Aldo Braccio

LA GLOBALIZZAZIONE LINGUISTICA



La globalizzazione, con i suoi imperativi, le sue sfide, il suo futuro, assorbe ogni discorso dei massmedia sui processi e le tendenze del mondo contemporaneo. Il suo carattere precipuo sembra essere quello dell’ineluttabilità: una visione deterministica prefigura un assetto finale inevitabile, certo, progressivo e sostanzialmente benefico, sia sul piano culturale-formativo che su quello economico. Il dominio esplicito di un linguaggio unico, sovrapponibile alle lingue locali e nazionali, si integra perfettamente nell’ottica mondialista e globalizzatrice: tale “sistema funzionale”, contrabbandato anch’esso come ineluttabile, vede oggi nella lingua inglese – opportunamente imbastardita e “semplificata” – lo strumento sovrano della comunicazione e dell’espressione mondialista. "E’ delirante – ammoniva Claude Autant-Lara, il grande regista cinematografico e deputato europeo (per il Front National) nel discorso di apertura tenuto al Parlamento di Strasburgo nel Luglio 1989 – che, nell’Europa che ci preparate, consideriate per tacito accordo una sola lingua - divenuta corrente – l’inglese"; e sottolineava – davanti a quell’uditorio perlopiù di rassegnati e di pavidi – che quella lingua finiva col frantumare e distruggere i gioielli nazionali, le culture originarie. In effetti, l’incapacità “moderna” di sostenere e rispettare la diversità si traduce in un duplice attacco alla ricchezza e fecondità dei linguaggi nazionali: una consapevole azione di controllo e di ridimensionamento delle identità culturali operata dal mondo americano/statunitense (a dimostrazione che, oggi, non vi è mondialismo senza U.S.A. e viceversa) accompagnata da una diffusione crescente dell’inglese in quanto elemento centrale della tecnica/tecnologia moderna – si manifesta in entrambi gli aspetti la tendenza alla pianificazione e alla neutralizzazione del linguaggio e della cultura. "La principale arma culturale impiegata dall’Occidente nel suo attacco contro l’Europa è l’influenza linguistica esercitata dall’inglese", sostiene non senza ragioni Claudio Mutti (C. Mutti, L’angloamericano contro le lingue europee (Occidente – Europa II), in Letteratura e Tradizione, anno II – numero 5, Gennaio 1999, p. 30). Ma premettiamo alcune considerazioni di carattere generale. Il problema della lingua è, per sua natura, inscindibile dal problema della comunità nazionale. Vero è che il fattore “tempo” influenza e modifica il linguaggio, così come la stessa comunità, ma è evidente che – fintanto che un gruppo umano ha una sua precisa connotazione etnica, una forma, una tradizione ed espressione tipica – mantenere la propria identità significa proteggere e riaffermare, pur tra oscillazioni e aggiustamenti fisiologici, il proprio modo di essere e di vivere, di esprimersi e di comunicare. Ogni pensiero è d’altronde condizionato linguisticamente, e il linguaggio "nazionale" ha valore e forza di strumento, da un lato, e di simbolo, dall’altro: strumento di un certo tipo di comunicazione, simbolo di una realtà altra rispetto all’apparenza. Di passata ricordiamo che la natura sembra porre delle precise barriere a forme di "invasione" linguistica e di educazione multilingue: "Svariati studi comportamentali dimostrano che la completa acquisizione delle componenti fonologiche sia percettive (per esempio, la discriminazione di fonemi) sia motorie (assenza di accento straniero nel parlare le lingue apprese) si raggiunge solo se i bambini vengono immersi in un ambiente in cui si parla una seconda lingua prima dei sei anni. Inoltre è stato osservato che già dopo gli otto anni di età va progressivamente declinando la capacità di imitare la prosodia delle lingue straniere" (S. Aglioti e F. Fabbro, Cervello poliglotta e apprendimento delle lingue, in Le Scienze, numero 365, Gennaio 1999, p. 58). Pertanto l’imposizione artificiale (e il conseguente recepimento) di una lingua “mondiale”, estranea