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  1. #1
    smrt fašismu
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    Predefinito Walter Audisio: In nome del popolo italiano

    Colonnello Valerio: In nome del popolo italiano



    "La macchina iniziò la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo prescelto e, non appena arrivammo presso il cancello, ordinai l'alt, facendo segno a Mussolini di non parlare. E, sottovoce, accostandomi allo sportello, gli sussurrai: "Ho sentito dei rumori sospetti, vado a vedere". E mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno venisse verso di noi. Quando tornai sui miei passi, la faccia di Mussolini era cambiata: portava i segni della paura. Guido mi riferì di avergli già detto che "la cuccagna era finita".
    Ero certo, tuttavia, guardandolo attentamente, che per Mussolini si trattasse ancora di un sospetto. Mandai il commissario Pietro e l'autista nelle due direzioni della strada, di guardia a circa 50-60 metri di distanza l'uno dall'altro.
    Poi feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi di portarsi tra
    il muro e il pilastro del cancello. Obbedì docile come un agnello. Non credeva ancora di dover morire, non si rendeva conto della realtà. Gli uomini come lui temono sempre la realtà. Preferiscono ignorarla, a loro basta fino all'ultimo un inganno per sè stessi. Adesso era ridiventato stanco, vecchio, esitante. Camminava pesantemente, strascinandosi un po' la gamba destra. Era visibile la sdruscitura di uno stivale.
    Poi la Petacci scese anch'essa dalla macchina e si portò di sua
    iniziativa, svelto al fianco di lui che, ubbidiente, raggiunse il punto
    indicato con la schiena volta al muretto. Fu un attimo: improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito:
    "Per ordine del comando generale del Corpo volontari della libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano."
    Credo che Mussolini non abbia nemmeno capito quelle parole: guardava, esterrefatto, con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui. La Petacci gli buttò le braccia sulle spalle.
    E io: "Togliti di lì se non vuoi morire anche tu".
    La donna capì subito il significato di quell'anche e si staccò dal condannato. Quanto a lui, non disse una sola parola umana: non il nome di un figlio, non quello della madre, della moglie, non un grido, nulla. Tremava, livido di terrore e balbettava con quelle grosse labbra in convulsione:
    "Ma, ma, ma... signor colonnello...ma, ma, ma... signor colonnello!"
    Nemmeno a quella donna che gli saltellava vicino, che si muoveva di qua e di là, palesando con lo sguardo uno smarrimento infinito, disse una sola parola. No, si raccomandava, nel modo più vile, per quel suo grosso corpo tremante; solo a quello pensava, a quel grosso corpo che aveva appoggiato al muretto.
    Ho detto che, per precauzione, avevo provato il mio mitra pochi minuti prima di entrare nella casa dei De Maria; ebbene, feci scattare il grilletto, ma i colpi non partirono. Il mitra si era inceppato.
    Manovrai l'otturatore, ritentai il tiro, ma l'arma non sparò. Guido
    impugnò la pistola, puntò per il tiro ma - sembrava una fatalità - la pistola era inceppata. Mussolini non sembrava essersene accorto. Non si accorgeva, ormai, più di niente.
    Ripresi il mitra, afferrandolo per la canna, pronto a servirmene come una clava, aspettandomi - malgrado tutto - una qualunque reazione. Ogni uomo normale avrebbe pensato a difendersi, ma Mussolini era al di sotto di ogni uomo normale e continuava a balbettare, a tremare, immobile, con la bocca sempre semiaperta e le braccia penzoloni. Chiamai a voce alta il commissario della 52° Brigata, che venne di corsa a portarmi il suo mitra. Pietro scambiò la sua arma con la mia, a dieci passi da Mussolini, e di corsa risalì al suo posto di guardia.
    Erano intanto trascorsi alcuni minuti che qualunque condannato a morte avrebbe sfruttato per tentare una fuga disperata, o comunque, una reazione di lotta. Invece, colui che doveva vivere come un "leone" era un povero cencio tremolante e disfatto, incapace di muoversi.
    Nel breve spazio di tempo che Pietro aveva impiegato a portarmi il suo mitra, avevo avuto la sensazione di essere veramente solo con Mussolini.
    C'era Guido, attento e partecipe.
    C'era la Petacci al fianco di "lui", che quasi lo toccava con il gomito, ma non contava.
    C'eravamo "lui" e io.
    Nell'aria umida il silenzio era greve. Si avvertiva nettamente l'ansito breve del condannato. Di là dal cancello, tra la massa verde del frutteto, appariva in uno squarcio la facciata bianca della casa. Nello sfondo, la montagna.
    Se fosse stato in condizione di guardare e vedere, Mussolini avrebbe visto, di scorcio, il lago. Ma non guardava, tremava. Non c'era in lui più niente di umano. L'umanità si era soltanto rivelata in quell'uomo nella burbanzosa iattanza del trionfo, nel freddo disprezzo verso i deboli e i vinti. Ora non c'erano più le squadracce, non c'era più la corte dei gerarchi e dei marescialli, non c'erano più i moschettieri.
    Dal suo viso sconvolto appariva soltanto la paura, la paura animale davanti all'ineluttabile.
    L'inceppamento del mitra non aveva dato certamente nessun barlume di speranza a Mussolini, egli sentiva ormai che avrebbe dovuto morire. E in questo sentimento stava rinchiuso come in un velo d'incoscienza che lo proteggeva dal dolore. Non avvertiva nemmeno la presenza di quella che era stata la sua donna.
    In me non c'era più neanche l'odio: c'era il senso della giustizia inesorabile di mille e mille morti, dei milioni di affamati e traditi. Non avevo l'impressione di dover uccidere un uomo.
    Quando mi fui di nuovo piantato di fronte a lui, con il mitra in mano, scaricai cinque colpi su quel corpo tremante. Il criminale di guerra si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata sul petto.
    La Petacci, fuori di sè, stordita, si era mossa confusamente, fu colpita anche lei e cadde di quarto a terra. Erano le 16.10 del 28
    aprile 1945. L'arma portava i seguenti contrassegni: "cal. 7,65 L. MAS mod.lo 1938 - F.20830" e aveva un nastrino rosso legato all'estremità della canna."

