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    Post il Komintern e il PCI (1936-38): complicità e terrore

    Elena Dundovich

    Tra esilio e castigo - Il Komintern, il PCI e la repressione degli antifascisti italiani in URSS (1936-38)

    recensione di Mariacristina Nasi - 9 aprile 2004


    Elena Dundovich è dottore di ricerca presso la facoltà di Scienze politiche "Cesare Alfieri" di Firenze. Grazie alla consultazione di materiali inediti, cerca di chiarire alcuni momenti fondamentali della storia sovietica e del movimento comunista internazionale. In particolare, la storia dei rapporti che intercorsero tra l'Internazionale Comunista e il PCI, negli anni 1936-38, considerando:

    il forzato scioglimento del Centro estero del PCI a Parigi;
    il ruolo a Mosca dei dirigenti comunisti italiani attivi negli organismi del Komintern durante il Terrore staliniano, in primis Togliatti;
    gli oscuri destini di diverse centinaia di antifascisti e comunisti italiani emigrati e scomparsi in URSS in quegli anni.
    Su tutte queste vicende il PCI ha mantenuto un lungo riserbo, che solo la parziale apertura degli archivi appartenuti all'Unione Sovietica ha permesso di chiarire, o perlomeno, portare all'attenzione generale. L'autrice dimostra come, alla base della repressione che colpì il gruppo degli emigrati italiani in terra sovietica, ci fu il perseguimento di una precisa linea politica, mirante a garantire "mani libere e piena autonomia di azione" a Stalin.

    Il contesto storico

    La cornice internazionale entro cui si colloca il Terrore è quella della crisi della politica di "sicurezza collettiva", che spinse Stalin, dopo la prima fase della guerra civile in Spagna, verso "una linea di condotta più spregiudicata", mirante a garantirgli "una completa libertà di movimento sul piano internazionale", che si tradusse nell'esigenza di "togliere di mezzo chiunque avesse potuto ribellarsi alla sua scelta politica". Il Grande Terrore iniziò il 3 marzo 1937 «con un discorso di Stalin sulla necessità di liquidare i "trotzkisti e gli altri traditori" e costruì il quadro entro il quale anche la condizione degli esuli italiani andò a collocarsi».

    Le ragioni del Terrore

    Gli ostacoli che la pianificazione dell'economia sovietica incontrò, spinsero a trovare "un capro espiatorio su cui poter riversare il malcontento popolare per i sacrifici imposti". Tra il 1936 e il 1938 nemmeno l'Internazionale Comunista, o Komintern, fondata da Lenin nel 1919, come organo di rappresentanza e di coordinamento del movimento comunista internazionale, sfuggì al Grande Terrore staliniano. «Più di duecento funzionari, migliaia di comunisti stranieri e decine di migliaia di emigrati politici di ogni nazionalità che vivevano in Unione Sovietica furono repressi in quegli anni. I metodi che vennero usati dal potere per portare a compimento lo sterminio furono molti e molto diversi tra loro. Il termine "repressione" può essere inteso, infatti, in varie accezioni: l'arresto arbitrario da parte del NKVD, la polizia politica sovietica, l'esilio, la deportazione nei gulag, la condanna a morte, la fucilazione indiscriminata. E anche la morte civile, cioè quella condizione di spregio e isolamento psicologico che colpiva chi, pur salva la vita, veniva espulso dal partito, allontanato dai propri incarichi ufficiali, ostracizzato ed emarginato».

    Il nemico

    E' l'avversario politico, di destra o di sinistra, "accusato di operare come agente prezzolato al soldo delle potenze straniere". Da qui il sospetto nei confronti dello straniero, la xenofobia dilagante, la caccia al "sabotatore" e al "cospiratore", che divenne "lo slogan proposto con ritmi crescenti e ossessivi".
    I bersagli

    Il terrore colpì le diverse comunità di emigrati presenti in URSS, fra cui tedeschi, polacchi, lituani, estoni, finnici, greci, iraniani, cinesi, rumeni, bulgari, macedoni, coreani, italiani. Si procedette alla «deportazione in massa degli "elementi non fidati di altra nazionalità" dalle regioni di confine, dove si temeva [...] potessero svolgere attività di spionaggio a favore della propria patria naturale». La repressione coinvolse, perciò, "anche i rifugiati politici e gli emigrati non comunisti che erano andati a lavorare o a studiare in Unione Sovietica" e si avvalse della collaborazione di alcuni organi interni e di una parte del personale dell'Internazionale stessa.

