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  1. #1
    Giacobino 1799
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    Predefinito La Corte dei Conti boccia il Dpef del governo

    Doccia fredda per il governo durante l'audizione alla Camera
    La magistratura contabile critica privatizzazioni e tagli fiscali
    La corte dei Conti boccia il Dpef
    "Contenuti e obiettivi poco chiari"


    ROMA - Più dubbi che certezze, più dichiarazioni d'intenti che dati reali, più speranze che obiettivi concreti. E' una bocciatura quasi senza appello il giudizio della corte dei Conti sul Dpef (Documenti di programmazione economico-finanziaria) varato dal governo la settimana scorsa. Nell'audizione alla Camera la magistratura contabile dello Stato avanza perplessità non solo su tutti i fronti della manovra - dalle privatizzazioni alla riforma fiscale - ma lamenta anche carenze gravi sulla documentazione che accompagna la politica economica di Palazzo Chigi.

    Le stime proposte nel Dpef, dice la corte dei Conti, "evidenziano un maggior grado di realismo e prudenza". Tuttavia, aggiunge, "si presenta, anche in questa occasione, di non agevole lettura e carente dei contenuti che dovrebbero orientare gli analisti e gli operatori economici in ordine alle scelte governative e agli strumenti da attivare per perseguire gli obiettivi, che risultano talora genericamente indicati".

    Privatizzazioni. Dice Fulvio Balsamo, presidente di sezione della corte dei Conti: "La notevole dimensione del programma di privatizzazioni da quasi 20 miliardi previsto dal Dpef per l'ultima parte di quest'anno si presta a interrogativi sulla sua effettiva realizzabilità".

    Tagli fiscali. Il Dpef non indica le modalità di copertura degli oneri della riforma fiscale. Se le esperienze fatte in questo senso dimostrano che "gli effetti positivi di una certa significatività in termini di crescita economica si ottengono solo se la riduzione fiscale è coperta mancano, allo stato, elementi informativi sufficienti per poter valutare l'entità effettiva del costo della riforma".


    Gettito incerto. La corte dei Conti esprime preoccupazione per la tenuta delle entrate, in particolare per "gli effetti che sulla tenuta del gettito delle entrate ordinarie potranno avere le sanatorie fiscali ed edilizie ancora in corso". Elementi di incertezza sull'andamento del gettito nei prossimi anni, ha spiegato la delegazione della Corte, "sono riconducibili, oltre al protrarsi della contrazione del gettito dell'Irpeg, anche alla mancata realizzazione del gettito previsto da recenti provvedimenti fiscali", come nel caso del lotto, lotterie e giochi.

    Inoltre le entrate da accertamento e controllo, "sulla cui crescita si fa affidamento a partire dal 2005", nei primi sei mesi del 2004 hanno fatto registrare un calo del 56% rispetto allo stesso periodo 2003. La Corte infine avverte del rischio "di una eventuale riapertura dei termini delle sanatorie fiscali o del concordato preventivo e della loro estensione al 2003".

    Avanzo primario. L'avanzo primario strutturale, depurato dagli effetti del ciclo e dalle misure una tantum, "si è ridotto a poco più dell'1% in rapporto al Pil". La Corte ricorda come le eventuali modifiche del Patto di stabilità stabilito dall'Unione Europea non ridurranno l'impegno che l'Italia dovrà assicurare per tenere sotto controllo la spesa pubblica, visto il livello del debito. "Anche nella prospettiva di una auspicata ripresa - sottolinea la Corte - non può ragionevolmente essere assegnato alla crescita il compito di riequilibrare da sola i conti pubblici, e nello stesso tempo di assicurare i mezzi finanziari per la programmata riduzione della pressione fiscale".

    Spesa corrente. "E' difficile costruire una manovra di riequilibrio per il 2005 prevalentemente orientata sul fronte della spesa corrente", rileva ancora la corte dei Conti. "Un grossolano calcolo, basato sullo stesso Dpef, mostrerebbe come 17 miliardi di tagli permanenti, se concentrati sulla spesa corrente al netto degli interessi - rileva la magistratura contabile - dovrebbero operare in un'area estremamente ridotta, non essendo da ricomprendere né i redditi da lavoro perché stimati a legislazione vigente, né le prestazioni sociali, governate da meccanismi prevalentemente automatici, né le prestazioni sanitarie, espressamente escluse, né infine la gran parte delle risorse per accordi internazionali ricomprese fra le altre spese correnti". La Corte invita anche alla cautela sulle "potenzialità di maggiori entrate ricollegabili alla valorizzazione del patrimonio pubblico".

