Se questo fosse un Paese libero, ogni comunità (piccola o grande) disporrebbe delle proprie risorse in maniera del tutto autonoma e responsabile in funzione del sacrosanto principio di sussidiarietà, assieme all’altrettanto sacrosanto diritto di affrontare le proprie esigenze sulla base di libere determinazioni.
Invece questo non è un Paese libero, e uno Stato centrale, esoso e prepotente (allo stesso tempo fascista e comunista, perché giacobino) si porta via tutte le risorse sulla base di decisioni prese non da chi le risorse le produce ma da chi si è arrogato il privilegio di gestirle. Poi, in base a criteri e decisioni presi in cima alla piramide, distribuisce le risorse a chi secondo lui ne ha più bisogno o a chi può garantire in cambio fedeltà, tranquillità e complicità nella gestione centralistica del potere.
Così succede che un certo numero di comunità locali (di solito concentrate in talune parti geografiche) ricevono nella ridistribuzione una porzione ridicola di quello che hanno dato, e che altre comunità ricevano invece molto di più di quello che hanno prodotto. La somma algebrica del dare e dell’avere riferita all’intero territorio repubblicano non è neppure zero: quello che ricevono in più i beneficiati non è infatti uguale a quello che ricevono in meno gli sfruttati. L’intero processo ha infatti costi che per carità di patria chiameremo “di gestione” che sono esosissimi: nel rigiro della raccolta e della distribuzione sparisce una bella fetta del raccolto che non passa dagli involontari benefattori ai cosiddetti bisognosi ma che serve a tenere in piedi l’intera struttura dell’estorsione, della contabilità e della concessione delle elemosine. Si tratta di una patriottica perequazione o - per usare un termine molto di moda - di solidarietà di cui non beneficiano tanto e solo quelli cui sarebbe diretta quanto quelli che la gestiscono. Ci sono in questa Repubblica milioni di pubblici funzionari che vivono più o meno munificamente grazie al passaggio di risorse, e che non producono ricchezza ma che trattengono un po’ (sic) di quella che gestiscono. Ci sono in questa Repubblica molte migliaia di politici che vivono molto gagliardamente grazie al business della ridistribuzione delle ricchezze. Si tratta di consorterie che il professor Miglio chiamava di “pidocchi” perché come i pidocchi prosperano parassitariamente alle spalle di un organismo che vive e produce risorse.
In un Paese libero una comunità locale che ha bisogno - per fare un esempio qualsiasi - di una palestra chiede ai suoi cittadini se siano disposti a contribuire di tasca loro alla necessità: se non sono in grado di farlo autonomamente ricorrono a prestiti e finanziamenti (cui dovranno fare fronte) oppure - se ritengono di averne diritto o che l’opera sia di interesse relativo a un più alto grado di sussidiarietà - chiedono aiuto al livello amministrativo superiore. Questo risponderà seguendo analoghi criteri di efficienza e di democrazia.
In un Paese che non è libero, chi ha bisogno della palestra si deve presentare, con il cappello in mano, dalle “superiori autorità” a elemosinare i soldi per costruirla. Si verificano così alcune condizioni ineliminabili: 1) L’umiliazione di dover supplicare la restituzione di parte di quello di cui si è stati rapinati; 2) L’immoralità di dovere negoziare tale restituzione sulla base di favori politici e contiguità ambigue; 3) La concessione del finanziamento sulla base di interessi che esulano dalle condizioni locali; 4) La sottrazione e la riconcessione delle risorse assumono in talune parti geografiche i connotati di vera e propria oppressione etnica e politica; 5) La concessione di finanziamenti è subordinata anche ad alcune “prebende” di cui beneficia la struttura burocratica e oppressiva dello Stato. Così, se si vuole costruire la palestra, si devono pietire i quattrini, si devono accettare disposizioni di legge che favoriscono appalti a imprese provenienti da chissà dove, si deve affidare la progettazione a tecnici ammanicati e in grado di ottenere tutti i timbri necessari, si devono rispettare tonnellate di norme scritte da chissà chi sulla base di criteri esoterici; si devono elemosinare le autorizzazioni a enti centralisti che nulla hanno a che vedere con il territorio. Così succede che la palestra riceverà un finanziamento che non è commisurato alle reali necessità locali (a volte si fanno addirittura opere poco utili o addirittura inutili pur di “non perdere il finanziamento”), che verrà progettata da un tecnico di regime (spesso ultroneo) con modalità poco identitarie, che sarà controllata da uffici attenti più alle verifiche formali e burocratiche che non a quelle funzionali, che sarà costruita da imprese provenienti da terre lontane che si sono inventate ribassi improponibili e che a volte spariscono dopo avere incassato il primo acconto. Alla fine una comunità che ha versato alle esose tasche del Fisco centrale delle somme enormi si ritroverà un’opera inadatta, mal progettata e mal costruita. Su tale opera tutti saranno intervenuti tranne i soli che ne avrebbero avuto il diritto, e cioè chi ne deve usufruire e ha tirato fuori i soldi per farla.
In un Paese libero i cittadini decidono di costruire una cosa se serve, se la fanno grande quanto serve e quanto possono permettersela, se la progettano con schemi culturali locali, la fanno costruire da imprenditori locali e la affidano in gestione a qualcuno designato e pagato da loro. Tutta gente che si conosce, che si può tenere sott’occhio e che si va a prendere per il bavero (si licenzia o non si rielegge) se le cose non vanno per il verso giusto.
Non è quello che capita in un Paese che non è libero, con deputati che stanno lontano (a Roma o a Strasburgo) e che sono stati eletti in listoni chiusi e scelti dalle segreterie dei partiti, con soprintendenti, impiegati del catasto, segretari comunali, funzionari delle Asl… Un’allegra comitiva che campa con i soldi che gli passa qualcuno che li ha sfilati dalle tasche della gente, in un patriottico borseggio.
Gilberto Oneto
(Da Il Federalismo)




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