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Discussione: Lo Stalinismo nella sua epoca

  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Lo Stalinismo nella sua epoca

    **************** COMUNISMO E STALINISMO *************

    ovvero: NOTE SULLO STALINISMO COME PRODOTTO DELLE RIVOLUZIONE LENINISTA E FORMA STORICA DETERMINATA DELL’IDEOLOGIA COMUNISTA NELLA FASE DI SVILUPPO IMPETUOSO DELLO STATO SOVIETICO E DEL MOVIMENTO COMUNISTA INTERNAZIONALE.
    [di P.F.B.]
    **************************************************
    principali riferimenti, fonti bibliografiche e letture consigliate:

    --------------------------------------------------------



    Marx-Engels “I Comunisti e Karl Heinzen”
    Marx-Engels “L’ideologia tedesca”
    Marx “Miseria della Filosofia”
    Marx “Critica del programma di Gotha”
    Engels “L’Origine della Famiglia, della proprietà privata e dello Stato”
    Lenin “ Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento”
    Lenin “Lo sviluppo del capitalismo in Russia”
    Lenin “Il socialismo e la guerra”
    Lenin “Stato e Rivoluzione – la dottrina marxista sullo Stato e i compiti del proletariato nella Rivoluzione”
    Lenin “L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo”
    Lenin “Che cosa sono gli amici del popolo e come lottano contro i socialdemocratici”
    Lenin “ Sugli scioperi”
    Lenin “Lettere da Lontano”
    Lenin “L’Estremismo, malattia infantile del comunismo”
    Lenin “Il Rinnegato Kautsky”
    Lenin “Sull’ispezione operaia e contadina”
    Lenin “ Sull’imposta in natura”
    Lenin “Lettera al Congresso”
    Kautsky “La via al potere”
    Kautsky “La dittatura del proletariato”
    Bauer “Bolscevismo o Socialdemocrazia?”
    Zinoviev “Il Leninismo”
    Trotzky “Il giovane Lenin”
    Trotzky “Millenovecentocinque”
    Trotzky “Terrorismo e Comunismo”
    Trotzky “Le lezioni dell’Ottobre”
    Trotzky “La Rivoluzione Tradita”
    Trotzky “ La Terza Internazionale dopo Lenin”
    Trotzky “Storia della Rivoluzione Russa”
    Trotzky “Bolscevismo e Stalinismo”
    Trotzky “La Rivoluzione Permanente”
    Trotzky “La mia vita”
    Bucharin-Preobrazensky “Abc del comunismo”
    Bucharin “Sulla teoria della rivoluzione permanente”
    Stalin “Questioni del Leninismo”
    Rosa Luxemburg “La rivoluzione d’ottobre”
    Bordiga “ Struttura Economica e Sociale della Russia d’oggi”
    Bordiga “Dialogato con Stalin”
    Bordiga “L’estremismo malattia d’infanzia del comunismo – condanna dei futuri rinnegati”
    Rizzi “Il Collettivismo Burocratico”
    Lowi “La teoria della Rivoluzione in Bucharin” in “Storia del Marxismo Contemporaneo”
    Demichel “La concezione della rivoluzione socialista in Lenin” in “Storia del Marxismo Contemporaneo”
    Lorenz “La costruzione del socialismo in Lenin” in “Storia del Marxismo Contemporaneo”
    Gruppi “Lenin e la teoria del partito rivoluzionario della classe operaia” in “Storia del Marxismo Contemporaneo”
    Mandel “Democrazia e Socialismo nell’URSS in Trotzky” in “Storia del Marxismo Contemporaneo” Pinzani “Il secolo della paura”
    AA.VV. “Il libro nero del Comunismo”
    Bettheleim “La lotta di classe in URSS”
    Pipes “Il Regime Bolscevico - dal Terrore Rosso alla morte di Lenin”
    Conquest “Il Grande Terrore. Storia documentaria delle purghe staliniane”
    Bettanin “Il lungo terrore – politica e repressione in URSS (1917-1953)”
    Service “Storia della Russia nel XX secolo”
    Service “Lenin”
    McCauley “ Stalin e lo stalinismo”
    Lewin “Storia sociale dello Stalinismo”
    Medvedev “ Lo stalinismo – Origini, Storia, Conseguenze”
    Rapaport “La guerra di Stalin contro gli ebrei”
    Cervetto “Lenin e la rivoluzione cinese”
    Cervetto “Lotte di Classe e Partito Rivoluzionario”
    Pannekoek “Critica del partito rivoluzionario”
    Graziosi “Guerra e Rivoluzione in Europa – 1905/1956”
    Furet “Il Passato di un’illusione”
    AA.VV. “Nazismo, Fascismo, Comunismo”
    Dimitrov “I diari (1934-1945)”
    Arendt “Le origini del Totalitarismo”
    Nolte “Nazionalsocialismo e Bolscevismo”
    Hobsbawm “Il Secolo Breve”
    Tambosi “Perché il marxismo ha fallito”
    Straniero “I comunisti – la religione dell’aldiquà”
    Sassoon “Cento anni di Socialismo – La sinistra nell’Europa occidentale del XX secolo”
    Zaslavsky “Lo stalinismo e la sinistra italiana”
    Agosti “Togliatti – un uomo di frontiera”
    Agosti “Bandiere Rosse – un profilo dei comunismi europei”
    Lehner “Togliatti – biografia di un vero stalinista”
    Spriano “Storia del partito comunista italiano”
    Bertelli-Bigazzi “PCI – storia dimenticata”.


