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    Predefinito Affermazioni Fassino sull'IRAK: Dichiarazioni e commenti

    Quanto cambierà l’America

    di Piero Fassino

    «Se Kerry vincerà le elezioni, la prima cosa che farà sarà alzare la cornetta del telefono, chiamare i principali capi di governo in Europa e nel mondo e dirà loro: incontriamoci, discutiamo e decidiamo insieme come dare una soluzione stabile all’Iraq». È molto netta Nancy Stetson, consigliere di Kerry per la politica estera.

    Sa bene che l’Iraq è una delle crune d’ago attraverso cui deve passare la politica del candidato democratico. E per questo non si nasconde dietro reticenze o ambiguità.
    «Intanto - dice - dobbiamo cambiare tono, lasciandoci alle spalle la rozzezza con cui Bush ha gestito la vicenda irachena e l’arroganza con cui ha trattato i nostri alleati. Abbiamo voluto fare da soli e adesso ci ritroviamo soli. Il terrorismo è una sfida globale e se lo si vuole sconfiggere serve coesione, solidarietà e condivisione di scelte e responsabilità. E oggi l’America ha il dovere di ricostruire un rapporto con il mondo».

    È un cambiamento di 180 gradi, che rifiuta in modo netto l’unilateralismo e la guerra preventiva a favore di una strategia multilaterale che punta sulle istituzioni internazionali - l’Onu - e sulla condivisione delle responsabilità con i propri alleati. Certo, per ora è un cambiamento di tono, di approccio, di metodo.

    Decisivo sarà che alla volontà seguono scelte coerenti, in particolare due: il pieno coinvolgimento dell’Onu, a cui va conferita davvero la responsabilità di guidare la transizione in Iraq; e una strategia per la democrazia che non punti solo sulla dimensione militare, ma anche sulla ricostruzione economica, nella implementazione di strutture democratiche, sul trasferimento di potere effettivo alle autorità irachene.

    E nello stesso modo la lotta al terrorismo richiederà che gli Stati Uniti scelgano di tornare a una coalizione mondiale larga e di combatterla con strategie adeguate a un nemico che si mimetizza dietro le ingiustizie del mondo, gode di complicità e coperture, agisce su ogni territorio e colpisce quando vuole e dove vuole.

    Saranno queste scelte il vero banco di prova della nuova missione che Kerry ed Edwards disegnano per gli Stati Uniti.

    Ne sono consapevoli i miei interlocutori, che a loro volta si chiedono se anche l’Europa percepisce tutte le implicazioni della nuova strategia di Kerry. «Lei pensa - mi interroga con tono apprensivo la Stetson - che l’Europa sia pronta a condividere con noi nuove responsabilità? A volte mi chiedo - continua - se l’Europa ha davvero la nostra stessa percezione di quanto oggi la sicurezza costituisca una assoluta e inderogabile priorità. Forse perché voi europei avete convissuto a lungo con il fenomeno terrorista, come è accaduto in Italia, e ne avete una percezione meno drammatica e angosciante. Ma, attenzione, dopo l’11 settembre qualcosa di profondo è cambiato. E le nostre opinioni pubbliche sono spaventate, chiedono sicurezza e misure che siano davvero efficaci. Abbiamo bisogno di strategie comuni e nessuno può dire “io non c’entro”».

    È la stessa questione che mi viene posta da un gruppo di studiosi di politica internazionale che incontro ad Harvard. «Se si avesse la certezza - mi interroga il prof. Moravcek - che un qualche paese fanatico e integralista è pronto a usare anche armamenti nucleari, l’Europa come reagirebbe? Che strategia preventiva proporrebbe?».

    Emerge così una questione forse fino ad oggi non pienamente valutata da noi europei: mentre l’isolazionismo di Bush ignorava l’Europa - offrendole anche l’alibi di stare a guardare - la strategia multilaterale di Kerry individua nell’Europa un partner strategico e, dunque, le chiede di fare la propria parte e di assumersi responsabilità non facili.

