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    Predefinito Le Radici Dell’ Europa?

    recensione, a cura di L.L. Rimbotti,

    al libro di Adriano Romualdi:

    Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni

    Edizioni di Ar (euro 20,00).

    Apparsa su Linea del 1 agosto

    -----------------------------------------------------



    LE RADICI DELL’ EUROPA?

    DOBBIAMO CERCARLE NEL NEOLITICO



    Le nostre radici europee sono ben altrimenti profonde di quanto possa immaginarsi quello sgangherato conciliabolo che ha sede a Strasburgo. L’Europa, con un’identità certa e caratteri nitidi, con un suo profilo culturale già disegnato, con le sue aristocrazie e con le prime forme di organizzazione proto-statale, esiste da quando vi fu un popolo che ne calcò la terra lasciando di sé tracce inequivocabili, ben leggibili da archeologi, paletnologi, linguisti di ogni scuola scientifica. Questo popolo è l’Indoeuropeo: ai primordi era unito geograficamente, da qualche parte nel nostro continente; poi si è irraggiato ai quattro punti cardinali. Ogni volta gettando il primo seme della civiltà su sostrati umani più antichi e diversi, spesso ancora sprofondati nella notte dell’orda: così sono nate la Grecia e Roma, la Persia iranica e l’India vedica, e l’orma dell’uomo indoeuropeo è visibile anche in Egitto e nell’Asia centrale, ma pure nelle Americhe, e persino in Oceania.

    Un’identità all’opera da millenni, pervenuta infine a maturazione: “L’età del bronzo, il cui principio in Europa si può datare intorno al 1800 a.C., e che dura nel Sud fino al 1000, nel Nord fino all’800 a.C. circa, segna la maturazione delle varie nazionalità indoeuropee”. Questa frase di Adriano Romualdi compare nel suo libro Gli Indoeuropei: origini e migrazioni, ora ripubblicato dalle Edizioni di Ar, dopo la prima, esauritissima edizione, risalente all’ormai lontano 1978. Da tempo è un classico, un libro che, tra l’altro, esce al momento giusto, nel pieno dei vociferanti nonsensi sulle radici dell’Europa, cui ha dato la stura la nuova retorica pseudo-europeista. Era necessario che, mentre la setta progressista si danna l’anima per occultare le nostre vere radici e per assegnarcene di posticce e di post-datate, una voce almeno si levasse, e di prestigio, per tenere alta il più possibile la bandiera di una identità plurimillenaria che, se è destinata a soccombere, almeno vorrà farlo circondata da simboli veritieri, e non da ghigni di contraffazione.

    Questo, per ricordare ai simulatori che, quando si parla di radici europee, non sono in questione l’illuminismo, i “diritti” liberaloidi e neppure il cristianesimo, arrivato a Roma quando la piena luce della storia era accesa da un millennio e quella più soffusa della proto-storia da ère incalcolabili.

    In pagine dense e godibili, irte di riferimenti scientifici e come poche illuminanti, Romualdi ripercorre tutte le fasi di quella grandiosa vicenda di fondazione che è stata la serie di sommovimenti migratori e di nuovi stanziamenti che, nel corso delle epoche, hanno caratterizzato l’identità indoeuropea. Dall’uomo di Cro-Magnon alle culture megalitiche, dagli usi della ceramica a cordicella e del vaso a imbuto fino ai campi d’urne; dall’ascia da combattimento al carro da guerra, fino alle sacre simbologie solari: uno dopo l’altro vengono ricomposti i tasselli che, mano a mano, mettono a fuoco il volto dell’uomo indoeuropeo. Questi è il tipo nordico, e Romualdi – come prima di lui, tra gli altri, il prestigioso Kossinna, ma in parte anche il nostro Devoto - accredita la sua patria d’origine nell’area che comprende Scandinavia e Carpazi, portando a supporto una moltitudine di materiali filologici e archeologici. Altri indicarono il Nord artico, altri ancora la zona sarmatica dei kurgan, mentre qualcuno ipotizza persino l’Anatolia. Ma, al di là delle volubili dispute accademiche, ciò che conta è l’accertamento che vi fu una Ur-Heimat da cui prese le mosse un Ur-Volk. E che questo popolo, con la sua morfologia e il suo carattere, sia non il vago, ma il diretto antecedente dei popoli che ancora oggi abitano l’Europa. I tratti fisici fissati nei graffiti della Valcamonica come nella statuaria ellenica, le superiori tecniche agricole, la capacità organizzativa sociale e guerriera, fino a quei pantheon di divinità dominatrici e gloriose, che sono il sigillo di un mondo eternamente proteso alla conquista: di sé, degli spazi e dei saperi. Tuttavia, ammonisce Romualdi, “la scienza delle radici indoeuropee della civiltà d’Europa non ha un mero valore storico e antiquario. E’ la scienza di ciò che è affine e ciò che è estraneo”. E’ la scienza cui guardano tutti coloro che, sul ciglio di un abisso di dispersione, ancora credono che il differenzialismo e la memoria ancestrale europea siano valori politici preziosi, da tutelare ad ogni costo.

