Uno dei temi che ricorrono con maggiore frequenza nei discorsi e negli scritti degli ambientalisti catastrofisti, quelli che si possono definire i nemici della modernità, è la condanna radicale e senza appello nei confronti dello sviluppo, che ai loro occhi sarebbe responsabile di un mondo terribilmente degradato, della progressiva scomparsa degli ecosistemi naturali, dell'estinzione o del decadimento di migliaia di specie animali e vegetali, della distruzione delle foreste, di un'atmosfera a loro dire sempre più irrespirabile, fino, in prospettiva, a manifestazioni macroscopiche di impossibilità di vita. Gli anatemi contro lo sviluppo sono andati moltiplicandosi da quando la globalizzazione ha determinato un'innegabile crescita economica di molti Paesi in via di sviluppo. Intendendo, con il termine globalizzazione: la sempre maggiore liberalizzazione del commercio internazionale di beni e servizi; una maggiore mobilità delle persone attraverso i confini nazionali, per lavoro o per diletto; la maggiore mobilità, a livello mondiale, dei capitali; un più libero flusso di informazioni da un Paese all'altro.
«Forse - ha scritto B. Delworth Gardner - la più convincente dimostrazione dei benefici effetti della liberalizzazione del commercio sta nei risultati economici ottenuti da quei Paesi in via di sviluppo che negli ultimissimi decenni hanno fortemente intensificato il loro commercio (le cosiddette tigri asiatiche: Taiwan, Singapore, Hong Kong e Corea del Sud), confrontati con quelli dei Paesi che hanno scoraggiato il commercio attraverso politiche "autarchiche" (molti Paesi dell'America Latina e quasi tutta l'Africa). I tassi di crescita del primo gruppo sono stati spettacolari, mentre nessuno, nel secondo gruppo, ha avuto una solida crescita economica. L'autarchia ha fallito come dottrina economica perché le politiche protezionistiche hanno prodotto forti distorsioni nei prezzi e hanno incrementato i costi di produzione».
Messi di fronte a questa evidenza, questi profeti di sventura, che generalmente sono anche nemici del mercato e della libertà economica, hanno intensificato e amplificato gli allarmismi sulle disastrose conseguenze ambientali che lo sviluppo economico determinerebbe. A quelle già esemplificate si possono aggiungere: un incremento demografico che sopravanzerebbe le "capacità di carico" del pianeta; il deterioramento della qualità dell'acqua; la scomparsa o il degrado dei pascoli; il "riscaldamento globale"; la distruzione delle barriere coralline; e via elencando. In sostanza, ci viene fatto credere di trovarci di fronte a due alternative del tutto inconciliabili e incomponibili: una maggiore crescita economica o un ambiente più sano e pulito. Ora, a parte il fatto che gli allarmismi degli ecologisti votati al catastrofismo sono ampiamente confutati da una vastissima letteratura scientifica rispetto a cui il celebre The Skeptical Environmentalist di Bjorn Lomborg rappresenta soltanto la punta dell'iceberg, sicché abbiamo a disposizione un'immensa mole di dati che ci dimostrano come lo stato di salute del pianeta sia di gran lunga migliore di quanto ci viene fatto credere, l'aspetto forse più sorprendente della questione è che non solo sviluppo e qualità dell'ambiente non sono incompatibili, ma vanno quasi sempre di pari passo.
In estrema sintesi, si potrebbe affermare che solo quando siamo sufficientemente benestanti possiamo "concederci il lusso" di prenderci cura dell'ambiente. In realtà, il rapporto fra crescita economica e miglioramento delle condizioni ambientali è complesso, e chiama in causa problemi come la scarsità delle risorse, il rapporto tra maggior benessere e maggiore domanda di qualità dell'ambiente, gli effetti della globalizzazione sul progresso tecnologico e in particolare sulla ricerca di modi di produzione meno inquinanti e meno dannosi sul piano ambientale. Un aspetto cruciale del positivo rapporto fra sviluppo e condizioni ambientali risiede nel fatto che l'espansione del commercio e la diminuzione dei costi di trasporto rendono le singole aree locali meno esposte al rischio di sovrasfruttamento e di esaurimento delle risorse. In un'economia aperta, la produzione non avviene necessariamente nello stesso luogo in cui si esprime la domanda, ma in quello in cui risulta più efficiente. Quando, in un'area, si verifica una situazione di scarsità delle risorse e di aumento dei prezzi, la produzione può spostarsi in altre zone con maggiori risorse e minori costi.
Un'altra ragione per cui la globalizzazione e il conseguente sviluppo economico hanno ricadute positive sulla qualità dell'ambiente è legata al fatto che il commercio internazionale rappresenta, fra l'altro, uno stimolo ad una maggiore efficienza delle imprese e un canale di trasmissione di nuove tecnologie. In sostanza, attraverso il commercio internazionale si importano anche i miglioramenti e gli avanzamenti tecnologici dei propri partner commerciali. Uno studio del 2000 ha mostrato come non sia soltanto il settore "ricerca e sviluppo" a rappresentare un fattore chiave della produttività di un Paese, ma anche la quantità di ricerca e sviluppo che ha luogo nei Paesi con cui esso intrattiene relazioni commerciali. In particolare, i Paesi in via di sviluppo, nei quali l'attività di research and development è scarsa o nulla, traggono grande beneficio dalla possibilità di acquisire le tecnologie dei Paesi sviluppati. Ora, l'evidenza empirica ci mostra che è proprio nei Paesi più sviluppati che ci si può "concedere il lusso" di una maggiore sensibilità per la qualità dell'ambiente, e in cui le imprese, ben più che nei Paesi poveri, hanno la volontà e soprattutto la possibilità di adottare tecnologie environmentally friendly, ovvero meno inquinanti, tali da consentire un minore spreco di risorse o la scoperta di nuove in grado di sostituire quelle a rischio di sovrasfuttamento, e così via. Un buon esempio, osserva B. Delworth Gardner, viene dall'agricoltura. La liberalizzazione del commercio di prodotti agricoli tende a spostare la produzione dall'Europa e dagli Stati Uniti, dove è costosa e fa ampio uso di sostanze chimiche, verso i Paesi in via di sviluppo, che utilizzano in maniera di gran lunga inferiore i pesticidi e i fertilizzanti.
Uno studio realizzato nel 1972 dalla Banca Mondiale ha evidenziato che nei Paesi in via di sviluppo la prima fase di crescita coincide con un abbassamento della qualità ambientale e con più alti livelli di inquinamento, ma con il tempo e con il proseguire dello sviluppo i tassi di inquinamento tendono a scendere. La ragione va individuata nello sviluppo tecnologico, che consente di produrre la stessa quantità di beni o servizi esercitando una pressione sempre minore sull'ambiente. I Paesi poveri possono così acquisire tecnologie sempre più economiche e pulite dall'Occidente proprio grazie al tanto deprecato sviluppo e alla tanto demonizzata globalizzazione.
di Giorgio Bianco


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