«FATTORE P», LA TASSA DELLA PAURA
di MASSIMO GAGGI
NEW YORK - «Ma se è così amico dei sauditi, se viene lui stesso dal clan dei petrolieri, com'è che Bush non riesce a bloccare il caro-benzina alla vigilia delle elezioni?» si chiede il frastornato automobilista americano mentre riempie il serbatoio della sua jeep giapponese. Forse perché la famiglia del presidente è meno organica all'industria petrolifera di quanto si creda, forse perché George W. Bush ha sbagliato non incentivando forme di risparmio energetico e impostando male il dialogo con gli organismi internazionali e con i produttori. Ma soprattutto perché i fattori contingenti che hanno portato agli attuali prezzi record (o presunti tali) sono numerosi ed hanno le origini più disparate: il timore di attentati in tutta l'area del Golfo, la guerra in Iraq, la crisi venezuelana, l'impennata dei consumi cinesi, lo scontro di potere in Russia (primo produttore di greggio al mondo) che rischia di paralizzare la Yukos che, da sola, produce il 2% del petrolio estratto ogni giorno sul pianeta.
Il «fattore P» è dunque destinato a diventare un pesante vincolo per l'economia mondiale? Nel breve e medio termine sicuramente sì. Le difficoltà congiunturali e gli errori accumulati rallentano ovunque la crescita perché drenano risorse dalle tasche dei consumatori, costringendoli a ridurre la domanda di altri beni e servizi. In America al conto economico si sovrappone poi quello politico, visto che una ripresa apparentemente ormai consolidata era considerata la miglior carta elettorale di Bush, in difficoltà nella gestione del conflitto iracheno. Il ritorno ad una situazione più incerta avvantaggia Kerry, anche se la sua linea in campo energetico suscita alcune perplessità: alla «convention» di Boston il candidato democratico ha giustamente rilanciato una politica di risparmio energetico, ma lo ha fatto offrendo ai delegati la prospettiva di un Paese «che deve dipendere dalla sua capacità di innovazione e non dalla famiglia reale saudita» e che investirà nei combustibili alternativi affinché in futuro «nessun giovane americano in uniforme sia più un ostaggio della nostra dipendenza dal petrolio mediorientale». Parole che piacciono agli elettori ma potrebbero costare care a Kerry nel rapporto con i Paesi arabi, se arriverà alla Casa Bianca.
Le attuali difficoltà non vanno però nemmeno sopravvalutate. Il petrolio è una risorsa preziosa e va risparmiato, ma non si sta affatto esaurendo: nei bilanci delle compagnie oggi ci sono riserve pari a 40 anni di consumi. Sono cioè più alte di quelle accumulate nei primi anni ’70, prima delle crisi energetiche, quando - oltretutto - i consumi erano molto più bassi. La domanda sta effettivamente crescendo più del previsto (3,5% invece del previsto 2), ma il boom cinese non basta da solo a squilibrare il mercato: Pechino brucia 5,5 milioni di barili di greggio al giorno (un quarto degli Stati Uniti) rispetto agli 80 consumati a livello mondiale.
Prezzi sopra i 40 dollari al barile sono un problema serio, ma il record assoluto resta quello del 1981: i 42 dollari del picco di allora corrispondono ad oltre 90 dollari del 2004. Durante le crisi precedenti l'economia ha sostenuto a lungo prezzi fra i 30 e i 34 dollari, 70-80 dollari di oggi a parità di potere d'acquisto. E infatti le indagini di mercato dicono che gli americani smetteranno di aumentare i consumi petroliferi solo se il prezzo supererà i 48,5 dollari al barile.
Ieri Bush ha ribadito che non intende utilizzare la riserva strategica accumulata dagli Stati Uniti (700 milioni di barili, quello che l'America consuma in 35 giorni) per calmierare il mercato. La decisione è giusta perché questo strumento è stato concepito per le emergenze vere, anche se un grande esperto del mercato come Ed Morse nota che talvolta, spostando per qualche giorno una quota di quella riserva, l'Amministrazione Usa avrebbe attutito l'impatto dei suoi errori di prospettiva: «Come quando Washington pensò di aver compensato il taglio di 200 mila barili al giorno dovuto agli scioperi in Venezuela con l'impegno dei sauditi ad aumentare la produzione di altrettanto. Senza rendersi conto che il petrolio venezuelano arriva in America in sei giorni, mentre quello saudita impiega un mese e mezzo».
I governi - ieri anche quello italiano - chiedono ai petrolieri uno sforzo per calmierare i prezzi, più senso di responsabilità. Qui il vero problema è quello di uscire dal clima di continua emergenza, di comprendere in che misura la «tassa del terrore», oggi stimata attorno ai 10 dollari al barile, è destinata a diventare un fattore permanente del nostro panorama economico. Per poi raggiungere un nuovo «consenso» sui prevedibili prezzi di lungo periodo del greggio. Quello attuale - una banda che oscilla tra i 23 e i 28 dollari al barile - sembra ormai da archiviare come roba d'altri tempi, ma l'industria petrolifera la vede diversamente e non sta investendo nei giacimenti che presentano costi di estrazione più elevati di quelli accettati fino a ieri.




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