Africa nera come Nerone



di Ignazio Ingrao
24/5/2004





La volontaria italiana Annalena Tonelli, uccisa nell'ottobre scorso nei pressi dell'ospedale di Borama, nel Somaliland, dove curava ammalati di tubercolosi e di Aids
In molti paesi africani aumentano guerre, conflitti etnici e tribali, persecuzioni, carestie. A farne le spese, non di rado, sono i 137 milioni di cattolici, su 830 milioni di abitanti.



Il ministro degli esteri vaticano, Giovanni Lajolo, nei giorni scorsi ha lanciato l'allarme: "Dopo l'attacco terroristico subito dagli Stati Uniti l'11 settembre 2001, le condizioni di vita di molti paesi africani sono decisamente peggiorate".
Guerre, conflitti etnici e tribali, persecuzioni, carestie si consumano nell'indifferenza generale, ha denunciato l'alto esponente vaticano.
A farne le spese, non di rado, sono i 137 milioni di cattolici, su 830 milioni di abitanti, che popolano il continente africano.

VIOLENZE IN NOME DELLA SHARIA ISLAMICA
Nigeria, Sudan, nord Uganda, Congo, Liberia, Algeria: è lunga la lista degli stati africani dove le comunità cristiane sono nel mirino.
In Nigeria la convivenza tra cristiani e musulmani diventa ogni giorno più difficile, dopo che gli stati settentrionali hanno adottato la "sharia", la legge islamica, come unica legislazione.
Nuovi disordini sono scoppiati nei giorni scorsi a Kano, la seconda città della Nigeria, durante una manifestazione di protesta organizzata da gruppi musulmani. Due chiese sono state attaccate e incendiate, insieme con molte case e botteghe di cristiani, provocando un numero imprecisato di vittime e molti feriti.
La manifestazione era stata promossa in risposta agli attacchi di presunti gruppi armati cristiani avvenuti lo scorso 2 maggio a Yelwa, nel vicino Stato del Plateau che, secondo fonti governative, avrebbero provocato circa duecento vittime.

GUERRA DIMENTICATA
In Sudan, nonostante l'intesa raggiunta nel settembre scorso a Naivasha (Kenya) tra il vicepresidente sudanese, Ali Osman Taha, e il capo dell'Esercito popolare di liberazione del Sudan (Sudan People's Liberation Army, Spla), John Garang, continua il conflitto che dal 1983 oppone il nord del paese, musulmano, al sud cristiano e animista.
A questa guerra dimenticata, che ha già fatto oltre 2 milioni e mezzo di morti, si è aggiunto quasi in sordina, da poco più di un anno, il genocidio nella regione del Darfour, nel Sudan occidentale al confine con il Ciad, che sta provocando centinaia di migliaia di vittime e di profughi tra gli stessi musulmani.
La loro unica colpa è di non essere di origine araba come i musulmani del Nord che detengono il potere a Khartoum.

ALLEVATORI CONTRO AGRICOLTORI
"E' vero che molti cristiani oggi in Africa sono perseguitati, ma non sempre la motivazione è di carattere religioso", spiega a Panorama.it padre Giulio Albanese, missionario comboniano e direttore della Misna, l'agenzia di informazione specializzata nelle notizie dal Sud del mondo.
"Spesso si tratta di conflitti etnici che affondano le radici molto indietro nel tempo, come il caso della Nigeria, dove l'elemento religioso è solo un aspetto dello scontro che divide i fulani, musulmani dediti all'allevamento del bestiame, dai tarok, agricoltori cristiani.
Lo stesso vale per il Sudan, dove l'origine del conflitto tra il nord musulmano e il sud cristiano non è di carattere religioso bensì è legato alla scoperta di ricchi giacimenti petroliferi nella parte meridionale del paese".

VISIONARIO
L'elenco dei martiri cristiani del XXI secolo prosegue con il nord Uganda dove spadroneggia l'Esercito di liberazione del Signore (Lra).
Dal 1986, le bande armate guidate dal visionario Joseph Kony (di cui fanno parte anche un gran numero bambini soldato, rapiti alle loro famiglie) seminano morte e distruzione nelle zone settentrionali dell'Uganda senza che il governo di Kampala riesca a fermare le violenze né ad avviare alcun tipo di negoziato.
Si calcola che finora le vittime di questo conflitto siano oltre centomila, 25 mila i minorenni sequestrati e oltre un milione (1.500.000 secondo alcune fonti) gli sfollati.