    (Dal volume: Walter Audisio, In nome del popolo italiano, Teti editore, Milano 1975)

  2. #2
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    Predefinito

    http://crimini.web-gratis.net/morteduce.htm

    Morte al Duce!
    Il mistero sulla morte di Mussolini
    e sul suo presunto assassino

    a cura di Fabio GALANTE


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    Prefazione
    La morte del Duce BENITO MUSSOLINI è stata sempre avvolta dal mistero, come la fine di tutti i grandi uomini del resto... Sul suo o sui suoi presunti carnefici ci sono state testimonianze discordanti, sia per quanto riguardava la loro precisa identità e il luogo della "mattanza" sia per quanto riguardava il "modus operandi" degli assassini. Ricordo che sui libri di scuola la notizia della morte di Mussolini era riportata pressappoco così: "il 28 aprile del '45, il Duce veniva giustiziato a Milano nel Piazzale Loreto insieme alla Petacci e ad altri gerarchi del regime". Tutti i più seri libri di storia sul fascismo, danno un rilievo minimo ai "modi" in cui Mussolini fu ucciso. E nessuno si sognerebbe mai di dire che quei libri sono lacunosi. Proprio perchè libri di storia, e non di cronaca, quei testi e quegli autori non si pongono assolutamente il problema di "chi" abbia materialmente eliminato Mussolini. Più o meno tutti i libri di storia recitano questo: "il Duce fu giustiziato dal popolo italiano, dalla resistenza". Non importava se ad assassinarlo furono balordi o partigiani, soldati o patrioti, non importava se decisero di ucciderlo nonostante gli alleati angloamericani volevano che fosse consegnato vivo. Non importava se davanti al plotone di esecuzione finì misteriosamente anche Claretta Petacci, nei confronti della quale non fu mai pronunciata alcuna condanna o sentenza di morte da parte del CLN. Non importava nulla di tutto questo, l'unica cosa importante era uccidere il "tiranno" a tutti i costi e in "tutti i modi". Mussolini, negli anni della sua latitanza, aveva più volte confessato a sua moglie, Donna Rachele, che se un giorno fosse stato catturato dai partigiani, sicuramente lo avrebbero ucciso, non lo avrebbero mai processato. Questo perchè egli sapeva che se lo avessero processato c'era il rischio che da accusato potesse diventare pubblico accusatore. Alla moglie disse anche di non fidarsi degli italiani e che se un giorno si fosse trovata in difficoltà poteva chiedere aiuto agli alleati americani, perchè sarebbero stati sicuramente più clementi. Tutti gli uomini politici dell'epoca, benchè appartenenti a partiti diversi, hanno dimostrato di aver accolto di buon grado la "versione tradizionale" sull'uccisione di Mussolini, quella cioè pubblicata sui libri di storia. Il punto da chiarire allora resta un altro: "il perchè della decisione, presa a tavolino dai capi partigiani, nella notte tra il 27 e il 28 aprile 1945, il perchè della decisione di CONDANNA A MORTE".

    Fabio Galante


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    Una testimonianza agghiacciante rimette in discussione la "verità storica" su quel tragico pomeriggio del 28 aprile 1945

    Circa 7 anni fa mi capitò casualmente di ascoltare, in un'intervista radiofonica, un medico legale che affermava di aver assistito all'autopsia dei cadaveri di Mussolini e della Petacci. Il medico affermava che all'epoca dei fatti era poco più che ventenne e che egli stesso rimase inorridito dallo spettacolo a cui dovette assistere. Ho provato a ricordare sia il nome del medico sia la stazione radio che stavo ascoltando... purtroppo inutilmente. Qualora me ne rammentassi, non esiterei a pubblicare le fonti di questa testimonianza. Invito comunque i visitatori di questa Pagina a comunicarmi eventuali notizie in merito a quell'intervista radiofonica.

    *(E' doveroso ricordare inoltre che l'autopsia sui cadaveri venne eseguita dal Dott. Caio Mario Cattabeni e dal Dott. Pierluigi Cova dell'Istituto di Medicina Legale della Università di Milano. Non posso però essere certo se l'interlocutore del giornalista radiofonico è uno dei due)

    Riporto i contenuti salienti di quella conversazione tra il Medico legale e il Giornalista radiofonico.

    Giornalista: "Così Lei avrebbe assistito all'autopsia di Benito Mussolini e di Claretta Petacci?"

    Medico legale: "Certamente, e posso affermare con certezza che la morte dei due non è avvenuta così... come l'hanno raccontata per tutti questi anni"...

    Giornalista: " No? Quindi Lei afferma che la morte non sarebbe avvenuta per fucilazione?"

    Medico legale: "Non solo la morte non è avvenuta "principalmente" per fucilazione, ma anche il luogo dove sono stati giustiziati non è Piazzale Loreto! A Piazzale Loreto sono giunti cadaveri"...

    Giornalista: "Che a Piazzale Loreto siano giunti cadaveri è ormai risaputo, ma la morte come sarebbe avvenuta?"

    Medico legale: "Secondo alcuni testimoni attendibili, Mussolini e la Petacci furono sorpresi di notte dai partigiani in un casale nei pressi di Giulino di Mezzegra, più precisamente nella frazione di Bonzanigo, al casale De Maria. In seguito vennero picchiati, seviziati, malmenati, infine soffocati. Dopo la morte, e solo dopo la morte, furono inferti loro dei colpi di pistola"...

    Giornalista: "Ma come si giunse a questa conclusione?"

    Medico legale: " Premetto che Mussolini e la Petacci al momento del decesso erano nudi, in quanto le ferite provocate sulla pelle nuda sono ben diverse da quelle provocate su dei corpi con degli abiti, e questo lo può confermare qualunque medico legale. Poi, si aggiunse la vasta zona di ematoma alla base del collo di entrambi, La Petacci presentava ferite ano-vaginali; si pensò che le fu introdotto negli orifizi un bastone o un manico di scopa così violentemente da provocarle emorragie interne gravissime. All'interno della zona vaginale e anale, furono trovate tracce di liquido seminale, facendo presupporre che si trattò di uno stupro di gruppo. Il Duce, a sua volta, non fu risparmiato, infatti, prima che fosse ucciso, fu sottoposto a un vero e proprio supplizio in quanto anch'egli violentato e seviziato con l'ausilio di un bastone. Poi, presumibilmente quando era ancora vivo, fu coperto di urina".

    Giornalista: "Ma come mai è così sicuro di quello che dice?"

    Medico legale: "Del fatto che erano nudi al momento del decesso non vi sono dubbi. Come le ho già detto, le ferite su un corpo nudo sono riconoscibili e poi i fori dei proiettili sui corpi non corrispondevano ai fori dei proiettili sui vestiti. Infine, anche perchè era risaputo il fatto che Mussolini avesse la gamba sinistra più corta dell'altra, ma negli stivali, al momento dell'esame autoptico, non c'era il rialzo di 2 cm che lui usava abitualmente... oltre al fatto che gli stivali non erano della sua misura. Riguardo alle cause di morte per soffocamento non ci sono dubbi: fu quella la causa, anche se furono determinanti le numerose emorragie interne causate dalle sevizie".


