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    Predefinito Il Futurismo: Avanguardia italiana

    IL MANIFESTO DELFUTURISMO

    1-Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
    2-Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
    3-La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità penosa, l'estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
    4-Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità [...]
    5-Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
    6-Bisogna che il poeta si prodichi con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.
    7-Non vi è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro.
    8-Noi siamo sul patrimonio estremo dei secoli! [...] poichè abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.
    9-Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igene del mondo-il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore [...]
    10-Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria
    11-Noi canteremo [...] le locomotive dall'ampio petto, [...] il volo scivolante degli areoplani. E' dall'Italia che lanciamo questo manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il Futurismo[...]

    Con queste parole Filippo Tommaso Marinetti fonda il 20 Febbraio 1909 a Parigi il manifesto futurista nelle pagine del "Le Figarò"

    FILIPPO TOMMASO MARINETTI
    Marinetti nasce ad Alessandria d'Egitto nel 1876 da genitori italiani. Poeta e romanziere, è il padre fondatore ed ideologo del Futurismo.
    Si forma alla luce della cultura francese di fine Ottocento. Nell'ultimo decennio di secolo è a Parigi, in contatto con il mondo della letteratura, legato al filone simbolista.
    Nel primo decennio del Novecento partecipa a quella tendenza che avvia il simbolismo verso la sua dissoluzione alla ricerca di nuove espressioni, per fondare una nuova estetica della vita moderna e della macchina. Passatismo, termine opposto a Futurismo, rappresenta ciò che è stato prodotto cultura tradizionale, accademica del passato. Temi come la città, il dinamismo e la velocità fanno parte del nuovo linguaggio futurista assieme alla "mistica del superuomo" che aveva dominato le sue prime opere francesi. Alla sua morte nel 1944, anche il movimento futurista si dissolve.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  2. #2
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    Predefinito Rif: Il Futurismo: Avanguardia italiana

    Fortunato Depero
    Nasce a Lecce nel 1914. Realizza ancora bambino i suoi primi disegni. Nel 1931 in occasione della I Mostra di aeropittura - omaggio futurista ai trasvolatori conosce fra gli altri Marinetti, e Balla. Nel 1933 aderisce ufficialmente al movimento futurista ed alle mostre del movimento. Nel 1948 alla Rassegna nazionale di arti figurative a Roma, espone con una ricerca orientata ad un carattere astratto-simbolico. Nel 1984 a Modena presenta un'ampia antologica della sua opera futurista. Muore nel 1996.


    Luigi Russolo

    Nato nel 1885. Pittore e musicista. Segue attività didattiche all'Accademia di Brera come praticante. Nel 1901 esegue una serie di acqueforti di accento simbolista. Nel 1910 assieme a Boccioni, Carrà ed altri conosce Marinetti. Sottoscrive il Manifesto dei pittori futuristi ed espone col gruppo. Nel 1914 brevetta a Milano gli intonarumori e tiene al Teatro Dal Verme a Milano il Primo gran concerto futurista per intonarumori. Viene arrestato insieme a Boccioni e Marinetti per una manifestazione interventista nello stesso teatro. E' presente alla XV Biennale di Venezia con il gruppo futurista. Durante il 1928 lavora ad un nuovo dispositivo capace se applicato su una canna d'organo di riprodurre un accordo a quattro. Torna a dipingere nel 1942 in uno stile da lui stesso definito "classico-moderno". Muore nel 1947.


    Antonio Sant'Elia

    Nasce nel 1888. Nel 1909 frequenta l'Accademia di Brera. Nel 1912 consegue presso l'accademia di Bologna la licenza di professore di "disegno architettonico". Nel 1913 apre uno studio professionale a Milano. Nel 1914 pubblica il Manifesto dell'architettura futurista". Nel 1915 si arruola col gruppo futurista nel Battaglione lombardo volontari ciclisti auromobilisti. Muore nel 1916 in guerra sul Carso. La sua opera verrà ricordata più volte dai futuristi negli anni Venti e Trenta.


    Gino Severini
    Nasce nel 1883. Nel 1901 conosce Boccioni, quindi Balla il quale, al rientro da Parigi, parla di divisionismo ed impressionismo. La sua pittura diventa divisionista. Nel 1906 si trasferisce a Parigi dove studia Seurat ed il pointillisme. Sottoscrive nel 1910 il Manifesto dei pittori futuristi. Porta avanti in questo periodo i primi studi dinamici di danzatrici. Espone a Parigi col gruppo futurista nel 1912 ed in diverse città europee. Successivamente comincia a staccarsi dal gruppo lavorando ad una serie di nature morte di riferimento tardocubista. Negli anni Trenta si avvicina al gruppo italiano del "Novecento". Presenterà negli anni successivi diverse opere futuriste, cubiste ed astratte. Negli anni Cinquanta la rua ricerca riprende motivazioni di dinamismo futurista in soluzioni astratte. Muore a Parigi nel 1966.


    Mario Sironi
    Nasce nel 1885. Nel 1915 Boccioni lo chiama a Milano nel gruppo futurista. Si arruola col gruppo nel 1915 nel Battaglione volontari ciclisti automobilisti. Alla fine della guerra espone diverse volte col gruppo futurista. Nel 1924 il gruppo si presenta alla Biennale di Venezia con l'appoggio di Margherita Sarfatti. Sironi entra quindi a far parte del comitato direttivo "Novecento italiano". Espone alla I ed alla II Mostra del Novecento. Nel 1933 sottoscrive il Manifesto della pittura murale con Carrà, Campigli e Funi. In questi anni esegue opere di grandi dimensioni. Dal 1943 al '52 tiene numerosissime personali in Italia, in Europa e negli Stati Uniti. Dalla metà degli anni Quaranta la sua attività è assai intensa con esiti espressionistici molto personali. Muore nel 1961.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  3. #3
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    Predefinito Rif: Il Futurismo: Avanguardia italiana

    Umberto Boccioni
    Nasce a Reggio Calabria nel 1882. Si interessa molto presto alla pittura. Nel 1901 a Roma conosce Severini, quindi Balla. Nel 1906 è a Parigi dove studia la pittura di Cezanne. Nel 1909 a Milano conosce Marinetti. Elabora in modo determinante il Manifesto dei pittori futuristi. Partecipa a parecchie mostre del gruppo futurista che lo porteranno ad allestire con Carrà, la mostra a Parigi nel 1911. L'anno seguente approfondisce gli studi sul cubismo. Espone ripetutamente a Berlino. Nel 1914 viene arrestato a seguito delle manifestazioni interventiste al Teatro Verdi a Milano. Nel 1915 si arruola assieme agli altri futuristi nel Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti e Automobilisti in prima linea. Nel 1916 muore. Dopo la sua morte la sua opera diventa punto di riferimento nel movimento futurista.


    Carlo Carrà
    Nato a Quargneto (Alessandria) nel 1881. Comincia a disegnare giovanissimo. Nel 1899 è a Parigi come decoratore e studia particolarmente gli impressionisti e Courbet. Nel 1906 frequenta l'accademia di Brera, la sua ricerca pittorica è aperta al divisionismo. Conosce a Milano Boccioni e Russolo, con i quali incontra Marinetti. Insieme lanciano il Manifesto dei pittori futuristi e col gruppo partecipa a diverse mostre. La sua pittura si fa particolarmente sensibile alla scomposizione cubista. Nel 1917 incontra a Ferrara de Chirico ed altri con cui stabilisce un sodalizio di lavoro. Tra il 1923 ed il 1925 chiarisce ulteriormente la propria ricerca pittorica e ristabilisce un dialogo con la tradizione dei "primitivi", in particolare con Giotto. Nel 1931 viaggia molto in Europa, mettendosi in rapporto con numerosi artisti stranieri. A guerra finita rientra a Milano portando avanti una ricerca pittorica di sintesi tra rappresentazione del dato reale e visione. Muore a Milano nel 1966.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

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    Predefinito Rif: Il Futurismo: Avanguardia italiana

    GIOVANNI PAPINI, nacque a Firenze nel 1881 e vi morì nel 1956.

