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Fabio Mussi:
Mi si è ristretto l’Ulivo
«Il rebus della lista unitaria»: Enrico Morando ha scritto sull’Unità del 18 luglio un bell’articolo. È un piacere discutere con Morando: parla chiaramente. Non sono d’accordo con lui, ma il confronto è chiaro, dunque utile.
Morando propone il «Partito dell’Ulivo», partendo, più che dai risultati elettorali delle europee, dal “doppio fallimento” dello scorso decennio: del riformismo socialista (dal Pds ai Ds) e del riformismo cattolico-liberaldemocratico (Margherita). Il problema, intanto dico a Morando, è che non c’è più l’Ulivo, c’è «Uniti nell’Ulivo».
E, come in tanti esperimenti politici in cui in passato è apparsa la parola «unità», l’Ulivo si è ridotto: ci siamo entrati nel ’96 con il 45% al maggioritario, lo ritroviamo alle elezioni politiche del 2001 (peraltro perse) al 43.7%, sempre nel maggioritario, eccolo ora al 31.1% nel proporzionale delle Europee. Si è ristretto. Rappresenta meno forze, e non conquista quel di più di elettori che non votavano per i singoli partiti ma che erano attratti dal progetto della coalizione (quasi un milione nel ’96). I voti a «Uniti nell’ Ulivo» sono il 67%, due terzi, di quelli dell’intera coalizione di centrosinistra, ed è difficile che il restante terzo, prevalentemente più a sinistra, accetti di essere semplicemente diretto o comandato da quella «cabina di regia».
Fu il gruppo dirigente dei Ds, un anno fa, a lanciare la palla di Prodi (la «lista unitaria») un po’ più lontano, avanzando l’ipotesi del «partito riformista».
Dice Morando: spaventa «il partito»? Chiamiamolo Federazione. Ma, perché sia una cosa seria, egli pone tutte le condizioni di funzionamento che già sono state respinte dalla Margherita. Forse, volendo o federarsi o fondersi, ci vorrebbe un po’ più di rispetto per la Margherita, che è uscita scossa da un voto che le ha dato parecchie delusioni, e per il numero degli eletti nel Parlamento europeo, e per aver perso un terzo dei suoi voti alle Provinciali.
La Margherita, nella sua assise nazionale, di condizioni ne ha già poste tre: 1) autonomia piena del partito; 2) niente «gerarchie» nella Federazione; 3) proprio simbolo alle regionali del 2005. E alle politiche – aggiungo io? Quando (se resta, come spero, l’attuale legge elettorale) dovremo anche trovare un nuovo nome e un nuovo simbolo per i collegi del maggioritario, una volta stipulata l’alleanza di governo di tutto il centrosinistra, compresa Rifondazione comunista? E nel proporzionale, spariranno la Quercia, la Margherita e la Rosa dello Sdi? Tecnicalità, mi si dirà (sbagliando di grosso).
Vengo perciò al punto centrale, quello su cui mi piacerebbe vedere impegnato il Congresso dei Ds. Dice Morando: il centrosinistra sarà tanto più ampio, quanto più è «organizzato attorno ad una forza politica che sia essa stessa di centro-sinistra (esattamente come lo sono e si definiscono la Spd e il Labour)».
Ecco il punto: «come Spd e Labour»… Formulo due domande: 1) la «federazione riformista» può essere, in Italia, un soggetto socialista? 2) Qual è il socialismo dei Ds? Le elezioni europee hanno emesso molte sentenze. Ci sono due partiti di sinistra che hanno subito un tracollo: il Labour e la Spd. Entrambi si sono presentati, negli anni 90, come partiti di «centrosinistra»: «Left of center», la sinistra inglese della «Terza via» di Blair, e «Neue Mitte» (nuovo Centro) la socialdemocrazia tedesca di Schroeder. Sono usciti dalle ultime elezioni quasi dimezzati. Tutti i commentatori sono concordi: Blair ha pagato carissima la guerra in Iraq, Schroeder l’«Agenda 2010», il piano di ridimensionamento dello Stato sociale che l’ha messo in rotta di collisione con la Dgb (la grande confederazione sindacale) e particolarmente con l’Ig Metall (la Fiom tedesca) che ha minacciato di cambiare radicalmente i propri referenti politici. Benissimo, alle elezioni europee, sono andati il Psoe di Zapatero e il Psf di Hollande: gli spagnoli premiati per le posizioni (e gli atti) sulla guerra irachena, i francesi per il forte contrasto verso le politiche liberiste del centrodestra francese.
Siamo di fronte a movimenti profondi dell’opinione pubblica e della politica mondiale di cui occorre fare tesoro. In primo luogo sul piano dei contenuti. I cittadini si aspettano da noi un progetto e un programma nuovi.
Sono convinto che vogliano sapere non solo come si mette le mani nella devastazione economica, sociale, civile, morale provocata dal centrodestra. Ma quali valori ci ispirano, qual è la nostra idea di società, come si restituisce qualità all’Italia, come si dà valore alla conoscenza e al lavoro, come si difende il preziosissimo ambiente italiano e si contribuisce a salvare il pianeta, come si tutelano, e con quali politiche pubbliche, i beni comuni, tra i quali – se mi si consente l’enfasi – c’è anche il destino della Nazione.
Per questo trovo imprudente impelagarci, esattamente, nel «rebus della lista unitaria», e prudentissimo metterci invece di gran lena e subito, a promuovere la Convenzione programmatica del centrosinistra, che deve unire tutti, da Mastella a Bertinotti (funziona così il bipolarismo).
Con procedure democratiche, coinvolgenti, partecipate, le quali sono sicuramente le più gradite dagli uomini e dalle donne del centrosinistra italiano, poco inclini a riconoscere le leadership carismatiche e le decisioni calate dall’alto. Prima ancora che selezionare una èlite, mi pare che occorra riunificare un popolo. In quest’opera non sono affatto convinto della utilità di una continua metamorfosi di partiti che, ormai a ritmo febbricitante, cambiano nomi, simboli, identità ogni pochi anni. Solo grandi eventi, come fu la caduta del Muro di Berlino, con il conseguente terremoto europeo, particolarmente italiano, giustificano radicali interventi sulle identità e sul sistema politico.
Non sono affatto convinto che, per muovere la nave del centrosinistra, serva un «motore» di centrosinistra, un «partito riformista» separato da un’area «radicale».
Penso che serva, con gli altri, un grande partito di sinistra, orientato ad un socialismo libertario svincolato dall’ipoteca del liberismo. La nostra alleanza si chiama centrosinistra. Bisogna costruirne l’unità.
Per quanto riguarda i Ds, non serve a nessuno diventare in Italia diversi da come siamo in Europa, dove, con la Quercia, facciamo parte del Gruppo socialista e del Partito del socialismo europeo.
L'Unità
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