    I primi provvedimenti

    La struttura interna del Komintern venne modificata nel 1935 per rafforzare la leadership sovietica e diminuire potere e autonomia dei fronti popolari, sicché, «quando le grandi purghe ebbero inizio, la struttura dell'Internazionale era gia stata manipolata in modo tale da consentirne l'uso per la persecuzione di quegli stessi comunisti stranieri che componevano i suoi ranghi».

    La sezione italiana della terza internazionale

    «Nel 1936 il PCI era organizzato secondo il modello tipico dei partiti comunisti dell'epoca, costretti in condizioni di illegalità: un centro interno, [...] un nucleo dirigente, nel paese libero prossimo a quello d'origine, e un "governo in esilio" a Mosca che operava come polo di attrazione e smistamento di una notevole emigrazione politica». Il Centro estero di Parigi era "il più importante ed attivo dei tre nuclei". Togliatti vi fece pressione affinché si conformasse alle direttive di Mosca, ma fu con la missione di Giuseppe Berti a Parigi nel marzo 1937 che iniziò il processo di stalinizzazione del PCI, «contraddistinto dalla ossessiva applicazione del metodo dell'autocritica e dallo spegnersi della vivace dialettica interna che aveva sino ad allora animato il nucleo parigino».

    Il centro estero cercò di adeguarsi ai voleri di Mosca e nell'estate del 1937 si tentò una prima riorganizzazione dell'apparato centrale del partito. Questo il bilancio della spedizione di Berti: «La presenza di Berti a Parigi come supervisore del Komintern e le notizie tendenziose che egli inviò a Mosca tra il 1937 e il 1938 furono estremamente dannose per il PCI»; egli «ambiva a una posizione di leadership all'interno del partito e tentava di raggiungerla screditando i propri compagni e ingigantendo le difficoltà e i problemi in cui si dibatteva il Centro estero»; «la cecità politica imperante in quel tempo e il desiderio di vedere a tutti i costi confermati i sospetti di eresia e indisciplina che si nutrivano nei confronti dei comunisti italiani impedì ai sovietici una lettura più obiettiva dei resoconti che Berti inviava da Parigi e che contenevano informazioni catastrofiche non sempre e non del tutto corrispondenti alla reale situazione del partito».

    Togliatti

    «Al corrente del massacro che proprio in quegli anni veniva perpetrato in Unione Sovietica anche contro gli emigrati italiani che là vivevano, Togliatti era convinto che solo il totale appiattimento agli ordini di Mosca avrebbe potuto concorrere alla salvezza propria e a quella del gruppo dirigente del PCI». Egli fu «lo strumento italiano di vertice di tutta quell'operazione di stalinizzazione condotta a Mosca nei confronti del PCI tra il 1937 e il 1938». Il prezzo pagato per confermare la sua leadership nel PCI e riconfermare la sua assoluta fedeltà a Stalin fu «il sacrificio dell'unica base di cui il partito disponesse in quel momento, [...] gli emigrati italiani in Unione Sovietica condannati, con l'implicito assenso di Togliatti e degli altri dirigenti che operavano a Mosca, a scomparire nel vortice della campagna antitrotzkista e del Grande Terrore».