e con pretese globalizzanti – perché di questo si tratta – costituisce una seria minaccia all’espressione delle identità culturali nazionali ed etniche: "Ogni lingua riflette un conoscere umano variamente orientato, quindi un’applicazione della capacità universalmente umana di classificare il reale, la quale si dispiega in maniera diversa" (A. Magliaro, La parola e l’immagine, Napoli 1957, p. 353). Strumento e simbolo, dunque. Strumento –ripetiamo – di comunicazione e di espressione, la lingua nasce e si sviluppa all’interno di una comunità, della quale si fa interprete. Essa è, prima ancora, simbolo di una realtà trascendente, di un logos primordiale, in quanto ogni linguaggio allude, in diversa misura, all’Essere (è la “casa dell’Essere”, precisa Heidegger). L’inglese, oggi, merita il titolo di lingua dell’Anti-Tradizione, di parodia diabolica della lingua sacra. Quest’ultima, come era noto nel modo arcaico, incorpora gli elementi fondamentali della lingua originaria, declinandoli secondo una particolare, legittima prospettiva: ogni lingua sacra è una lingua della Tradizione. L’inglese è, per pretesa esplicita, la lingua del mondo moderno, profano e materialista. Suo carattere evidente è la fisicità pratica, priva di ogni dimensione profonda e metafisica. L’idea di una lingua nuova universale ha in Descartes (Cartesio) un convinto precursore: il filosofo razionalista ipotizzava una regola di coniugazione dei verbi e di declinazione dei nomi senza eccezioni che potesse essere riconosciuta e accettata in tutto il globo. Verso la fine dell’Ottocento l’ebreo polacco Zamenhof crea l’esperanto (dallo pseudonimo dell’inventore, Doktoro Esperanto = dottore speranzoso), che nonostante la scarsa diffusione didattica riuscirà a costituire – nel secolo successivo – un’efficace arma di propaganda a favore della mondializzazione linguistica. Nel 1907 da una costola del movimento esperantista (la Dèlègation pour l’adoption d’une langue internationale, ai cui lavori partecipò tra l’altro il grande linguista francese Antoine Meillet) nasce il progetto ido (termine dell’esperanto significante discendente, figlio, sottinteso: dell’esperanto stesso), un esperanto riformato tuttora sulla scena così come l’interlingua, il neo e l’interlingue/occidental. Si tratta d’altronde di linguaggi artificiali ausiliari e, come tali, in linea di principio non confliggenti con le lingue nazionali: addirittura potrebbero queste ultime giovarsene, perché le lingue ausiliarie costituiscono di per sé una "zona franca" di inter-comunicazione che di fatto neutralizza ogni tentativo di imperialismo linguistico. La realtà è però diversa: esperanto e simili rimangono creazioni/invenzioni assolutamente non operanti sulla scena mondiale svolgendo invece la funzione di battistrada dell’idea di una lingua unica, universale in quanto ovunque parlata. Questa lingua è l’inglese, che si sta imponendo in modo schiacciante e senza precedenti nella storia dell’umanità. La concezione tradizionale dell’Impero, contrariamente all’imperialismo anti-tradizionale moderno, prevede il rispetto delle lingue e delle specificità culturali e linguistiche: si pensi all’impero ausburgico e al suo principio ideale effettivamente tradotto in realtà: ogni nazione una sua lingua (austriaco, ungherese, italiano ecc.). (Un ideale tendenza alla globalizzazione linguistica è già presente nell’illuminismo giacobino; così si esprime ad esempio, suscitando la generale approvazione, il tribuno Barère alla Convenzione nel Gennaio 1794 (citato da R. Lafont, Sur la France, Parigi, 1968, p. 1959): "Non ci sono più provincie. Perché allora tanti dialetti che ne ricordano il nome? (...) Cittadini, voi avete detestato il federalismo politico. abiurate quello del linguaggio". Ricordiamo –per quel che riguarda la Rivoluzione d’Ottobre – di come Stalin prevedesse tre fasi di sviluppo nell’era socialista: ad una prima tappa di consolidamento delle lingue