ho fatto un salto nell'internetpoint qui al mare, quasi appositamente per postare questo bell'articolo di Massimo Fini è un pò lunghino ma merita....ciao ragazzi ci si sente...buone vancanze a tutti voi....

Lunedì, 2 Agosto 2004





L'anno scorso ho guadagnato 215 mila euro. Una bella cifra, ...


L'anno scorso ho guadagnato 215 mila euro. Una bella cifra, dirà il lettore. Certo, anche se bisogna tener conto che è messa insieme facendo una serie di lavori: scrivo per quattro giornali, scrivo libri, prefazioni, recensioni, tengo conferenze, il che significa non conoscere né sabati né domeniche né sere libere.
Su questi 215 mila euro ne pago, detto un po' alla grossa, 58 mila di tasse alla fonte e 30 mila, a conguaglio per il lavoro autonomo e a ricarico di quello dipendente, nell'Irpef di giugno, il che, insieme ai 3000 di addizionale regionale, fa 91 mila euro. Me ne rimangono 124 mila. Ma a novembre ne dovrò sborsare altri 18 mila per la seconda mandata Irpef. Dei 215 mila euro iniziali ne resta meno della metà. Lo so, lo so che teoricamente almeno una parte di queste imposte dovrebbe essere ripartita su due anni (2003 e 2004), ma poiché ogni anno il fisco mi chiede un cospicuo anticipo, per quello successivo, scommettendo sulla mia sopravvivenza, di fatto io sborso, a stagione, in tasse, più della metà dei miei emolumenti.

Sono tassato, percentualmente, come Berlusconi e i suoi pari. Ma mentre Berlusconi e i suoi pari eludono le tasse (il premier lo ha detto a chiare lettere, ha anzi incitato chi può a farlo), io anche se lo volessi - e non voglio per il rispetto che ho di me stesso e dei miei concittadini - non potrei, perché se dovessi pagare il collegio di esperti, commercialisti, avvocati amministrativisti maghi del diritto internazionale, per costruire quelle curiose società offshore proibite ai comuni mortali non mi rimarrebbe in tasca nemmeno un tallero.

Faccio parte del famoso ceto medio. Medio vuol dire che sta in mezzo, che è preso in mezzo fra le vere ricchezze, che evadono, e le finte povertà foraggiate con i quattrini dello stesso ceto medio. I "disoccupati organizzati" napoletani (più o meno le stesse persone da circa tent'anni, a parte le new entry), alla fine delle manifestazioni di protesta ("fateci faticà, fateci faticà", ma dove? ma quando? ma figuriamoci), salgono sulla loro Bmw, io ho una Opel Corsa.

Il ceto medio della mia generazione ha pagato le disoccupazioni fasulle, le pensioni di invalidità fasulle, le pensioni di anzianità fasulle, le pensioni baby, quelle d'oro e quelle dei parlamentari da mezza legislatura, ma creperà prima di avere la propria, miserabile.

Come se non bastasse il mio Istituto di previdenza, l'Inpgi, che fino a prova contraria dovrebbe tutelare i miei interessi, si è inventata improvvisamente una sorta di Inpgi Due, cioè un ulteriore prelievo del 12 1/2\% sul lavoro autonomo di presunto contenuto giornalistico, disconoscendo il diritto d'autore. Il tutto con efficacia retroattiva, a partire dal 1996. Un prelievo di questa consistenza spalmato su nove anni fa cifre notevolissime che, di punto in bianco, senza aver potuto pianificare alcunché, io e i colleghi che si trovano nelle stesse condizioni dovremmo pagare. Per me sono 50 mila euro, per aggiungere quattro lire a una pensione che non prenderò perché lo Stato, a causa della criminale e calcolata imprevidenza e scialacqueria delle classi dirigenti degli anni '70 e '80 (democristiani e socialisti, con in testa il martire di Hammamet e protagonista della "Milano da bere" - Milano se la bevevano lui e i suoi amici) è costretto ad alzare progressivamente l'età pensionabile.

Alla fine, lo so, pagherò anche questi 50 mila euro. Io pago sempre. Io pago tutto. Gli altri, almeno quando ci sono di mezzo io, no. Se facendo dei lavori di ristrutturazione in casa mia reco danno a un vicino, glielo risarcisco. Se avviene il contrario, il coinquilino trova sempre il modo di sottrarsi o comunque di tirar le cose talmente per le lunghe che alla fine io mi stufo e lascio perdere.

In più di trent'anni di giornalismo di battaglia ho avuto, com'è naturale, parecchi processi per diffamazione. Li ho vinti quasi tutti, qualcuno l'ho perso. Quando ho perso ho pagato, non ho occultato i miei beni sotto prestanome per sottrarmi al mio creditore.
Qualche anno fa l'onorevole Teodoro Bontempo mi trascinò in Tribunale. Si era ritenuto diffamato perché in un articolo sull'Indipendente, prospettandosi un governo-pateracchio, destra e sinistra unite, avevo scritto "come possono stare insieme lo stupratore Teodoro Bontempo e la femminista radical chic Sandra Bonsanti"?

