Uno dei temi più ricorrenti, quasi ossessionanti, della propaganda dei movimenti ecologisti è quello della deforestazione. Con la loro mentalità sinistrorsa, questi ambientalisti hanno generato il consueto groviglio di isterici allarmismi e di ostilità verso il mercato e la libera impresa, accusando le grandi società multinazionali, simbolo di un capitalismo vorace e disumano, di distruggere le foreste tropicali, tagliando alberi centenari, abbattendo parti rilevanti di foreste e attentando in particolare a quello che si suole chiamare il «polmone verde» del pianeta, la foresta amazzonica.
Il carattere pretestuosamente anticapitalistico di questa propaganda appare evidente solo che si ponga attenzione al fatto che, come fa notare l'economista Pascal Salin, «queste grandi società non sono proprietarie della foresta, ma...beneficiano soltanto di una concessione accordata dal vero proprietario, lo Stato. Da lì viene il male. Infatti, un regime di concessione non accorda al beneficiario che due attributi di proprietà, l'usus e il fructus, ma non certamente l'elemento essenziale, l'abusus, che resta nelle mani dello Stato».
Se, invece, le imprese private fossero integralmente titolari di diritti di proprietà sulle foreste tropicali, sarebbero incentivate a ricostituire e anche a sviluppare le piantagioni, dal momento che il valore dei terreni dipenderebbe dal valore degli alberi che possono essere tagliati in futuro. Un proprietario nel vero senso del termine (ossia il titolare di un abusus) è consapevole del fatto che il valore dei suoi terreni fra, poniamo, trent'anni, è determinato non soltanto dal valore degli alberi che a quell'epoca potranno essere tagliati, ma anche da quelli che potranno essere tagliati, ad esempio, sessant'anni dopo. «Anche se si programma - spiega Salin - di vendere in trent'anni un terreno del quale oggi sono stati tagliati gli alberi e nel quale i nuovi alberi impiegheranno cento anni a crescere, il valore futuro di questo terreno sarà tanto più grande quanti più alberi sono stati piantati oggi e quanto più si avvicinerà la data in cui la foresta potrà essere sfruttata». Il punto essenziale è che il pieno godimento del diritto di proprietà permette di capitalizzare le azioni future, di trasportare i valori nel tempo.
Al contrario, nel regime attuale, il concessionario si trova ad agire per forza di cose in un orizzonte temporale estremamente limitato, che lo incentiva a sfruttare al massimo la risorsa ma non a ricostituirla, dal momento che non sarà lui a godere dei sacrifici effettuati oggi. Per giunta, lo Stato, avvalendosi del monopolio legale della coercizione, si è appropriato delle foreste (e invece di venderle, ne attribuisce i diritti di concessione), calpestando in questo modo gli ancestrali «diritti di primi occupanti» (prior appropriator) degli indigeni. Ancora: in una situazione di assenza di autentica proprietà privata, è verosimile che i potenziali concessionari tendano a comportarsi non da imprenditori mossi da spirito di innovazione, ma a servirsi della corruzione per beneficiare delle concessioni. Risulta evidente, allora, che ci si trova completamente agli antipodi di quel capitalismo che rappresenta la bestia nera degli ecologisti di sinistra, e che solo un regime di proprietà privata - un vero capitalismo - consentirebbe, allo stesso tempo, di restituire agli indiani d'Amazzonia i diritti di cui sono stati indebitamente spogliati e di rinnovare le aree forestali.
Non è dunque nel capitalismo che va cercata la vera causa dei disastri ambientali denunciati: con buona pace dei verdi, essa è da ricercare semmai nella sua assenza. Per averne la controprova, è opportuno osservare l'evoluzione delle foreste sulla superficie terrestre nel corso degli ultimi decenni: la loro superficie è aumentata in maniera significativa in alcune zone del mondo ed è fortemente diminuita in altre. «La maggior parte del legno - ci informano Antonio Gaspari e Riccardo Cascioli - viene prodotta e utilizzata nei Paesi industriali (circa il 75% del totale) dove le foreste stanno crescendo significativamente. Gli Stati Uniti sono il principale produttore di legno, e coprono il 25% del mercato mondiale, eppure le foreste americane continuano ad espandersi. In Gran Bretagna ci sono più foreste oggi che ai tempi di Robin Hood». In Germania, nell'ultimo decennio, le aree boschive sono cresciute di 1.000 km2, e in Italia, secondo un rapporto pubblicato dall'ANARF (Associazione Nazionale Aziende Regionali Forestali), tra il 1950 e il 1980 la superficie forestale è aumentata di circa il 31%. Ciò che qui preme sottolineare, al di là dei dati relativi ai singoli Paesi, è che la superficie boschiva aumenta laddove le foreste sono prevalentemente private (Europa, Stati Uniti), e diminuisce laddove è di proprietà statale, dunque, in particolare, in Africa e Asia.
Giorgio Bianco


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