“Onda di benevolenza”
di Claudio Mutti
Da un po’ di tempo assistiamo alla proliferazione di studi più o meno seri su quello che è stato chiamato, con espressione piuttosto discutibile, l’”esoterismo nazista” o il “nazismo esoterico”.
Per citare solo alcuni casi: il 1987 vide la pubblicazione di Hitler, l’élu du dragon di Jean Robin (Éditions de la Maisnie) e di Prima che Hitler venisse di Rudolf von Sebottendorff (Arktos); nel 1988 uscì presso l’editore Laterza un saggio di Giorgio Galli intitolato Hitler e il nazismo magico (1).
Quanto al libro di Robin, bisogna dire che esso ha segnato il punto più basso di una carriera che era cominciata all’insegna di opere di tutt’altro valore (2); basandosi su fonti totalmente inattendibili (per esempio Hermann Rauschning o David Lewis), manipolando a destra e a manca e intessendo una fantasmagorica ragnatela di presunti collegamenti, contatti ed influssi, Robin cercò di accreditare la tesi secondo cui Hitler sarebbe stato nientemeno che un precursore dell’Anticristo e, anticipando le grida d’allarme sul “nazislamismo” che vengono lanciate da alcuni recenti “crociati dello Zio Sam”, volle mettere in guardia contro la rivincita apocalittica preparata dal nazismo, alleato a un “certo Islam”.
Il libro di Sebottendorff era invece la traduzione di Bevor Hitler kam (München, 1933 e 1934), una storia della Thulegesellschaft scritta dal suo fondatore stesso. L’edizione italiana recava un saggio introduttivo di Renato del Ponte su La realtà storica della “Società Thule”. L’autore di tale introduzione, che sul periodico da lui diretto aveva precedentemente accreditato l’idea di una presunta “conoscenza segreta” della Thulegesellschaft (3), passava a sostenere una tesi ben diversa: la “Società Thule” non presenta affatto quelli che vengono chiamati da Del Ponte, con espressione che rivela una concezione alquanto riduttiva dell’esoterismo, “risvolti esoterici” (p. 4).
Da parte nostra, è sulla base di una logica elementare che neghiamo il concetto stesso di “esoterismo nazista”, in quanto l’esoterismo è l’aspetto interno di una dottrina tradizionale – e dottrina tradizionale il nazionalsocialismo non fu. Però, se un “esoterismo nazista” non è esistito, per il semplice fatto che non poteva esistere, non si può certo liquidare come fantastoria o come “seducente eggregoro” un fatto incontestabilmente vero: che legittimi esponenti dell’esoterismo tradizionale e, più in generale, ambienti e istituzioni tradizionali autentiche considerarono il nazionalsocialismo come il possibile alleato di una loro azione o, comunque, come una forza capace di determinare condizioni favorevoli al mondo della Tradizione. Ci riferiamo essenzialmente all’Islam e all’Induismo.
Per quanto concerne l’Islam e il contributo dato dai musulmani al tentativo messo in atto dal Terzo Reich, rinviamo il lettore alle opere di Stefano Fabei pubblicate dalle Edizioni all’insegna del Veltro (4).
Circa i rapporti intercorsi tra l’induismo e la Germania nazionalsocialista, invece, il lettore ha a disposizione uno scritto di Savitri Devi (5), L’India e il nazismo (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1979), che al suo apparire suscitò interesse, attenzione e apprezzamenti positivi non solo presso i sostenitori della realtà dell’”esoterismo nazista”, ma anche presso rispettabili professionisti della storiografia e presso osservatori di orientamento tradizionalista (6).
Ora, di fronte a certi tentativi che mirano ad assimilare la testimonianza di Savitri Devi alla letteratura nazioccultistica, riteniamo necessario presentare al lettore francese alcuni dati che probabilmente gli sono sconosciuti.
L’austriaco Agehananda Bharati, un docente universitario di antropologia e “practicing Tantric yogi” (7) che è lontano sia dall’induismo ortodosso sia dal filonazismo, ha raccolto una documentazione che conferma ed integra le pagine più interessanti e valide de L’India e il nazismo: quelle, a nostro parere, che riguardano le posizioni radicalmente opposte assunte dall’ortodossia indù e dal modernismo occidentalizzante nei confronti del fenomeno nazionalsocialista. Traduciamo integralmente il brano iniziale dell’articolo del dottor Bharati. “Gli intellettuali indù (in particolare i sanscritisti) che non sono stati influenzati dal clima liberale, analitico, politicamente orientato della Gran Bretagna o dell’India occidentalizzata hanno nutrito un atteggiamento di grandissimo apprezzamento nei confronti della Germania e dei Tedeschi (soprattutto per i loro specialisti, veri o presunti, di studi orientali). Gli studiosi di indologia non hanno considerato con sufficiente serietà la tradizionale posizione laudatoria che pandit, brahmani e monaci indù hanno tenuta nei riguardi della Germania nazionalsocialista. In India (ed è perfettamente comprensibile) c’è una grande riluttanza tra gli esponenti anglicizzati e sofisticati della tradizione del Servizio civile (ma solo tra loro) ad ammettere il fatto che ampie, autorevoli e colte cerchie dell’ortodossia indù simpatizzano, in maniera ingenuamente dichiarata, per la Germania hitleriana. Gandhi, Nehru e forse la maggior parte della generazione dei nazionalisti indiani nutrono un profondo disgusto per il dittatore, e così pure gl’intellettuali indiani che hanno avuto a che fare con la letteratura critica del dopoguerra, la quale ha trattato con obiettività l’epoca nazista”.