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    Consiglio ai visitatori della mia HomePage di leggere il libro di Giorgio Pisanò: "GLI ULTIMI CINQUE SECONDI DI MUSSOLINI" (Ed. Il Saggiatore) In questo libro troverete nomi e cognomi dei testimoni di questa intricata vicenda, le mappe dettagliate del luogo del delitto, la trascrizione originale dell'esame autoptico sul corpo di Mussolini, ma soprattutto i possibili nomi dei carnefici.
    Pisanò, in questo documento, ricostruisce con rara capacità investigativa, degna del tenente Colombo, i fatti di quella tragica notte del '45, gettando sui fatti una luce di verità, chiarendo le circostanze e rivelando i responsabili.

    Giorgio Pisanò (Ferrara 1924-Milano 1997), giornalista, direttore di Candido ed ex senatore dell'MSI .





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    La foto mostra il Duce affacciato al balcone di Piazza Venezia a Roma; è il 1939 la folla lo ama, lo applaude. Mussolini in ogni suo pubblico discorso manda la gente in delirio. E' l'uomo più amato, invidiato e temuto del mondo. Hitler stesso presentandolo ai tedeschi qualche anno prima disse: "Vi presento l'ultimo dei Cesari; questo è un uomo che fa la storia, non la subisce". La gente lo approva, condivide tutte le sue decisioni, compresa quella dell'entrata in guerra dell'Italia nel 1940. Nulla lasciava presagire quello che poi sarebbe accaduto negli anni successivi. La stessa folla che lo amava, le stesse persone che pensavano: "il Duce ha sempre ragione", la stessa gente fiera di essere fascista, era la stessa che si accanì ferocemente sul suo corpo martoriato, appeso per i piedi oramai senza vita, a Piazzale Loreto nel 1945. Qual'è stata quindi la grande colpa di quest'uomo che era così amato e che tutto il mondo ci invidiava? L'entrata in guerra dell'Italia? No, non credo. Personalmente posso affermare che, dopo aver consultato libri e documenti riguardanti la vita del Duce, ancora oggi, il motivo di tutto quell'odio verso quest'uomo, mi è poco chiaro. Di una cosa però sono sicuro:
    "Il Potere logora chi non ce l'ha" (frase tratta dall'omonimo libro del Sen. Giulio Andreotti)



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    CLICCA QUI

    per leggere alcuni pensieri sul Duce espressi da famosi personaggi protagonisti della storia del Novecento.


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    La versione "ufficiale" (una delle tante...)

    Questa è invece una delle tre o quattro versioni contraddittorie fornite da Walter Audisio, alias il "Colonnello Valerio" apparsa sul giornale del PCI l'Unità in data 13 dicembre 1945.

    Mussolini e la Petacci furono catturati dai partigiani del "Colonnello Valerio" a Dongo, mentre cercavano di fuggire in Svizzera. Questa è la testimonianza rilasciata al giornale:

    «Mussolini si mise obbediente con la schiena al muro, al posto indicato, con la Petacci al fianco destro. Improvvisamente pronuncio la sentenza di condanna contro il criminale di guerra: 'Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano'. Mussolini appare annientato. La Petacci gli butta le braccia sulle spalle e dice: 'Mussolini non deve morire'. ''Mettiti al tuo posto se non vuoi morire anche tu', dico. La donna torna con un salto al suo posto, palesando con lo sguardo che bene aveva compreso il significato di quell''anche'.

    «Avevo per precauzione provato il mio mitra pochi minuti prima, sicché con tutta la tranquillità mi misi a tre passi di distanza in posizione di sparo. Faccio scattare il grilletto ma i colpi non partono. Il mitra era inceppato. Manovro l'otturatore, ritento il tiro, ma l'arma del 'regime' decisamente non voleva sparare. Cedo allora il mitra al compagno Guido, estraggo la pistola, punto per il tiro ma, sembra una fatalità, la pistola non spara. Mussolini non sembra essersene accorto. Non si accorge ormai più di niente. Passo la pistola a Guido, impugno il mitra per la canna, pronto a servirmene come di una clava e chiamo a gran voce Bill che mi porti il suo MAS. Il vice commissario della 52ª, scende di corsa e di corsa risale, dopo che abbiamo scambiato i mitra, a una decina di passi da Mussolini, che non avevo perduto di vista un istante e che tremava sempre. Erano intanto trascorsi alcuni minuti, che qualunque condannato a morte avrebbe sfruttato per tentare anche una fuga disperata o comunque una reazione di lotta. Invece colui che doveva vivere come un 'leone' era un povero cencio tremolante e disfatto, incapace di muoversi. Nel breve spazio di tempo che Bill aveva impiegato a portarmi il suo mitra, mi ero trovato veramente solo con Mussolini. Come avevo sognato. C'era Guido, ma era freddo e distante, quasi non fosse un uomo ma un testimonio impassibile; c'era la Petacci, al fianco di 'lui' che quasi lo toccava col gomito, ma non contava. C'eravamo lui ed io, lui che doveva morire e io che dovevo ucciderlo. Quando mi fui di nuovo piantato davanti a lui con il MAS in mano, scaricai cinque colpi al cuore del criminale di guerra N.2 che si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa leggermente reclinata sul petto. Non era morto. Tirai ancora una sventagliata rabbiosa di quattro colpi. La Petacci che gli stava al fianco impietrita e che nel frattempo aveva perso ogni nozione di sé, cadde anche lei di quarto a terra, rigida come un legno, e rimase stecchita sull'erba umida. Resto per un paio di minuti accanto ai due giustiziati, per constatare che il loro trapasso fosse definitivo. Mussolini respirava ancora e gli diressi un sesto colpo dritto al cuore. L'autopsia constatò più tardi che l'ultima pallottola gli aveva reciso netto l'aorta. Erano le 16,10 del 28 aprile 1945».

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    Petacci, Clara (Roma 1912 - Giulino di Mezzegra 1945), attrice italiana. Si unì sentimentalmente a Mussolini nel 1932 e gli fu vicina negli ultimi anni della sua vita, seguendone la tragica sorte. Arrestata dopo il 25 luglio 1943, al crollo del regime fascista, liberata l'8 settembre, giorno in cui fu annunciato l'armistizio con gli angloamericani, fu assassinata insieme a Mussolini il 28 aprile 1945. Nella foto a destra si può notare il corpo oramai senza vita della Petacci, prima della "mattanza" in Piazzale Loreto. L'immagine mette in evidenza lo squarcio sul petto causato da numerosi colpi di mitra.