    La repressione degli emigrati italiani in terra sovietica

    Agli inizi degli anni Trenta, vivevano in Unione Sovietica alcune migliaia di italiani, giunti in due epoche: nei primi anni del fascismo e agli inizi degli stessi anni Trenta. Perlopiù gente di modeste origini, operai e contadini, arrivati grazie all'aiuto del PCI o del Soccorso rosso internazionale, ma anche anarchici e senza partito. In seguito al Terrore, il controllo della polizia politica sull'emigrazione straniera si fece sempre più capillare e minuzioso; dopo il 1935 la repressione aggredì le comunità degli emigrati italiani in URSS; dal 1936, il Komintern operò un censimento sistematico delle comunità straniere, valutando la qualità politica dei loro membri. Occasionali collaboratori esterni aiutarono la polizia politica nella compilazione delle note sui singoli emigrati e nell'acquisizione delle prove. «La macchina del terrore operò secondo la logica di una ricostruzione astorica e artificiale di episodi del passato: chiunque avesse manifestato negli anni precedenti dubbi o esitazioni, [...] divenne oggetto di accertamenti meticolosi e di indagini accurate». «Un ruolo particolare [...] ebbe il fenomeno della delazione, che allargò a macchia d'olio la catena degli arresti». «La "denuncia", che in un simile contesto di aberrazione umana divenne prova indiretta di innocenza e segno di fedeltà al sistema, era quasi scontata in un sistema in cui - scrive Hannah Arendt - la mancanza di vigilanza nei riguardi dei traditori [...] era automaticamente considerata prova diretta di colpevolezza». «La campagna persecutoria lanciata da Stalin contro la minaccia del "nemico ideologico" coinvolse e convinse molti, creando un clima soffocante di paura e diffidenza reciproca». L'ambasciata italiana era controllata dalla polizia politica e chiunque vi si rivolgesse, veniva accusato di collaborazione con l'autorità fascista. Spesso gli stessi dirigenti del partito indicavano questa via a chi chiedeva loro aiuto, condannandolo automaticamente.

    Conclusioni

    Le vittime italiane dello stalinismo sono molto più di quelle ricordate. La frammentarietà delle fonti non permette di "stabilire con precisione il numero degli italiani che persero la vita durante le repressioni staliniane" o che subirono la prigionia nei lager sovietici. Sul problema del coinvolgimento di Togliatti e del nucleo dirigente del PCI a Mosca nel fenomeno del Grande Terrore, la storiografia di orientamento comunista ha offerto un'interpretazione giustificazionista, cercando di sostenere che allora il margine di azione e di intervento fosse limitato. «Si ricercarono nel contesto storico le ragioni di un silenzio e di un'ambiguità che nascondevano in realtà responsabilità precise di ben altra natura». La menzogna sistematica, la deformazione del pensiero degli avversari, la diffidenza e il sospetto caratterizzano lo stalinismo. Il mondo comunista ha prima negato, poi riconosciuto i fatti, ma "limitando al massimo coinvolgimento e responsabilità"; parlando, per Togliatti, di "corresponsabilità passiva e limitata", che mirava alla salvezza del PCI e del suo gruppo dirigente. Il prezzo pagato fu l'emigrazione italiana, antifascista o apolitica, in Unione Sovietica.

    I documenti del Komintern "svuotano ogni interpretazione giustificazionista". «L'ipotesi che Togliatti, e con lui gli altri dirigenti che formavano il nucleo del partito a Mosca, pur sapendo, [...] non presero mai parte attiva ai meccanismi con cui operò il Terrore staliniano non è più avvalorabile». «Non di sola responsabilità passiva quindi si trattò, ma di vera e propria opera di collaborazione attiva nella raccolta di dati e informazioni sugli emigrati, che esasperò gli esiti delle indagini e dei processi a carico di questi ultimi». Togliatti era «informato delle singole fasi della tragedia che stava colpendo gli antifascisti italiani in Unione Sovietica» e «a quella tragedia [...] prese parte». Come pure «della "stalinizzazione" del PCI, [...] [egli] non fu certo figura marginale ma personaggio di primo piano». «Sostenere [...] che Togliatti fu semplice cinghia di trasmissione dei voleri di Stalin appare riduttivo e semplicistico. [...] di tutte quelle vicende egli fu costantemente uno dei protagonisti». Le vittime italiane dello stalinismo hanno trovato una sepoltura ufficiale con le riabilitazioni chruŝĉëviane, ma molto resta ancora da fare, per ricostruire una parte della storia, che spesso si è voluta negare.

    Mariacristina Nasi

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    Predefinito

    La stalinizzazione del Partito Comunista d'Italia - sezione della Terza Internazionale - non data certo negli anni trenta, e tanto meno dal 1936/37. Togliatti fu, in una prima fase con Gramsci, il battistrada della stalinizzazione del partito comunista fin dal 1925/26, e di lì in poi seguì i vari zig-zag tattici della direzione sovietica (dal socialfascismo ai fronti popolari all'alleanza nazi-comunista, alla guerra antifascista, allo scioglimento dell'Internazionale, alla coesistenza pacifica....).

    Shalom

 

 

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