A parte il fatto che qualche tempo prima lo stesso Bontempo aveva dichiarato al giornalista Francesco Merlo, che aveva pubblicato, "uno di questi giorni prendiamo Casini in aula e lo stupriamo, e quando dico stuprare non intendo in senso metaforico ma letterale", a me sembrava evidente che, in un pezzo politico, quello "stupratore" suonasse ironico, come ironico era il "radical chic" attribuito alla Bonsanti che gli era contrapposto. Non fu di questo parere il Tribunale di Monza che mi condannò, in primo grado, a pagare 20 milioni all'onorevole Bontempo, e subito, perché gli accordò la provvisonale. Benché la querela di Bontempo mi avesse particolarmente amareggiato, poiché io, insieme a Giampiero Mughini, ero stato l'unico intellettuale italiano non di destra a partecipare negli anni Ottanta alle Convention e ai Congressi dell'Msi cui venivo letteralmente implorato di andare (vero Gasparri? vero Alemanno? vero Veneziani? Naturalmente Giampiero ed io non ci andavamo perché condividessimo, ma per testimoniare il diritto alla cittadinanza politica di quattro o cinque milioni di italiani e dei loro rappresentanti - Bontempo compreso - che la truffa dell'"arco costituzionale" gli aveva tolto), ho pagato il dovuto, senza gridare al "complotto" di "toghe politicizzate" che volevano intimidire una voce libera.Perché io rispetto la Magistratura italiana e soprattutto il "mio" giudice, quello davanti al quale sono (è molto facile, "my dear" Berlusconi, rispettare la Magistratura in genere e, tranne, guarda caso, il giudice che si occupa di te). Recentemente la Corte d'Appello di Milano ha riformato in toto la sentenza di primo grado assolvendomi con formula piena: non ho diffamato l'onorevole Bontempo. Ma Bontempo mi ha già fatto sapere, attraverso una villanissima lettera del suo avvocato, che non intende restituirmi i soldi. È caduto il titolo per cui li ha presi? Non importa, l'onorevole non paga.

Un paio di mesi fa ad una Tv locale, l'onorevole Vittorio Sbargi - tenendosi a prudente distanza d'etere - mi insultò e ingiuriò nel modo più violento e volgare, inserendo anche qualche diffamazione (afferma, fra l'altro, che la mia biografia di Nietzsche, che mi è costata vent'anni di lavoro, è un plagio, da chi però non seppe dire nè poteva). Non l'ho querelato. Non querelo mai nessuno, nemmeno quei bravi signori del Congresso mondiale ebraico che mi hanno inserito in una lista nera di nazisti. Non querelo perché ritengo che il giornalista sia, in questo caso, un privilegiato, perché ha la penna per difendersi. Ma se anche avessi voluto perseguire Sgarbi sarebbe stata fatica vana, perché l'onorevole a me risulta irreperibile, senza fissa dimora.

Qualche anna fa, durante un'intera estate, l'onorevole Sgarbi - che all'inizio della sua carriera avevo difeso più volte, meritandomi lacrimose e imbarazzanti telefonate della sua mamma, la Rina: "Lei vuole bene a Vittorio" - sparò la mia foto formato gigante nella sua rubrica quotidiana additandomi al ludubrio dei telespettatori come bieco "giustizialista". Non replicai. Sono un giornalista e ritengo sacrosanto il diritto di critica, anche violenta, (un po' meno, per la verità, quello della caccia all'uomo). Ma quando, qualche mese dopo, sul "Giorno" espressi delle critiche, peraltro in termini assai blandi, sulla costante campagna di delegittimazione della Magistratura che l'onorevole conduceva in quella sua rubrica, Sgarbi mi querelò. E, naturalmente, seppe dove notificare la querela. perché io, benché non sia un parlamentare della Repubblica, ho un domicilio dove chiunque può trovarmi.Il caso volle che proprio pochissimi giorni dopo che mi era stata notificata la querela di Sgarbi mi trovassi a una cena, allo stesso tavolo dell'onorevole di Forza Italia, anzi quasi di fronte a lui. A un certo punto della serata Sgarbi si alzò e cominciò una violentissima intemerata contro quegli sporcaccioni che sporgono querela.

Cari lettori del Gazzettino che, ne sono sicuro, sfangate la vostra vita rispettando le regole, scritte e non scritte, del convivere civile (ma sono altrettanto certo che in un popolo che già all'inizio del '900 Giuseppe Prezzolini divideva nei "furbi" e nei "fessi", siete un'esigua minoranza), non credete a quei tali - in genere dei farabutti patentati - che a mo' di consolazione vi dicono, con un sorrisetto che non si capisce se è di compatimento o di scherno o magari anche di autentica partecipazione: "Però la mattina hai perlomeno la soddisfazione di poterti guardare allo specchio". Io, quando mi guardo allo specchio, a qualsiasi ora del giorno e della notte, mi dico: "Massimo, sei un fesso".

Massimo Fini