Non moriremo tutti zapateri
Dice Franco Debenedetti, sul Corriere di ieri, che moriremo tutti Zapateri. Che l’Ulisse che porterà la sinistra riformista all’inevitabile apertura alla sinistra radicale, ovviamente con il nobile obiettivo di vincere, dovrà assomigliare al premier spagnolo, più che a Kerry. A dire il vero noi avevamo capito che l’Ulisse era Prodi, non esattamente uno Zapatero, e nemmeno un socialista. E, in fondo in fondo, neanche uno Zapatero ci farebbe poi tanto schifo, visto che in politica interna è tutt’altro che «old left», e ha da tempo iscritto il suo partito alla corrente europea degli innovatori della socialdemocrazia.
Ma comprendiamo il simbolismo del senatore, nostro amato e apprezzato collaboratore: vuol dire che il fallimento di Berlusconi rallenta il rinnovamento della sinistra italiana, e rende difficile che a guidare il centrosinistra sia un Blair italiano, perché non si dà Blair senza Thatcher.
Vogliamo però mettere in guardia i riformisti che già si sentono sconfitti dai rischi di un intempestivo pessimismo autolesionista. Sarà un caso, ma ieri Cofferati diceva sull’Unità cose analoghe a quelle che dice Debenedetti: il congresso di Pesaro (quello di Fassino e della scelta riformista dei Ds) è acqua passata, la sinistra ha già cambiato linea, è già tornata alle origini.
Solo che quando verrà il momento delle scelte di governo, quando si dovrà decidere se cancellare la riforma delle pensioni del centrodestra o rafforzarla, se ridurre la flessibilità del lavoro o limitarla, se introdurre una patrimoniale o ridurre le tasse al ceto medio, se partecipare alle missioni di peacekeeping o scapparne; allora si capirà che non tutti i gatti sono diventati bigi e riformisti. E non ci sarà Zapatero che tenga. Nemmeno il fallimento di Berlusconi basterà a decretare la «fine della storia».




Rispondi Citando