Il candidato bifronte


La campagna elettorale americana è da poco entrata nella sua fase più dura. Bush e Kerry si servono di ogni mezzo di comunicazione per presentare il proprio programma agli americani, senza per questo rinunciare ad attaccarsi violentemente l’uno con l’altro. L’elettorato di fatto è spaccato in due metà quasi perfette, il 48% con Kerry e il 45% con l’attuale presidente; situazione che da qui alle elezioni potrebbe cambiare più volte. A dire di molti, Kerry rappresenta per Bush un pericolo da non sottovalutare, il senatore del Massachusetts è infatti un centrista che si è guardato bene dall’usare i toni accesi che il sopravvalutato Howard Dean non ha lesinato neppure ai compagni di partito.

Eroe decorato durante la guerra del Vietnam, Kerry ha ora la possibilità di usare questo dato della propria biografia o come vezzo pacifista o come appoggio per proporsi come “falco liberal”, come suggerisce Fred Barnes sul “Daily Standard” del 28 luglio. Il problema è che Kerry ha già fatto, e continua a fare entrambe le cose. Noncurante di aver votato l’azione di guerra contro l’Iraq di Saddam, Kerry ha poi dichiarato più volte che, come per il Vietnam “non si può chiedere a un uomo di morire per un errore”.

I repubblicani non esitano a chiamarlo “flip-flopping Massachusetts liberal”, e specialmente Ed Gillespie ne sta sottolineando impietosamente le mancanze, convinto che il suo sia un “extreme makeover”, ovvero un cambio di look. Il documento “who is John Kerry” è un elenco puntualissimo e maniacale che i repubblicani hanno stilato per sottolineare i troppi ripensamenti del concorrente di Bush. Non si può non notarne la virulenta carica polemica, ma al tempo stesso è interessante osservare come Kerry abbia cambiato idea con troppa disinvoltura non solamente in tema di guerra all’Iraq, ma anche riguardo al Patriot Act, il Nafta, il programma Medicare, il programma No child left behind.

Altra pietra dello scandalo per i repubblicani, è che Kerry abbia effettivamente votato quasi sempre in linea con le posizioni del senatore Ted Kennedy, uno dei liberals in assoluto più odiati dai conservatori. A ben vedere, le proposte di Bush e di Kerry non sono poi così diverse. Al pari di Bush, Kerry non intende ritirarsi immediatamente dall’Iraq (incomprensibile però che non abbia votato per il finanziamento di altri 87 miliardi di dollari per la missione), ma intende ridare prestigio alle Nazioni Unite e ritentare il multilateralismo clintoniano. Questo genera speranza in un ammiratore del partito democratico come Gianni Riotta, che non ha fatto mistero di credere in un più rapido riavvicinamento delle due sponde dell’Atlantico se Kerry dovesse vincere.

Impossibile però che nel pollaio di casa nostra qualcuno non cominci a starnazzare. Fassino e Rutelli si sono recati alla convention democratica con le stesse speranze di Riotta, subito censurate da Folena del Correntone Ds e dall’immancabile Pecoraro Scanio.
Nonostante la dichiarazione di intenti, è molto difficile che la nostra sinistra impari a rifiutare la logica dell’Abb (“anybody but Bush” curiosamente leggibile anche come “anybody but Berlusconi”, come ha notato Ennio Caretto) come lo stesso Kerry ha intelligentemente dimostrato di fare.

E’ un bene che dopo mesi di accuse e recriminazioni verso i repubblicani, il partito democratico sia ritornato sui suoi passi e ricominci a mostrarsi per come è veramente: una sinistra di governo; anche se, come molti hanno potuto notare, la convention di Boston sembrava una convention repubblicana. Perché è indubitabile che da Reagan in poi, i democratici abbiano perso il primato delle idee. E’ vero, Kerry intende promuovere maggiori interventi federali in materia di sanità e istruzione; ma mentre continuano a rifiutare i tagli delle tasse in favore del vecchio schema aumento tasse-aumento spesa pubblica, emergono dai discorsi dei democratici degli accenti insospettabilmente conservatori.

Peggy Noonan nel suo editoriale pubblicato sull’“Opinion Journal” il 29 luglio non ha menzionato il discorso di Edwards: eppure questo conteneva alcuni elementi significativi. Edwards ha indicato come valori fondanti “faith, family, responsability, and opportunity for everyone”. Valori del vituperato Robin Hood al contrario Ronald Reagan. Il resto è forse eccessivamente retorico: le umili origini dei genitori, il quadretto morale della madre di famiglia che piange, ma non è escluso che tutto ciò abbia avuto un suo effetto.

Ma la vera stella della convention è stato Barack Obama. Ha presentato un keynote che è stato definito dalla stessa Noonan come il migliore dai tempi di quello di Mario Cuomo, datato 1984. Obama ha ottenuto un grande risultato semplicemente ricordando i principi basilari che Jefferson scrisse nella Dichiarazione d’indipendenza: libertà e ricerca della felicità. Di origine africana, Obama colpisce l’audience con il suo discorso aneddotico ancora più di Edwards; e una penna impietosa come quella della Noonan ha dovuto infine notare in lui la luminosità del grande oratore, che può provenire solamente da profonde convinzioni.

“America can do better”: questo è il motto di Kerry riportato dalla quasi totalità della stampa. Difficile sapere come, se Kerry non risponderà alla necessaria insolenza di William Kristol, alle sue “four questions” uscite nel numero del 2 agosto del “Weekly Standard”. Queste domande vertono, com’era prevedibile, sul ruolo americano in Iraq e sulla lotta al terrorismo; meno insidiosa la quarta, sui matrimoni gay e sull’emendamento costituzionale che definisca il matrimonio “tra un uomo e una donna”. Sono le prime tre domande, quelle sulla leadership, le fondamentali. E’ bene che Kerry “Bush-Lite”, nonostante i ricordi romantici che genera per qualcuno l’acronimo Jfk, non si riveli un “Bush-Ultralite”.