    **************************


    Saluti liberali


    continua..........

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  2. #2
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    Lo stalinismo non è stato semplicemente un fenomeno storico determinato dalla personalità, dalle idee, dalle inclinazioni psicologiche di Giuseppe Stalin. Sarebbe puerile dare una descrizione dello stalinismo incentrata principalmente sulle qualità e le caratteristiche di Stalin, pur se collocate nel contesto storico della Russia rivoluzionaria. D’altra parte è difficile prescindere del tutto, nell’analisi del fenomeno storico conosciuto con il nome di stalinismo, dalla personalità e dal ruolo del tiranno osseto-georgiano della Russia sovietica.
    Lo stalinismo si manifestò storicamente come il tentativo di sviluppare la rivoluzione d’ottobre, che aveva dato il potere ai bolscevichi, ossia all’estrema sinistra della socialdemocrazia russa, per costruire nella Russia isolata, paese a grande maggioranza contadino (e quindi capitalisticamente “arretrato” secondo i parametri marxisti) una società socialista e fare del nuovo Stato Rivoluzionario una grande potenza politica e militare.
    Secondo l’ideologia marxista il modo di produzione socialista presuppone le basi materiali di un capitalismo sviluppato (società industriale avanzata), e la trasformazione socialista ha come condizione politica l’organizzazione transitoria del proletariato in classe dominante (dittatura rivoluzionaria del proletariato) per la costruzione della società senza classi e quindi senza Stato. Ora, la Russia degli zar, seppure aveva conosciuto all’inizio del XX secolo un certo sviluppo economico e una certa modernizzazione della sua struttura economico-sociale (soprattutto in alcune aree della sua zona europea abbastanza impetuosa), non poteva ancora dirsi un paese industrialmente avanzato, ne’ la classe operaia russa costituiva la maggioranza o anche solo una parte numericamente importante della sua popolazione.
    La classe operaia è, per l’ideologia marxista, l’unica classe conseguentemente rivoluzionaria, l’unica che possa anelare ad abbattere il capitalismo e a costruire nuovi rapporti di sociali ed una nuova struttura economica. Nella Russia dei primi anni del XX secolo la classe operaia russa poteva aspirare a svolgere la sua funzione di avanguardia rivoluzionaria solo trascinando con sé le masse semi-proletarie dei contadini poveri, adempiendo in primo luogo ai compiti della rivoluzione democratica-borghese e sviluppando questi, mediante il proprio potere politico, con misure rivoluzionarie di tipo socialista.

    All’epoca della rivoluzione del 1905 la divergenza fra menscevichi e bolscevichi verteva sostanzialmente nel fatto che mentre per i menscevichi la natura democratica e borghese della rivoluzione antizarista assegnava senz’altro la direzione politica della stessa ai liberali, per i bolscevichi questi erano politicamente incapaci di adempiere a detti compiti, mentre la direzione rivoluzionaria avrebbe potuto già essere assunta dal proletariato alleato delle masse contadine, con la formula leniniana della “dittatura democratica degli operai e dei contadini”, che non prevedeva tuttavia un’automatica sua trasformazione in dittatura rivoluzionaria del proletarito.
    Contro il parere di Lenin il presidente del Soviet di Pietrogrado, Leone Trotzky, riteneva che proprio lo schema bolscevico non avrebbe potuto fermarsi alla fase borghese del processo politico-sociale. Il proletariato una volta elevatosi a guida della rivoluzione non avrebbe potuto fermarsi e [....continua ....]

  3. #3
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    ...sarebbe stato indotto dagli eventi alla rivoluzione permanente, ossia al passaggio immediato all’adempimento dei propri compiti socialisti e all’instaurazione della propria dittatura rivoluzionaria.

    Con lo scoppio della prima guerra mondiale e il “tradimento” socialsciovinista della II internazionale socialista (appoggio della maggioranza dei partiti socialisti allo sforzo bellico del proprio paese), la posizione dei bolscevichi sarà tesa immediatamente alla proclamazione di parole d’ordine internazionaliste, disfattiste, classiste, contrarie sia alla “difesa della patria” che allo sterile pacifismo.

    La rivoluzione del febbraio 1917 spazzò via l’autocrazia zarista e avviò la fase del “dualismo di poteri”, con un governo provvisorio di coalizione democratica in mano prima ai liberali e poi ai socialisti moderati, e la classe operaia rappresentata nei Soviet con posizioni in fase di progressiva radicalizzazione. Il governo provvisorio aveva in ogni caso assicurato la continuazione della guerra a fianco degli alleati contro gli imperi centrali.

    Ancora nel 1917 la Russia era un paese arretrato e aveva una classe operaia relativamente poco numerosa e concentrata solo in alcune aree della Russia Europea. Ciononostante il l 7 novembre 1917 (25 ottobre del vecchio calendario giuliano) Lenin e Trotzky, con un colpo di stato, costituirono il governo dei Commissari del Popolo, proclamando la dittatura proletaria.