MISSIONI COME FORTINI
Le missioni cattoliche sono diventate piccoli "fortini" dove si asserragliano le popolazioni locali per sfuggire alle violenze della guerriglia e soprattutto per proteggere i bambini che vengono rapiti dai miliziani e costretti a combattere.
Per questo anche i missionari sono oggetto delle persecuzioni dei guerriglieri e tre sacerdoti italiani sono stati uccisi.
L'ultimo è stato padre Luciano Fulvi, assassinato il 31 marzo scorso all'interno della sua stessa missione.

NUNZIO DEL PAPA UCCISO
Rimanendo nella regione dei Grandi Laghi, la violenza anticristiana non ha risparmiato il nunzio apostolico in Burundi, l'arcivescovo irlandese Michael Aidan Courtney ucciso il 29 dicembre a Minago, mentre rientrava nella capitale Bujumbura.
Non era mai accaduto che un nunzio del Papa venisse ucciso.
In precedenza Courtney era scampato a un attentato contro l'aereo che lo stava portando in Burundi all'inizio del suo mandato, nel 2000. Da mesi era attivamente impegnato nel negoziato per porre fine allo scontro etnico tra hutu e tutsi.

PERSEGUITATO CHI DIFENDE I DIRITTI DELL'UOMO
"Anche nei casi del nord Uganda e del Burundi", commenta ancora padre Giulio Albanese, "i cattolici sono perseguitati non tanto in ragione della loro fede ma soprattutto perché si schierano dalla parte dei più deboli e difendono i diritti dell'uomo".
Analoga la situazione in Liberia, dove la Chiesa cattolica ha coraggiosamente difeso il processo di pace finendo nel mirino delle milizie armate.
E in Somalia i "signori della guerra" che controllano la regione non tollerano interferenze né da parte di missionari né da parte di volontari.
Così ha trovato la morte la volontaria italiana Annalena Tonelli, uccisa nell'ottobre scorso nei pressi dell'ospedale di Borama, nel Somaliland, dove curava ammalati di tubercolosi e di Aids.

TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO IN ALGERIA
Discorso a parte meriterebbe il Maghreb, a cominciare dall'Algeria, dove la Chiesa si trova tra l'incudine e il martello, stretta tra il regime e il terrorismo di matrice islamica.
I cattolici in Algeria sono circa 3 mila (compresi i numerosi occidentali che lavorano nei cantieri delle società petrolifere), cioè lo 0,01 per cento della popolazione. Sono distribuiti in 4 diocesi, con 37 parrocchie; i sacerdoti sono un centinaio, circa 180 le religiose.
Durante gli anni più sanguinosi del conflitto che ha opposto lo Stato al fondamentalismo islamico i religiosi hanno pagato un prezzo molto alto: quattro padri Bianchi massacrati a Tizi Ouzou, il rapimento e l'uccisione dei sette monaci trappisti a Tiberine, l'omicidio di Pierre Claverie, vescovo di Orano, avvenuto nel 1996; la strage di altri sette religiosi uccisi nelle vie della casbah di Bab el-Qued; senza dimenticare il sacrificio di decine di laici di origine straniera, assassinati per la loro fede cristiana, come i 12 croati sgozzati nel dicembre del 1993.

DARE TESTIMONIANZA
Particolarmente difficile è la situazione delle comunità sparse al nord del Paese: in Cabilia, sugli altopiani del Mitidja, nella regione di Orano e di Algeri, i luoghi simbolo delle stragi più sanguinose commesse dai terroristi.
"La Chiesa vuole rimanere in Algeria per dare testimonianza di un incontro con la popolazione.
Chi ci ha ucciso voleva proprio l'opposto: che lasciassimo il Paese e interrompessimo il dialogo con la popolazione", commenta l'arcivescovo di Algeri, Henri Teissier.
E prosegue: "Oggi, invece, rimanendo siamo ancora più vicini alla gente di quel Paese". Sono cristiani disposti a morire per la fede e per la giustizia a venti secoli dal martirio di Cristo.