Il radicale moderato, tutte le vite di Francesco
Trasloca al Centro l'ex enfant prodige che svecchiò la politica preferendo il motorino all'auto blu

• da Il Messaggero del 28 ottobre 2009

di Claudia Terracina

Sette vite politiche con lo spirito del ”giovane esploratore”. Con la vocazione a fiutare il vento per primo. E ad attrezzarsi di conseguenza. Francesco Rutelli sa benissimo che l’accusa che gli viene mossa è di aver preso e stracciato molte tessere politiche nella sua navigazione. Da quella del Partito radicale, a quella dei Verdi, a quella della Margherita, infine a quella del Pd, per citare solo le esperienze più significative. Ma in mezzo c’è anche il tentativo del ”rassemblement” dei sindaci, Centocittà, ci sono l’Asinello democratico e la Federazione dei Riformisti. E un laboratorio fu la fondazione dei Verdi-arcobaleno, ambientalisti che strizzavano l’occhio alla sinistra-sinistra di Democrazia proletaria. Quindi, la mutazione che gli costa le critiche più feroci, il ritrovarsi cattolico dopo la militanza radicale.

E di tutte queste esperienze Rutelli conserva un pezzetto e ne fa tesoro per reinventarsi un contenitore politico e una leadership tutti nuovi. Il che gli consente di passare agilmente da una casa politica all’altra e di dirsi laico e cattolico, movimentista, ecologista e istituzionale. Ma certo «non di sinistra», come gridò l’inventore dell’estate romana, Renato Nicolini, quando tentò, anche lui, la corsa a sindaco di Roma. Eppure alla sinistra, una ”deriva” che oggi lo porta a non ritrovarsi nel Pd a guida Bersani, Rutelli deve moltissimo. Fu infatti l’allora pidiessino, Goffredo Bettini, a candidarlo sindaco di Roma. Veltroni ci riprovò nel 2008, ma Rutelli fu sconfitto da Alemanno.
Ora, dicono, che guardi al centro. Ma non solo. Dice di ispirarsi al partito israeliano ”Kadimah”, sintesi della sinistra riformista e dei conservatori, ma anche ai liberal democratici europei di Bayrou, all’ambientalismo di Al Gore e al pragmatismo di Bill Cinton, un incontro che definisce «folgorante». Rutelli è uno e centomila. Pacifista, al punto da finire nel carcere di Latina per aver manifestato a favore dell’obiezione di coscienza e schierato per l’invio delle truppe nei teatri di guerra, ragazzo con il motorino e ministro con l’auto blu. Si allontanò dalla religione cattolica da giovane, dopo la morte della madre. Diventa laicissimo con Pannella. Ma ritrova la fede negli anni Novanta, da sindaco di Roma. Tanto che risposerà in Chiesa la moglie, Barbara Palombelli, officiante il cardinal Silvestrini ed avrà affettuose frequentazioni con Papa Giovanni Paolo II.


Nella Margherita, trascina gli amici ecologisti, da Ermete Realacci a Paolo Gentiloni, e il radicale, Roberto Giachetti, che continua, comunque, spesso a digiunare. Ma diventa anche il referente dei ”teodem”, Carra, Bobba, Binetti e Baio Dossi. Che ora molti danno in uscita dal Pd insieme a lui. Ma Rutelli vagheggia altri traguardi. Tanto che, in estate, va a trovare il vecchio amico Pannella, riunito a congresso e viene anche applaudito. Per questo, poliedrico come è, gli riescono imprese che sembrano impossibili. La prima, nel 1993, lo lancia nel firmamento dei big. E’ l’elezione a sindaco di Roma, il più giovane, il primo scelto dai cittadini in uno scontro epocale con Gianfranco Fini, vinto ai punti al secondo turno. La seconda, è la sfida della vita, la candidatura a presidente del Consiglio nel 2001 contro Berlusconi, al posto di Amato, con una campagna elettorale ventre a terra che lo porta a un soffio dal famoso ”sorpasso”. La terza, chissà, è superare, una volta di più, quella che lui bolla come «politica vecchia». E lo strumento, c’è da scommettere, non sarà uno strumento superato come un ennesimo partito.

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