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IL GRAFFIO
Totò e Peppino a Boston
Si sono fatti fotografare vicini più volte, con il vento di Boston che gonfiava le giacche d’ordinanza blu e smuoveva i capelli. Insieme si sono fatti intervistare, prima l’uno e poi l’altro, come si conviene a chi è coordinatore e a chi è portavoce della Lista unitaria. Le cronache da Boston dicono che il leader della Margherita e quello dei Ds hanno seguito con attenzione tutte le fasi della Convention del Partito democratico. Non hanno avuto il coraggio d’indossare coccarde e improbabili cappellini yankee o di fare compere negli stand kitch anch’essi in stile yankee, dove si vendono i ricordini della Convention a mo’ di santuario di Padre Pio. Ma hanno preso appunti, insieme ai loro collaboratori, su come si organizza una Convention perché quella di Uniti nell’Ulivo che si svolse qualche mese fa all’Eur a Roma era una parodia di quelle americane e di Convention aveva solo il nome.
Ma fin qui si può fare solo della facile ironia sull’attrazione fatale che spinge la politica italiana a copiare la politica americana, anche nelle sue manifestazioni dove ai contenuti prevalgono le forme mediatiche. Del resto, da anni è tutto un copiare: il candidato-leader, le convenzioni, il bipolarismo, il partito democratico fino alle primarie (anche se nessuno spiega come quest’ultime si dovrebbero tenere in Italia, dove non c’è un solo partito che corre elettoralmente contro un altro ma ci sono due coalizioni formate da vari partiti).
Veniamo però a un problema politico. Da Boston, Rutelli e Fassino dichiarano: “Se vince Kerry nelle elezioni presidenziali del prossimo 2 novembre, l’Italia può restare in Iraq”. I due leader spiegano che in quella eventualità muterebbe il quadro internazionale in cui si colloca la presenza militare a Baghdad. I due leader, ricevuti da Madeleine Albright, ex segretario di Stato ai tempi della presidenza Clinton, hanno ricavato da quell’incontro l’impressione che in caso di vittoria di Kerry gli Stati Uniti cercherebbero di interloquire con i paesi europei sul destino dell’Iraq, come di certo non ha fatto Gorge W. Bush. Basta questa ipotesi, per ora niente di più che una ipotesi, a emettere il giudizio che il centrosinistra italiano potrebbe cambiare rotta. Perché questo credito a prescindere dal mutamento reale del quadro di guerra?
Sappiamo bene come non sia stato facile per il centrosinistra italiano assumere la posizione del socialista spagnolo Zapatero. Ricordiamo il percorso a zig zag durato alcuni mesi. Allo stesso Zapatero non verrebbe mai in mente di annunciare una correzione di rotta prima della vittoria effettiva di Kerry (che tutti ci auguriamo) e prima di un cambiamento della politica statunitense in Medio Oriente.
I nostri Fassino e Rutelli hanno fatto anche dell’altro. Hanno invitato Ralph Nader, leader dei consumatori, di solito terzo incomodo che sottrae voti ai democratici nelle elezioni presidenziali americane, di non presentarsi questa volta come candidato per non favorire il ripetersi di quanto accadde nel 2000, quando Bush vinse su Al Gore per appena 537 voti. Richiesta legittima, forse un po’ sopra le righe da parte di chi rappresenta solo il centrosinistra italiano, ma che di sicuro è stata avanzata con animo costruttivo e democratico. Ma si sono chiesti Fassino e Rutelli se alcuni punti programmatici rappresentati da Nader potevano entrare nel programma di Kerry, in modo da rafforzare la loro richiesta?
Quando torneranno in Italia, Fassino e Rutelli si troveranno non due partiti bensì due coalizioni. E troveranno una riforma delle pensioni varata in ventiquattr’ore con il voto di fiducia della Camera. Forse, questa volta, non criticheranno la Cgil per aver abbandonato il tavolo della trattativa. E forse questa volta, insieme a Romano Prodi, lanceranno la Convenzione programmatica dell’intera opposizione. Potremmo anche chiamarla “Convention”.




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