nazionali, precedentemente oppresse, sarebbe seguito l’emergere di "lingue zonali" e poi di una lingua mondiale comune a tutti). Ci troviamo di fronte ad un fenomeno relativamente nuovo, innestato dal colonialismo inglese ma sviluppato in maniera decisiva dal fondamentalismo “occidentale”: tutto il mondo deve avvertire la propria inferiorità e la propria dipendenza dall’inglese, da quel mondo del progresso e degli affari. Nella pressoché totale indifferenza si afferma ed espande un’educazione di massa –mediocre e superficiale – al parlare e comunicare inglese-americano. La prima fase della storia dell’inglese risale al V secolo, allorché si installano sulle coste meridionali della Britannia popolazioni germaniche quali gli angli, gli juti e i sassoni: l’antico inglese di molte opere epiche e religiose (presenti a partire dall’VIII secolo) nasce dall’integrazione dell’anglosassone con elementi latini e nordici – in particolare danesi e norvegesi. Con l’invasione e la conquista normanna seguita alla battaglia di Hastings del 1066, il francese soppianta l’inglese relegandolo nelle campagne, mentre il latino e parzialmente il greco sono la lingua del clero e dei letterati. Questa seconda fase, che dura fino al XIV secolo, rappresenta per la lingua inglese un periodo per così dire di occultamento e di sedimentazione, e anche di reciproca influenza con il francese. Dal XIV secolo, inizialmente per impulso della borghesia anglofona, il nuovo inglese – figlio dell’anglosassone e del franco-normanno – diventa dominante. Le opere letterarie (Gower, Chaucer i primi) sono in inglese, non più in francese. Enrico IV, che regna dal 1399 al 1413, è il primo re d’Inghilterra ad avere l’inglese come lingua materna. Nel XV secolo prende corpo quello che ha ormai i tratti dell’inglese moderno: le declinazioni e i generi spariscono, la morfologia verbale si semplifica. La storia di questa lingua – lo vogliamo sottolineare – ha una sua piena dignità, e l’inglese in sé merita considerazione, al pari di qualsiasi altra lingua. Ciò che rileva nella nostra analisi è l’uso abnorme e “imperialista” che ne è stato e che ne viene fatto: in questa prospettiva non si può trascurare la caratteristica propria dell’inglese (e più ancora dell’inglese/americano) pienamente funzionale al ruolo mondialista da esso assunto. Essa è la sostanziale semplicità/aridità dell’impianto morfologico e sintattico Già nel XV secolo l’inglese "riflette ormai a malapena il volto dell’indoeuropeo e ricorda piuttosto le lingue del sud-est asiatico e dell’Africa centrale, soprattutto per una coniugazione dalle variazioni drasticamente ridotte" (C. Hagège, Storia e destini delle lingue d’Europa, Scandicci, 1995, p. 33). Naturalmente la ragione fondamentale della diffusione dell’inglese risiede nella posizione di dominio della Gran Bretagna - col suo immenso impero coloniale – prima e degli Stati Uniti d’America poi. Ciò ha d’altra parte favorito un’inevitabile corruzione dell’inglese classico e una moltiplicazione di ibridi stanziali, a tutela dei preminenti interessi economici e commerciali anglosassoni e della generale imposizione dell’american way of life. "L’anglais, justement fier de sa richesse et de son immense expansion". Così si esprime Lefèvre in un testo classico del 1893, "Les races et les langues". La marcia travolgente dell’inglese è iniziata in realtà già molto prima, dal “cortile di casa”. A partire dal 1536, ad esempio, il Galles entra nel sistema giuridico e amministrativo inglese, smarrendo gradatamente la propria lingua: il gallese si arrocca e resiste solo nelle scuole religiose, come le "scuole itineranti della Domenica" (Yr Ysgol Sul), fondate nel 1781, per poi scomparire quasi completamente. Si manifesta qui come altrove una polarità – opposizione sostanziale che è tipica della società industriale e moderna:

Industria, commercio, città - Lingua dominante
Attività artigiane, campagna - Lingua dominata