    Nel 1900 insieme a Giovanni Prezzolini e a E.L. Morselli formò una associazione di "spiriti liberi" ed esordisce come narratore con i racconti metafisici: "Il tragico quotidiano "(1903), e "Il pilota cieco" (1907).
    Nel 1907 pubblica il suo primo libro filosofico, "Il crepuscolo dei filosofi", in cui attacca il pensiero dei "sei fari" della cultura contemporanea (Kant, Hegel, Schopenhauer, Comte, Spencer, Nietzsche), dichiarando morta l'intera filosofia, in nome dell'irrazionalismo vitalistico.
    Scrive "Diventar genio" nel 1912, le pagine autobiografiche di "Un uomo finito" (1913), le prose poetiche "Cento pagine di poesia" (1915) e "Stroncature" (1916) con cui demolisce in nome dell'avanguardia i classici (Faust, Decameron, Amleto ecc.).
    Nel 1921 Papini, con grande clamore, annuncia la sua conversione religiosa e pubblica "Storia di Cristo".
    Continua a scrivere moltissimo: testi di apologetica religiosa a volte eterodossi: "Sant'Agostino" (1929), "Dante vivo" (1933), "Lettere agli uomini di Celestino VI" (1946) in polemica con Pio XII, "Il diavolo" (1953). Ma anche prose in cui torna al lirismo giovanile: "Schegge", (Corriere della sera, 1940-1950).
    Scrive anche inchieste e satire di costume, con "Gog" (1931).
    Papini diventa, sotto il fascismo, una specie di scrittore ufficiale.
    Nel 1935 ha la cattedra di letteratura italiana all'Università di Bologna, nel 1937 è nominato accademico d'Italia, e sempre nel 1937 ha la direzione di un Istituto di studi sul rinascimento e della rivista «La Rinascita
    Gli ultimi anni di Papini sono particolarmente duri. L'Italia uscita dal fascismo non gli può perdonare le sue compromissioni con il regime, né i giovani scrittori gli perdonano i "tradimenti" rispetto alle posizioni dissacratorie e controcorrente della sua giovinezza.
    Fino all'ultimo tentò di lavorare al testo del "Giudizio universale", che, iniziato nel 1903 con il titolo di "Adamo", divenne poi "Appunti sull'uomo" e infine "Giudizio universale", ( libro che non riuscì a terminare).
    Malato, si dedicò a dettare (era ormai diventato cieco) "Il diavolo" (1953) e le "Schegge" a un suo segretario.
    Ultima modifica di Strapaesano; 27-10-09 alle 12:36
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

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    Uccidiamo il chiaro di luna
    Filippo Tommaso Marinetti

    1.

    - Olà! grandi poeti incendiari, fratelli miei futuristi!...Olà! Paolo Buzzi, Palazzeschi, Cavacchioli, Govoni, Altomare, Folgore, Boccioni, Carrà, Russolo, Balla, Severini, Pratella, D'Alba, Mazza! Usciamo da Paralisi, devastiamo Podagra e stendiamo il gran Binario militare sui fianchi del Gorisankar, vetta del mondo!

    Uscivamo tutti dalla città, con un passo agile preciso, che sembrava volesse danzare cercando ovunque ostacoli da superare. Intorno a noi, e nei nostri cuori, immensa ebrietà del vecchio sole europeo, che barcollava tra nuvole color di vino...Quel sole ci sbatté sulla faccia la sua gran torcia di porpora incandescente, poi crepò, vomitandosi tutto all'infinito.

    Turbini di polvere aggressiva; accecante fusione di zolfo, di potassa e di silicati per le vetrate dell'Ideale!...Fusione d'un nuovo globo solare che presto vedremo risplendere.

    - Vigliacchi! - gridai, voltandomi verso gli abitanti di Paralisi, ammucchiati sotto di noi, massa enorme di obici irritati, già pronti per i nostri futuri cannoni.

    "Vigliacchi! Vigliacchi!...Perché queste vostre strida di gatti scorticati vivi?...Temete forse che appicchiamo il fuoco alle vostre catapecchie?...Non ancora!...Dovremo pur scaldarci nell'inverno prossimo!...Per ora, ci accontentiamo di far saltare in aria tutte le tradizioni, come ponti fradici!...La guerra?...Ebbene, sì: essa è la nostra unica speranza, la nostra ragione di vivere, la nostra sola volontà!...Sì, la guerra! Contro di voi, che morite troppo lentamente, e contro tutti i morti che ingombrano le nostre strade!...

    "Sì, i nostri nervi esigono la guerra e disprezzano la donna, poiché noi temiamo che braccia supplici s'intreccino alle nostre ginocchia, la mattina della partenza!...Che mai pretendono le donne, i sedentarî, gl'invalidi, gli ammalati, e tutti i consiglieri prudenti? Alla loro vita vacillante, rotta da lugubri agonie, da sonni tremebondi e da incubi grevi, noi preferiamo la morte violenta e la glorifichiamo come la sola che sia degna dell'uomo, animale da preda.

    "Vogliamo che i nostri figliuoli seguano allegramente il loro capriccio, avversino brutalmente i vecchi e sbeffeggino tutto ciò che è consacrato dal tempo!

    "Questo v'indigna? Mi fischiate?...Alzate la voce!...Non ho udita l'ingiuria! Più forte! Che cosa? Ambiziosi?...Certamente! Siamo degli ambiziosi, noi, perché non vogliamo strofinarci ai vostri fetidi velli, o gregge puzzolente, color di fango, canalizzato nelle strade antiche della Terra... Ma "ambiziosi" non è la parola esatta! Noi siamo piuttosto dei giovani artiglieri in baldoria!...E voi dovete, anche a vostro dispetto, abituarvi al frastuono dei nostri cannoni! Che cosa dite?...Siamo pazzi?...Evviva! Ecco finalmente la parola che aspettavo!...Ah! Ah! Bellissima trovata!...Prendete con cautela questa parola d'oro massiccio, e tornatevene presto in processione, per celarla nella più gelosa delle vostre cantine! Con quella parola fra le dita e sulle labbra, potrete vivere ancora venti secoli... Per conto mio, vi annuncio che il mondo è fradicio di saggezza!...

    "E' perciò che noi oggi insegnamo l'eroismo metodico e quotidiano, il gusto della disperazione, per la quale il cuore dà tutto il suo rendimento, l'abitudine all'entusiasmo, l'abbandono alla vertigine...

    "Noi insegnamo il tuffo nella morte tenebrosa sotto gli occhi bianchi e fissi dell'Ideale...E noi stessi daremo l'esempio, abbandonandoci alla furibonda Sarta delle battaglie, che, dopo averci cucita addosso una bella divisa scarlatta, sgargiante al sole, ungerà di fiamma i nostri capelli spazzolati dai proiettili... Così appunto la calura di una sera estiva spalma i campi d'uno scivolante fulgòre di lucciole.

    "Bisogna che gli uomini elettrizzino ogni giorno i loro nervi ad un orgoglio temerario!...Bisogna che gli uomini giuochino d'un tratto la loro vita, senza spiare i biscazzieri bari e senza controllare l'equilibrio delle roulettes, stando chini sui vasti tappeti verdi della guerra, covati dalla fortunosa lampada del sole. Bisogna, - capite? - bisogna che l'anima lanci il corpo in fiamme, come un brulotto, contro il nemico, l'eterno nemico che si dovrebbe inventare se non esistesse!...