    In seguito, si saprà che Claretta Petacci non ha mai avuto un ruolo nella politica nè ha mai preso decisioni riguardanti la vita del Paese. Eppure, nonostante questo, i partigiani comunisti vollero condannarla ugualmente a morte senza un preciso motivo, senza ragione. Fu la compagna di Mussolini e questo già bastava, perciò la sua fine era segnata. C'era gente che era stata massacrata dai partigiani assassini per meno, molto meno, per niente. Un ordine preciso del CLN, inviato personalmente dal prof. Pietro Bucalossi (il partigiano Guido) all'Istituto di Medicina Legale di Milano, impedì che si procedesse alla trascrizione dell'esame autoptico sul cadavere della Petacci. Questo perchè volevano nascondere le sevizie e le torture subite dalla povera donna prima che i "coraggiosi partigiani" gli concedessero la "grazia della morte". In letteratura è difficile trovare episodi delittuosi, violenze, massacri, crimini cruenti ed efferati come quelli perpetrati dai partigiani comunisti italiani ai danni di persone innocenti.

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    Dopo questo racconto al giornale l'Unità, dopo avere militato nel PCI per i successivi tre anni, del "Colonnello Valerio" partigiano che si "distinse" nelle radiose giornate della liberazione, si persero le tracce fino al giorno della sua morte, quasi passata inosservata, nell'ottobre del 1973.
    Il colonnello Valerio: "ho ucciso io Mussolini e la Petacci!"

    Il colonnello Valerio, alias Giovanbattista Magnoli, alias Walter Audisio, nasce ad Alessandria il 1909. Divenuto ragioniere, si iscrive al partito comunista clandestino. Nel 1934 il servizio segreto fascista ne scopre l'attività politica. Arrestato e processato, viene confinato a Ponza. Successivamente verrà graziato per ordine del Duce. Nel 1943, nominato colonnello dal CLNAI assume il nome di battaglia di "Valerio". Nei giorni della liberazione ha compiti di "pulizia". Le esecuzioni sommarie, eseguite da lui personalmente o da membri della sua colonna partigiana, sono all'ordine del giorno. Nel dicembre del 1945, a distanza di otto mesi dalla morte del Duce, Walter Audisio si dichiarerà esecutore meteriale dell'eliminazione di Mussolini e della Petacci. Per i tre anni successivi, ricoprirà la carica di deputato nel PCI. Ritiratosi dalla vita politica, vive a Roma dove è impiegato all'ENI. Morirà, in seguito ad un infarto, nell'ottobre del 1973

    Nessuna gloria per l'uomo che eliminò il "tiranno" Mussolini?
    Come mai il PCI si dimenticò dell'uomo che "liberò" l'Italia dal "MOSTRO"?
    Perchè la sua morte non fu commemorata dai membri del partito in cui militava?
    Forse non fu davvero Walter Audisio a uccidere Mussolini?

    È davvero strano e incomprensibile che una così «radiosa» cronaca non sia stata ripresa dai fogli marxisti e dai giornali «conciliari», quando l'11 ottobre 1973 fu data notizia della morte, per infarto, di Walter Audisio. Dopotutto egli, benché da molti anni non avesse fatto parlare di sé, era morto in una stagione favorevole a «rievocazioni» di tal fatta: una stagione ricca di rilanci e di rigurgiti antifascisti; una stagione fiorita di ricordi gloriosi, di commemorazioni presidenziali, di innumerevoli cronache televisive destinate a far capire alla gente quanto grandi fossero stati i meriti e le prodezze dei resistenti, quanto mostruosi e imperdonabili fossero stati gli errori e i sistemi del tiranno Mussolini e quanto necessario, dunque, fosse il neo-antifascismo, chiamato di nuovo alla riscossa e ad unirsi, compatto, contro i fascisti, in procinto di attentare di nuovo alla democrazia e alla libertà.

    Dunque, la morte del «colonnello Valerio» avrebbe ben meritato di diventare automaticamente, in un tal clima di odio alimentato a tutti i livelli di potere, in una stagione di caccia agli «eredi di Mussolini», una morte «da prima pagina»: una morte da compiangere in manifestazioni nazionali, onorate dalla presenza del Capo dello Stato e dai massimi e dai minori esponenti della resistenza e del neo-antifascismo.

    Una morte, insomma, che avrebbe potuto servire alla «causa» e consentire ai celebratori dell'Eroe Defunto di far maturare, sull'albero neo-antifascista, nuovi e rossi e succosi frutti di odio contro il Tiranno e i suoi biechi «nostalgici».

    Invece, contro tutte le previsioni, la notizia di quella morte è quasi passata sotto silenzio. Non tutti i giornali l'hanno riportata, e quelli che han ritenuto di parlare un poco del morto, lo hanno fatto in tono minore, sdrammatizzato, e nelle pagine interne. Soltanto l'Unità, su una sola colonna della sua prima pagina del 12 ottobre 1973, diede la notizia del «grande lutto per 1'antifascismo» (una notizia che dopo poche righe «girava» subito in seconda pagina), accennando «al vasto cordoglio negli ambienti dell'antifascismo e della resistenza», ricordando con una certa freddezza la vita e le opere del caro defunto e riportando un telegramma di Longo alla vedova in cui si faceva cenno al ruolo avuto da Audisio «nei giorni culminanti della guerra partigiana, quando venne operato un taglio netto con un passato di vergogne e di rovine». Niente di più, nessuna particolare esaltazione, e tutto con un tono sommesso, quasi pudico; tale da far pensare ad un senso di colpa dei compagni comunisti, come se quello compiuto da Valerio-Audisio, anziché un atto di giustizia e di eroismo, fosse stato (come fu) un delitto, un crimine comune. La stessa impressione hanno dato le cronache dei giornaletti e giornaloni del regime, che han parlato del morto come di un omino piccino picciò, grigio, semplice, riservato, privo di ambizioni, quasi «incredibile» come «giustiziere» e, poverino, persino «messo da parte», in tutti questi anni democratici, dallo stesso partito comunista. Il tono cui s'è fatto cenno a questo «accantonamento» del «colonnello Valerio», nonostante il suo glorioso e storico «precedente», pareva proprio destinato a far credere ai lettori che in qualche modo il PCI pareva nutrire un pur inconfessabile senso di colpa per l'azione di Audisio. Altrimenti, perché mai uno che aveva «operato un taglio netto con le vergogne e le rovine del passato», (e ciò nel momento in cui aveva «reciso di netto l'aorta» di Mussolini con l'ultimo colpo di mitra), era «finito nell'ombra» anno dopo anno e non era mai stato nominato nemmeno in questi tempi di antifascismo ruggente?

    Così, mentre l'Unità s'è limitata a sintetizzare una vita pur tanto «eroica», mentre l'Avanti! e il Paese Sera han dato notizia di quel «gravissimo lutto» soltanto in seconda pagina con evidente distacco, alcuni altri giornali han dedicato un pochino più di spazio. Per dire, come ha detto Il Giorno, che sì, Audisio era stato «un comunista tutto di un pezzo», ma in fondo «da buon piemontese conosceva benissimo i limiti del suo personaggio», «che il suo quarto d'ora era passato da un pezzo».