    In ragione dell’arretratezza sociale della Russia e della posizione minoritaria del proletariato industriale nella popolazione lavoratrice e sfruttata la formazione ideologica bolscevica aveva insistito, nei primi anni di esistenza del nuovo Stato, nel considerare la “rivoluzione d’ottobre” (1917) come inizio della rivoluzione socialista mondiale. La fondazione a Mosca, nel 1919, della Terza Internazionale Comunista, doveva rappresentare la costituzione tendenziale del partito rivoluzionario della classe operaia in partito mondiale, in sostituzione della II internazionale socialista incagliatasi nel “tradimento” socialpatriota e revisionista.
    Il compito assegnato pertanto dalla storia ai bolscevichi, in questo quadro ideologico del marxismo radicale, era stato quello di aver “spezzato l’anello più debole della catena imperialistica” costruendo una dittatura del proletariato, alleato dalla grande massa dei contadini poveri, che aveva la missione di resistere in attesa che la rivoluzione raggiungesse qualche paese capitalisticamente avanzato. In tale contesto generale le prospettive di Lenin e quelle di Trotzky si erano incontrate, mentre i menscevichi erano rimasti sostanzialmente sulle posizioni socialdemocratiche tradizionali.

    La dittatura del proletariato russo, secondo la formazione ideologica bolscevica, doveva procedere, nell’attesa della rivoluzione mondiale, al rafforzamento delle basi materiali del socialismo, sviluppando quindi il più possibile, in tale ambito, le forze produttive, assicurando comunque alla “classe operaia” il controllo dello Stato tramite il partito comunista.

    Celebre è la definizione leninista, formulata nei primi anni venti, dei compiti socialisti della rivoluzione russa : “il socialismo è costituito dai Soviet più l’elettrificazione”.

    Non potevano infatti mancare nello Stato “operaio e contadino”, misure già tendenzialmente “socialiste” in senso proprio, ossia capaci di spingere la società verso nuovi rapporti di produzione, anche sul piano economico-politico, giuridico-istituzionale e culturale. Tuttavia, le misure del “comunismo di guerra” si dimostrarono fallimentari, e vennero presto spiegate, a posteriori, come strumenti eccezionali legati al processo della guerra civile in corso, e non assolutizzabili ideologicamente. Esse non potevano quindi essere intese come una valida sperimentazione del socialismo, giacchè in tal senso si sarebbe trattato di misure premature. [...continua ...]

  4. #4
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    ... La rivoluzione bolscevica, anzi, per sopravvivere nelle avverse condizioni internazionali e all’arretratezza dell’economia russa, accentuata dalle distruzioni belliche e della cruentissima guerra civile, doveva risolvere sostanzialmente una miriade di problemi che ben poco avevano a che fare con l’instaurazione di rapporti di produzione propriamente “post-capitalistici”. Anzi Lenin, fin dal 1918, affermò che nella situazione data della Russia rivoluzionaria il “capitalismo di Stato” avrebbe costituito un deciso progresso, essendovi presenti nel paese ancora forti settori pre-capitalistici o addirittura pre-feudali! E il Capitalismo di Stato, neppure di uno Stato nelle mani del partito comunista, poteva costituire veri rapporti di produzione socialistici in senso economico-sociale per la teoria marxista radicale.

    Il socialismo, nella teoria leninista, presuppone infatti non solo la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, ma anche il superamento della “legge del valore” (con la formazione del plusvalore), del “lavoro salariato”, di ogni forma di mercato, dell’economia monetaria, della contabilità della “partita doppia”.
    La Nuova Politica Economica (NEP) inaugurata nei primissimi anni venti, dopo la conclusione della guerra civile e il fallimento del “comunismo di guerra”, fu un passo obbligato per consentire alla società russa di salvarsi dalla carestia e alla rivoluzione di salvarsi da un deragliamento che altrimenti sarebbe stato certo.

    Lenin concepì la N.E.P. come “ritirata strategica” verso il mercato e come strumento per l’elevazione della base materiale del socialismo tramite lo sviluppo [capitalistico] delle forze produttive, nonché come condizione necessaria per il mantenimento dell’alleanza “operai-contadini poveri”, base sociale dello Stato bolscevico.

    Nella misura in cui, però, la dittatura rivoluzionaria del proletariato consentiva, sotto il proprio controllo politico, la resurrezione della piccola e media produzione borghese e del mercato capitalistico, favorendo al contempo lo sviluppo del capitalismo di Stato, occorreva che la direzione politica fosse saldissimamente assicurata nelle mani del partito leninista.

    Non solo. Nonostante la vittoria nella guerra civile, la stessa disciplina del partito fu intensificata, fino a giungere alla totale abolizione del “frazionismo”, ossia della possibilità di condurre la vita politica del partito dittatorialmente al potere mediante una dialettica fra tendenze organizzate che concorressero liberamente a stimolare le istituzioni e i vertici del partito alla ricerca della soluzione dei problemi sul tappeto con un minimo di dibattito democratico.

    La dittatura del proletariato diretta dal partito comunista, divenne non solo dittatura assoluta del partito comunista, ma anche dittatura di un partito che si privava progressivamente di ogni possibilità di rapporti democratici interni, in una struttura organizzativa già nata fortemente centralizzata e disciplinata.