    "Guardate laggiù, quelle spiche di grano, allineate in battaglia, a milioni...Quelle spiche, agili soldati dalle baionette aguzze, glorificano la forza del pane, che si trasforma in sangue, per sprizzar dritto, fino allo Zenit. Il sangue sappiatelo, non ha valore né splendore, se non liberato, col ferro o col fuoco, dalla prigione delle arterie! E noi insegneremo a tutti i soldati armati della terra come il sangue debba essere versato... Ma, prima, converrà ripulire la grande Caserma dove voi pullulate, insetti che siete! Ci vorrà poco... Frattanto, cimici, potete ancora tornare, per questa sera, agl'immondi giacigli tradizionali, su cui noi non vogliamo più dormire!"

    Mentre volgevo loro le spalle, io sentii, dal dolore della mia schiena, che troppo a lungo avevo trascinato, nella rete immensa e nera della mia parola, quel popolo moribondo, coi suoi ridicoli guizzi di pesce ammucchiato sotto l'ultima ondata di luce che la sera spingeva alle scogliere della mia fronte.

    2.

    La città di Paralisi, col suo gridìo di pollaio, coi suoi orgogli impotenti di colonne troncate, con le sue cupole tronfie che partoriscono statuette meschine, col capriccio dei suoi fumi di sigaretta sopra bastioni puerili offerti ai buffetti... scomparve alle nostre spalle, danzando al ritmo dei nostri passi veloci.

    Davanti a me, ancora distante alcuni chilometri, si delineò ad un tratto il Manicomio, alto sulla groppa di una collina elegante, che sembrava trotterellare come un puledro.

    - Fratelli, - diss'io - riposiamoci per l'ultima volta, prima di muovere alla costruzione del gran Binario futurista!

    Ci coricammo, tutti fasciati dall'immensa follia della Via Lattea, all'ombra del Palazzo dei vivi, e subito tacque il fracasso dei grandi martelli quadrati dello spazio e del tempo... Ma Paolo Buzzi, non poteva dormire, poiché il suo corpo spossato sussultava ad ogni istante alle punture delle stelle velenose che ci assalivano da ogni parte.

    - Fratello! - mormorò - scaccia lontano da me codeste api che ronzano sulla rosa porporina della mia volontà!

    Poi si riaddormentò nell'ombra visionaria del Palazzo ricolmo di fantasia, da cui saliva la melopea cullante ed ampia della eterna gioia.

    Enrico Cavacchioli sonnecchiava e sognava ad alta voce: - Io sento ringiovanire il mio corpo ventenne!...Io ritorno, d'un passo sempre più infantile, verso la mia culla... Presto, rientrerò nel ventre di mia madre!...Tutto, dunque, mi è lecito!...Voglio preziosi gingilli da rompere... Città da schiacciare, formicai umani da sconvolgere!...Voglio addomesticare i Venti e tenerli a guinzaglio... Voglio una muta di venti, fluidi levrieri, per dar la caccia ai cirri flosci e barbuti.

    La respirazione dei miei fratelli dormenti fingeva il sonno di un mare possente, su una spiaggia. Ma l'entusiasmo inesauribile dell'aurora traboccava già dalle montagne, tanto copiosamente la notte aveva dovunque versato profumi e linfe eroiche. Paolo Buzzi, bruscamente sollevato da quella marea di delirio, si contorse, come nell'angoscia di un incubo.

    - Li udite i singhiozzi della Terra?...La Terra agonizza nell'orrore della luce!...Troppi soli si chinarono al suo livido capezzale! Bisogna lasciarla dormire!...Ancora! Sempre!...Datemi delle nuvole, dei mucchi di nuvole, per coprire i suoi occhi e la sua bocca che piange!

    A queste parole il Sole ci porse dall'estremità dell'orizzonte, il suo tremulo e rosso volante di fuoco.

    - Alzati, Paolo! - gridai allora. - Afferra quella ruota!...Io ti proclamo guidatore del mondo!...Ma, ahimè, noi non potremo bastare al gran lavoro del Binario futurista! Il nostro cuore è ancora pieno di un ciarpame immondo: code di pavoni, pomposi galli di banderuole, leziosi fazzoletti profumati!...E non abbiamo ancora scacciate dal nostro cervello le lugubri formiche della saggezza... Ci vogliono dei pazzi!... Andiamo a liberarli!

    Ci avvicinammo alle mura imbevute di gioia solare, costeggiando una sinistra vallata, ove trenta gru metalliche sollevano stridendo, dei vagoncini pieni d'una biancheria fumigante, inutile bucato di quei Puri, lavati già da ogni sozzura di logica.

    Due alienisti comparvero, categorici, sulla soglia del Palazzo. Io non avevo fra le mani che uno smagliante fanale d'automobile; e fu col suo manico di lucido ottone che inculcai loro la morte.

    Dalle porte spalancate, pazzi e pazze scamiciati, seminudi, eruppero a migliaia, torrenzialmente, così da ringiovanire e ricolorare il volto rugoso della Terra.

    Alcuni vollero subito brandire, come bastoni d'avorio, i campanili lucenti; altri si misero a giuocare al cerchio con delle cupole... Le donne pettinavano le loro lontane capigliature di nuvole con le acute punte di una costellazione.

    - O pazzi, o fratelli nostri amatissimi, seguitemi!...Noi costruiremo il Binario sulle cime di tutte le montagne, fino al mare! Quanti siete?...Tremila?...Non basta! D'altronde la noia e la monotonia troncheranno in breve il vostro bello slancio... Corriamo a domandar consiglio alle belve dei serragli accampati alle porte della Capitale. Sono gli esseri più vivi, i più sradicati, i meno vegetali! Avanti!...A Podagra! A Podagra!...

    E partimmo, scarica formidabile di una chiusa immane.

    L'esercito della follia si avventò di pianura in pianura, calò per le valli, ascese rapido alle cime, con lo slancio fatale e facile d'un liquido entro enormi vasi comunicanti, e infine mitragliò di grida, di fronti e di pugni le mura di Podagra che risuonò come una campana.

    Dopo avere ubbriacati, uccisi o calpestati i guardiani, la gesticolante marea inondò l'immenso corridoio melmoso del serraglio, le cui gabbie, piene di velli danzanti ondeggiavano nel vapore delle urine selvatiche e oscillavano più leggiere che gabbie di canarini fra le braccia dei pazzi.

    Il regno dei leoni ringiovanì la Capitale. La ribellione delle criniere e il voluminoso sforzo delle groppe inarcate a leva scolpivano le facciate. La loro forza di torrente, scavando il selciato, trasformò le vie in altrettanti tunnel dalle vôlte scoppiate. Tutta la tisica vegetazione degli abitanti di Podagra fu infornata nelle case, le quali, piene di rami urlanti, tremavano sotto la impetuosa grandinata di sgomento che crivellava i tetti.

    Con bruschi slanci e con lazzi da clowns, i pazzi inforcavano i bei leoni indifferenti, che non li sentivano, e quei bizzarri cavalieri esultavano ai tranquilli colpi di coda che ad ogni istante li gettavano a terra... Ad un tratto, le belve si arrestarono, i pazzi tacquero, davanti alle mura, che non si muovevano più...

    - I vecchi son morti... I giovani sono fuggiti!... Meglio così!...Presto! Siano divelti i parafulmini e le statue!...Saccheggiamo gli scrigni colmi d'oro... Verghe e monete!...Tutti i metalli preziosi saranno fusi, pel gran Binario militare!...

    Ci precipitammo fuori, coi pazzi gesticolanti e le pazze scarmigliate, coi leoni, le tigri e le pantere cavalcate a nudo da cavalieri che l'ebbrezza irrigidiva contorceva ed esilarava freneticamente.