    E che era stato un appassionato giocatore di calcio. Aveva persino «indossato la maglia dei pulcini dell'Alessandria». Una annotazione capace di toccare il cuore di questo nostro popolo sportivo ed emotivo, e magari per una inconscia trasposizione, capace di far pensare al «giustiziere» non soltanto come ad un «pulcino» da squadra di calcio, ma addirittura come ad un tenero, dolce, fragile e inerme pulcino piumoso. Una annotazione suggestiva, quindi, che cancellava il vero «Valerio»: quello che «con tutta tranquillità» s'era inferocito contro «l'arma del regime» che, per strana «fatalità», non voleva aiutarlo a «far giustizia»: quello che s'era sentito un leone davanti all'uomo tanto odiato e che pure era lo stesso che un giorno lo aveva «graziato».

    Così, Walter Audisio, se n'è andato come un «pulcino», portando con sé l'immagine del liberatore a tu per tu con «lui che doveva morire» mentre «Valerio», sbavando di gioia e di radiosa soddisfazione, «doveva ucciderlo». L'articolista del Giorno, con una sorta di intima e malcelata angoscia e deplorazione, ha concluso scrivendo che il suo «cuore non ha retto» e il poverino è morto «dimenticato da tutti».

    Il Corriere della Sera, invece, pur alimentando vagamente l'idea di un «Valerio» uomo grigio, si è azzardato ad entrare nei suoi «fasti partigiani» e, sostituendosi ai fogli marxisti, ha colto fior da fiore dalle «relazioni» sulla fine di Mussolini (che furono tre), ma non tanto per rimitizzare il «giustiziere», quanto per smitizzare il bieco dittatore. Infatti, il foglio della compagna Giulia Maria, ha trascritto quella parte della terza relazione in cui Audisio aveva annotato, rivelando una viva sensibilità di uomo di famiglia, che il tiranno, mentre stava lì per essere fatto fuori, «non disse una parola, non il nome di un figlio, non quello della madre, della moglie, non un grido». Il Corriere, trasformatosi per l'occasione in un «inserto» dell'Unità, ha raccontato anche altre cose ma non ha detto, per esempio, che le tre relazioni di «Valerio» erano piene di contraddizioni gravi, determinate anche dal fatto che la prima era stata fatta «a caldo» a Milano e con poche parole, e la seconda e la terza a Roma, sotto il controllo diretto dei più alti gerarchi comunisti delle Botteghe Oscure. Ma il Corriere s'è ben guardato di mettere in rilievo, che quelle contraddizioni nei tre rapporti, dimostravano che «Valerio» s'era prima di tutto preoccupato di «giustificare» la morte della Petacci (che nessuno aveva «condannato» a morte); poi s'era preoccupato di sottolineare che era stata «l'ultima pallottola» ad ammazzare Mussolini, così duro a morire (e ciò per vantare tutto il merito dell'atto eroico); e infine s'era preoccupato di dimostrare che il mitra che aveva ucciso Mussolini si trovava in mano sua: e ciò per contestare certe voci che correvano, secondo le quali non era stato lui il vero giustiziere, bensì il compagno Michele Moretti, quel che vien chiamato «Guido» nella «Relazione numero 2» e descritto da Audisio (che lo detestava), come un «testimonio impassibile». Il Corriere, perciò, non ha voluto togliere il «merito» al «Valerio», e così non ha nemmeno registrato quella parte del «Rapporto Zingales» (che si trova nell'Archivio di Dongo) in cui il Procuratore incaricato di far le indagini sulla scomparsa del famoso tesoro annotò: «Valerio porta via Mussolini e Claretta, che il giorno dopo Moretti uccide. Valerio fa da Maramaldo».

    Per non far passar Audisio da «maramaldo» (tanto più che «Valerio» s'era comunque sempre assunta la parte del «giustiziere»), il giornalone della capitalista rossa Giulia Maria, la cui famiglia s'è fatta montagne di quattrini al tempo del tiranno, ha così concluso il suo «ritrattino di eroe»: «Era ed è rimasto fino all'ultimo un fedele uomo di partito e il partito, oggi, gli rende l'ultimo omaggio». Parole intrise di contenuta commozione e di rispetto per la coerenza e la fedeltà di quel buon compagno, di quel brav'uomo che aveva tirato quella «sventagliata rabbiosa», sol perché animato dalla santa rabbia del liberatore, e che aveva ammazzato, chissà come e chissà perché, anche la Petacci: la stessa cui aveva detto di farsi più in là, se non voleva crepare «anche» lei. Un «anche» che doveva aver fatto credere a quella sciocchina (che era fuori di sé) che lei sarebbe stata risparmiata. E invece, guarda caso, era caduta a terra «rigida come un legno e stecchita nell'erba umida».

    Ma nessuno ha perduto tempo in questi particolari; nessuno ha voluto «ricordare» quel giorno, quei fatti, quei tempi, quegli «eroismi» e altri (come l'assassinio dei partigiani Gianna e Neri, rei di non esser feroci come dovevano, invece, essere due veri «eroi della libertà»). Nessuno ha ricordato l'«oro di Dongo» e il tentativo dei vari responsabili resistenziali di negare la loro responsabilità nella uccisione di Mussolini con la esposizione dei cadaveri in Piazzale Loreto. Nessuno ha raccontato con quanto calore Sandro Pertini, allarmato dallo sdegno delle Forze Alleate per quel crimine e preoccupato che la resistenza potesse «perdere la faccia», aveva più tardi convinto i colleghi del CLNAI, sulla opportunità di dare «una parvenza giuridica» alle esecuzioni sommarie di Dongo e a quelle successive. E non sono state ricordate nemmeno le parole con cui Parri aveva deplorato l'assassinio della Petacci: nemmeno dallo stesso Parri, che ha mandato le sue condoglianze per la morte di quel fiero assassino di donne. Nessuno, infine ha ricordato che «Valerio», aveva ottenuto la grazia da Mussolini, e che in data 10 luglio 1939, la Legione dei Carabinieri di Alessandria aveva inviato, al distretto militare della stessa città, la seguente comunicazione:

    «Il sottotenente di complemento in Congedo Audisio Walter; per atto di clemenza del Duce, è stato dimesso dalla colonia di confino di Ponza, prendendo domicilio in via Lungo Tanaro 25 Casa Ceva».

    Quindi MUSSOLINI avrebbe graziato il suo carnefice?

