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Pietro Folena:
Chiarezza su programma o rischiamo sconfitta.
Quattro nodi per il centrosinistra:
programma, riforme, coalizione e leadership
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Se Sparta piange, Atene non ride. Il vecchio adagio può essere applicato alla situazione politica italiana, sostituendo a Sparta il centrodestra e ad Atene il centrosinistra.
La catastrofe politica dello schieramento berlusconiano (di cui risente pesantemente il paese), porta molti nel centrosinistra a pensare che le prossime elezioni saranno poco più che una passeggiata. Può anche darsi, ma non ne sono affatto convinto.
Negli ultimi giorni sono venuti al pettine nodi irrisolti che se non verranno districati entro l’autunno rischiano seriamente di minare la credibilità della nostra coalizione e di compromettere le chances di vittoria alle prossime elezioni.
Il primo nodo è il programma, i contenuti. Le uscite come quelle di Fassino e Rutelli sull’Iraq, o peggio quanto affermato da Nicola Rossi sulle pensioni sono delle mine vaganti che per ora producono qualche irritazione, ma che nel prossimo futuro potrebbero anche esplodere e mandare in frantumi il centrosinistra.
Prendiamo ad esempio l’Iraq e il tema della guerra. Quanto affermato da Fassino e Rutelli non sorprende, anche se preoccupa: l’idea che una guerra sbagliata possa essere “raddrizzata” solo perché cambia l’atteggiamento degli Usa nei confronti dell’Europa è figlia delle titubanze che si presentarono in parte della coalizione sin dall’inizio quando parte del centrosinistra non si schierarò in forte e pieno contrasto con la strategia della guerra preventiva di George W. Bush, ma lasciò la porta aperta in caso di un avallo delle Nazioni Unite all’operazione in Iraq.
Oggi gli stessi esponenti sostengono che se vincesse Kerry egli trasformerebbe la guerra unilaterale in un intervento multilaterale e concordato con l’Europa e l’Onu.
E allora? Anche se fosse così, cosa cambia? Forse le bombe “democratiche” fanno meno morti di quelle “repubblicane”? Non può essere questo l’approccio.
Secondo nodo: le riforme. Nicola Rossi dice che non dovremmo cancellare la riforma sulle pensioni. La fondazione Italianieuropei sostiene che dovremmo tenerci la riforma della scuola. Autorevoli voci affermano che la legge 30 sul mercato del lavoro può essere mantenuta. Mi chiedo: allora cosa ci andiamo a fare al governo?
Può il centrosinistra presentarsi agli italiani dicendo che rimarranno in vigore le leggi del centrodestra che sono alla base della situazione semi-disastrosa in cui versa il Paese? Possiamo presentarci come degli emendatori che si limiteranno a migliorare qualche aspetto tecnico? Che razza di riformismo è questo?
Terzo nodo: la coalizione. E’ possibile concepire il centrosinistra come un’aggregazione larga di partiti e movimenti, di soggetti sociali (in primis il sindacato), di singoli cittadini legati da un progetto. Una coalizione in cui non ci sono “forze guida” ma “idee guida”. Oppure è possibile concepirla come una serie di cerchi concentrici: i partiti, la federazione riformista, l’Ulivo, l’alleanza Ulivo-Prc, e in ultimo, se avanza tempo, movimenti e sindacati.
Credo che questo schema non funzionerebbe e porterebbe alla deflagrazione del centrosinistra appena arrivati al governo.
Quarto nodo: la leadership. Prodi cerca di far uscire allo scoperto i dubbi sulla sua leadership attraverso le primarie. Bertinotti ha risposto che potrebbe essere lui lo sfidante di Prodi.
E’ uno scenario interessante perché se delle primarie del genere si svolgessero per davvero tutto il centrosinistra potrebbe maturare livelli di unità maggiori.
Vedo però che nei Ds vi sono esplicite contrarietà. Si teme che poi Bertinotti divenga il vice di Prodi in un futuro ticket? Si teme che si guadagni la guida di fatto della sinistra, lasciata scoperta dalla “federazione riformista”?
Allora lo si dica e si candidi anche qualcuno dei Ds alle primarie. Se invece lo scopo è quello di evitare un confronto di fronte agli elettori non tanto sulle persone, quanto sui programmi, questo sarebbe sbagliato e deleterio per l’unità della coalizione.
Perché allora non ne usciamo così: convochiamo a settembre-ottobre una costituente programmatica di tutto il centrosinistra, chiamando partiti, movimenti ed amministratori, dandole il mandato di discutere le linee programmatiche.
Poi, fermo restando Prodi, facciamo le primarie sul programma: se ci sono ipotesi diverse, chiamiamo gli elettori a scegliere su ciascun punto (guerra, pensioni, riforma del mercato del lavoro, ecc.).
O forse si teme che l’elettorato del centrosinistra sia un po’ troppo di sinistra? Come vedete, partendo dai programmi e arrivando alla leadership, alla fine si ritorna a parlare di programmi. E’ questo, alla fine dei conti, il nodo vero, quello sciolto il quale tutto diventa secondario e più facilmente risolvibile. Ma è anche il nodo che sinora non s’è affrontato sul serio.




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