Così come, nei possedimenti e nelle colonie, la penetrazione linguistica riguarda nell’ordine:

I - Classi dirigenti
II - Popolazioni delle città
III - Popolazioni delle campagne

In molte nazioni si sono affermate le NNVE = Non Native Varieties of English, varianti locali dell’inglese che tendono ad imporsi sulle lingue originarie snaturandole, per così dire, dall’interno. E’ il caso dell’indian english, che presenta notevoli interferenze lessicali e culturali. Su un modello bengali, ad esempio, “letto nuziale” è flower-bed, anziché nuptial-bed. In merito, come è stato notato, “il potere dell’inglese nella vita indiana si estende anche a cose fondamentali, come scegliersi una moglie. All’istituto di economia domestica di Delhi una delle ragazze ha osservato che il 95% degli uomini indiani considera decisamente l’inglese un requisito indispensabile delle spose (...) Inglese significa classe! Un’altra ragazza ha spiegato perché l’inglese sia più affascinante dello hindi: - Tutti vogliono che la moglie sappia l’inglese in modo da potersi muovere insieme in società. Se andate a un party o al club, sarete più attratti da una persona che parla inglese che da una che si esprime in hindi" (R. McCrum, W. Cran, R.Mac Neil, La storia delle lingue inglesi, Bologna 1992, p. 39). E Salman Rushdie, che parla “anglo-indiano”, rileva soddisfatto: “L’inglese, che non è più una lingua inglese (sic), ora si sviluppa da molte radici“ (R. McCrum, W. Cran, R.Mac Neil, La storia delle lingue inglesi, Bologna 1992, p. 39). In India, sono attualmente più di 3.000 i giornali e le riviste redatti almeno parzialmente in inglese! Qualcuno ha osservato d’altronde che ci sono ben più indiani che inglesi a parlare l’inglese (o l’indian english), conseguenza anche del fatto che la stessa Costituzione indiana prevede l’inglese come lingua associata. Un altro caso è il japlish (o janglish), largamente diffuso dalla televisione giapponese: termini come manschon (= appartamento, dall’inglese mansion, palazzo suddiviso in appartamenti) o aisu-kurimu (da ice-cream) ne sono solo due frammenti curiosi. In effetti già nell’Ottocento figuravano in Giappone circoli filo-occidentali che sostenevano l’opportunità di adottare l’inglese addirittura al posto del giapponese, ma è dall’ultimo dopoguerra, dopo la sconfitta militare, che il japlish ha letteralmente dilagato: oggi più di 20.000 termini inglesi – perlopiù tecnico-economici, ma anche di svariati altri generi – sono entrati nel vocabolario giapponese. E l’inglese è studiato dalla pressoché totalità degli studenti delle scuole medie inferiori e dal 70% di quelli delle superiori. Restando in Asia, esaminiamo la situazione di un altro colosso, la Cina. L’inglese vi figura come prima lingua straniera, insegnato in tutte le scuole secondarie e in qualche caso anche nelle scuole elementari. Dalla fine degli anni Settanta, in effetti, "la decisione di sviluppare la base industriale e tecnologica della Cina incoraggiando gli investimenti e le competenze occidentali ha portato ad un programma accelerato di insegnamento dell’inglese. La televisione cinese cominciò a trasmettere parecchie lezioni di inglese alla settimana, con titoli tipo Yingying impara l’inglese o Mary va a Pechino. La serie più popolare è stata Follow me, prodotta dalla BBC, che ha raggiunto un’audience di più di 50 milioni di telespettatori" (R. McCrum, W. Cran, R. Mac Neil, op. cit., p. 41). In Birmania e in Pakistan le rispettive Costituzioni prevedono esplicitamente l’uso “consentito” dell’inglese, mentre una certa diffusione della stampa in inglese riguarda diversi paesi arabi produttori di petrolio. Naturalmente largo spazio ha l’inglese in Israele, ove fu introdotto ai tempi del mandato britannico(11) e dove si è successivamente sviluppato ad ogni livello (ne è obbligatorio lo studio a partire dalla quinta elementare), così come a Singapore, ove è la lingua ufficiale del governo, del sistema giuridico e dell’istruzione. Notevole