    La matrice ideologica del totalitarismo comunista sta tutta nella concezione leninista del partito rivoluzionario e dello Stato nata nel contesto storico della Russia dei primi anni del XX secolo.
    Lenin fin dal 1902 aveva dichiarato che “Senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario” e che “solo un partito guidato da una teoria di avanguardia può adempiere alla funzione di combattente di avanguardia”. E sempre nel “Che Fare?” aveva, sulla scorta dei principi teorici del marxismo rivoluzionario, concepito il processo di formazione della coscienza politica della classe operaia come prodotto della saldatura fra avanguardia rivoluzionaria fondata da intellettuali transfughi della classe borghese e fisico movimento operaio.

    In buona sostanza per Lenin la coscienza politica di classe non sorge spontaneamente dalle lotte operaie contro i padroni, perché su tale piano si forma solo una coscienza sindacale, [...continua ....]

  5. #5
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    ...tradeunionistica, che non esce ancora dai limiti della “ideologia borghese”, che è l’ideologia che spontaneamente si impone alla società intera, essendo l’ideologia della classe politicamente ed economicamente dominante.
    Nella sua lotta economica contro i padroni la classe operaia, per Lenin, non perviene ancora all’ideologia comunista, alla coscienza della necessità dell’abolizione rivoluzionaria dei rapporti sociali capitalistici e dello Stato Borghese come sovrastruttura istituzionale e politica del dominio di classe dei capitalisti.

    Pertanto Lenin, seguendo in questo Kautsky, afferma che la “coscienza politica può essere portata all’operaio solo dall’esterno”, ossia “dall’esterno della lotta economica”, o meglio ancora “dall’esterno della spontaneità operaia”, solo dal partito rivoluzionario, detentore della teoria rivoluzionaria scientifica capace di guidare il proletariato nella lotta per la trasformazione ed abolizione delle condizioni sociali, economiche e politiche del suo sfruttamento.

    La classe operaia in se’ diventa una classe operaia per sé nella misura in cui, in questo processo di maturazione politica, fondato sull’intervento attivo del partito (che è scienziato politico collettivo, educatore ed avanguardia di lotta), approda alla coscienza politica socialista. Scrive a proposito Lenin che “ogni allontamento dall’ideologia socialista implica un rafforzamento dell’ideologia borghese”. Ogni allontanamento dall’influenza pedagogica del Partito determina un cedimento della classe operaia all’egemonia ideologico-culturale della borghesia.
    La lotta politica di classe è quindi, per Lenin, anche una lotta ideologica, è il processo politico conflittuale mediante il quale la classe operaia si costituisce in classe politica cosciente, autonoma.
    Sostanzialmente solo il partito politico rivoluzionario è LA CLASSE OPERAIA in senso politico compiuto, ossia è l’avanguardia cosciente della massa proletaria.

    E’ evidente che nella misura in cui il partito comunista riesce a guidare il proletariato in una rivoluzione vittoriosa, per il leninismo la forma politica transitoria dello Stato, la dittatura rivoluzionaria, non può reggersi senza la salda direzione dell’avanguardia politica comunista.

    Nella visione leninista la dittatura di classe del proletariato [ e ogni Stato è per Lenin una dittatura di una qualche classe] è nella sostanza una dittatura guidata dal partito e, malgrado la varietà delle forme immaginabili è, in ultima analisi, una dittatura del partito.

    Le organizzazioni politiche operaie e popolari distinte dal partito comunista, nella misura vengono lasciate sussistere, rappresentano necessariamente, nel quadro teorico formulato dal leninismo, momenti d’espressione di strati proletari e semi-proletari non ancora approdati alla coscienza politica rivoluzionaria, o con forme di coscienza in stato embrionale e confuso. Indubbiamente quindi queste organizzazioni non possono sussistere che in uno stato di subordinazione e soggezione rispetto al partito comunista. Primi fra tutti gli organismi di classe ad avere questa sorte, durante il periodo leninista di esercizio della dittatura “del proletariato”, furono i Soviet e il Sindacati. I partiti sovietici non comunisti furono lasciati sussistere in una condizione di soggezione e in uno stato di controllo molto stretto, solo nella misura in cui questi non osavano contrapporsi al potere del partito comunista e continuavano a sostenere la necessità di difendere, anche verso l’esterno, la rivoluzione socialista russa. Ma i margini di questa “libertà vigilata” si restrinsero progressivamente e repentinamente, con molte oscillazioni, fino alla totale soppressione dei partiti socialisti non comunisti. In questo modo la “democrazia sovietica” venne presto a coincidere con il processo dialettico di educazione politica delle masse da parte nel partito leninista nelle organizzazioni sindacali, nei soviet, nelle altre assemblee popolari create dalla rivoluzione.
    [...continua ....]

  6. #6
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    ...La “democrazia sovietica” era pertanto null’altro, nella sua essenza, che la dittatura del partito comunista SUL proletariato, esercitata nelle condizioni di “maturità politica della classe operaia” date e nel contesto della sua [tentata] alleanza con i contadini poveri e gli altri ceti semiproletari.
    La formazione ideologica bolscevica aborriva ogni altra interpretazione della democrazia, e irrideva apertamente ogni richiamo ai principi di una “democrazia in generale” o di una “democrazia pura”, precisando sempre che, in ogni caso, era decisivo non l’aspetto formale o giuridico-istituzionale, ma il contenuto politico di classe.