    E sollecita l’Unione europea a darsi politiche e strategie riconoscibili e chiare, uscendo dall’afasia che troppe volte le ha impedito di avere posizioni comuni, di giocare un ruolo effettivamente incisivo sulla scena mondiale e di interloquire, su basi paritarie, con gli Stati Uniti.

    E, reciprocamente, un’Europa capace di agire e di parlare con una voce sola obbligherà anche l’America a non considerare più l’Europa come una somma di capitali tra cui scegliere ogni volta il paese più amico, ma come un soggetto unitario con cui negoziare e convenire da pari a pari.

    E questo, al di là delle volontà, non sarà facile. «Ma - cerca di rassicurarmi la Stetson - un’Europa forte e unita non è per noi un rischio. Anzi, rischiamo molto di più se un’Europa divisa non è in grado di prendere decisioni. Per questo Kerry non ha paura di un’Europa che parli con una sola voce; quello che vi chiediamo è di avere coraggio e determinazione nell’assumersi responsabilità». Ecco, è forse proprio questa parola, “responsabilità”, la chiave per capire la nuova America di Kerry: responsabilità verso un mondo che chiede di vivere sicuro; responsabilità verso un pianeta ancora afflitto da enormi ingiustizie; responsabilità verso i propri cittadini a cui chi governa ha il dovere di assicurare certezze di lavoro, di reddito, di vita.

    Responsabilità verso le nuove generazioni a cui si deve offrire la possibilità di scommettere su di sé e sul proprio talento; responsabilità verso chi ha di meno e non deve essere lasciato solo di fronte alle asprezze della vita.

    È una parola chiave non solo per l’America.

    Lo è anche per noi.

  2. #2
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    29 Luglio 2004
    Iraq - Affermazioni Rutelli e Fassino in Usa
    Pietro Folena:«Una mossa infelice,la guerra è guerra»


    MILANO - «Non voglio dire che non ci sia differenza, eh! Tifo per la vittoria di Kerry, lo fa ogni democratico al mondo, la sconfitta di Bush e della dottrina sulla guerra preventiva sarebbe un bene per l’umanità...».

    Però?

    «Però non penso che le bombe dei democratici siano migliori di quelle dei repubblicani. Che fanno, bombardano più gentilmente? Si consultano prima con l’Europa? Ci telefonano? Grazie tante...».

    Pietro Folena, leader del Correntone Ds, non è esattamente entusiasta dell’uscita bostoniana di Fassino e Rutelli:

    «Trovo che sia una mossa infelice e sbagliata fare intendere che il problema è la guerra di Bush mentre potrebbe andar bene quella di Kerry».

    E quindi?

    «Non conosco il contesto delle dichiarazioni di Fassino e Rutelli, ne parleremo, ma per essere chiari: quando si dice che il centrosinistra sarà disposto a rivedere la sua posizione è bene precisare che al massimo una parte del centrosinistra potrà riconsiderare la presenza delle nostre truppe in Iraq. Un’altra no, e in quella parte ci siamo anche noi».

    Eppure in Kerry, nella sua politica una svolta ci sarebbe. O no?

    «Ma è chiaro, Kerry è una svolta in quanto tale. Pure il discorso di Clinton sulla politica interna, il no al taglio delle tasse perché avvantaggia i più ricchi e taglia le protezioni sociali, è simile a quello del Correntone. Non sempre il centrosinistra ha avuto posizioni così chiare...».

    Insomma, il problema è l’Iraq...

    «Già, non credo che la linea dei democratici americani sia adeguata per uscire dal pantano iracheno, c’è una vaghezza che non risponde alla spinta pacifista del loro elettorato e rischia di avvantaggiare Bush. È evidente che non c’è transizione, non basta l’ultimo attentato?»

    E che dovrebbero fare?

    «Occorre una conferenza internazionale di pace, l’uscita delle truppe angloamericane non dico dalla sera alla mattina, ma in un tempo ragionevole. L’Europa e un governo di centrosinistra italiano dovrebbero dirglielo. Così invece si dà una sensazione ondivaga».