    Podagra non fu più che un immenso tino, pieno di un rosso vino dai gorghi spumosi, che colava veemente dalle porte, i cui ponti levatoi erano imbuti trepidanti e sonori...

    Attraversammo le rovine dell'Europa ed entrammo nell'Asia, sparpagliando lontano le orde terrorizzate di Podagra e di Paralisi, come i seminatori gettano la semente con un gran gesto circolare.

    3.

    A notte piena, eravamo quasi in cielo, su l'altipiano persiano, sublime altare del mondo, i cui gradini smisurati portano popolose città. Allineati all'infinito lungo il Binario ansavamo su crogiuoli di barite, di alluminio e di manganese, che a quando a quando spaventavano le nuvole con la loro esplosione abbagliante; e ci sorvegliava, in cerchio, la maestosa ronda dei leoni che, erette le code, sparse al vento le criniere, foravano il cielo nero e profondo coi loro ruggiti tondi e bianchi.

    Ma, a poco a poco, il lucente e caldo sorriso della luna traboccò dalle nuvole squarciate. E, quando ella apparve infine, tutta grondante dell'inebriante latte delle acacie, i pazzi sentirono il loro cuore staccarsi dal petto e salire verso la superficie della liquida notte.

    Ad un tratto, un grido altissimo lacerò l'aria; un rumore si propagò, tutti accorsero... Era un pazzo giovanissimo, dagli occhi di vergine, rimasto fulminato sul Binario.

    Il suo cadavere fu subito sollevato. Egli teneva fra le mani un fiore bianco e desioso, il cui pistillo s'agitava come una lingua di donna. Alcuni vollero toccarlo, e fu male, poiché rapidamente, con la facilità di un'aurora che si propaga sul mare, una verdura singhiozzante sorse per prodigio dalla terra increspata di onde inattese.

    Dal fluttuare azzurro delle praterie, emergevano vaporose chiome d'innumerevoli nuotatrici, che schiudevano sospirando i petali delle loro bocche e dei loro occhi umidi. Allora, nell' inebbriante diluvio dei profumi, vedemmo crescere distesamente intorno a noi una favolosa foresta, i cui fogliami arcuati sembravano spossati da una brezza troppo lenta. Vi ondeggiava una tenerezza amara... Gli usignuoli bevevano l'ombra odorosa con lunghi gorgoglii di piacere, e a quando a quando scoppiavano a ridere nei cantucci giocando a rimpiattino come fanciulli vispi e maliziosi. Un sonno soavissimo vinceva lentamente l'esercito dei pazzi, che si misero a urlare dal terrore.

    Irruenti, le belve si precipitarono a soccorrerli. Per tre volte, stretti in gomitoli balzanti, e con assalti uncinati di rabbia esplosiva, le tigri caricarono gli invisibili fantasmi di cui ribolliva la profondità di quella foresta di delizie...

    Finalmente, fu aperto un varco: enorme convulsione di fogliami feriti, i cui lunghi gemiti svegliarono i lontani echi loquaci appiattati nella montagna. Ma, mentre ci accanivamo, tutti, a liberar le nostre gambe e le nostre braccia dalle ultime liane affettuose, sentimmo a un tratto la Luna carnale, la Luna dalle belle cosce calde, abbandonarsi languidamente sulle nostre schiene affrante.

    Si udì gridare nella solitudine aerea degli altipiani:

    - Uccidiamo il chiaro di Luna!

    Alcuni accorsero alle cascate vicine; gigantesche ruote furono innalzate, e le turbine trasformarono la velocità delle acque in magnetici spasimi che s'arrampicarono a dei fili, su per alti pali, fino a dei globi luminosi e ronzanti.

    Fu così che trecento lune elettriche cancellarono coi loro raggi di gesso abbagliante l'antica regina verde degli amori.

    E il Binario militare fu costruito. Binario stravagante che seguiva la catena delle montagne più alte e sul quale si slanciarono tosto le nostre

    veementi locomotive impennacchiate di grida acute, via da una cima all'altra, gettandosi in tutti i precipizi e arrampicandosi dovunque, in cerca di abissi affamati, di svolti assurdi e d'impossibili zig-zag...Tutt' intorno, da lontano, l'odio illimitato segnava il nostro orizzonte irto di fuggiaschi. Erano le orde di Podagra e di Paralisi, che noi rovesciammo nell'Indostan.



    4.

    Accanito inseguimento... Ecco scavalcato il Gange! Finalmente il soffio impetuoso dei nostri petti fugò davanti a noi le nuvole striscianti, dagli avvolgimenti ostili, e noi scorgemmo all'orizzonte i sussulti verdastri dell'Oceano Indiano, a cui il sole metteva una fantastica museruola d'oro..

    Sdraiato nei golfi di Oman e del Bengala, esso preparava perfidamente l'invasione delle terre.

    All'estremità del promontorio di Cormorin, orlato di una poltiglia di ossami biancastri, ecco l'Asino colossale e scarno la cui groppa di cartapecora grigiastra fu incavata dal peso delizioso della Luna... Ecco l'Asino dotto, dal membro prolisso rammendato di scritture, che raglia da tempo immemorabile il suo rancore asmatico contro le brume dell'orizzonte, dove tre grandi vascelli s'avanzavano immobili, con le loro velature simili a colonne vertebrali radiografate.

    Subito, l'immensa mandra delle belve cavalcate dai pazzi protese sui flutti musi innumerevoli, sotto il turbinìo delle criniere che chiamavano l'Oceano alla riscossa. E l'Oceano rispose all'appello, inarcando un dorso enorme e squassando i promontorî prima di prender lo slancio. Esso provò lungamente la propria forza, agitando le anche e ripiegando il ventre sonoro fra le sue vaste fondamenta elastiche.

    Poi, con un gran colpo di reni, l'Oceano poté sollevare la propria massa e sormontò la linea angolosa delle rive... Allora, la formidabile invasione cominciò.

    Noi marciavamo nell'ampio accerchiamento delle onde scalpitanti, grandi globi di schiuma bianca che rotolavano e crollavano, docciando le schiene dei leoni... Questi, allineati in semicerchio intorno a noi, prolungavano da ogni parte le zanne, la bava sibilante e gli urli delle acque. Talvolta, dall'alto delle colline, guardavano l'Oceano gonfiare progressivamente il suo profilo mostruoso, come una immensa balena che si spingesse innanzi su un milione di pinne. E fummo noi che lo guidammo così fino alla catena dell' Imalaia, aprendo, come un ventaglio, il formicolio delle orde in fuga che volevamo schiacciare contro i fianchi del Gorisankar.

    - Affrettiamoci, fratelli miei!...Volete dunque che le belve ci sorpassino? Noi dobbiamo rimanere in prima fila malgrado i nostri lenti passi che pompano i succhi della terra... Al diavolo queste mani vischiose e questi piedi che trascinano radici!...Oh! noi non siamo che poveri alberi vagabondi! Vogliamo delle ali! Facciamoci dunque degli aeroplani.

    Saranno azzurri gridarono i pazzi azzurri,per sottrarci meglio agli sguardi del nemico, e per confonderci con l'azzurro del cielo, che, quando c'è vento, garrisce sulle vette come un'immensa bandiera.

    E i pazzi rapirono mantelli turchini alla gloria dei Budda, nelle antiche pagode, per costruire le loro macchine volanti.

    Noi ritagliammo i nostri aeroplani futuristi nella tela color d'ocra dei velieri. Alcuni avevano ali equilibranti e portando i loro motori, s'inalzavano come avvoltoi insanguinati che sollevassero in cielo vitelli convulsi.