è anche il grado di penetrazione in Indonesia, nelle Filippine e nel Bangladesh. In Africa l’enorme estensione dell’impero britannico ha assicurato la diffusione della lingua inglese già alla fine del XIX secolo; oggi nazioni come l’Egitto e la Nigeria presentano un alto tasso di contaminazione e fungono da esempio per gli stati confinanti, che riconoscono frequentemente l’inglese come lingua ufficiale (così la stessa Nigeria, lo Zambia, il Botswana, il Ghana, il Gambia, il Lesotho, il Sudafrica, l’Uganda, il Camerun...). Un caso notevole è anche l’Etiopia, ove l’inglese minaccia da presso l’amarico: gli atti pubblici sono ormai pressoché tutti bilingui e la scuola secondaria – nonché le attività commerciali – vedono l’allargamento a macchia d’olio della “seconda lingua” a discapito del linguaggio materno. In America latina, ove peraltro lo spagnolo contende con successo il primato di diffusione all’inglese, sono sorte forme ibride, del tipo NNVE, lo spanglish (struttura spagnola con estesa rilessificazione in inglese) e l’inglese “giamaicano”, detto anche “creolo caraibico”. Grazie a quest’ultimo, in particolare, i nativi "non si sentono né del tutto caraibici né del tutto inglesi" (R. McCrum, W. Cran, R. Mac Neil, op. cit., p. 318). Trascriviamo a mo’ di esempio un’espressione di creolo caraibico e il suo paradigma inglese: di kuk di tel mi faamin, bot it nat so = the cook told me I was shamming sick, but it’s not so (il cuoco mi ha accusato di fingere di essere malato, ma non è così). Intanto in Canada la popolazione francofona è costretta ad un bilinguismo percepito come evidente forzatura, nel senso che i francofoni "per sopravvivere, per prosperare economicamente e socialmente sono costretti a conoscere l’inglese" (J. Darbelnet, Le Bilinguisme, in Annales de la Facultè de Lettres et de Sciences de Nice, numero 12, Ottobre 1970. La situazione, tra alti e bassi legislativi, non è ad oggi sostanzialmente mutata). Un caso particolarmente notevole e interessante è quello offerto dalle Papua–Nuova Guinea. In questo ambito territoriale figurano circa 750 lingue (oltre i dialetti) parlate da un totale di circa tre milioni di persone. L’inglese ha preso piede sul finire del XIX secolo, e si è molto sviluppato con l’annessione dell’area ex-tedesca da parte dell’Australia (nel 1914) e il conseguente obbligo di utilizzare esclusivamente l’inglese nell’istruzione e nell’amministrazione. Conquistata l’indipendenza, questo vero e proprio genocidio linguistico - non dimentichiamo che molte parlate sono scomparse e che, degli anzidetti 750, molti idiomi sono vicinissimi all’estinzione – prosegue con l’adozione del tok pisin, un pidgin (linguaggio ristretto, semplificato, di “contatto” fra due lingue diverse) che presenta l’80% di termini inglesi in un contesto strutturale “locale”. Un breve accenno, infine, alla situazione europea: anche qui il grado di colonizzazione linguistica – di concerto con quella culturale e con quella economica – è assai elevato. In Svezia si è potuto parlare di uno swinglish in costante crescita: uno studio dell’Università di Stoccolma attesta che più della metà degli intervistati ha dichiarato di usare – fra l’altro – il plurale in “s” anziché quelli in “or”, “er”, “ar”, tipici dello svedese (R. McCrum, W. Cran, R. Mac Neil, op. cit., p. 43). Reazioni vivaci al diffondersi della langue de Coca Cola si sono invece avute – in particolare dalla presidenza Pompidou a quella Mitterand – in Francia, ove il computer è l’ordinateur, l’AIDS il SIDA, la hot money les capitaux fèbriles, il fast food il pre^t-à-manger, e perfino il jumbo jet torna ad essere il gros porteur. Anche in Germania – ove politici e intellettuali politicamente corretti si esprimono non di rado in denglish (tedesco/inglese) – si manifesta – più sporadicamente – una qualche forma di non allineamento: una Lega per la valorizzazione del tedesco assegna ogni anno un polemico riconoscimento