    L’Assemblea Costituente eletta su base pluralistica dopo la rivoluzione d’ottobre fu immediatamente sciolta dai bolscevichi con il pretesto che non rappresentava i reali rapporti di forza rivoluzionari, essendovi evidentemente i bolscevichi risultati in minoranza rispetto al grande partito contadino dei socialisti-rivoluzionari, del resto spaccato in due frazioni, di cui quella di sinistra in un primo tempo alleata dei comunisti.

    Siccome solo il partito comunista, in quanto partito-avanguardia cosciente, era in grado di garantire l’egemonia della classe operaia nel nuovo Stato rivoluzionario, ne conseguiva che la più alta espressione della “democrazia proletaria”, forma della dittatura del proletariato, era appunto senz’altro la dittatura del partito comunista guidato dal suo gruppo dirigente leninista.

    Con la soppressione dei partiti “antisovietici” (ossia dei partiti presenti dapprima nei Soviet, e sostanzialmente di tipo socialista, se non marxista, ma non comunisti) e con la necessità di operare la “ritirata verso il mercato “ della NEP, nei primi anni venti, la direzione politica bolscevica era consapevole che, secondo gli schemi teorici che aveva sposato, la lotta di classe si sarebbe trasferita progressivamente sempre più all’interno delle istituzioni sovietiche e tendenzialmente anche entro i confini medesimi del partito.

    La ritirata verso il mercato doveva pertanto essere accompagnata da un rafforzamento della dittatura del partito e della dittatura del gruppo dirigente sul partito. Ecco quindi il “giro di vite” dei primi anni venti, sostenuto da Lenin e Trotzky, contro ogni forma di dissidenza organizzata dentro il bolscevismo e per la subordinazione dell’enorme burocrazia dello stato sovietico alle direttive del vertice del partito. Trotzky propose addirittura la “militarizzazione dei sindacati”, con la loro totale subordinazione, anche formale, allo “Stato Operaio”, e il loro totale cambiamento di funzioni, non essendo immaginabile un sindacato operaio che difendesse la classe operaia dalla dittatura di classe degli operai medesimi. Lenin si oppose difendendo il ruolo del sindacato quale strumento dialettico di difesa operaia ANCHE dallo Stato Operaio in quanto affetto da escrescenze burocratiche e tecnocratiche potenzialmente deformanti.

    L’incapacità teorica del gruppo dirigente bolscevico di spiegarsi in modo coerente le ragioni dell’iper-burocratismo dello “Stato Operaio” risulta soprendente solo se si dimentica che la direzione bolscevica era del tutto succube dei propri pregiudizi ideologici marxisti e incapace di cogliere l’intima relazione esistente fra lo sviluppo di uno Stato totalitario con la tendenza a dirigere l’intera formazione economico-sociale russa, fino ad assumere le funzioni dello Stato-Imprenditore ogni volta che ciò era già possibile, e lo sviluppo di una burocrazia e una tecnocrazia fortemente tese a perpetuare i propri poteri, le proprie inefficienze, i propri privilegi.

    La lotta contro la burocrazia immaginata da Lenin (e poi finalmente anche da Trotzky, ma divenuta uno slogan costante della propaganda bolscevica anche in era staliniana) era sostanzialmente una lotta per la subordinazione della stessa all’autorità ideologica e politica del partito e per la sostituzione progressiva dei burocratici e dei tecnici di origine borghese e di dubbia fedeltà politica, con dei burocratici e tecnici di estrazione operaia e perfettamente ideologizzati. [..continua ....]

  7. #7
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    ...Ma la burocrazia di Stato e di Partito era ormai un esercito che più che farsi controllare tendeva a interagire con la formazione ideologica-bolscevica e più che farsi penetrare dal partito tendeva a penetrare inesorabilmente, con la propria mentalità gretta e autoritaria, dentro ad un partito già ideologicamente vocato al totalitarismo politico.

    L’arretratezza economico-sociale relativa della Russia era anche, come è naturale, un’arretratezza politico-culturale e di sviluppo delle forme moderne della società civile e delle istituzioni dello Stato. L’interazione di questa arretratezza economico-politico-culturale con la visione ideologica marxista rivoluzionaria dei bolscevichi costituì la base sociale perfetta per la nascita del primo grande totalitarismo moderno . La burocrazia sovietica ne fu l’espressione più evidente, e anche nei comportamenti e nelle mentalità (oltre che spesso fisicamente) costituì l’elemento principale di continuità fra il vecchio stato autocratico zarista [reazionario] e la nuova autocrazia rivoluzionaria leninista.

    La burocrazia sovietica era il prodotto più evidente della rivoluzione bolscevica a pochi anni dall’instaurazione della dittatura terroristica del partito di Lenin e Trotzky, e rappresentava, nonostante tutto, salvo le importanti frange professionali provenienti dal vecchio regime [controllate terroristicamente dal partito] la base di massa più legata ai destini della rivoluzione, e quindi in ultima analisi, in senso marxiano, il ceto sociale tendenzialmente egemone nel nuovo Stato rivoluzionario.

    Una parte delle modificazioni nel tempo della formazione ideologica bolscevica sono espressione della crescente influenza della burocrazia sovietica e della “burocratizzazione” progressiva del partito comunista bolscevico.

    E’ in tale contesto storico-politico e socio-culturale che la rivoluzione d’ottobre genera non solo un nuovo Stato, ma sviluppa e realizza concretamente l’ideologia marxista rivoluzionaria del comunismo come si è poi andata diffondendo sotto la veste del “marxismo sovietico” o “marxismo-leninismo”.