    Tutti hanno ignorato questo «particolare», per non mancare di riguardo al povero morto, anche se non era «un morto da prima pagina». E tutti han preferito, forse per un "ordine di scuderia", trasformare anche i giorni radiosi in giorni grigi e il «giustiziere», in un omino grigio, umile, nato da povera famiglia, diventato deputato così, come per caso, e poi «messo da parte»: forse perché era così nemico d'ogni fasto, così alieno da ogni pubblicità, così genuino nella sua semplicità umana, da rifuggire le pompe del mondo e della politica trionfalistica.

    Ma, più probabilmente il caro defunto è stato sepolto in fretta, senza celebrazioni, senza commemorazioni presidenziali, senza adunate oceaniche con le rosse bandiere, senza fanfare e «senza impegno», non tanto perché era «stato dimenticato», quanto per impedire che gli italiani «ricordassero» i tempi in cui il comunismo ammazzava, insieme ai «tiranni», anche le donne e i bambini e i vecchi e i preti fascisti, e soprattutto «presunti tali». La stampa nazionale, dunque, d'accordo con il PCI, non ha fatto versare fiumi di lacrime e non ha voluto «specificare» le prodezze di «Valerio» e compagni, sol per alimentare la leggenda del «comunismo dal volto umano».


    --------------------------------------------------------------------------------

    Dal Testamento di Benito Mussolini - aprile 1945 - "Quando si scrive che noi siamo la guardia bianca della borghesia, si afferma la più spudorata delle menzogne. Io ho difeso, e lo affermo con piena coscienza, il progresso dei lavoratori. Oggi io perdono a quanti non mi perdonano e mi condannano condannando se stessi".



    --------------------------------------------------------------------------------
    Dopo la crudele "mattanza" operata dai partigiani, i corpi straziati di Benito Mussolini Duce del fascismo e Claretta Petacci, vennero portati a Milano e appesi (come mostrano le foto) a Piazzale Loreto affinchè tutti potessero vederli. La folla inferocita si accanì contro quei corpi in maniera animalesca, tra insulti, spari e sputi. Una donna addirittura sparò dei colpi di pistola al Duce dicendo: "un colpo per ogni figlio che hai mandato a morire in guerra". Quando i corpi vennero recuperati e accantonati vicino ad una parete in attesa che fossero prelevati, qualcuno posò su di loro un fiore, qualcun'altro mise la mano di Mussolini accanto quella di Claretta. A distanza di oltre 50 anni da quel tragico episodio, la verità su cosa sia accaduto realmente, quel pomeriggio del 28 aprile del '45, è ancora avvolta dal mistero. Quel che è certo è che Walter Audisio ha fornito molte versioni discordanti sulla presunta esecuzione di Mussolini e di Claretta Petacci. Gli assassini del Duce del fascismo sono stati sicuramente altri, rimasti nell'ombra. La verità rimarrà nascosta, forse, per sempre.
    La verità, il perchè del mistero di tante interpretazioni «sfocate» legate a questa vicenda , è tutta qui: nella premeditata intenzione di convincere gli italiani che i comunisti son diventati buoni, pacifici, democratici e pietosi. A tal punto, da vergognarsi, forse, d'aver avuto fra loro uno come il «colonnello Valerio», ammazzatore anche di donne. E a tal punto si son convertiti, da provar forse un senso pur inconfessato di pietà anche per il «mostro» Mussolini. Altrimenti, per commemorare la scomparsa del "caro estinto" Walter Audisio, avrebbero coperto di drappi rossi e neri l'Italia (come è la loro usanza) per il «grave lutto dell'antifascismo». Altrimenti, avrebbero «usato» la morte dell'Eroe per servire la grande, la nobile causa dell'antifascismo vecchio e nuovo.



    Così in quel sudario grigio fatto di grigie cronache su quella grigia morte per infarto, è stato avvolto, nascosto e sepolto Il Colonnello Valerio; un uomo rosso del sangue delle sue vittime. Ma era l'unico modo per tentare di far dimenticare che il vero colore del comunismo è stato e sarà sempre uno: il rosso sangue.Basta con la perseveranza dei loro crimini!
    Basta con l'Impunità e la grazia concessa ai grandi criminali comunisti responsabili di orrendi massacri!



    HOMEPAGE CRIMINI E REPRESSIONE
    FARINACCI

  3. #3
    smrt fašismu
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    Chi è, o meglio, cos'è Fabio Galante:

    Scopriamo chi è questo sacco di merda


  4. #4
    smrt fašismu
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    Thumbs up La versione di "Pietro"

    "Valerio invitò Mussolini a calarsi il berretto sugli occhi per non farsi riconoscere e giunti all'altezza della Villa Belmonte ritenne di aver trovato il luogo adatto. Fermata la macchina un po' prima del cancello della villa, fece allontanare alcune persone che si trovavano nel giardino e, unitamente a Guido, fece scendere Mussolini e la Petacci. L'autista venne mandato al curvone della strada verso Bonzanigo mentre io mi posi alla prima curva verso Azzano onde impedire a chiunque di passare.
    Mussolini e la Petacci furono posti contro il muretto di cinta della villa. Il Duce era esterrefatto mentre Valerio imbracciando il mitra pronunciava la sentenza di morte "in nome del popolo italiano". Puntò contro Mussolini e premette il grilletto ma l'arma, che aveva provato alcuni minuti prima, si inceppò. Guido estrasse la rivoltella ma anche da questa non partirono colpi. Intanto Mussolini e la Petacci stavano addossati al muro, inerti, ammutoliti dal terrore per quanto stava accadendo. Valerio mi chiamò allora invitandomi a portargli la mia arma. Mi affrettai a farlo, ma prima di consegnargliela confesso che ebbi un attimo di esitazione. Tutto si era svolto in un modo così rapido ed eccezionale, in circostanze del tutto impreviste, con la comparsa di personaggi così diversi e che sino a poche ore prima mi erano completamente sconosciuti...che il pensiero di rimanere senza il mio mitra mi procurò un attimo di inquietudine.
    Valeriò imbracciò l'arma e si voltò per sparare. La Petacci che si trovava di fianco a Mussolini fece uno scatto e si aggrappo' al Duce per proteggerlo gridando: "Non deve morire". Ella, forse, credeva di impietosire Valerio ma questi di rimando rispose: "Vuoi morire anche tu?".
    Partì una raffica, un attimo dopo Mussolini e la Petacci erano a terra fulminati. Valerio mi chiese la pistola e sparò ancora un colpo su Mussolini. Davanti a quella scena, nessuna persona civile avrebbe potuto rimanere insensibile. Il pensiero però dei nostri partigiani trucidati a Dongo e ancora insepolti perchè i fascisti avevano negato anche la possibilità di seppellirli, il ricordo dell'inumana e feroce tortura inflitta al nostro martire Enrico Caronti e a molti altri, le stragi di donne e bambini compiute dai tedeschi e dai fascisti sotto la guida di Mussolini e che quella donna era la sua amante e la sua consigliera, che ella non aveva mai avuto un gesto di pietà verso altre donne, madri, spose o figlie di partigiani, mai un rimorso per tanti bambini trucidati innocenti, tutti questi pensieri insieme prevalsero. Erano passate le 16. Raccogliemmo i bossoli ma prima di partire io dovetti cercare Sandrino e Lino che ci avevano perduti di vista . Li rintracciai quasi sullo stradone provinciale proprio dove si imbocca la mulattiera che avevamo percorso la mattina, li condussi sul posto perchè rimanessero di guardia ai due corpi finchè non saremmo tornati per caricarli e trasportarli a Milano".