    Ecco: il mio biplano multicellulare a coda direttiva: 100 HP, 8 cilindri, 80 chilogrammi... Ho fra i piedi una minuscola mitragliatrice, che posso scaricare premendo un bottone d'acciaio...

    E si parte, nell'ebbrezza di un'agile evoluzione, con un volo vivace, crepitante, leggiero e cadenzato come un canto d'invito a bere e a ballare.

    Urrà! Siam degni finalmente di comandare il grande esercito dei pazzi e delle belve scatenate!...

    Urrà! Noi dominiamo la nostra retroguardia: l'Oceano col suo avviluppamento di schiumanti cavallerie! Avanti, pazzi, pazze, leoni, tigri, e pantere! Avanti, squadroni di flutti!...I nostri aeroplani saranno per voi, a volta a volta,bandiere di guerra e amanti appassionate! Deliziose amanti che nuotano, aperte le braccia, sull'ondeggiar dei fogliami, o che indugiano mollemente sull'altalena della brezza!. Ma guardate lassù, a destra, quelle spole azzurre... Sono i pazzi, che cullano i loro monoplani sull'amaca del vento del sud!...Io intanto, sto seduto come un tessitore davanti al telaio e vo tessendo l'azzurro serico del cielo!

    Oh quante fresche vallate, quanti monti burberi, sotto di noi!...Quanti greggi di pecore rosee, sparsi sui declivi delle verdi colline che si offrono al tramonto!...Tu le amavi,anima mia!...No! No! Basta! Tu non godrai più, mai più, di simili insipidezze!...Le canne colle quali un tempo facevamo delle zampogne formano l'armatura di questo aeroplano!...Nostalgia! Ebbrezza trionfale! Presto avremo raggiunti gli abitanti di Podagra e di Paralisi, poiché voliamo rapidi ad onta delle raffiche avverse... Che dice l'anemometro?...Il vento che ci è contrario ha una velocità di cento chilometri all'ora!...Che importa? Io salgo a duemila metri, per sorpassare l'altipiano... Ecco! Ecco le orde!...Là, là, davanti a noi, e già sotto ai nostri piedi!...Guardate, laggiù, a picco, fra gli ammassi di verdura, la tumultuante follia di quel torrente umano che s'accanisce a fuggire!

    Questo fracasso?...E lo schianto degli alberi! Ah! Ah! Le orde nemiche sono ormai cacciate contro l'alta muraglia del Gorisankar!... E noi diamo loro battaglia!...Udite? Udite i nostri motori come applaudono?... Olà, grande Oceano Indiano, alla riscossa!

    L'Oceano ci seguiva solennemente,atterrando le mura delle città venerate e gettando di sella le torri illustri, vecchi cavalieri dall'armatura sonora, crollati giù dagli arcioni marmorei dei templi.

    Finalmente! Finalmente! Eccoti dunque davanti a noi gran popolo formicolante di Podagrosi e di Paralitici, lebbra schifosa che divora i bei fianchi della montagna... Noi voliamo rapidi contro di voi, fiancheggiati dal galoppo dei leoni, nostri fratelli, e abbiamo alle spalle l'amicizia minacciosa dell'Oceano, che ci segue da vicino per impedire che s'indietreggi!...E' soltanto una precauzione, poiché non vi temiamo!...Ma voi siete innumerevoli!...E potremmo esaurire le nostre munizioni, invecchiando durante la carneficina!

    Io regolerò il tiro!...L'alzo a ottocento metri! Attenti!...Fuoco!...Oh! l'ebbrezza di giocare alle biglie della Morte!...E voi non potrete carpircele!

    Indietreggiate ancora? Questo altipiano sarà presto superato!...Il mio aeroplano corre sulle sue ruote, scivola sui pattini e s'alza a volo di nuovo!...Io vado contro il vento!...Bravissimi, i pazzi!

    Continuate il massacro! Guardate! Io tolgo l'accensione e calo giù tranquillamente, a volo librato, con magnifica stabilità, per toccar terra dove più ferve la mischia!

    "Ecco la furibonda copula della battaglia, vulva gigantesca irritata dalla foia del coraggio, vulva informe che si squarcia per offrirsi meglio al terrifico spasimo della vittoria imminente! E' nostra, la vittoria...ne sono sicuro, poiché i pazzi lanciano già al cielo i loro cuori, come bombe!...L'alzo a cento metri! Attenti!

    Fuoco!...Il nostro sangue?...Sì! Tutto il nostro sangue, a fiotti, per ricolorare le aurore ammalate della Terra!...Sì, noi sapremo riscaldarti fra le nostre braccia fumanti, o misero Sole, decrepito e freddoloso, che tremi sulla cima del Gorisankar!...



    F.T.Marinetti
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

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    Predefinito Rif: Il Futurismo: Avanguardia italiana

    Fondazione e manifesto del futurismo


    Pubblicato dal "Figaro" di Parigi il 20 febbraio 1909
    Filippo Tommaso Marinetti

