Nel nome di Kennedy
di Piero Fassino

È giorno di festa a Cape Cod, il villaggio dell’East Coast dove il clan Kennedy da sempre trascorre l’estate. Il cielo è plumbeo, il mare immobile, spira un vento freddo. Sul prato verde la grande tenda si riempie di famiglie in festa. I bambini si rincorrono, le ragazzine adolescenti stanno in gruppo e gettano sguardi furtivi ai ragazzi vestiti a festa. Attempati signori si scambiano saluti allegri sorseggiando vino bianco e gustando piccoli hot dog. Si festeggiano i 75 anni di Hyannis Port, la località turistica che la borghesia bostoniana e del Massachussetts da anni ha eletto a luogo di vacanza, nella quiete di cottage discreti e sobri. Ma non è solo la festa del villaggio ad aver unito tutti, di fronte al mare, nel grande giardino su cui si affacciano i cottage dei vari rami del clan Kennedy. Oggi a Boston comincia la convenzione democratica, chiamata a designare ufficialmente John Forbes Kerry a candidato alla presidenza degli Stati Uniti.
E i Kennedy, ancora una volta, la sentono come una loro sfida.
E difatti sono già tutti qui. C’è Ted, anfitrione della festa, destinatario dell’omaggio e dell’affetto di tutti. C’è Ethel, la moglie di Bob, circondata dai figli: Bob junior - una impressionante goccia d’acqua con il padre - che si occupa di difesa dell’ambiente; c’è Kerry che guida la fondazione di famiglia dedicata ai diritti umani; c’è Katlyn, già vicegovernatore del Maryland; c’è Courtney impegnata nei diritti dell’infanzia. E naturalmente i mariti e una tribù, i veri padroni della casa, di bambini che rincorrono i cuccioli di labrador, giocano a nascondino, raccolgono conchiglie sulla spiaggia, addentano gigantesche fette di plum cake. E alle pareti dei cottage, papà Jack e mamma Rose; John, Bob e Ted adolescenti; le immagini di Jfk presidente e Jackie; il sorriso triste e affascinante di Bob; le straordinarie e forti donne del clan Kennedy, protagoniste angosciate e coraggiose delle troppe tragedie che hanno segnato la vita di questa famiglia che ha fatto e continua a fare la storia dell’America.
Ci saranno tutti al Fleet Center di Boston dove Jimmy Carter, Bill Clinton e Al Gore apriranno la convenzione della grande sfida. Mai una sfida americana è stata così sentita come propria da tutto il mondo. Mai come questa volta sono chiare le differenze tra democratici e repubblicani, tra chi, come Bush, non esita a riproporre un’America sola contro tutti, e chi, come Kerry ed Edwards, chiedono i voti per un’America la cui leadership sia fondata sulla capacità di unire il mondo per battere le sfide: dalla povertà di una globalizzazione ingiusta alla lotta contro il terrorismo del nuovo millennio. Quattro anni di amministrazione Bush hanno convinto anche i democratici più scettici della necessità di tornare a battersi contro una destra che ha condotto l’America nell’avventura irachena, che lascia una società laica con fondamentalismi religiosi, che ha impoverito il tenore delle classi medie, che ha acuito la marginalità e le sperequazioni di questa società straordinariamente opulenta ma anche percorsa da grandi differenze. E i Kennedy sono ancora una volta protagonisti di questa sfida: è l’America dei diritti civili, è l’America della «nuova frontiera», è l’America dei «padri fondatori» che vollero l’indipendenza perché «gli uomini fossero giusti e liberi». John Forbes Kerry è chiamato a prendere in mano la bandiera. Ed è per questo che i Kennedy sono al suo fianco. «È un uomo autentico - mi dice Ethel, la vedova di Bob - e per questo stiamo con lui. E vincerà».