Sprachpanscher des Jahres (annacquatore della lingua) a personaggi postisi all’avanguardia del processo di disgregazione dell’idioma nazionale. Resta il fatto che l’Unione Europea riconosce l’inglese come lingua ufficiale dei suoi organi istituzionali e che molti Paesi europei – Italia inclusa – prevedono l’inglese come materia obbligatoria nei più qualificanti concorsi pubblici. "I dati della diffusione odierna dell’inglese sono impressionanti: si calcola che coloro che lo parlano siano oltre 800 milioni (...) Al di là delle semplici cifre, ciò che colpisce è come l’inglese sembri essere veramente dappertutto: nei media, nell’industria, nella politica, nello spettacolo, nello sport oltre che naturalmente nella scienza e nella scuola". Queste parole di Gabriella Mazzon – un’esperta – riassumono le dimensioni del fenomeno. Occorre sottolineare come all’inglese tradizionale sia in larga misura succeduto – secondo i rapporti di forza instauratisi nel “Villaggio Globale” – l’inglese/americano, nella sua veste di global (e non solo international) language. Il “cuore del sistema”, in quest’ottica, sembra indiscutibilmente essere – anche sotto il profilo linguistico – la California, “lo stato dove il futuro accade prima”, che fa tendenza e che funge da modello del mondo occidentale. In particolare, il linguaggio coniato a Silicon Valley – massimo centro mondiale della tecnologia informatica, sede di oltre tremila compagnie e società del settore – è destinato a propagarsi in tutto il globo. Espressioni gergali inizialmente legate all’universo dei computer sono già entrate nella conversazione quotidiana (he’s an integrated kind of guy = è un tipo organizzato; she’s high res = è informatissima; he’s in beta-test stage = è un novellino; she’s low res = non è troppo sveglia... res sta per resolution). L’americano, "che ha avuto così rapida diffusione è una sorta di minimo comune multiplo che risponde ai bisogni immediati dello scambio dialogico su scala mondiale. E’ fatto di frasi brevi, e vi abbondano le formule abbreviate" (C. Hagège, op. cit., p. 45). Esso ha trovato un fondamentale supporto nell’elaborazione del basic english, ovvero del British American Scientific International Commercial (B.A.S.I.C.) english, ideato nel 1930 a Cambridge da C.K. Ogden. Il basic comprende circa 850 termini, tra cui non più di diciotto verbi; fu caldeggiato e sostenuto da Winston Churchill, che ne affidò la diffusione al British Council, intuendone le sue straordinarie potenzialità di arma di invasione culturale. Il trattato di Versailles (Giugno 1919) fu un sinistro segno dei tempi. Ci sono avvenimenti, date cruciali che aprono un’epoca, introducono un elemento qualitativamente diverso destinato a ripercuotersi negli anni a venire. "Era un generale francese a comandare le truppe al momento della vittoria finale. Ma quando cominciarono le trattative fra alleati necessarie alla preparazione dei trattati, poiché i capi delle delegazioni britannica e americana non sapevano il francese, mentre il capo della delegazione francese parlava correntemente l’inglese, quasi tutti i dibattiti preliminari ebbero luogo in inglese. Per una singolare e anche assurda innovazione, il trattato di Versailles è stato redatto in due versioni che entrambe facevano fede, una francese e una inglese, e a leggerle si ha spesso l’impressione che quella francese sia tradotta dall’inglese. E così la fine di una guerra in cui la Francia aveva giocato militarmente il ruolo della protagonista ha sancito la caduta del privilegio che faceva del francese la sola lingua diplomatica" (A. Meillet, citato in C. Hagège, op. cit., p. 38. Un altro passaggio storico cruciale scandito dal predominio dell’inglese è stata la dichiarazione di disconoscimento della natura divina dell’Imperatore del Giappone, resa dallo stesso Hiroito, su dettatura degli Americani, al termine del secondo conflitto mondiale. Tale dichiarazione pubblica – rivolta in primo