    Avevamo vegliato tutta la notte - i miei amici ed io sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perchè come queste irradiate dal chiuso fulgre di un cuore elettrico. Avevamo lungamente calpestata su opulenti tappeti orientali la nostra atavica accidia, discutendo davanti ai confini estremi della logica ed annerendo molta carta di frenetiche scritture.
    Un immenso orgoglio gonfiava i nostri petti, poichè ci sentivamo soli, in quell'ora, ad esser desti e ritti, come fari superbi o come sentinelle avanzate, di fronte all'esercito delle stelle nemiche, occhieggianti dai loro celesti accampamenti. Soli coi fuochisti che s'agitano davanti ai forni infernali delle grandi navi, soli coi neri fantasmi che frugano nelle pance arroventate delle locomotive lanciate a pazza corsa, soli cogli ubriachi annaspanti, con un incerto batter d'ali, lungo i muri della città.
    Sussultammo ad un tratto, all'udire il rumore formidabile degli enormi tramvai a due piani, che passano sobbalzando, risplendenti di luci multicolori, come i villaggi in festa che il Po straripato squassa e sradica d'improvviso, per trascinarli fino al mare, sulle cascate e attraverso i gorghi di un diluvio.
    Poi il silenzio divenne pi cupo. Ma mentre ascoltavamo l'estenuato borbotto, di preghiere del vecchio canale e lo scricchiolar dell'ossa dei palazzi moribondi sulle loro barbe di umida verdura, noi udimmo subitamente ruggire sotto le finestre gli automobili famelici.
    "Andiamo," diss'io, "andiamo, amici! Partiamo! Finalmente, la mitologia e l'ideale mistico sono superati. Noi stiamo per assistere alla nascita del Centauro e presto vedremo volare i primi Angeli!... Bisognerà scuotere le porte della vita per provarne i cardini e i chiavistelli!... Partiamo! Ecco, sulla terra, la primissima aurora! Non v' cosa che agguagli lo splendore della rossa spada del sole che schermeggia per la prima volta nelle nostre tenebre millenarie! ... "
    Ci avvicinammo alle tre belve sbuffanti, per palparne amorosamente i torridi petti. lo mi stesi sulla mia macchina come un cadavere nella bara, ma subito risuscitai sotto il volante, lama di ghigliottina che minacciava il mio stomaco.
    La furente scopa della pazzia ci strappa a noi stessi e ci cacci attraverso le vie, scoscese e profonde come letti di torrenti. Qua e l una lampada malata, dietro i vetri d'una finestra, c'insegnava a disprezzare la fallace matematica dei nostri occhi perituri.
    Io gridai: “Il fiuto, il fiuto solo, basta alle belve!”
    E noi, come giovani leoni, inseguivamo la Morte, dal pelame nero maculato di pallide croci, che correva via pel vasto cielo violaceo, vivo e palpitante.
    Eppure non avevamo un'Amante ideale che ergesse fino alle nuvole la sua sublime figura, n una Regina crudele a cui offrire le nostre salme, contorte a guisa di anelli bisantini! Nulla, per voler morire, se non il desiderio di liberarci finalmente dal nostro coraggio troppo pesante!
    E noi correvamo schiacciando su le soglie delle case i cani da guardia che si arrotondavano, sotto i nostri pneumatici scottanti, come solini sotto il ferro da stirare. La Morte, addomesticata, mi sorpassava ad ogni svolto, per porgermi la zampa con grazia, e a quando a quando si stendeva a terra con un rumore di mascelle stridenti, mandandomi, da ogni pozzanghera, sguardi vellutati e carezzevoli.
    "Usciamo dalla saggezza come da un orribile guscio, e gettiamoci, come frutti pimentati d'orgoglio, entro la bocca immensa e trta del vento!... Diamoci in pasto all'Ignoto, non gi per disperazione, ma soltanto per colmare i profondi pozzi dell'Assurdo! "
    Avevo appena pronunziate queste parole, quando girai bruscamente su me stesso, con la stessa ebrietà folle dei cani che voglion mordersi la coda, ed ecco ad un tratto venirmi incontro due ciclisti, che mi diedero torto, titubando davanti a me come due ragionamenti, entrambi persuasivi e nondimeno contradittorii. Il loro stupido dilemma discuteva sul mio terreno... Che noia! Auff!... Tagliai corto, e, pel disgusto, mi scaraventai colle ruote all'aria in un fossato...
    Oh! materno fossato, quasi pieno di un'acqua fangosa! Bel fossato d'officina! lo gustai avidamente la tua melma fortificante, che mi ricorda la santa mammella nera della mia nutrice sudanese... Quando mi sollevai - cencio sozzo e puzzolente - di sotto la macchina capovolta, io mi sentii attraversare il cuore, deliziosamente, dal ferro arroventato della gioia!
    Una folla di pescatori armati di lenza e di naturalisti podagrosi tumultuava gi intorno al prodigio. Con cura paziente e meticolosa, quella gente dispose alte armature ed enormi reti di ferro per pescare il mio automobile, simile ad un gran pescecane arenato. La macchina emerse lentamente dal fosso, abbandonando nel fondo, come squame, la sua pesante carrozzeria di buon senso e le sue morbide imbottiture di comodità.
    Credevano che fosse morto, il mio bel pescecane, ma una mia carezza bastò a rianimarlo, ed eccolo risuscitato, eccolo in corsa, di nuovo, sulle sue pinne possenti!
    Allora, col volto coperto della buona melma delle officine - impasto di scorie metalliche, di sudori inutili, di fuliggini celesti - noi, contusi e fasciate le braccia ma impavidi, dettammo le nostre prime volontà a tutti gli uomini vivi della terra:



    Manifesto del futurismo


    1. Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.
    2. Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
    3. La letteratura esaltò fino ad oggi l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.
    4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo... un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, pi bello della Vittoria di Samotracia.
    5. Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.
    6, Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.
    7. Non vè' più bellezza, se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo puo essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo.
    8. Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!... Perchè dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell'Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo gi nell'assoluto, poichè abbiamo gi creata l'eterna velocità onnipresente.
    9. Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.
    10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.
    11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l'orizzonte, le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.


    E' dall'Italia, che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria, col quale fondiamo oggi il "Futurismo", perchè vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologhi, di ciceroni e d'antiquarii.
    Gi per troppo tempo l'Italia stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagl'innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri innumerevoli.
    Musei: cimiteri!... Identici, veramente, per la sinistra promiscuità di tanti corpi che non si conoscono. Musei: dormitori pubblici in cui si riposa per sempre accanto ad esseri odiati o ignoti! Musei: assurdi macelli di pittori e scultori che varino trucidandosi ferocemente a colpi di colori e di linee, lungo le pareti contese!
    Che ci si vada in pellegrinaggio, una volta all'anno, come si va al Camposanto nel giorno dei morti... ve lo concedo. Che una volta all'anno sia deposto un omaggio di fiori davanti alla Gioconda, ve lo concedo... Ma non ammetto che si conducano quotidianamente a passeggio per i musei le nostre tristezze, il nostro fragile coraggio, la nostra morbosa inquietudine. Perchè volersi avvelenare? Perchè volere imputridire?
    E che mai si può vedere, in un vecchio quadro, se non la faticosa contorsione dell'artista, che si sforza di infrangere le insuperabili barriere opposte al desiderio di esprimere interamente il suo sogno?... Ammirare un quadro antico equivale a versare la nostra sensibilità in un'urna funeraria, invece di proiettarla lontano, in violenti getti di creazione e di azione.
    Volete dunque sprecare tutte le forze migliori, in questa eterna ed inutile ammirazione del passato, da cui uscite fatalmente esausti, diminuiti e calpesti?
    In verità io vi dichiaro che la frequentazione quotidiana dei musei, delle biblioteche e delle accademie (cimiteri di sforzi vani, calvarii di sogni crocifissi, registri di slanci troncati! ... ) , per gli artisti, altrettanto dannosa che la tutela prolungata dei parenti per certi giovani ebbri del loro ingegno e della loro volontà ambiziosa. Per i moribondi, per gl'infermi, pei prigionieri, sia pure: - l'ammirabile passato forse un balsamo ai loro mali, poichè per essi l'avvenire sbarrato... Ma noi non vogliamo pi saperne, del passato, noi, giovani e forti futuristi!
    E vengano dunque, gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate! Eccoli! Eccoli!... Suvvia! date fuoco agli scaffali delle biblioteche!... Sviate il corso dei canali, per inondare i musei!... Oh, la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose!... Impugnate i picconi, le scuri, i martelli e demolite senza pietà le città venerate!
    I più anziani fra noi, hanno trent'anni: ci rimane dunque almeno un decennio, per compier l'opera nostra. Quando avremo quarant'anni, altri uomini pi giovani e pi validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. Noi lo desideriamo!
    Verranno contro di noi, i nostri successori; verranno di lontano, da ogni parte, danzando su la cadenza alata dei loro primi canti, protendendo dita adunche di predatori, e fiutando caninamente, alle porte delle accademie, il buon odore delle nostre menti in putrefazione, gi promesse alle catacombe delle biblioteche.
    Ma noi non saremo l... Essi ci troveranno alfine - una notte d'inverno - in aperta campagna, sotto una triste tettoia tamburellata da una pioggia monotona, e ci vedranno accoccolati accanto ai nostri aeroplani trepidanti e nell'atto di scaldarci le mani al fuocherello meschino che daranno i nostri libri d'oggi fiammeggiando sotto il volo delle nostre immagini.
    Essi tumultueranno intorno a noi, ansando per angoscia e per dispetto, e tutti, esasperati dal nostro superbo, instancabile ardire, si avventeranno per ucciderci, spinti da un odio tanto pi implacabile in quanto che i loro cuori saranno ebbri di amore e di ammirazione per noi.
    La forte e sana Ingiustizia scoppierà radiosa nei loro occhi. - L'arte, infatti, non può essere che violenza, crudeltà ed ingiustizia.
    I pi anziani fra noi hanno trent'anni: eppure, noi abbiamo gi sperperati tesori, mille tesori di forza, di amore, d'audacia, d'astuzia e di rude volontà; li abbiamo gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai, a perdifiato... Guardateci! Non siamo ancora spossati! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza, poichè sono nutriti di fuoco, di odio e di velocità!... Ve ne stupite?... E logico, poichè voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto! Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!
    Ci opponete delle obiezioni?... Basta! Basta! Le conosciamo... Abbiamo capito!... La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il riassunto e il prolungamento degli avi nostri. - Forse!... Sia pure!... Ma che importa? Non vogliamo intendere!... Guai a chi ci ripeter queste parole infami!...
    Alzare la testa!...
    Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!...
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

