L'ennesimo schiaffo alla Patria, umiliata l'otto settembre 1943, annientata, ma non ancora morta nel cuore più profondo dei suoi figli, coll'occupazione militare anglo-americana e la depredazione catto-comunista degli anni successivi, proviene dalla miserabile Albania. Come riporta oggi il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, gli infami comunisti ritennero far arrivare in quella terra disgraziata un'arma e la identificarono con quella che avrebbe ucciso il Duce della Rivoluzione Benito Mussolini.
Al di là d'ogni discussione sull'andamento dei fatti di Giulino di Merzagra dell'aprile 1945, un'umiliazione simile nessun popolo, per quanto sconfitto, l'aveva mai subita.
D U X, A N O I !
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ARCHIVI
Ritrovata a Tirana la lettera con cui Walter Audisio,
il giustiziere di Dongo, accompagnava il dono.
Che tornerà ad essere esposto al pubblico
«Vi regalo il mitra che ha sparato al Duce»
Nel quadro della collaborazione fra l’Istituto Gramsci e l’Archivio di Stato albanese, abbiamo pensato che alcuni documenti riguardanti l’arma con cui fu ucciso Benito Mussolini possano interessare i lettori italiani. Essi appartengono all’Archivio di Stato di Tirana e sono stati declassificati di recente. Che quell’arma fosse finita in Albania era cosa nota, sebbene poco conosciuta, poiché nel 1980 essa venne esposta nel Museo storico nazionale di Tirana con la scritta: «Con questa arma, il 28 aprile 1945, un’unità di partigiani italiani fucilò il capo del fascismo Benito Mussolini». Attualmente l’arma è custodita negli scantinati del Museo, poiché, dopo la caduta del regime comunista, il salone dedicato alla guerra antifascista, nel quale il mitra era esposto, venne sostituito dal «salone del genocidio comunista» e gli oggetti in esso contenuti finirono in deposito. Una decisione recente del governo di Tirana ha stabilito la riapertura del salone, che sarà dedicato alle vicende della seconda guerra mondiale, e in esso il mitra verrà nuovamente esposto. Il ritrovamento di cui diamo notizia riguarda una lettera di Walter Audisio (il «Colonnello Valerio»), all’epoca deputato del Pci, ed una coeva del viceministro degli Esteri albanese Vasil Nathanaili, che documentano l’identità dell’arma e il fatto che fu inviata in Albania alla fine del novembre del 1957. Non sappiamo, invece, dove e da chi fosse stata custodita prima in Italia. Inoltre, dalle ricerche fatte, non è stato possibile accertare i motivi per cui ne fu deciso l’invio. Possiamo segnalare, come circostanza concomitante, il fatto che nella primavera del ’57 la Corte d’appello di Milano stava indagando su Luigi Longo, Walter Audisio e altri capi partigiani, accusati di responsabilità penali per l’uccisione di Mussolini e degli altri gerarchi fucilati a Dongo, e per lo strazio a cui erano stati esposti i loro corpi a Piazzale Loreto.
La lettera di Vasil Nathanaili, con la richiesta di tenere segreto il «dono», fa supporre che l’arma fosse stata mandata in Albania per metterla al sicuro. Di ciò si può considerare un indizio il fatto che, dalla documentazione in nostro possesso, risulta che il mitra fu portato in Albania dal diplomatico Edip, ma non viaggiò nella valigia diplomatica, bensì nel suo bagaglio personale. Non siamo in grado di spiegare, invece, perché per custodirlo fu scelto il Partito del lavoro albanese (Pla). Ad ogni modo, va tenuto presente che nel ’57 i rapporti tra i comunisti albanesi e italiani erano molto buoni. L’anno prima le loro relazioni con Mosca si erano deteriorate a seguito del riavvicinamento di Krusciov a Belgrado dopo il XX Congresso del Pcus e lo scioglimento del Cominform: com’è noto, gli albanesi erano tradizionalmente ostili a Tito, temendone le mire egemoniche nei Balcani. Ma nella Conferenza dei partiti comunisti al potere, tenuta a Mosca il 7 novembre del ’57 in occasione del quarantesimo anniversario della rivoluzione d’Ottobre, i rapporti fra sovietici e jugoslavi erano tornati tesi, poiché, dopo l’insurrezione ungherese e la crisi di Suez, l’Urss proponeva una sorta di ricostituzione del Cominform. Questo aveva favorito un riallineamento convinto degli albanesi a Mosca. Insomma, nel ’57 non v’era nulla di paragonabile ai contrasti che insorgeranno successivamente, tanto con l’Urss quanto con il Pci, a seguito della rottura fra Mosca e Pechino nel ’59 e dello schieramento di Tirana con i cinesi.
La lettera di Audisio, inviata da Roma, è indirizzata al Comitato centrale del Pla. Gli archivi del Pci documentano che nell’estate del ’57 egli aveva trascorso le vacanze in Albania e probabilmente in quell’occasione si erano svolti gli incontri nei quali fu discussa l’idea di «donare» il mitra al Pla. Data la natura del «dono», è difficile pensare che si sia trattato di una decisione personale di Audisio, ignorata dal vertice del Pci. Inizialmente lettera e mitra furono custoditi nell’Archivio del partito comunista albanese, a cui sovrintendeva la moglie di Enver Hoxha, che ne era il segretario. Nel 1976, il mitra venne trasferito al Museo storico nazionale di Tirana.