luogo ai cittadini dell’Impero – fu resa in inglese e non in giapponese). La tappa decisiva verso l’americanizzazione del mondo e il predominio rapace del capitalismo internazionale nasce in quegli anni. Oggi il progetto mondialista si consolida e si rafforza nel segno del language pot, nello snobismo di intellettuali liberali e progressisti fagocitati dal “nuovo mondo”. Musica americana, cinema americano, narrativa e pubblicistica americana, turismo americano (i clubs uguali in tutto il mondo, dal mar Rosso a Santo Domingo...), scuole inglesi per residenti di tutta Europa (quanti italiani mandano i figli alla scuola inglese?): questo è il paesaggio culturale che ci circonda, lo scenario in cui agiamo personalmente e politicamente. Non diversamente si nota una sempre maggiore omologazione lessicale translinguistica nei linguaggi specialistici legati al mondo dell’economia e della scienza. In un mondo che sacrifica all’economia valori tradizionali e identitari, che subordina al mercato (e soprattutto ai mercanti plutocrati) l’ambiente e la stessa sopravvivenza di popoli e razze, non stupisce che siano le multinazionali a dettare il ritmo della modernizzazione. "Molte multinazionali giapponesi (come la Nissan o la Datsun) scrivono memoranda internazionali in inglese. La Chase Manhattan Bank dà istruzioni in inglese a membri del suo personale sparsi per tre continenti. L’Aramco, una grossa multinazionale petrolifera, insegna l’inglese a più di 10.000 operai in Arabia Saudita. In Kuwait il centro linguistico dell’università insegna prevalentemente l’inglese, per lo più ad un livello altamente specializzato. "La facoltà di ingegneria ha un suo inglese, condizionato dagli usi professionali", riferisce il direttore, il dottor Rasha Al-Sabah, "così forniamo corsi di inglese per ingegneri". La sollecitazione verso l’apprendimento dell’inglese in questo ambiente è di ordine strettamente commerciale. Un uomo d’affari che non sa l’inglese, e che deve correre dalla sua segretaria bilingue ha seri problemi di competitività. La "necessità dell’inglese" ha creato alcune interessanti imprese commerciali, la più famosa delle quali è forse l’IVECO, che si occupa di mezzi per il trasporto pesante. Con sede a Torino, finanziata con denaro francese, tedesco e italiano, con personale europeo per il quale l’inglese è solo una lingua alternativa, tratta tuttavia tutti i suoi affari in inglese" (R. McCrum, W. Cran, R. MacNeil, op. cit., p. 41). Il quadro pesantemente realistico delineato non deve indurre ad atteggiamenti rinunciatari o fatalisti. Quello che può essere fatto, comunque, deve essere fatto, e non è poco. Va denunciata in ogni circostanza la globalizzazione – e l’ideologia che la ispira e sostiene, il mondialismo – la sua azione livellatrice di ogni specificità, disgregatrice di ogni differenza (tranne quella – che permane, ingigantita – di ordine economico, tra nazioni ricche e nazioni povere). Vi è una stima attuale di 5.000 lingue nel mondo, ma 4.500 di esse sono parlate solo dal 5% della popolazione mondiale, ed anzi la metà complessiva degli umani (quindi tre miliardi) ne parla soltanto undici! Centinaia di idiomi sono oggi direttamente minacciati dalla supremazia dell’inglese/americano e rischiano l’estinzione, aggiungendosi a quelli già scomparsi. Essi portano con sé visioni del mondo, "immagini, colori, profumi, emozioni, sensazioni, paure, attimi di felicità che appartengono a quella lingua e che nessuna altra è in grado di esprimere con le stesse sfumature" (A. Troiano, Ogni quindici giorni muore una lingua, in Corriere della Sera, 7 Giugno 2002, p. 27). E’ coerente e dignitoso opporsi, anche nelle scelte quotidiane, all’uso dell’inglese, alla cultura del basic english e alle dissonanze nasali della glottofagia anglo-sassone. Alcune raccomandazioni/indicazioni pratiche: - evitare di mitizzare o enfatizzare la conoscenza propria o altrui – dell’inglese; essa – se può risultare