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    Predefinito Rif: Il Futurismo: Avanguardia italiana

    Tripoli Italiana (Secondo Manifesto Politico)


    11 Ottobre 1912
    Filippo Tommaso Marinetti


    Noi Futuristi, che da più di due anni glorifichiamo, tra i fischi dei Podagrosi e dei Paralitici, l'amore del pericolo e della violenza, il patriottismo e la guerra, sola igiene del mondo, siamo felici di vivere finalmente questa grande ora futurista d'Italia, mentre agonizza l'immonda genìa dei pacifisti, rintanati ormai nelle profonde cantine del loro risibile palazzo dell'Aja.
    Abbiamo recentemente cazzottato con piacere, nelle vie e nelle piazze, i più febbricitanti avversarî della guerra, gridando loro in faccia questi nostri saldi principi:
    1. Siano concesse all'individuo e al popolo tutte le libertà, tranne quella di essere vigliacco.
    2. Sia proclamato che la parola Italia deve dominare sulla parola Libertà.
    3. Sia cancellato il fastidioso ricordo della grandezza romana, con una grandezza italiana cento volte maggiore.
    L'Italia ha oggi per noi la forma e la potenza di una bella dreadnought con la sua squadriglia di sole torpediniere. Orgogliosi di sentire uguale al nostro il fervore bellicoso che anima tutto il Paese, incitiamo il Governo italiano, divenuto finalmente futurista ad ingigantire tutte le ambizioni nazionale, disprezzando le stupide accuse di pirateria e proclamando la nascita del Panitalianismo.
    Poeti, pittori, scultori e musici futuristi d'Italia! Finché duri la guerra, lasciamo da parte i versi, i pennelli, gli scalpelli e le orchestre! Sono cominciate le rosse vacanze del genio! Nulla possiamo ammirare, oggi, se non le formidabili sinfonie degli shrapnels e le folli sculture che la nostra ispirata artiglieria foggia nelle masse nemiche.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

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    Predefinito Rif: Il Futurismo: Avanguardia italiana

    CONTRO L'AMORE E IL PARLAMENTARISMO

    1915

    F.T. MARINETTI

    Quest'odio, appunto, contro la tirannia dell'amore, noi esprimemmo con una frase laconica: "il disprezzo della donna".
    Noi disprezziamo la donna, concepita come unico ideale, divino serbatoio d'amore, la donna veleno, la donna ninnolo tragico, la donna fragile, ossessionante e fatale, la cui voce, greve di destino, e la cui chioma sognante si prolungano e continuano nei fogliami delle foreste bagnate di chiaro di luna.
    Noi disprezziamo l'orribile e pesante Amore che ostacola la marcia dell'uomo, al quale impedisce d'uscire dalla propria umanità, di raddoppiarsi, di superare e stesso, per divenire ciò che noi chiamiamo l'uomo moltiplicato.
    Disprezziamo l'orribile e pesante Amore, guinzaglio immenso col quale il sole tiene incatenata nella sua orbita la terra coraggiosa che certo vorrebbe balzare a casaccio, per correre tutti i suoi rischi siderali.
    Noi siamo convinti che l'amore - sentimentalismo e lussuria - sia la cosa meno naturale del mondo. Non vi è di naturale e d'importante che il coito il quale ha per scopo il futurismo della specie.
    L'amore - ossessione romantica e voluttà - non è altro che un'invenzione dei poeti, i quali la regalarono all'umanità...E saranno i poeti che all'umanità lo ritoglieranno come si ritira un manoscritto dalle mani di un editore che si sia dimostrato incapace di stamparlo degnamente.