    Detto questo occorre prestare attenzione al fatto che lotta ideologica all’interno del partito bolscevico dei primissimi anni venti, vista in prospettiva leniniana (come un’espressione “sovrastrutturale” della lotta di classe), era senz’altro portatrice, in sé, di una serie di insidie potenzialmente letali per la “dittatura del proletariato” nella Russia sovietica:
    1) penetrazione dell’ideologia borghese nella formazione ideologica bolscevica;
    2) penetrazione di interessi non proletari (piccolo borghesi, del ceto burocratico…) nella determinazione della linea politica bolscevica;
    3) indebolimento del ruolo egemone del partito mediante la frantumazione dell’unità ideologica e politica del gruppo dirigente che aveva guidato la rivoluzione e vinto la guerra civile anche in conseguenza di quanto ai precenti punti 1 e 2.

    Se per molti versi l’intera vita politica di Lenin fu una vita piena di lotte frazionistiche (prima dentro al P.O.S.D.R, poi dentro al bolscevismo, poi nello Stato bolscevico..), il frazionismo stesso, ormai divenuto il pericolo numero uno per la tenuta del Regime, doveva essere, come detto, inesorabilmente e decisamente soppresso. Ciò comportò la trasformazione della disciplina, ferrea ma dialettica, del vecchio “centralismo democratico” leniniano, in progressiva ingessatura totalitaria di un “ centralismo burocratico” sempre più brutale.

    Lo scioglimento delle opposizioni interne al bolscevismo dei primissimi anni venti ( l’opposizione del “centralismo democratico” e la cosiddetta “opposizione operaia”), corrispondeva inoltre, nell’Internazionale Comunista, alla lotta conto “l’estremismo e l’infantilismo di sinistra”, definito non a caso “semi-anarchico, soprattutto contro le tendenze del tribunismo olandese e del consigliarismo tedesco, portatrici nell’Internazionale di una polemica aperta contro la “dittatura dei capi” e contro il “tatticismo” opportunista della direzione bolscevica.
    [...continua....]

  8. #8
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    ..Tutto fu inserito, ovviamente, all’interno dei mutamenti tattici del giovane movimento comunista internazionale. Cambiamenti tattici principalmente determinati dal progressivo fallimento del tentativo di provocare e dirigere rivoluzioni socialiste in occidente. Rivoluzioni che avrebbero dovuto essere in grado, soprattutto, di giungere in soccorso alla dittatura bolscevica nella Russia arretrata, permettendo, quindi , di creare finalmente le basi sociali internazionali della trasformazione socialista dei rapporti di produzione e conseguentemente della vittoria definitiva del comunismo su scala mondiale.

    Lenin, Trotzky e Zinoviev, Kamenev, prima di Stalin, furono gli artefici della battaglia politica contro il frazionismo e il deviazionismo, battaglia che ebbe nella repressione sanguinosa della rivolta dei marinai rossi di Kronstandt (1921) il suo tragico punto di approdo.

    Trotzky, dopo la propria sconfitta, disse che l’abolizione delle frazioni fu una misura transitoria di emergenza dettata dallo stato di necessità. Ma tutta la concezione politica bolscevica dello Stato Operaio della Dittatura Rivoluzionaria e del Terrore Rosso fa un costante richiamo a concetti come “necessità oggettiva” e “misura transitoria” o “provvedimento d’emergenza”. Infatti non è inutile ricordare come la stessa dittatura rivoluzionaria del proletariato non sia altro, nell’ideologia marxista e leninista, che il corrispondente politico transitorio del processo di trasformazione della società capitalistica in società comunista, con la finale estinzione dello Stato, e con ciò di ogni “dittatura di classe” di ogni “forma politica statuale”, di ogni “democrazia” in una sorta di anarchismo egualitario paradisiaco.

    Quello che è difficile negare è che nel momento in cui, dopo la morte di Lenin, le lotte intestine al gruppo dirigente bolscevico assicurarono a Giuseppe Stalin e alla sua cricca, mediante un sottile e mutevole giuoco di alleanze, la permanenza al vertice organizzativo del partito e quindi la sua ascesa e radicamento al vertice supremo della nomenklatura politica dello Stato Sovietico, tutte le principali condizioni per l’esercizio sempre più determinato e feroce della propria dittatura, infine divenuta addirittura personale, erano state create.

    Le peculiarità caratteriali del dittatore sovietico, la sua particolare brutalità, riconosciuta già da Lenin, che la denunciò tardivamente nel suo “testamento” politico del 1923, ricoprirono l’esperienza dello stalinismo di forme particolari, ma non ne determinarono le tendenze di fondo e non costituirono affatto alcuno dei presupposti essenziali della formazione ideologica totalitaria del comunismo, che erano precedenti alla dittatura di Stalin e alle sua forme, anche maniacali.

