Chiara Moroni: sarà la deputata più giovane d’Italia?
Da: da La Stampa
Data: 5/7/2001
Gigi Padovani inviato a BRESCIA

L’AUTISTA Battista Peroni guida un po’ a strappi sulle strade strette della Valsabbia, sopra Brescia, verso Badolino dove la candidata è attesa per una cena elettorale. Battista, un omone con i Rayban a goccia come si usavano trent’anni fa, guarda la ragazzina seduta accanto a lui con tenerezza e deferenza: lei sarà probabilmente la più giovane deputata del Parlamento che si insedierà entro venti giorni dal 13 maggio. Battista la accarezza con gli occhi e ricorda quella sera di nove anni fa, il 2 settembre 1992, quando trovò suo padre nella cantina di casa con la testa fracassata da un colpo di fucile. Battista lavorava da 12 anni per lui, da quando l’onorevole Sergio Moroni, craxiano, aveva incominciato a scalare il potere nel Psi della Lombardia, fino a diventarne il segretario regionale e dal 1985 deputato di Brescia. Poi, quell’avviso di garanzia che ruppe tutti i suoi sogni e lo portò al suicidio. Nelle stesse strade che percorreva allora il papà a caccia di voti nel proporzionale, ora c’è la figlia Chiara, 26 anni, farmacista con la mamma Sandra a Castenedolo, piccolo centro all’imboccatura della valle e del collegio. Chiara è minuta, solare, dai modi spicci: i suoi manifesti illuminati da un sorriso coinvolgente sul volto macchiato di efelidi hanno invaso tutti i paesini. Accanto alla sua foto c’è il simbolo della Casa delle libertà. «Il garofano torna sulla scheda, è una conquista importante dopo nove anni», dice Chiara. E Battista sorride. Da queste parti i leghisti fedelissimi a Francesco Tirelli, il senatore della zona, ci hanno messo un po’ a digerirlo. Così nel baule tiene anche i «santini» con il garofano, ma prudentemente le versioni di dépliant sono due. Prima di arrivare a Badolino è prevista una tappa nel municipio di Bedezzole: incontro con il sindaco Roberto Cacaro (ex Psi) e i suoi consiglieri, quindi giro per il mercato. La sorpresa è che anche il leader locale del Carroccio accoglie Chiara e dichiara solenne: i nostri voti sono per te. D’altra parte Bossi aveva dato il via libera ai «nomi nuovi» del partito di De Michelis: «Li mandiamo in periferia a guadagnarsi la pagnotta». Così Chiara Moroni, lei con quel cognome ingombrante, lei che fu accolta da un’ovazione da stadio al Palavobis nel Congresso del garofano di gennaio quando invitò la platea a «non abbandonarsi all’emozione e a non diventare un partito dei figli», ora corre nel collegio 26 di Lombardia 2, dove l’alleanza Polo-Lega conta su un vantaggio intorno al 60 per cento, contro il giovane diessino Maurizio Goffredi. E’ uno dei due collegi super-blindati per la Camera che i socialisti passati con Berlusconi sono riusciti ad ottenere, oltre a quello di Bobo Craxi a Trapani. Il terzo parlamentare potrebbe essere Francesco Crinò, consigliere regionale in Calabria e candidato per il Senato a Palmi. Molto più incerte le battaglie per Leone Delfino (contro lo sdi Buemi, a Settimo Torinese), Vincenzo Milioto (Canicattì) e Roberto Spano (Roma 7). Però per Chiara Moroni la sfida è più importante. E’ una sfida con la sua vita, per battere i ricordi, cancellare quei giudici e quei «comunisti» (dice proprio così) «che hanno cercato di distruggere un partito con cento anni di storia». Quando il padre si suicidò, lasciò quattro lettere: una alla figlia, una alla moglie, una al fratello e una al presidente della Camera, Giorgio Napolitano. «Non credo che questo nostro paese costruirà il futuro che si merita coltivando un clima di "pogrom" nei confronti della classe politica», scriveva Moroni a Napolitano e quella lettera, dice la figlia, è il primo documento politico su Tangentopoli. «Dicono che strumentalizzo l’immagine di mio padre per avere una poltrona. Quando morì avevo 17 anni, ero già iscritta alla Fgs: un lavoro ce l’ho, mi sto anche laureando in medicina. Ora mi hanno chiesto di impegnarmi per la Casa delle libertà e mi è parsa una scelta naturale». E’ una ragazza determinata, la famiglia dei socialisti continua a proteggerla come quando rimase orfana. Mentre Battista sta per ripartire, si ferma una moto vicino al gazebo con le sue foto: il centauro le si avvicina e la abbraccia, mettendosi a piangere come un vitello. E’ l’ingegner Maurizio Pasini: «Ero un amico di tuo papà, non sapevo che ti sei candidata». Lui si terge gli occhi con il fazzoletto. Lei ha il ciglio asciutto. Prima di salutarci, Chiara aggiunge: «Lo sa, mio padre fu assolto con sentenza definitiva». Basterà questo seggio a risarcirla?