Il Muro è sbagliato ma il voto dell’Onu demonizza Israele»
«Il fatto che prim’ancora della Corte internazionale dell’Aja sia stata la Corte Suprema d’Israele ad avanzare osservazioni critiche sulla costruzione del “muro”, dovrebbe far riflettere tutti sulla liceità di questa iniziativa. Io il “muro”, nel suo attuale tracciato, non lo avrei fatto, ma io non sono il primo ministro d’Israele». A parlare è Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Con altrettanta nettezza, il presidente dell’Ucei critica il voto dell’Assemblea Generale dell’Onu: «Quella risoluzione è ingiusta, inaccettabile, tendenziosa - osserva Luzzatto - perchè decontestualizza la costruzione della barriera e non tiene in alcun conto degli attacchi terroristici a cui Israele è costretto a far fronte. Attacchi che il “muro” ha certamente frenato. Quella risoluzione non aiuta di certo il rilancio del processo di pace».
Prima il pronunciamento della Corte dell’Aja, ora la risoluzione dell’Onu. Israele è sotto accusa per la realizzazione del «muro» in Cisgiordania.
«Distinguerei nettamente la sentenza dell’Aja dal voto dell’Onu. Innanzitutto perchè hanno un carattere diverso. La sentenza dell’Aja pone un problema di carattere giuridico, cioè quello della liceità, sul piano del diritto internazionale, della costruzione del “muro”. Questo problema deve essere esaminato anche alla luce di un’altra sentenza che è quella della Corte Suprema israeliana. Ora, se noi prendiamo in considerazione la sentenza dell’Aja senza ricordare che esiste anche una sentenza, precedente, dell’Alta Corte israeliana deformiamo l’ottica e sbagliamo profondamente. Il problema è di capire non la giustificazione politica o ideoligica del “muro” ma la sua liceità giuridica. Una liceità che tutte e due le sentenze mettono in discussione. E il fatto che ci siano due Corti diverse che eccepiscono sui fondamenti giuridici della costruzione del “muro”, credo che debba costringere tutti a porsi il problema con la dovuta serietà. In questa ottica, il problema è di capire se indipendentemente dai motivi strategici di sicurezza avanzati da Israele, questo “muro” leda i diritti di altre persone, in questa fattispecie dei palestinesi, che hanno tutti i buoni motivi di essere salvaguardati. Questo è il problema posto dalle due sentenze e non altro. Da questo punto di vista, ritengo che la sacrosanta lotta al terrorismo stragista condotta da Israele non possa né debba giustificare “eccessi di difesa” che aggravino la sofferenza della popolazione civile palestinese».
Questo sulla sentenza dell’Aja. E sul voto dell’Onu?
«L’interrogativo che mi pongo su quel voto è uno solo: qual è l’obiettivo che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è posta con quel pronunciamento. Perché quel voto ha una caratteristica molto singolare: da tutto il contenzioso isola soltanto l’aspetto del “muro”. E su questo aspetto isolato ottiene una maggioranza schiacciante. Primo ragionamento da fare: si può isolare così o si deve contestualizzare sempre? Il pronunciamento dell’Onu non è giudiziario, è un voto politico. E quando si dà un giudizio politico è corretto porre in essere questa azione di riduzione al minimo e di isolamento di un fattore dagli altri decontestualizzandolo? Io ne dubito fortemente. E queste grosse riserve mi fanno domandare qual è l’obiettivo con questo voto».
Qual è la sua risposta?
«L’obiettivo potrebbe essere è quello di promuovere il processo di pace, o quanto meno rimuovere gli ostacoli al processo di pace. Ma se così fosse, se questo è l’obiettivo, il metodo è sbagliato e porta ad effetti controproducenti. Perchè se nel momento in cui Sharon apre una trattativa con Peres per un nuovo governo meno chiuso a compromessi con la controparte palestinese, si va giù così pesante con un giudizio totalmente unilaterale come quello espresso dall’Onu, è chiaro che si commette un’azione che rischia di compattare a fianco di Sharon la destra più intransigente rendendo più difficile la formazione di un governo aperto alla sinistra laburista. Il voto dell’Onu, così come è formulato non rimuove ma anzi rischia di creare ulteriori ostacoli sul cammino già così accidentato del negoziato di pace. Il pericolo è di cadere nella trappola di demonizzare gli uni e “santificare” gli altri, cioè prendere posizione per gli uni contro gli altri o viceversa. In questo momento non dico che i favoriti siano gli israeliani o siano i palestinesi, dico che comunque prendere posizione “per” e “contro” è profondamente sbagliato. Perché l’essenza vera della tragedia mediorientale è che a confrontarsi e a scontrarsi sono due diritti egulamente fondati: quello alla sicurezza e all’esistenza di Israele come Stato ebraico, e il diritto dei palestinesi a uno Stato indipendente. Isolare, come fa la risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu, uno dei due contendenti, in questo caso Israele, dicendo che lui è il colpevole di tutto, non si fa un’operazione che agevoli la ripresa del processo di pace. Demonizzando Israele, si fa l’operazione opposta, e ci si muove in quella catastrofica logica da “crociata”, stavolta contro “lo Stato degli gli Ebrei”, che non prevede compromessi, incontri a metà strada, ma solo l’annientamento di uno dei contendenti».




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