    In che senso?

    «Già siamo stati accusati di essere contro l’intervento in Iraq, a differenza del Kosovo, perché eravamo all’opposizione... C’è stata la manifestazione del 15 marzo, non possiamo dare la sensazione che lo si faceva per le Europee».

    Ma i dissidi non rischiano, ancora, di indebolire la coalizione?

    «Ma no. E poi bisogna avere fiducia negli elettori, diamo voce a loro: si parla tanto di primarie per il candidato premier, perché non proviamo a farle anche su questa faccenda? Sentiamo cosa vuole il nostro elettorato e risolviamola così, mica possiamo continuare a stressare la gente dicendo una cosa nei mesi dispari e l’altra in quelli pari».

  3. #3
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    Socialismo 2000



    Abbiamo capito male?


    ''C'e' davvero da sperare di aver capito male''. Cesare Salvi, senatore della sinistra Ds e vicepresidente del Senato, e' critico sulle aperture di Fassino e Rutelli alla permanenza italiana in Iraq in caso di vittoria di Kerry.

    ''La scelta se partecipare o meno alla guerra in Iraq, per una grande nazione come l'Italia - sostiene - non puo' essere legata al nome del prossimo presidente Usa. Incomprensibile e poco serio sarebbe un repentino mutamento d'opinione legato a pressioni di ambienti statunitensi. Sull'Italia si decide in Italia e in stretto collegamento, semmai, con le grandi nazioni europee: Francia, Germania e Spagna''.

    '' Tutto cio' che sta accadendo in Iraq, compresa la decisione di diverse nazioni di abbandonare la Coalizione, dimostra che la strada giusta e' quella che non piu' di qualche giorno fa e' stata sostenuta da tutto il centro sinistra in Parlamento. Fassino e Rutelli avrebbero dovuto portare al Partito Democratico Usa, in spirito di amicizia, la posizione espressa nel Parlamento italiano, e non farsi convincere in 24 ore del contrario''.

  4. #4
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    Le altre reazioni


    29/07 13:27 - PDCI,VERDI E PRC SU FASSINO E RUTELLI

    "Credo di non essere l'unico a considerare stupefacenti le dichiarazioni di Fassino e Rutelli sul consenso del centrosinistra alla presenza di truppe italiane in Iraq in caso di vittoria di Kerry alle presidenziali Usa".Lo ha affermato il presidente di Pdci,Cossutta. "Perplessità e stupore desta il metodo che riproduce sul versante del partito di Kerry la stessa subordinazione che Berlusconi ostenta nei confronti di Bush con tanti saluti a quel minimo di dignitosa autonomia" cha hanno gli alPaesi europei".Pecoraro (Verdi) chiede un chiarimento urgente.Bertinotti (Prc) diceon Kerry non si dimentichi la CoCostituzione che ripudia la guerra.

  5. #5
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    E Rutelli rincara la dose...

    29/07 148 - IRAQ,RUTELLI: SE VINCE KERRY PIU' IMPEGNO

    Molti i distinguo nel centrosinistra dopo che Fassimo e Rutelli hanno detto che in caso di vittoria di Kerry i nostri soldati dovrebbero restare in Iraq Il leader della Margherita torna sul tema con l'Espresso."Se vince Kerry,gli americani ci chiederanno di decidere e agire di più insieme.Dovremo prenderci più responsabilità e non meno",ha detto "La lotta al terrorismo-ha aggiuntotornerà al centro dell'azione. Noi dobbiamo essere pronti con la creazione nel prossimo decennio di un esercito europeo.Dopo la moneta sarà il prossimo grande traguardo".Poi sulle primarie per la leadership nel centrosinistra: "Un candidato l'abbiamo già,ed è Prodi"

  6. #6
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    Dunque, leggendo le due dichiarazioni di Rutelli e Fassino si capisce che sono 2 dichiarazioni differenti....

    mentre Rutelli auspica un maggiore impegno dell'italia al fianco degli Usa di Kerry, Fassino si limita a dire che se Kerry sarà eletto e dimostrerà di voler dialogare con l'europa, di rinunciare all'unilateralismo, di dare potere "vero" all'Onu rinunciando agli interessi economici e pensando agli interessi degli irakeni...allora ..in quel caso l'italia e L'europa tutta dovrà cercare di avere un dialogo forte con gli Usa..


    a me sembrano 2 dichiarazione opposte...quasi..

