L’Europa, l’America e l’asse Chirac-Schröder

di GIANNI RIOTTA


Uno dei generi più nocivi dell'informazione italiana è l'intervista ai leader, paginate di sbobba chiacchierina che sollecitano la libido dei 1500 potenti citati da Enzo Forcella, ma annoiano milioni di persone perbene, dissuadendole dalla lettura dei quotidiani. Eccezione fantastica il colloquio con il professor Mario Monti, ex commissario europeo, con Massimo Mucchetti e Danilo Taino: chi l'avesse persa se la procuri, fotocopi, tragga da Internet e legga. Lo dico con gioia, non solo per la stima e amicizia che mi legano a Monti, ma soprattutto perché a lungo ho ripetuto da solo di fare attenzione alla strana coppia Chirac-Schroeder finendo per passare da antieuropeo. E mi dispiaceva, questa rubrica s'era battuta a favore dell'entrata dell'Italia nell'euro, quando autorevoli voci ironizzavano, lasciando intravedere un futuro di dolori dopo l'addio alla vecchia, cara, lira.
Da tempo la diffusa antipatia per il presidente americano Bush ha trasformato il presidente francese Chirac e il cancelliere tedesco Schroeder in paladini fulgidi dell'Europa saggia, misurata, a misura d'uomo, contro gli Usa marziali, sanguinari, pronti a spremere i lavoratori per un dollaro in più. Con il tono giusto, e un raziocinio che definiremo galileiano e non cartesiano solo per non irritare Chirac, Monti sgonfia l'argomento. Le pecche Usa, in geopolitica e nel modello di organizzazione economica e sociale sono quelle che conosciamo, ma il tandem Chirac-Schroeder sta conducendo una campagna in proprio che nulla ha di idealistico, e tanto di interesse piccino, a danni della grande idea di Europa che tutti sognavamo.
Monti lo dice in doppiopetto elegante, mi perdoni se lo traduco in blue jeans: il patto di Maastricht era la dieta per mettere in forma l'Europa, il patto del 2000 a Lisbona doveva essere la palestra per darci la velocità giusta nell'economia globale.
La palla al piede franco-tedesca, la diffidenza che la guerra in Iraq ha trasmesso al modello liberale di Aznar e Blair, hanno finito col perpetuare la lentezza del nostro sviluppo. Monti ci ricorda la necessità di essere competitivi, non basta proclamare a Lisbona che presto saremo leader nel mondo, occorre darsi da fare perché ciò accada. E pronuncia la frase che solo a lui verrà - forse, professore, forse! - perdonata, che cioè è stata infine più utile all'Europa l'asse Aznar-Blair di quello Chirac-Schroeder. E, facendoci invidiare gli studenti che hanno avuto la fortuna di averlo come docente, traccia le nostre difficoltà già dal Medioevo, perché in Italia, Francia e Germania l'alleanza dei produttori ha sempre messo in minoranza consumatori, lavoratori non organizzati e disoccupati. Col risultato di privilegiare la bandiera nazionale della proprietà su creazione di ricchezza e posti di lavoro.
Non sono capace di dirlo meglio. Mi ha perciò consolato moltissimo che Mario Monti abbia voluto ricordarci che la globalizzazione va governata per il bene comune non combattuta o cancellata, che non c'è un derby razziale Usa-Europa, noi possiamo imparare da Washington, come gli Usa da Bruxelles. E che se lasciamo a Chirac e Schroeder, un aristocratico e un attivista di cui gli elettori sembrano essersi stufati, la guida dell'Europa, il futuro non sarà brillante.
Non vogliamo attrarci una delle bacchettate di Monti e dunque non diremo quel che pensiamo della modalità con cui è stato sostituito a Bruxelles dal professor Buttiglione: il futuro, e la rassegna stampa internazionale, diranno se è stata operazione in attivo. La lettura dell'intervista a Mario Monti ci ha fatto pensare invece al nutrito gruppo di colleghi e colleghe che offre a ripetizione consigli alla coalizione di sinistra. Per una volta rubiamo loro il mestiere, in nome dell'interesse nazionale, ed ecco l'idea: Romano Prodi, nell'annunciare la sfida di governo, anticipi il nome dei ministri nelle posizioni chiave. Se Mario Monti fosse nominato agli Esteri o all'Economia, parecchi elettori incerti guarderebbero all'Ulivo con maggiore attenzione.