    Le condizioni di cui parliamo non sono però solo ideologiche, ma anche politiche, socio-culturali, istituzionali, organizzative, giuridiche…

    Stalin non ha avuto affatto bisogno di sovvertire i caratteri fondamentali dello Stato sovietico, come credono i neo-comunisti come anche, fra gli altri, i trotzkysti e i bordighiani, ne’ di inventare nulla di veramente nuovo, ma ha semplicemente utilizzato ciò che ha trovato, sviluppandolo in rapporto alle condizioni, e piegandolo progressivamente al proprio volere. E l’utilizzo che Stalin fece degli strumenti che si trovò ad ereditare dall’epoca leniniana [compresi quelli ideologici] , che egli stesso aveva contribuito a gestire nei primi anni del potere sovietico, non fu sostanzialmente altro che un utilizzo volto a rafforzare il proprio potere e quello della propria cricca nella gestione dello Stato bolscevico e nella trasformazione rivoluzionaria della società sovietica prevista dalla dottrina "scientifica" comunista.

    La formazione ideologica bolscevica subì certamente, durante la lunga epoca della direzione staliniana, delle trasformazioni non secondarie che coincisero tanto con il mutare delle condizioni economiche e sociali di sviluppo dell’Unione Sovietica, quanto con l’evolversi del contesto internazionale in cui “la fortezza assediata” del “primo Stato Operaio” doveva muoversi, convivendo e necessariamente commerciando con il “mondo capitalistico”, in attesa della palingenesi finale. [..continua...]

  9. #9
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    ...Detta formazione ideologica bolscevica doveva necessariamente fare i conti, in qualche modo, con diversi fattori, tra i quali spiccano:
    1) il ritardo della rivoluzione in occidente, sostanzialmente fallita e rinviata nei fatti a data da destinarsi;
    2) l’esplosione dei movimenti nazional-democratici anti-imperialisti in paesi non capitalisticamente avanzati, o addirittura coloniali e semi-coloniali con la conseguente necessità dei comunisti di tenere conto di questo fattore “anti-imperialista” nella formulazione della linea politica rivoluzionaria internazionale;
    3) la debolezza del movimento comunista mondiale rispetto al ruolo egemone, nel movimento operaio e sindacale mondiale, delle correnti socialdemocratiche massimaliste e riformiste;
    4) l’avvento di regimi autoritari “di destra”, ad iniziare da paesi capitalistici dell’Europa Centro-Occidentale, che sembrava radicalizzare lo scontro “di classe” internazionale secondo l’alternativa secca, ideologicamente già descritta dal bolscevismo leninista, tra “dittatura terroristica del proletariato e dittatura terroristica della borghesia”.
    5) La necessità, in URSS, di guidare la NEP assicurando “l’alleanza operai contadini” si scontrava con l’irriducibilità dei contadini ad assoggettarsi alle prepotenze della dittatura bolscevica, che tendenzialmente era una dittatura delle città sulle campagne, e dava sempre più priorità alle esigenze di sfamare [ e non solo e nell’ordine] milioni di burocrati, impiegati, soldati e operai sovietici con una politica che oscillava fra l’incentivazione della piccola produzione agricola e il depredamento banditesco del prodotto del lavoro contadino (le cosiddette “eccedenze”), con la mascheratura delle requisizioni forzate con la foglia di fico, inventata poi pudicamente da Lenin, della “imposta in natura”, o con quella della lotta contro i “kulak”, ridicolmente definiti “contadini ricchi” solo perché non erano propriamente in miseria, come spesso lo erano invece i loro compagni di villaggio [ i contadini effettivamente ricchi erano pochissimi, una piccola minoranza di quelli che i bolscevichi chiamavano i kulak].
    6) L’obiettivo ideologico della costruzione delle cosiddette “ basi materiali del socialismo” coincideva con l’idea che fosse la grande industria statalizzata la forza motrice fondamentale della trasformazione socialista della società, e ciò acuiva le contraddizioni della politica sovietica, zigzagante, verso le campagne.
    Era inoltre solo la grande industria pesante a poter garantire, in prospettiva, non solo la creazione delle basi economiche materiali del comunismo, ma anche della difesa militare della Russia sovietica nell’inevitabile futuro scontro armato con “l’imperialismo”, con la costituzione stessa dell’URSS, tendenzialmente, in grande potenza militare.
    7) L’idea che la proprietà privata, compresa quella della terra, dovesse prima o poi definitivamente essere superata, se si voleva arrivare al socialismo, continuava ad essere un punto fondamentale dell’ideologia comunista dei bolscevichi. La NEP quindi era appunto una forma provvisoria e transitoria che preludeva alla completa collettivizzazione e pianificazione dell’economia sovietica, non appena se ne fossero create le condizioni materiali e politiche.
    8) Nella misura in cui l’Unione Sovietica come Stato fra gli Stati necessitava di allacciare rapporti economico-commerciali, diplomatici e politici con gli altri Stati, la stessa si faceva sempre più centro di interessi “nazionali” propri (volgenti progressivamente ad interessi da “grande potenza”) che dovevano essere in qualche modo “armonizzati” con quelli del movimento comunista internazionale, la cui subordinazione al Partito Comunista dell’Unione Sovietica doveva essere sempre più rafforzata. Questo rafforzamento non impediva, ma anzi consigliava, che i partiti comunisti fratelli, al servizio di Mosca, sviluppassero proprie tattiche locali, articolazioni della strategia mondiale, che tenessero conto delle varie particolarità nazionali.

    Ecco quindi che la formazione ideologica bolscevica, in epoca staliniana, si muove con il mutare delle situazioni di fatto, degli interessi e della mentalità della casta [nomenklatura, burocrazia sovietica] al potere e dell’Unione Sovietica quale potenziale nuova potenza mondiale. [....continua....]