    Pubblica amministrazione. Un'attenzione particolare "deve essere rivolta alle componenti di spesa almeno potenzialmente governabili" cioè "i redditi da lavoro dipendente e gli acquisti di beni e servizi". La Corte rileva che le normative annuali sul blocco delle assunzioni "hanno dato risultati del tutto insoddisfacenti"; anzi, il personale pubblico e in particolare i dipendenti statali, sarebbero nuovamente in fase di crescita.

    Sindacati all'attacco. Le prime reazioni delle parti sociali sono negative. Secondo la Cgil, la manovra deprimerà il pil dello 0,5%-0,6%. E Savino Pezzotta della Cisl rincara: "La poesia è sempre la stessa: questo Dpef non ci piace". Quanto alle critiche sul documento programmatico del governo, Pezzotta le elenca minuziosamente: fisco, Mezzogiorno, investimenti, inflazione programmata.

    Confindustria, giudizio sospeso. Bene il metodo, ma ora gli industriali chiedono al governo "provvedimenti concreti e incisivi". Può sintetizzarsi così la posizione di Confindustria sul Dpef. "Del documento - ha spiegato il direttore generale di Confindustria, Maurizio Beretta - vanno innanzitutto apprezzati il metodo e l'impostazione, a cominciare dal coinvolgimento delle parti sociali in una discussione franca e aperta sulla manovra. Occorre però che questa impostazione si traduca ora in provvedimenti concreti e incisivi".


    (2 agosto 2004)


    da www.repubblica.it

  2. #2
    Giacobino 1799
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    Predefinito Ecco cosa scriveva ieri Eugenio Scalfari nel suo editoriale della domenica...

    * * * Debbo anche parlarvi - e scusatemi ancora - di Siniscalco il nuovo ministro dell´Economia che, seguendo il lessico in uso, si dice sieda sulla poltrona che fu di Quintino Sella.
    Dunque Siniscalco. Sta vivendo un suo periodo di grazia. Il predecessore era talmente querulo e al tempo stesso tirannico, talmente creativo e al tempo stesso dissennato, che chiunque fosse stato scelto dopo di lui sarebbe stato accolto con un sincero benvenuto. Siniscalco ha promesso trasparenza, ascolto, dialogo. Ha snocciolato le cifre del disastro finanziario. Non tutte, perché il disastro è almeno il doppio di quanto annunciato; ma insomma ha certamente sollevato una parte del velo che aveva coperto per tre anni quelle voragini.
    Qui però, almeno per ora, si arresta la trasparenza di Siniscalco. Non sappiamo dove prenderà i 24 miliardi della manovra più i 6 necessari per far giocare il Capo con la riduzione dell´Irpef.
    Il primo approccio del successore di Quintino Sella sembra quello di poter superare la soglia del 3 per cento deficit/Pil col benestare dell´Europa. Ammesso e non concesso che quel benestare ci sia, questo significa che il successore di Sella potrà sfondare i limiti di Maastricht aumentando così il disavanzo. Curerà il buco di competenza mandando in passivo la cassa. Elementare Watson. Stamperà biglietti il nipotino di Quintino Sella.
    Accrescerà il fabbisogno. Emetterà titoli pubblici. Quindi aumenterà il debito pubblico. Auguri.
    Ma poi, per turare l´ammanco di cassa, venderà patrimonio. Immobili.
    Azioni. Diritti. Per cento miliardi di euro (200mila miliardi di lire) in quattro anni. E poi dite se anche lui non è creativo: si muove sul trapezio con sapiente maestria. Avevo detto saltimbanchi ma mi correggo: trapezisti.
    Però senza rete. È infatti molto dubbio esitare il patrimonio così rapidamente. Credo che chiameranno in soccorso le banche per anticipare i soldi necessari. Ma per invogliarle dovranno svendere gli asset patrimoniali.
    E chi se ne frega: pagheranno i figli e i nipoti.
    Questa storia dei figli e dei nipoti sta prendendo una bruttissima piega.
    Non dovevano essere i padri a pagare per i giovani? Non era questo lo spunto della riforma del lavoro e di quella delle pensioni? Contrordine: pagheranno tutti. Anzi i figli più ancora dei padri.


    da Repubblica del 1/8/2004

  3. #3
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    Alla Gasparri hanno dovuto rimetter mano in fretta e furia, la Bossi-Fini la dovranno ritoccare, manco una normale legge finanziaria sanno approntare, massa di incapaci che non sono altro.
    Però le varie leggi cirami c'hanno azzeccato subito a farle !!
    INETTI !!!!!

  4. #4
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    Predefinito

    Maledetti giudici leninisti!!
    ..Perchè i giudici invece di applicare la legge la interpretano

 

 

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