

(13) Comunità di Asiago, Conco, Foza, Enego, Gallio, Lusiana, Roana e Rotzo in Provincia di Vicenza (i cosi detti “Sette Comuni”), Luserna in Provincia di Trento, Azzanino, Badia Calavena, Bosco Chiesa Nuova, Campo Silvano, Cerro Veronese, Erbezzo, Roverè Veronese, San Mauro di Saline, San Bartolomeo Todesco, Selva di Progno, Tavernole, Val di Borro e Velo Veronese in provincia di Verona (i così detti “Tredici Comuni”).

(14) Comunità di Fierozzo, Frassilongo, Palù e Roveda in provincia di Trento.

(15) Comunità di Sauris, Timau e della Val Canale in Provincia di Udine ; Comune di Sappada in provincia di Belluno.

(16) Le comunità di Drenchia, Grimacco, Lusèvera, Malborghetto Valbruna, Prepotto, Pùlfero, Rèsia, San Leonardo, San Pietro al Natisone, Savogna, Stregna, Taipana e Tarvisio in Provincia di Udine; Dolegna del Còllio e San Floriano del Còllio in Provincia di Gorizia; Monrupino, San Dorligo della Valle e Sgònico in Provincia di Trieste.

(17) Tutte le comunità non Walser della provincia di Aosta e i comuni di Ala di Stura, Balme, Borgone Susa, Bruzolo, Bussoleno, Cantoira, Céres, Ceresole Reale, Chialamberto, Chianocco, Condove, Giaglione, Gravere, Groscavallo, Ingria, Lémie, Locana, Màttie, Meana di Susa, Mezzemile, Mompantero, Moncenisio, Noasca, Novalesa, Ribordone, Ronco Canavese, San Didero, San Giorio di Susa, Susa, Usseglio, Valprato Soana, Venalzio, Villar Focchiardo e Viù in provincia di Torino.

(18) I comuni di Acceglio, Aisone, Argentera, Bagnolo Piemonte, Barge, Bernezzo, Bellino, Borgo San Dalmazzo, Boves, Briga Alta, Brondello, Brossasco, Canosio, Caraglio, Cartignano, Casteldelfino, Castellàr, Castelmagno, Celle di Macra, Cervasca, Chiusa di Pesio, Crissolo, Demonte, Dronero, Elva, Entràcque, Envie, Frabosa Soprana, Frabosa Sottana, Fràssino, Gaiola, Gambasca, Isasca, Limone Piemonte, Macra Albaretto, Marmora, Martiniana Po, Melle, Moiola, Montemale, Monterosso Grana, Oncino, Ostana, Paesana, Pagno, Peveragno, Piasco, Pietraporzio, Pontechinale, Pradléves, Prazzo, Rossana, Revello, Rifreddo, Rittana, Roàschia, Robilante, Roccabruna, Roccaforte Mondovì, Roccasparvera, Roccavione, Sambuco, Sampéyre, San Damiano, Sanfrònt, Stroppo, Valdieri, Valgrana, Valmala, Valloriate, Venasca, Vernante, Villar San Costanzo, Vignolo e Vinàdio in Provincia di Cuneo ; i comuni di Angrogna, Bardonecchia, Bibiana, Bobbio Pellice, Bricherasio, Campiglione e Fenile, Cantalupa, Cesana, Chiomonte, Clavière, Exilles, Fenestrelle, Frossasco, Inverso Pinasca, Luserna San Giovanni, Lusernetta, Massello, Oulx, Perosa, Perrero, Pinarca, Pomaretto, Porte, Pragelato, Prali, Pramollo, Prarostino, Rorà, Roure, Roletto, Salbertrand, Salza di Pinerolo, San Germano Chisone, San Pietro Val Lemina, San Secondo di Pinerolo, Sauze di Cesana, Sauze d’Oulx, Sestriere, Torre Pellice, Usseaux, Villar Pellice e Villar Perosa in Provincia di Torino.

(19) Comunità di Viozene, Upega, Carnino e Piaggia (Comune di Briga Alta) in Provincia di Cuneo; comunità di Realdo e Verdeggia in Provincia di Imperia. (Briga e Morignolo in Francia).