    In questo nostro sforzo di liberazione, le suffragette sono le nostre migliori collaboratrici, poiché quanti più diritti e poteri esse otterranno alla donna, quanto più essa sarà impoverita d'amore, tanto più essa cesserà di essere un focolare di passione sentimentale o di lussuria.
    La vita carnale sarà ridotta unicamente alla funzione conservatrice della specie, e ciò sarà tanto di guadagnato per la crescente statura dell'uomo.
    Quanto alla pretesa inferiorità della donna, noi pensiamo che se il corpo e lo spirito di questa avessero subito, attraverso una lunga serie di generazioni, una educazione identica a quella ricevuta dallo spirito e dal corpo dell'uomo, sarebbe forse possibile parlare di uguaglianza fra i due sessi.
    E' ben certo, nondimeno, che nella sua condizione attuale di schiavitù, intellettuale ed erotica, la donna, trovandosi in uno stato d'inferiorità assoluta dal punto di vista del carattere e dell'intelligenza, non può essere che un mediocre strumento legislativo.
    Per questo, appunto, noi difendiamo col massimo fervore il diritto delle suffragette, pur compiangendo il loro entusiasmo infantile pel misero e ridicolo diritto di voto.
    Infatti, siamo convinti che esse se ne impadroniranno con fervore e ci aiuteranno così involontariamente, a distruggere quella grande minchioneria, fatta di corruzione e di banalità, a cui è ormai ridotto il parlamentarismo.
    Il parlamentarismo è quasi dappertutto una forma sciupata. Esso diede qualche buon risultato: creò l'illusoria partecipazione delle maggioranze al governo. Dico illusoria, poiché s'è constatato che il popolo non può, né potrà mai essere rappresentato da mandatari che esso non sa scegliere.
    Il popolo rimane dunque sempre estraneo al governo. Ma, d'altra parte, è appunto al parlamentarismo che il popolo deve la propria esistenza.
    L'orgoglio delle folle è stato accresciuto dal regime elettivo. La statura dell'individuo è stata rialzata dall'idea di rappresentanza. Questa idea, invece, ha completamente falsata la valutazione delle intelligenze, esagerando oltre misura il pregio dell'eloquenza. Questo inconveniente va aggravandosi di giorno in giorno.
    Per questo prevedo con piacere l'entrata aggressiva delle donne nei parlamenti. Dove potremo trovare una dinamite più impaziente e più efficace?
    Quasi tutti i parlamenti d'Europa non sono che pollai rumorosi, greppie o fogne.
    I loro principì essenziali sono: 1° il denaro corruttore e l'astuzia accaparratrice, che servono a conquistare un seggio al parlamento; 2° l'eloquenza chiacchierona, grandiosa falsificazione delle idee, trionfo delle frasi altisonanti, tamtam di negri e gesti di mulini a vento.
    Questi elementi grossolani dànno, mediante il parlamentarismo, un potere assoluto all'orda degli avvocati.
    Come ben sapete, gli avvocati si somigliano in tutti i paesi. Sono esseri intimamente legati a tutto ciò che è meschino, futile...Sono spiriti che vedono soltanto il piccolo fatto quotidiano e che sono assolutamente incapaci di agitare le grandi idee generali, di concepire gli urti e le fusioni delle razze, né il volo fiammeggiante dell'ideale sull'individuo e sui popoli. Sono mercanti d'argomenti, cervelli prostituiti, botteghe di idee sottili e di sillogismi cesellati.
    Per effetto del parlamentarismo, una nazione intera è alla mercé di codesti fabbricanti di giustizia, i quali, col ferro docile delle leggi, costruiscono assiduamente trappole per i gonzi.
    Affrettiamoci dunque ad accordare alle donne il diritto di voto. E' questa, d'altronde, la conclusione estrema ed assolutamente logica dell'idea di democrazia e di suffragio universale, quale fu concepita da Gian Giacomo Rousseau e dagli altri preparatori della Rivoluzione francese.
    Che le donne si affrettino a fare, con fulminea rapidità, questa grande prova di animalizzazione totale della politica.
    Noi che disprezziamo profondamente i mestieranti della politica, siamo felici di abbandonare il parlamentarismo agli artigli astiosi delle donne; poiché alle donne, appunto, è riservato il nobile còmpito di ucciderlo definitivamente.
    Oh! io mi guardo bene dal fare dell'ironia; parlo seriissimamente.
    La donna, com'è stata formata dalla nostra società contemporanea, non può che far crescere in splendore il principio di corruzione inseparabile dal principio del voto.
    Coloro che combattono il diritto legittimo delle suffragette, lo fanno per difendere ragioni assolutamente personali: difendono con accanimento il loro monopolio di eloquenza inutile o nociva, che non tarderà ad essere strappato loro dalle donne. Questo, in fondo, non c'interessa affatto. Noi abbiamo ben altre mine da preparare appiè delle rovine.
    Ci si afferma che un governo composto di donne o sostenuto dalle donne ci trascinerebbe fatalmente, per vie di pacifismo e di viltà tolstoiana, ad un trionfo definitivo del clericalismo e dell'ipocrisia moralista...
    Forse! Probabilmente! E mi dispiace!...
    Avremo, inoltre, la guerra dei sessi,indubbiamente preparata dalle grandi agglomerazioni delle capitali, dal nottambulismo e dalla regolarizzazione del salario delle operaie. Degli umoristi misogini sognano forse già una notte di San Bartolomeo per donne.
    Ma voi supporrete che io mi diverta ad ammannirvi dei paradossi più o meno bizzarri...Pensate, tuttavia, che nulla è paradossale e bizzarro quanto la realtà, e che ben poco bisogna credere alle probabilità logiche della storia.
    La storia dei popoli se ne va alla ventura, di qua, di là, con atteggiamenti scapigliati e poco ammodo, come una ragazza un po' leggiera che non si ricorda degl'insegnamenti paterni se non a capo d'anno, oppure solo quando sia abbandonata da un amante. Ma essa è, disgraziatamente, ancora troppo saggia e non abbastanza disordinata, questa giovane storia del mondo. Bisogna quindi che le donne se ne immischino quanto prima, poiché i maschi sono veramente fradici di saggezza millenaria. Non sono paradossi, questi, ve lo giuro, ma brancolii nella notte del futuro.
    Confesserete, per esempio, che la vittoria del femminismo e specialmente l'influenza delle donne sulla politica finiranno di distruggere il principio della famiglia. Ciò sarebbe facilmente dimostrabile; ma voi certo vi ribellate,spaventati, opponendomi ingegnosi argomenti, perché assolutamente non volete che la famiglia sia toccata. "Tutti i diritti, tutte le libertà devono essere accordati alla donna, gridate voi, ma la famiglia sarà conservata!..."
    Permettetemi di sorridere con un po' di scetticismo e di dirvi che se la famiglia, soffocatoio delle energie vitali, scomparirà, cercheremo di farne a meno.
    E' indiscutibile che se la donna sogna oggidì di conquistare dei diritti politici, è perché, senza saperlo, essa è intimamente convinta di essere, come madre, come sposa e come amante, un cerchio ristretto, puramente animale e assolutamente privo di utilità.
    Voi avrete certamente assistito alla partenza di un Blériot, ansimante e ancora imbrigliato dai meccanici, fra i terribili schiaffi di vento che dà un'elica ai suoi primi giri.
    Ebbene: vi confesso che noi forti futuristi, davanti a uno spettacolo tanto inebbriante, ci siamo sentiti subitamente staccati dalla donna, divenuta a un tratto troppo terrestre, o,per dir meglio, divenuta il simbolo della terra che si deve abbandonare.
    Abbiamo finanche sognato di poter creare, un giorno, un nostro figlio meccanico, frutto di pura volontà, sintesi di tutte le leggi di cui la scienza sta per precipitare la scoperta.
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  9. #9
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    Predefinito Rif: Il Futurismo: Avanguardia italiana

    Quarto d’ora di poesia della X Mas
    1945
    F.T.Martinetti

    Salite in autocarro aeropoeti e via che si va finalmente a farsi benedire dopo tanti striduli fischi di ruote rondini criticomani lambicchi di ventosi pessimismi

    Guasto al motore fermarsi fra Italiani ma voi ventenni siete gli ormai famosi renitenti alla leva dell’Ideale e tengo a dirvi che spesso si tentò assolvervi accusando l’opprimente pedantismo di carta bollata burocrazie divieti censure formalismi meschinerie e passatismi torturatori con cui impantanarono il ritmo bollente adamantino del vostro volontariato sorgivo a mezzo il campo di battaglia

    Non vi grido arrivederci in Paradiso che lassù vi toccherebbe ubbidire all’infinito amore purissimo di Dio mentre voi ora smaniate dal desiderio di comandare un esercito di ragionamenti e perciò avanti autocarri

    Urbanisti officine banche e campi arati andate a scuola da questi solenni professori di sociologia formiche termiti api castori

    Io non ho nulla da insegnarvi mondo come sono di ogni quotidianismo e faro di una aeropoesia fuori tempo spazio

    I cimiteri dei grandi Italiani slacciano i loro muretti agresti nella viltà dello scirocco e danno iraconde scintille crepitano impazienze di polveriera senza dubbio esploderanno esplodono morti unghiuti dunque autocarri avanti

    Voi frenatori del passo calcolato voi becchini cocciuti nello sforzo di seppellire primavere entusiaste di gloria ditemi siete soddisfatti d’aver potuto cacciare in fondo fondo al vostro letamaio ideologico la fragile e deliziosa Italia ferita che non muore

    Autocarri avanti e tu non distrarti raggomitola il tuo corpo ardito a brandelli che la rapidità crudele vuol sbalestrarti in cielo prima del tempo

    Scoppia un cimitero di grandi Italiani e chiama Fermatevi fermatevi volantisti italiani avete bisogno di tritolo ve lo regaliamo noi ve lo regaliamo noi noi ottimo tritolo estratto dal midollo dello scheletro

    E sia quel che sia la parola ossa si sposi colla parola possa con la rima vetusta frusti le froge dell’Avvenire accese dai biondeggianti fieni di un primato

    Ci siamo finalmente e si scende in terra quasi santa

    Beatitudine scabrosa di colline inferocite sparano

    Vibra a lunghe corde tese che i proiettili strimpellano la voluttuosa prima linea di combattimento ed è una tuonante cattedrale coricata a implorare Gesù con schianti di petti lacerati

    Saremo siamo le inginocchiate mitragliatrici a canne palpitanti di preghiere

    Bacio ribaciare le armi chiodate di mille mille mille cuori tutti traforati dal veemente oblio eterno
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  10. #10
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    Predefinito Rif: Il Futurismo: Avanguardia italiana

    Ottimo, bello, fantastico. Le ossa intorpidite dei non dinamici, le orecchie sorde all'appello e le menti bacate dai luoghi comuni è bene che ogni tanto si sciroppino chilometri di parole, fiumi di sensazioni, litri di colori. Ogni buon Italiano, se si sente tale, ha il dovere di comprendere il messaggio, lo stile ed il modo di vivere Futurista. Non solo arte, non solo irrazionalità ma coraggio e dinamicità; presenza costante senza timori reverenziali nei confronti di chiunque. A testa alta in ogni dove, tra le sterpaglie ma anche nei salotti, tra il sacro ed il profano ma sempre distinti da tutto e da tutti. Complimenti a te, "distruttore delle convenzioni", che hai scelto la strada più difficile ma anche quella più affascinante. SMB
    NON VOTO NEL REALE,NON VOTO NEL VIRTUALE....GRAZIE!

 

 
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