Colonnello Valerio: In nome del popolo italiano
![]()
"La macchina iniziò la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo prescelto e, non appena arrivammo presso il cancello, ordinai l'alt, facendo segno a Mussolini di non parlare. E, sottovoce, accostandomi allo sportello, gli sussurrai: "Ho sentito dei rumori sospetti, vado a vedere". E mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno venisse verso di noi. Quando tornai sui miei passi, la faccia di Mussolini era cambiata: portava i segni della paura. Guido mi riferì di avergli già detto che "la cuccagna era finita".
Ero certo, tuttavia, guardandolo attentamente, che per Mussolini si trattasse ancora di un sospetto. Mandai il commissario Pietro e l'autista nelle due direzioni della strada, di guardia a circa 50-60 metri di distanza l'uno dall'altro.
Poi feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi di portarsi tra
il muro e il pilastro del cancello. Obbedì docile come un agnello. Non credeva ancora di dover morire, non si rendeva conto della realtà. Gli uomini come lui temono sempre la realtà. Preferiscono ignorarla, a loro basta fino all'ultimo un inganno per sè stessi. Adesso era ridiventato stanco, vecchio, esitante. Camminava pesantemente, strascinandosi un po' la gamba destra. Era visibile la sdruscitura di uno stivale.
Poi la Petacci scese anch'essa dalla macchina e si portò di sua
iniziativa, svelto al fianco di lui che, ubbidiente, raggiunse il punto
indicato con la schiena volta al muretto. Fu un attimo: improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito:
"Per ordine del comando generale del Corpo volontari della libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano."
Credo che Mussolini non abbia nemmeno capito quelle parole: guardava, esterrefatto, con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui. La Petacci gli buttò le braccia sulle spalle.
E io: "Togliti di lì se non vuoi morire anche tu".
La donna capì subito il significato di quell'anche e si staccò dal condannato. Quanto a lui, non disse una sola parola umana: non il nome di un figlio, non quello della madre, della moglie, non un grido, nulla. Tremava, livido di terrore e balbettava con quelle grosse labbra in convulsione:
"Ma, ma, ma... signor colonnello...ma, ma, ma... signor colonnello!"
Nemmeno a quella donna che gli saltellava vicino, che si muoveva di qua e di là, palesando con lo sguardo uno smarrimento infinito, disse una sola parola. No, si raccomandava, nel modo più vile, per quel suo grosso corpo tremante; solo a quello pensava, a quel grosso corpo che aveva appoggiato al muretto.
Ho detto che, per precauzione, avevo provato il mio mitra pochi minuti prima di entrare nella casa dei De Maria; ebbene, feci scattare il grilletto, ma i colpi non partirono. Il mitra si era inceppato.
Manovrai l'otturatore, ritentai il tiro, ma l'arma non sparò. Guido
impugnò la pistola, puntò per il tiro ma - sembrava una fatalità - la pistola era inceppata. Mussolini non sembrava essersene accorto. Non si accorgeva, ormai, più di niente.
Ripresi il mitra, afferrandolo per la canna, pronto a servirmene come una clava, aspettandomi - malgrado tutto - una qualunque reazione. Ogni uomo normale avrebbe pensato a difendersi, ma Mussolini era al di sotto di ogni uomo normale e continuava a balbettare, a tremare, immobile, con la bocca sempre semiaperta e le braccia penzoloni. Chiamai a voce alta il commissario della 52° Brigata, che venne di corsa a portarmi il suo mitra. Pietro scambiò la sua arma con la mia, a dieci passi da Mussolini, e di corsa risalì al suo posto di guardia.
Erano intanto trascorsi alcuni minuti che qualunque condannato a morte avrebbe sfruttato per tentare una fuga disperata, o comunque, una reazione di lotta. Invece, colui che doveva vivere come un "leone" era un povero cencio tremolante e disfatto, incapace di muoversi.
Nel breve spazio di tempo che Pietro aveva impiegato a portarmi il suo mitra, avevo avuto la sensazione di essere veramente solo con Mussolini.
C'era Guido, attento e partecipe.
C'era la Petacci al fianco di "lui", che quasi lo toccava con il gomito, ma non contava.
C'eravamo "lui" e io.
Nell'aria umida il silenzio era greve. Si avvertiva nettamente l'ansito breve del condannato. Di là dal cancello, tra la massa verde del frutteto, appariva in uno squarcio la facciata bianca della casa. Nello sfondo, la montagna.
Se fosse stato in condizione di guardare e vedere, Mussolini avrebbe visto, di scorcio, il lago. Ma non guardava, tremava. Non c'era in lui più niente di umano. L'umanità si era soltanto rivelata in quell'uomo nella burbanzosa iattanza del trionfo, nel freddo disprezzo verso i deboli e i vinti. Ora non c'erano più le squadracce, non c'era più la corte dei gerarchi e dei marescialli, non c'erano più i moschettieri.
Dal suo viso sconvolto appariva soltanto la paura, la paura animale davanti all'ineluttabile.
L'inceppamento del mitra non aveva dato certamente nessun barlume di speranza a Mussolini, egli sentiva ormai che avrebbe dovuto morire. E in questo sentimento stava rinchiuso come in un velo d'incoscienza che lo proteggeva dal dolore. Non avvertiva nemmeno la presenza di quella che era stata la sua donna.
In me non c'era più neanche l'odio: c'era il senso della giustizia inesorabile di mille e mille morti, dei milioni di affamati e traditi. Non avevo l'impressione di dover uccidere un uomo.
Quando mi fui di nuovo piantato di fronte a lui, con il mitra in mano, scaricai cinque colpi su quel corpo tremante. Il criminale di guerra si afflosciò sulle ginocchia, appoggiato al muro, con la testa reclinata sul petto.
La Petacci, fuori di sè, stordita, si era mossa confusamente, fu colpita anche lei e cadde di quarto a terra. Erano le 16.10 del 28
aprile 1945. L'arma portava i seguenti contrassegni: "cal. 7,65 L. MAS mod.lo 1938 - F.20830" e aveva un nastrino rosso legato all'estremità della canna."
(Dal volume: Walter Audisio, In nome del popolo italiano, Teti editore, Milano 1975)




Rispondi Citando