(20) I Comuni di Moena, Soraga, Vigo di Fassa, Pozza di Fassa, Mazzin, Canazei e Campitello di Fassa in Provincia di Trento ; Ortisei, Santa Cristina Valgardena, Selva di Valgardena, Corvara in Badia, Badia, San Martino in Badia, La Valle e Marebbe in Provincia di Bolzano ; Auronzo di Cadore, Borca di Cadore, Calalzo di Cadore, Comèlico Superiore, Colle Santa Lucia, Cortina d’Ampezzo, Danta, Domegge di Cadore, Livinallongo del Col di Lana, Lorenzago di Cadore, Lozzo di Cadore, Pieve di Cadore, Rocca Piètore, San Nicol di Comèlico, Santo Stefano di Cadore, San Pietro di Cadore, San Vito di Cadore, Sappada, Selva di Cadore, Valle di Cadore e Vodo Cadore in Provincia di Belluno.

(21) Se lo studio delle lingue locali e dei dialetti ha ormai accumulato esperienze bicentenarie, il riconoscimento della loro esistenza e dei loro rapporti ha subìto notevoli traversie legate al timore che tutti i regimi politici postunitari hanno sempre visto in questo genere di argomentazioni. Non è un caso che le prime cartografie tematiche pubblicate fra le due guerre non abbiano mai fatto cenno alle suddivisioni linguistiche della penisola italiana: la pur dettagliatissima e serissima Carta dell’Europa Etnografica, pubblicata nel 1940 dall’allora Consociazione Turistica Italiana, non solo ricopre l’Italia di un colore assolutamente uniforme (che nega ogni differenza e ogni presenza alloglotta) ma lo fa sbordare - sempre secondo le direttive politiche dell’epoca - anche al di fuori dei confini politici di allora.

Tornato Touring Club Italiano, lo stesso ente ha pubblicato nel dopoguerra sui propri atlanti carte tematiche delle “lingue e dialetti” dove le differenze vengono finalmente riconosciute senza però introdurre alcuna gerarchia di parentele. Si deve alla Carta dei Dialetti d’Italia di Giovan Battista Pellegrini, eseguita per il Consiglio Nazionale delle Ricerche e pubblicata nel 1977 dall’editore Pacini di Pisa, la prima precisa sistematizzazione delle suddivisioni e dei rapporti. Ma sono solo i numerosi studi comparsi per vari anni sulla rivista Etnie a occuparsi in maniera finalmente completa dell’argomento, fino alla pubblicazione, in allegato al primo numero di Ethnica (Novembre 1993) di una Carta Etno-linguistica d’Europa nella quale sono chiaramente indicate le gerarchie di parentela delle varie lingue.

Un più recente e sistematico studio sulle lingue parlate in Italia è: Fiorenzo Toso, Frammenti d’Europa (Milano: Baldini & Castoldi, 1996). L’autore effettua però una stravagante differenziazione fra talune lingue padane (Piemontese, Ligure, Veneto e Friulano) cui attribuisce dignità di lingua e tutte le atre (Lombardo, Emiliano e Romagnolo) che ignora del tutto e che relega di conseguenza al rango di “dialetti dell’Italiano”.

(22) Dalla Provincia di Massa-Carrara vengono generalmente esclusi i comuni di Massa e di Montignoso ; da quella di Pesaro- Urbino i comuni di Cantiano, Frontone, Serra Sant’Abbondio e Pèrgola.

In Toscana, sono considerati sicuramente di lingua padana i comuni di Firenzuola, Palazzolo sul Senio e Marradi (in provincia di Firenze) e la comunità di Gombitelli, in comune di Camaiore (LU).

Alcuni attribuiscono all’area padana anche i comuni di Abetone e Sambuca (PT), Sentino (AR) e parte dei territori dei comuni di Castelleone di Suasa, Corinaldo, Monterado, Castel Colonna e Senigallia (AN). Risentono di forti influenze padane anche i comuni dell’alta Garfagnana (Minucciano, Giuncugnano, Sillano, Piazza al Serchio, Camporigiano e San Romano) in Provincia di Lucca.

(23) Comuni di Carloforte e Calasetta in Provincia di Cagliari.

(24) Val Calanca, Val Mesolcina, Val Bregaglia, Valle di Poschiavo e Comune di Bivio in Val Sursette.

(25) Delle comunità padane al di fuori degli attuali confini della Repubblica Italiana si sono occupati il già citato studio del C.N.R. (Carta dei Dialetti d’Italia) e un interessante e anomalo studio dell’Università degli Studi di Genova: Giulio Vignoli, I territori non appartenenti alla Repubblica Italiana agraristica (Milano: Giuffrè, 1995).