    (Dal volume: G. BIANCHI - F. MEZZETTI, Mussolini aprile '45: l'epilogo, Editoriale Nuova, Milano 1979)

  5. #5
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    Casa editrice
    il Saggiatore
    Collana BEST
    Pagine 208
    € 7,75
    ISBN 88-428-0748-6
    gennaio 1999




    Giorgio Pisanò
    Gli ultimi cinque secondi di mussolini

    Chi sparò, il 28 aprile 1945, a Benito Mussolini e Claretta Petacci? I due morirono insieme, oppure... E ancora: perché il capo del fascismo non è stato fucilato in piazzale Loreto, invece di esserci portato cadavere? Nei cinquant’anni trascorsi da quel giorno, tute le versioni fornite dall’esecutore ufficiale, il famoso colonnello Valerio, si sono rivelate nel migliore dei casi contraddittorie e confuse. Possibile, si sono chiesti in molti, che nel corso di tutti questi anni nessun testimone o protagonista degli ultimi secondi di vita del dittatore abbia voluto o potuto parlare? Questi testimoni, con nome cognome, sono usciti finalmente allo scoperto e hanno parlato. Un racconto sconvolgente rispetto alla realtà ufficiale: la solitaria morte del Duce, gli urli di Claretta, la finta fucilazione. E inoltre tutti i documenti, le prove, le immagini raccolte nei quarant’anni di un’inchiesta difficile e movimentata.
    FARINACCI

  6. #6
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    Predefinito Re: Walter Audisio: In nome del popolo italiano

    In origine postato da veterokom
    Colonnello Valerio: In nome del popolo italiano



    "La macchina iniziò la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo prescelto e, non appena arrivammo presso il cancello, ordinai l'alt, facendo segno a Mussolini di non parlare. E, sottovoce, accostandomi allo sportello, gli sussurrai: "Ho sentito dei rumori sospetti, vado a vedere". E mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno venisse verso di noi. Quando tornai sui miei passi, la faccia di Mussolini era cambiata: portava i segni della paura. Guido mi riferì di avergli già detto che "la cuccagna era finita".
    Ero certo, tuttavia, guardandolo attentamente, che per Mussolini si trattasse ancora di un sospetto. Mandai il commissario Pietro e l'autista nelle due direzioni della strada, di guardia a circa 50-60 metri di distanza l'uno dall'altro.
    Poi feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi di portarsi tra
    il muro e il pilastro del cancello. Obbedì docile come un agnello. Non credeva ancora di dover morire, non si rendeva conto della realtà. Gli uomini come lui temono sempre la realtà. Preferiscono ignorarla, a loro basta fino all'ultimo un inganno per sè stessi. Adesso era ridiventato stanco, vecchio, esitante. Camminava pesantemente, strascinandosi un po' la gamba destra. Era visibile la sdruscitura di uno stivale.
    Poi la Petacci scese anch'essa dalla macchina e si portò di sua
    iniziativa, svelto al fianco di lui che, ubbidiente, raggiunse il punto
    indicato con la schiena volta al muretto. Fu un attimo: improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito:
    "Per ordine del comando generale del Corpo volontari della libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano."
    Credo che Mussolini non abbia nemmeno capito quelle parole: guardava, esterrefatto, con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui. La Petacci gli buttò le braccia sulle spalle.
    E io: "Togliti di lì se non vuoi morire anche tu".
    La donna capì subito il significato di quell'anche e si staccò dal condannato. Quanto a lui, non disse una sola parola umana: non il nome di un figlio, non quello della madre, della moglie, non un grido, nulla. Tremava, livido di terrore e balbettava con quelle grosse labbra in convulsione:
    "Ma, ma, ma... signor colonnello...ma, ma, ma... signor colonnello!"
    Nemmeno a quella donna che gli saltellava vicino, che si muoveva di qua e di là, palesando con lo sguardo uno smarrimento infinito, disse una sola parola. No, si raccomandava, nel modo più vile, per quel suo grosso corpo tremante; solo a quello pensava, a quel grosso corpo che aveva appoggiato al muretto.
    Ho detto che, per precauzione, avevo provato il mio mitra pochi minuti prima di entrare nella casa dei De Maria; ebbene, feci scattare il grilletto, ma i colpi non partirono. Il mitra si era inceppato.
    Manovrai l'otturatore, ritentai il tiro, ma l'arma non sparò. Guido
    impugnò la pistola, puntò per il tiro ma - sembrava una fatalità - la pistola era inceppata. Mussolini non sembrava essersene accorto. Non si accorgeva, ormai, più di niente.
    Ripresi il mitra, afferrandolo per la canna, pronto a servirmene come una clava, aspettandomi - malgrado tutto - una qualunque reazione. Ogni uomo normale avrebbe pensato a difendersi, ma Mussolini era al di sotto di ogni uomo normale e continuava a balbettare, a tremare, immobile, con la bocca sempre semiaperta e le braccia penzoloni. Chiamai a voce alta il commissario della 52° Brigata, che venne di corsa a portarmi il suo mitra. Pietro scambiò la sua arma con la mia, a dieci passi da Mussolini, e di corsa risalì al suo posto di guardia.
    Erano intanto trascorsi alcuni minuti che qualunque condannato a morte avrebbe sfruttato per tentare una fuga disperata, o comunque, una reazione di lotta. Invece, colui che doveva vivere come un "leone" era un povero cencio tremolante e disfatto, incapace di muoversi.
    Nel breve spazio di tempo che Pietro aveva impiegato a portarmi il suo mitra, avevo avuto la sensazione di essere veramente solo con Mussolini.
    C'era Guido, attento e partecipe.
    C'era la Petacci al fianco di "lui", che quasi lo toccava con il gomito, ma non contava.
    C'eravamo "lui" e io.
    Nell'aria umida il silenzio era greve. Si avvertiva nettamente l'ansito breve del condannato. Di là dal cancello, tra la massa verde del frutteto, appariva in uno squarcio la facciata bianca della casa. Nello sfondo, la montagna.
    Se fosse stato in condizione di guardare e vedere, Mussolini avrebbe visto, di scorcio, il lago. Ma non guardava, tremava. Non c'era in lui più niente di umano. L'umanità si era soltanto rivelata in quell'uomo nella burbanzosa iattanza del trionfo, nel freddo disprezzo verso i deboli e i vinti. Ora non c'erano più le squadracce, non c'era più la corte dei gerarchi e dei marescialli, non c'erano più i moschettieri.
    Dal suo viso sconvolto appariva soltanto la paura, la paura animale davanti all'ineluttabile.
    L'inceppamento del mitra non aveva dato certamente nessun barlume di speranza a Mussolini, egli sentiva ormai che avrebbe dovuto morire. E in questo sentimento stava rinchiuso come in un velo d'incoscienza che lo proteggeva dal dolore. Non avvertiva nemmeno la presenza di quella che era stata la sua donna.
    In me non c'era più neanche l'odio: c'era il senso della giustizia inesorabile di mille e mille morti, dei milioni di affamati e traditi. Non avevo l'impressione di dover uccidere un uomo.
    Quando mi fui di nuovo piantato di fronte a lui, con il mitra in mano, scaricai cinque colpi su quel corpo tremante. Il criminale di guerra si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata sul petto.
    La Petacci, fuori di sè, stordita, si era mossa confusamente, fu colpita anche lei e cadde di quarto a terra. Erano le 16.10 del 28
    aprile 1945. L'arma portava i seguenti contrassegni: "cal. 7,65 L. MAS mod.lo 1938 - F.20830" e aveva un nastrino rosso legato all'estremità della canna."