utile per particolari motivi pratici – nulla ha a che vedere con la cultura in senso vero; - evitare di utilizzare – nello scrivere e nel parlare – espressioni inglesi, qualora non siano strettamente necessarie: si dice va bene e non O.K., fine settimana, non week-end; - preferire in linea di massima la lettura di romanzi italiani ed europei rispetto a quelli americani; idem per pellicole cinematografiche e opere teatrali (in questi campi la penetrazione di una produzione statunitense di infima qualità è particolarmente inquietante); - fare rilevare pubblicamente – ogniqualvolta sia possibile – e ridicolizzare gli errori di pronuncia dei nostri pseudoacculturati radio-televisivi: che parlano di mass-midia, di giunior e persino di casus bellai...; - nelle scelte scolastiche dei figli considerare del tutto secondario lo studio dell’inglese: evitiamo di centrare la loro formazione culturale sulla conoscenza delle lingue moderne straniere; - fare a meno di capi d’abbigliamento – in particolare magliette e berrettini – che presentino scritte "americane": dalle varie "University of..." alle squadre di base-ball, alle firme cubitali di marche celebrate quali Hilfiger, Nike ("Naik") ecc.; - nel corso di viaggi all’estero effettuati fuori dall’area anglo-sassone rifiutare categoricamente di utilizzare l’inglese come lingua internazionale di comunicazione; ci si rivolga ai locali preferibilmente nella loro lingua, oppure in francese, tedesco, spagnolo...; - in Italia se un anglo-americano vi rivolge la parola nella sua lingua non sforzatevi di capire. Gli servirà a rendersi conto che nel mondo – oltre a loro – esistono anche gli altri. Torniamo su un piano generale. Sono comunque in atto, qui e là nel mondo (in particolare se ne hanno segnali in Africa da parte di scrittori e intellettuali, e nei Paesi islamici), fenomeni di rigetto dell’inglese, collegati ad una ri-scoperta polemica delle proprie identità; il conflitto, come sempre, è imprevedibile nei risultati, ed è verosimilmente legato agli esiti della più generale lotta di liberazione dal neo-colonialismo statunitense e all’abbandono della pseudo-cultura fondata sull’american way of life. Per quanto riguarda l’Europa – il nostro fronte aperto – sarebbe importante recuperare una prospettiva di preminenza delle lingue europee – in particolare del francese, del tedesco, dello spagnolo e dell’italiano, quelle potenzialmente più forti – rispetto alla lingua inglese, colta come espressione e idioma dell’Occidente. L’Europa, nella sua centralità geopolitica, contro l’Occidente “Stars and Strips”, separato e lontano (in termini geografici e ideali) dalla nostra realtà. Recuperare questa distanza, sentirla come imprescindibile, porterebbe anche a rafforzare un sistema linguistico europeo in qualche modo complementare e integrato, fondato sull’autorevolezza delle quattro lingue anzidette – che potrebbero essere le lingue ufficiali di una comunità europea dal rinnovato ruolo politico – e via via – con eguale dignità – di tutte le altre. E’ evidente – lo ribadiamo – che una svolta in tal senso potrà verificarsi solo attraverso uno strappo tra Europa e Occidente. L’Europa potrà sottrarsi sia alla colonizzazione politico-militare che a quella culturale voltando le spalle al Nord Atlantico e considerando con grande diffidenza l’Inghilterra, sua nemica storica. Dovrà essere invece perseguita una politica di allargamento ad est – che pari ad un progressivo rafforzamento continentale, e quindi ad una sua effettiva indipendenza – e di amichevoli rapporti col mondo arabo-islamico, in un clima di reciproco rispetto. Tutto ciò risulterebbe decisivo anche per risolvere – attraverso l’eliminazione dello sfruttamento capitalistico e della vera e propria deportazione di schiavi oggi in atto – la grave questione dell’immigrazione dai Paesi arabi e dell’est europeo: restituendo a quelle popolazioni un proprio ruolo oggi conculcato dagli interessi plutocratici.