    Quello indoeuropeo è comunque uno di quei campi del sapere in cui l’ipocrisia della cultura contemporanea è più che altrove instancabile nel confondere le idee. La paura di essere considerati “razzisti” per il solo fatto di essere studiosi delle razze umane, induce molti studiosi conformisti a grottesche circonlocuzioni semantiche. E’ qui che si annida, tra l’altro, il nevrotico puntiglio di voler considerare l’Indoeuropeo esclusivamente una lingua, e non un popolo, quasi che una lingua potesse essere parlata da entità astratte, e non da uomini in carne ed ossa. Al contrario, si sa che la lingua ovviamente segue, e non precede, la conformazione biologica di un ethnos. Cosa risaputa anche ai tempi di Vico che, non a caso, scrisse che “i parlari volgari sono i testimoni più gravi degli antichi costumi de’ popoli, che si celebrarono nel tempo ch’essi si formaron le lingue”. La possibilità di negare realtà storica agli Indoeuropei come stirpe, prendendola in considerazione solo come lingua, solleva certi studiosi dal peso angoscioso di dover riconoscere la semplice esistenza di una materia – le razze umane – al cui suono si innescano nevrastenìe di massa. Si utilizza quindi il concetto di migrazione – in cui la mescolanza tra tipi è sempre stata una costante storica, mai negata da alcuno studioso, neppure “razzista” – come prova che l’ibrido è un fattore normale. Ma si dimentica che proprio la migrazione è, al contrario, uno dei pochi elementi attraverso i quali poter individuare i vari popoli, e che il concetto di razza può includere tranquillamente quello di mescolanza, ove i tipi prevalenti permangano omogenei e, come tali, riconoscibili. A questi livelli proto-storici, inoltre, si tratta, per lo più, di mescolanza intra-razziale e non inter-razziale. Lo ricorda Romualdi, rimarcando che “quanto più si va indietro, verso le origini, razza e lingua tendono a coincidere”: un dato che viene volentieri sottaciuto da quanti ipotizzano primordiali rimescolamenti etnici per giustificare quelli odierni.

    La vera e unica “costituzione” europea è dunque quella che vedeva “costituiti” di fatto i maggiori popoli d’Europa addirittura prima ancora dell’età del bronzo, in pieno neolitico. Romualdi individua una definita koiné indoeuropea nell’area baltica a far data dal 3.500 a.C. La Gimbutas colloca pure al IV millennio a.C. le infiltrazioni indoeuropee dirette antenate dei nostri popoli; Renfrew retrodata la lingua proto-ariana al VII millennio; recentemente, Villar ne accerta l’esistenza almeno al V-IV millennio a.C., e così via. E’ dunque un fatto che la nostra identità ancestrale è ovunque scientificamente documentata nelle grandi linee. Storicamente, essa data da quando, da quel grande bacino antropologico indoeuropeo che con tutta probabilità fu la zona baltico-lusaziana, presero a muoversi le prime avanguardie di quelli che poi sarebbero divenuti i Germani, gli Italici, gli Elleni, cioè esattamente quei popoli che poi daranno vita al nostro intero patrimonio di civiltà. Come scrisse Altheim, citato da Romualdi: “La migrazione dorica e l’invasione dei Latini e delle popolazioni affini a questi ultimi furono fasi dello stesso evento. La grande migrazione illirica ha esercitato un influsso profondo nella storia mondiale. Ciò appare chiaro allorché si osserva il risultato finale: Sparta per la Grecia e Roma per l’Italia”. Queste le uniche vere radici d’Europa, e non altre.

    Luca Leonello Rimbotti


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  2. #2
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    Predefinito Re: Le Radici Dell’ Europa?

    Come sempre le analisi di quelli delle "edizioni di Ar" sono perfette.

    Alla faccia dei cattolici forzanovisti che si lamentano della mancanza alle radici cristiane (e quindi semitiche)!

  3. #3
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    Splendido articolo, condivisibile al 100%.
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

  4. #4
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    Mancano gli ultimi duemila anni... cmq, fa niente.

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    In origine postato da Bellarmino
    Mancano gli ultimi duemila anni... cmq, fa niente.
    Infatti si parla di radici, che vanno ben oltre gli ultimi 2000 anni.
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
    La rivoluzione è come il vento, la rivoluzione è come il vento.

  6. #6
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    In origine postato da Fenris
    Infatti si parla di radici, che vanno ben oltre gli ultimi 2000 anni.
    Dalle radici di solito si sviluppa una pianta.

  7. #7
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    In origine postato da Bellarmino
    Dalle radici di solito si sviluppa una pianta.
    2.000 anni fa è stata soffocata da una pianta parassitaria, ma si mantiene viva in qualche modo.
    Riaffiorano i ricordi degli anni di passione
    ritorna il vecchio sogno per la rivoluzione.
    Racconti senza fine di gente che ha pagato
    non puoi mollare adesso la lotta a questo stato.
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  8. #8
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    In origine postato da Fenris
    2.000 anni fa è stata soffocata da una pianta parassitaria, ma si mantiene viva in qualche modo.
    Una pianta che è stata alimentata dai nostri avi di tutta europa, composta da Re, principi, nobili e cavalieri e ancora: da popoli, città, province, stati e impero, che evidentemente non la pensavano così, tanto da aver cancellato qualsiasi ritualismo e traccia di un passato che mai più tornerà.

  9. #9
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    In origine postato da Bellarmino
    Una pianta che è stata alimentata dai nostri avi di tutta europa, composta da Re, principi, nobili e cavalieri e ancora: da popoli, città, province, stati e impero, che evidentemente non la pensavano così, tanto da aver cancellato qualsiasi ritualismo e traccia di un passato che mai più tornerà.
    Ah certo, i giudei son sempre stati bravissimi a fare i propri interessi ed a coinvolgerne i potenti. Io continuo a credere nel richiamo del sangue e che un giorno l'Europa si sveglierà. Già odiernamente sta sempre di più prendendo le distanze dal cristianesimo, anche se ahimè, non certo a favore di un recupero della sua antica spiritualità naturale, ma piuttosto di un edonosmi nichilista ed individualista mai visto prima.
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  10. #10
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    Rimbotti oltre ad essere una persona preparata con una cultura fuori dal comune, scrive veramente in modo eccezionale.

 

 
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