I documenti che presentiamo interessano soprattutto l’identità dell’arma con cui Mussolini fu fucilato e dovrebbero provare che essa è quella custodita in Albania. «Le caratteristiche di quell’arme - scrive Audisio - sono: Mitra calibro 7,65L. - Mas modello 1938 - F.20830». E aggiunge: «Alla sommità dell’arme è annodato un nastrino rosso». Questi dati corrispondono a quelli del mitra conservato a Tirana e, non meno importante, coincidono con quelli da lui forniti nella prima testimonianza sull’uccisione di Mussolini. Come egli stesso ricorda nella lettera del novembre 1957: «Questi dati erano stati da me resi pubblici con una dichiarazione in data 18 settembre 1945 pubblicata sul giornale l’Unità il giorno successivo a firma "Colonnello Valerio", che pertanto qui confermo». In verità su ll’ Unità di settembre, sia di Milano che di Roma, non vi è traccia di quella dichiarazione. Essa comparve, invece, sull ’Unità di Milano il 30 aprile e su quella di Roma il 1° maggio. In quest’ultima, rispondendo ad una richiesta del direttore Velio Spano «e per soddisfare la legittima curiosità dei lettori del nostro giornale», Audisio aveva dichiarato: «Ti informo che il mitra Mas che servì a giustiziare Mussolini portava i seguenti contrassegni: calibro 7,65L., Mas m.lo 1938, F.20830 ed aveva un nastrino rosso legato alla canna». Da tale versione non differiscono i dati descritti nell’ultima testimonianza di Audisio, consegnata alle memorie postume pubblicate dalla moglie Ernestina Ceriani, due anni dopo la sua morte (W. Audisio, In nome del popolo italiano , Teti editore, Milano 1975, p. 381).
C’è notevole discrepanza, invece, tra la versione dei fatti fornita da Audisio all ’Unità nel ’45 e quella che compare nelle sue memorie per quanto riguarda la composizione del commando che eseguì la fucilazione di Mussolini e l’appartenenza del mitra adoperato. Nella prima versione Audisio aveva scritto che insieme a lui vi erano «Guido» (Aldo Lampredi, sostituto di Luigi Longo nel comando generale del Corpo volontari della libertà) e «Bill» (Umberto Lazzaro, che aveva identificato e arrestato Mussolini). Nelle sue memorie, invece, al posto di «Bill» è menzionato «Pietro» (Michele Moretti, commissario politico della 52a Brigata Garibaldi). Come Audisio stesso e tutti i testimoni hanno affermato, al momento della esecuzione il suo mitra si inceppò ed egli lo sostituì con quello di «Bill», secondo la versione del ’45, ovvero di «Pietro», secondo le sue memorie. Tuttavia non ci pare che queste incongruenze debbano indurre a dubitare che il mitra ora custodito a Tirana sia quello con cui Mussolini fu ucciso.
Le testimonianze raccolte in seguito concordano sul fatto che furono sparati in tutto dieci-dodici colpi, cinque dei quali - secondo il racconto dello stesso Audisio del ’45 - raggiunsero Mussolini. In una testimonianza resa a Franco Bandini molti anni dopo ( Le ultime 95 ore di Mussolini , Sugar editore, Milano 1963, p. 343) l’autista che aveva trasportato il «Colonnello Valerio» a Giulino di Mezzegra, identificato da Audisio come Giovanbattista Geminazza ( In nome del popolo italiano , cit., p. 375), raccontò che subito dopo l’esecuzione egli raccolse cinque bossoli «e Valerio pure ne raccolse qualcuno». La sua testimonianza si può considerare confermata dal fatto che insieme al mitra Audisio donò ai comunisti albanesi anche il suo caricatore e quattro bossoli, ora conservati anch’essi nell’Archivio di Stato di Tirana.
Qualche parola, infine, sulla lettera di Vasil Nathanaili. Essa era indirizzata a Hysni Kapo, numero due di Enver Hoxha nel partito, con l’incarico della politica estera e della sicurezza. La lettera del viceministro degli Esteri accompagnava l’invio del mitra e della lettera di Audisio al Comitato centrale del Pla e l’affermazione che il «dono» era stato «promesso» a Hysni Kapo fa supporre che il «Colonnello Valerio» avesse trattato la faccenda con lui, verosimilmente durante la sua permanenza estiva.
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Vacca è presidente della Fondazione Istituto Gramsci
Sinani è direttore generale dell’Archivio di Stato albanese
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IL MESSAGGIO
«Compagni, la questione rimanga segreta»
«Cari compagni, in occasione del Tredicesimo anniversario della Liberazione della vostra Patria dagli invasori nazi-fascisti, a testimonianza della mia profonda ammirazione per l’eroico popolo albanese, vi invio in dono l’arme con la quale - il 28 aprile 1945 - venne giustiziato il criminale di guerra Benito Mussolini, per ordine del Comando Generale dei Partigiani italiani»: comincia in questo modo la lettera, datata novembre 1957, che Walter Audisio indirizzò al Comitato centrale del partito comunista albanese quale messaggio di accompagnamento del mitra da lui donato ai compagni di Tirana. Nell’Archivio di Stato albanese (Fondo del Partito del lavoro, faldoni dedicati alle relazioni con gli altri partiti comunisti, fascicolo Pci), si trova inoltre una lettera, datata 30 novembre 1957, con cui il viceministro degli Esteri, Vasil Nathanaili, trasmette l’arma a Hysni Kapo, luogotenente di Enver Hoxha nella gerarchia del potere. Nathanaili precisa che Walter Audisio si era raccomandato con il diplomatico Edip, il quale aveva materialmente portato il mitra oltre l’Adriatico, «che la questione dell’arma rimanesse segreta».




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