    Parere Personale:

    Rimane il fatto che Se Kerry eletto.. vorrà veramente fare gli interessi degli irakeni.. rinunciando agli interessi economici e favorendo la "ricostruzione" dell'irak... assieme ai paesi arabi ed a tutti gli europei ..e riducendo e di molto il contingente anglo-americano nella zona... allora..se ne potrà parlare...

    le polemiche verso il nuovo "liberal" Rutelli..sono pertinenti... quelle su fassino Strumentali..

  7. #7
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    le dichiarazioni di Fassino chiariscono le posizioni..

    29/07 19:18 - Fassino:se Kerry vince Ulivo non cambia

    "Leggo con stupore da alcuni giornali italiani che l'Ulivo cambierebbe linea sull'Iraq in caso di vittoria di Kerry. Niente di più sciocco e insensato". Lo afferma il leader dei Ds,Fassino,in un articolo sull'"Unità" di domani. Fassino spiega:"Kerry afferma che se diventerà Presidente farà ogni sforzo per internazionalizzare la gestione della crisi in Iraq" e aggiunge: "Registrare questo elemento come una novità per le relazioni Usa-Ue non è in contraddizione con quanto l'Ulivo ha sempre affermato. Semmai lo rafforza".

  8. #8
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    Secondo me gli USA si stanno indebolendo moltissimo sullo scacchiere internazionale. Sarebbe ora di dar loro una lezione e lasciarli soli a dissanguarsi in Irak e Afghanistan. La democrazia è una cosa seria: si sono votati Bush? Ora devono pagare. Non basta votare Kerry e liberi tutti come i bambini che giocano a nascondino.

    Se restano in Irak accumulano morti e deficit commerciale, perdendo posizioni nei confronti dei Paesi in via di sviluppo che, finalmente, diventano sempre più ricchi. La crescita del 4% negli USA è un valore ridicolo, ottenuto da Bush dando fondo alle casse dello stato per finanziare i militari. I quali peraltro sono sempre più in difficoltà con le reclute: se ce ne andiamo da Nassirya dovranno trovare altri tremila ragazzi (loro) che ci sostituiscano. E sono già a corto di reclute.. magari dovrebbero tornare alla leva con effetti disastrosi sul fronte interno.
    Andarsene non possono, Kerry o non Kerry. Se se ne vanno l'Irak si spezzetta in una zona sunnita grata ad AlQuaeda per averla aiutata contro gli USA, una zona sciita in orbita Iraniana (e gli Iraniani, in caso di ritiro USA si sentiranno giustificati a farsi le atomiche) e una zona kurda, che creerebbe tensioni tra gli USA e uno dei loro ultimi alleati rimasti, la Turchia. Inoltra il prestigio di AlQuaeda sarebbe tale da mettere a rischio l'Arabia Saudita. E con le diverse crisi di Russia (yukos), Venezuela, Irak (da cui non esce una goccia di petrolio) ancora in corso vorrebbe dire petrolio sopra i 50$ al barile.. e un bel po' di auto ferme in garage.

    Insomma, sono nei cavoli amari. Dobbiamo aiutarli proprio noi a uscirne? Dopotutto, sono gli Stati Uniti d'America. E' brava gente, sono i nostri alleati. Se, e ripeto con fassino SE, ci sarà una diversa presidenza, e SE, ripeto con fassino SE, la nuova presidenza si mostrerà sufficientemente umile ed accomodante con gli alleati, trattandoli con il giusto rispetto, allora, ripeto con fassino, POTREMMO, restare in Irak ad aiutarli a uscire dal pasticcio che Bush ha creato.

 

 

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