Più avanti vengono citate, in quanto “tipiche e forse riassuntive della posizione indù nei confronti di Hitler”, le parole che Swami Svatantrananda (“un giovane monaco e intellettuale di grande levatura, la cui fama era in ascesa nell’India ortodossa di allora”) pronunciò nel 1954 ad Allâhâbâd in un’assise di dotti indù: “Qualunque cosa si dica contro di lui [Hitler], egli fu un mahâtmâ, quasi un avatâra” (8). Nello stesso anno, in un analogo convegno tenuto ad Amrtsar, un noto e venerato monaco “non riformato”, Swami Hari Giri Maharaj, insorse contro un congressista con queste parole: “Lei non ha nessun diritto di offendere Sri Hitler e i dotti della Germania” (9). L’autore dell’articolo dice inoltre di aver sentito almeno due pandit menzionare Hitler e recitare i famosi versi 7 e 8 del IV canto della Bhagavad Gîtâ: “Ogniqualvolta ha luogo un illanguidimento della Legge e l’affermarsi dell’ingiustizia, allora, o Bhârata, Io manifesto Me stesso. Per la protezione dei buoni, per la distruzione dei malvagi, al fine di stabilire saldamente la Legge, Io genero Me stesso di era in era” (10). Hitler era evidentemente, per quei pandit, una prefigurazione dell’avatâra che deve venire. Con questi indù tradizionalisti, prosegue il dr. Bharati, parlare dello sterminio degli ebrei è perfettamente inutile: tutto ciò viene “respinto come propaganda angloamericana”.
Se tale è stata nel dopoguerra – ed è ancora oggi, secondo il dr. Bharati – la posizione degli Indù fedeli all’ortodossia tradizionale, allora era verosimile quello che diceva Subhas Chandra Bose in un discorso pronunciato a Berlino nell’ottobre del 1941, ossia che “gli intellettuali dell’India si erano resi conto della grandezza e del potenziale spirituale del Reich”. La popolarità di cui godeva allora la Germania nazionalsocialista presso i popoli dell’India è d’altronde testimoniata da un curioso episodio, che il dr. Bharati rievoca nell’ultima parte del suo articolo. “Nel 1942 Pandi Mahandas Dube, un drammaturgo di Varanasi (…) scrisse una breve opera teatrale che fu portata sulle scene dagli studenti della sezione Kamacha dell’Università Indù (…) La trama riguardava la distruzione dell’impero britannico da parte di Hitler, e il titolo dell’opera era Duskrtavijaya, “Vittoria sui malfattori”. Il dramma cominciava così: “Nella città di Varaline, sul trono del sovrano, stava la Guida Hitalahare; con il braccio alzato gli si fa incontro Gauranga e dice: Signore, spazza via i peccati!”. Varaline è Berlino, il cui nome è interpretato come “voti sommersi”; Hitalahare, Hitler, è “onda di benevolenza”; Gauranga, Goering, significa “membra d’oro”.
Note:
(1) G. Galli, Hitler e il nazismo magico, Milano 1989.
(2) Per esempio: René Guénon témoin de la Tradition (Paris 1978) e Les Objects Volants Non Identifiés ou la Grande Parodie (Paris 1979).
(3) V. De Cecco, Un aspetto della società tedesca contemporanea : la società « Thule », « Arthos », 16, novembre 1977 – marzo 1978, p. 29.
(4) S. Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich ( Parma 1986), Guerra santa nel Golfo (Parma 1990), Il Reich e l’Afghanistan (Parma 2002).
(5) Nata nel 1905 a Lione da padre greco e madre scozzese (e con qualche ascendenza italiana), Savitri Devi fece studi di filosofia, matematica, mineralogia, chimica. Viaggiò in Palestina (1929) e in India (1935), dove sposò, nel 1939, Sri Asit Krishna Mukherji. Nel 1949 fu arrestata, nella Repubblica Federale Tedesca, per avere svolto “propaganda nazista”. Dopo alterni soggiorni in India, in Europa e in Egitto (dove fu ospite di Omar Amin von Leers), morì in Inghilterra il 22 ottobre 1982.
(6) Riportiamo, tra i tanti, il parere del noto storico Franco Cardini, secondo il quale L’India e il nazismo è “uno scritto significativo di tutta una temperie politico-intellettuale (e meglio sarebbe dire politico-religiosa) poco conosciuta (…) testimonianza degna d’interesse” (“Antologia Vieusseux”, 59, luglio-settembre 1980).
(7) Dr. Agehananda Bharati, Hindu Scholars, Germany and the Third Reich, in “Update. A Quarterly Journal on New Religious Movements” (Arhus, Danemark), vol. 6, n. 3, September 1982, pp. 44-52.
(8) “jo kuch kaha jae unke viruddh, mahatma to the, avatar sa the”.
(9) “bhavan ka koi adhikar nahin Sri Hitler athava siromani des ke panditon ki ninda karna”.
(10) “yadâ-yadâ hi dharmasya glânir bhavati, bhârata, abhyutthânam adharmasya, tadâ ‘tmânam srjâmy aham; paritrânâya sâdhûnâm vinâsâya ca duskrtâm, dharmasamsth¬âpanârthâya, sambhavâmi yuge-yuge”.
(11) “Varaline nagar-ke sasana-mandap par, vasata neta Hitalahari, sanjali carata agre Gauranga deva iti kahuta, papon ka tu nas kar”.




Rispondi Citando