    (Dal volume: Walter Audisio, In nome del popolo italiano, Teti editore, Milano 1975)
    Quanto sopra e' una versione di pura fantasia messa in piedi per coprire quanto successe in realta' e cioe' Mussolini ucciso da Longo per incarico degli inglesi che erano presenti e che avevano attirato Mussolini in una trappola.L'eliminazione del Duce era gia' stata decisa a Londra perche' gli inglesi non volevano processi a personaggi scomodi e pericolosi e Mussolini era il piu' pericoloso di tutti perche' in grado di provare le responsabilita' capitali degli inglesi nello scatenare la guerra da essi voluta e coltivata fin dai tempi di Versailles.

    Mussolini fu poi passato per le armi da morto al cancello di Villa Belmonte.

    La Petacci fu invece uccisa con una scarica alle spalle mentre
    accompagnava Mussolini morto e sostenuto da due partigiani.
    Perche' fu uccisa ? Aveva visto e sapeva troppo.

    Altro che versione dei colpi involontari mentre Lei si butta in difesa di Mussolini.

    Quante palle ci hanno raccontato !
    E ce' chi ci crede ancora !

  7. #7
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    Predefinito Re: Re: Walter Audisio: In nome del popolo italiano

    In origine postato da Ferruccio
    Quanto sopra e' una versione di pura fantasia messa in piedi per coprire quanto successe in realta' e cioe' Mussolini ucciso da Longo per incarico degli inglesi che erano presenti e che avevano attirato Mussolini in una trappola.L'eliminazione del Duce era gia' stata decisa a Londra perche' gli inglesi non volevano processi a personaggi scomodi e pericolosi e Mussolini era il piu' pericoloso di tutti perche' in grado di provare le responsabilita' capitali degli inglesi nello scatenare la guerra da essi voluta e coltivata fin dai tempi di Versailles.

    Mussolini fu poi passato per le armi da morto al cancello di Villa Belmonte.

    La Petacci fu invece uccisa con una scarica alle spalle mentre
    accompagnava Mussolini morto e sostenuto da due partigiani.
    Perche' fu uccisa ? Aveva visto e sapeva troppo.

    Altro che versione dei colpi involontari mentre Lei si butta in difesa di Mussolini.

    Quante palle ci hanno raccontato !
    E ce' chi ci crede ancora !
    C'è chi ci crede per ignoranza. Ma peggio sono coloro che sanno che la storia ufficiale è una balla, ma continuano a proporla come vera.

    Schifosi merdosi, che l'ira di Odino vi colga, assassini di merda.

    Viva il Duce !
    FARINACCI

  8. #8
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    Predefinito Re: Re: Re: Walter Audisio: In nome del popolo italiano

    In origine postato da Farinacci
    C'è chi ci crede per ignoranza. Ma peggio sono coloro che sanno che la storia ufficiale è una balla, ma continuano a proporla come vera.

    Schifosi merdosi, che l'ira di Odino vi colga, assassini di merda.

    Viva il Duce !

    Del resto solo di recente si e' venuti a conoscenza che presso il comando del CLNAI era dislocato un ufficiale di collegamento inglese che controllava lo stesso CLNAI e gli dava disposizioni.

    Di cio' vi sono anche tracce per esempio in diversi comunicati e dispozioni del CLNAI che sono in pratica il facsimile di decisioni inglesi per esempio quello che ordinava l'esecuzione immediata
    di tutti coloro che appartenevano a formazioni volontarie della RSI.

  9. #9
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    Predefinito Re: Re: Walter Audisio: In nome del popolo italiano

    In origine postato da Ferruccio
    Quanto sopra e' una versione di pura fantasia messa in piedi per coprire quanto successe in realta' e cioe' Mussolini ucciso da Longo per incarico degli inglesi che erano presenti e che avevano attirato Mussolini in una trappola.L'eliminazione del Duce era gia' stata decisa a Londra perche' gli inglesi non volevano processi a personaggi scomodi e pericolosi e Mussolini era il piu' pericoloso di tutti perche' in grado di provare le responsabilita' capitali degli inglesi nello scatenare la guerra da essi voluta e coltivata fin dai tempi di Versailles.

    Mussolini fu poi passato per le armi da morto al cancello di Villa Belmonte.

    La Petacci fu invece uccisa con una scarica alle spalle mentre
    accompagnava Mussolini morto e sostenuto da due partigiani.
    Perche' fu uccisa ? Aveva visto e sapeva troppo.

    Altro che versione dei colpi involontari mentre Lei si butta in difesa di Mussolini.

    Quante palle ci hanno raccontato !
    E ce' chi ci crede ancora !
    La tua invece è pura verità. Senza ombra di dubbio.
    TUTTO IL POTERE AI SOVIET!

  10. #10
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    Predefinito Re: Re: Re: Walter Audisio: In nome del popolo italiano

    In origine postato da soviet999
    La tua invece è pura verità. Senza ombra di dubbio.

    evviva il duce !
    CESARO - M.S.I. Padova

 

 
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