  10. #10
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    .... La revisione del primitivo internazionalismo rivoluzionario leniniano ad opera di Bucharin e Stalin, con la formulazione della teoria della costruzione del socialismo in un paese solo, ossia nella sola URSS, con la liquidazione dei difensori della vecchia linea [gli Oppositori di Sinistra “trotzkysti” e “zinovievisti”] si coniuga con la mentalità conservatrice acquisita dalla nuova nomenklatura sovietica [che si manifesterà in tutti i settori della vita sociale e culturale negli anni a venire], ma anche con le esigenze di subordinazione del movimento comunista internazionale alla politica estera dell’URSS, nonché con lo sviluppo ulteriore della NEP, concepita ora come originale “via al socialismo” in contrapposizione al “superindustrialismo” internazionalista e pianificatore di Trotzky e poi dell’Opposizione Unificata.

    Quando Stalin lotta per liquidare la “sinistra trotzkysta e zinovievista”, dopo la rottura della prima troika costituita da lui e gli stessi Zinoviev e Kamenev, si appoggia alle formulazioni ideologiche “della destra” di Bucharin, Tomsky e Rykov, che prevedono una lunga durata della NEP, quale forma economico-sociale più favorevole per il mantenimento dell’alleanza operai-contadini, e la costruzione del socialismo nella sola URSS a “passo di tartaruga”. La parola d’ordine di Bucharin rivolta ai contadini, in questa fase è: “arricchitevi”. E Stalin condivide questa impostazione perché gli è necessaria per soddisfare gli interessi dell’apparato del partito, che rappresenta, e per contribuire a soffocare gli oppositori “di sinistra”.


    Ma la NEP continua a generare ceti sociali piccolo borghesi, libero mercato [con le conseguenti aspirazioni a forme di apertura democratica della società] e con i raccolti sfavorevoli che, pur ciclicamente capitano, se non altro per ragioni naturali, per il potere sovietico diventa difficile assicurare l’approvigionamento di derrate alimentari alla città e garantire pertanto all’industria le condizioni materiali di sviluppo. I contadini non ne vogliono sapere di essere spogliati dal potere comunista, senza contropartite, per rifornire le città e garantire quelle esportazioni necessarie all’URSS per ottenere dai paesi capitalistici ….tecnologie avanzate, necessarie all’industria e alla stessa modernizzazione dell’agricolutura. La politica della destra bolscevica non convince insomma i contadini e resta subordinata alle esigenze delle città e delle industrie di Stato.


    Con la liquidazione dell’Opposizione di Sinistra Stalin si è liberato dei suoi più pericolosi e prestigiosi concorrenti politici ed ideologici in seno al partito, ma si trova a governare le immani contraddizioni politiche e sociali generate dalla politica economica gestita “dalla destra “ bolscevica, che ha comunque a propria volta leader prestigiosi e in prospettiva pericolosi per il permanere del suo dominio sullo Stato comunista.

    La sconfitta della destra bolscevica bucharinina coincide con una svolta a sinistra, che si manifesta dentro all’URSS colla liquidazione della NEP, con lo “sterminio dei kulak in quanto classe”, quindi con la formulazione della dottrina dell’inasprimento della lotta di classe man mano che lo “Stato Operaio” Sovietico avanza verso il socialismo (teoria propedeutica alla definitiva trasformazione della dittatura del partito in dittatura personale del Capo e più tardi al Terrore contro il Partito stesso).

    Nel movimento comunista internazionale la “svolta a sinistra” si manifesta con la teoria e tattica settaria del “socialfascismo” (secondo la quale i socialdemocratici erano socialisti a parole e fascisti di fatto, più nocivi ancora dei fascisti), che interrompe la politica del “fronte unito”, e con la totale “bolscevizzazione” (leggi stalinizzazione) dei partiti membri dell’Internazionale comunista. E inoltre con l’epurazione di ogni dissidenza interna al movimento comunista, tanto di sinistra che di destra.

    La soppressione degli spazi residui del libero mercato, della piccola e media proprietà della terra e commerciale, della piccola industria e dell’artigianato, si accompagna a disastri economici (si pensi alla grande carestia provocata dalla collettivizzazione forzata dell’agricoltura sovietica con milioni e milioni di morti che si aggiungono a quelli causati dalla politica criminale di sterminio dei kulak e dei contadini che resistono ) che non possono essere spiegati alla popolazione sulla base degli schemi esistenti della formazione ideologica bolscevica, così come evolutasi nel contesto della “costruzione del socialismo nella sola URSS”. Ecco allora che i ritardi, gli insuccessi devono da un lato essere minimizzati e nascosti dietro ad un ufficiale trionfalismo di regime [ con statistiche economiche gonfiate negli aspetti positivi, tanto da suscitare l’ammirazione anche di tanti “economisti borghesi” occidentali in concomitanza con la grande crisi del capitalismo liberista successiva al crollo del 1929 e con la grande recessione del 1932], e laddove ciò non risulta proprio possibile, devono essere spiegati con la teoria dell’inasprimento della lotta di classe, e quindi come il prodotto della resistenza dei nemici della rivoluzione presenti nelle campagne, e annidatisi come sabotatori anche nell’apparato dello Stato e del Partito, ovunque.
    [...continua....]

 

 
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