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Risultati da 1 a 7 di 7
  1. #1
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    La Lupa romana è una cagna bastarda che muore allattando 2 figli di puttana
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    Predefinito 11/08/01-11/08/04 In Ricordo di Gianfranco Miglio

    Da La Padania:

    Tre anni fa, l’11 agosto 2001, moriva il professor Gianfranco Miglio. «Il professor Miglio ha sicuramente contribuito a farci crescere dal punto di vista delle conoscenze istituzionali. Ad esempio, la coppia “presidenzialismo-federalismo” era un risultato a cui aspiravano le sue idee di riforma. Un’accoppiata che oggi ricompare nel progetto della Casa delle Libertà, a dimostrazione della lungimiranza delle idee di Miglio». Così, nel 2002, a un anno dalla scomparsa di quello che è stato uno dei principali sostenitori dell’idea federalista, il segretario federale della Lega Nord, on. Umberto Bossi, ricordava la figura dell’amico Gianfranco Miglio. Uomo dal carisma ineguagliabile che oggi, a tre anni di distanza da quel venerdì, tutti i leghisti ricordano con commozione, senza nascondere quella lacrima che solca il viso di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, ma anche di chi ha imparato a rispettarlo leggendo i suoi scritti.
    Era il lontano autunno del 1991 quando la strada di Bossi e quella di Miglio si incrociarono. Avuto sentore che il professore, in qualche modo, stava cercando di avvicinarsi alla Lega, il senatur andò a fargli visita nella sua casa di Como. Un incontro nel quale, si dice, Umberto Bossi rimase quasi sempre in silenzio per capire se quell’uomo che sedeva davanti a lui poteva inserirsi nell’organico leghista
    Pur sapendo che Miglio poteva in qualche modo essere la porta che avrebbe aperto la strada per congiungere la Lega Nord e quella borghesia spaventata dagli attacchi che la magistratura non lesinava nei confronti del Carroccio, il Segretario Federale preferì frequentare e conoscere bene il professore prima del “matrimonio”. «Volevo evitare l’imborghesimento della Lega», spiegherà in un secondo tempo. Erano gli anni Ottanta e il pensiero del professor Miglio cominciava a diffondersi a macchia d’olio dando una forte spinta al movimento leghista che chiedeva una profonda rivoluzione non solo politica ma anche culturale del Paese. L’allontanamento, per molti inevitabile, quando si ruppe la prima coalizione Lega-Forza Italia, e il professor Miglio, insieme alla cosiddetta borghesia, seguì il movimento di Silvio Berlusconi.
    Nonostante la “rottura”, però, Miglio non abbandonò mai definitivamente la Lega Nord, della quale aveva saputo apprezzare fino in fondo l’idea e il coraggio, partecipando diverse volte alla grande adunata di Pontida dove, nel lontano 1167, con il giuramento dei Comuni, era nata la Padania. Allo stesso modo, nessun leghista ha mai bollato il professor Miglio come “traditore” riconoscendo nella sua persona, uno di principali ispiratori della battaglia federalista che ancora oggi il movimento guidato da Umberto Bossi porta avanti come se fosse il primo giorno.
    «Oggi non c’è più - ha più volte ricordato l’on. Umberto Bossi - ma è come se fosse ancora insieme a noi».
    Sim. Bo.


    A parte alcune dimenticanze, l'articolo mi sembra buono.
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  2. #2
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    Il periodo intorno all'11 agosto è quello delle stelle cadenti: Gianfranco Miglio è uno di quelli che hanno lasciato una scia tra le più luminose.
    Ricordiamolo con affetto.

  3. #3
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  4. #4
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    Non mi piace molto questo articolo sha...cmq ho provveduto a mettere in rilievo uno scritto di Vitale (che ne è stato l'allievo) su Miglio.

  5. #5
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    In origine postato da Nanths
    Non mi piace molto questo articolo sha...cmq ho provveduto a mettere in rilievo uno scritto di Vitale (che ne è stato l'allievo) su Miglio.
    Infatti l'ho detto che ci sono delle "dimenticanze" sull'articolo de La Padania, ma l'altro articolo di Vitale è sinceramente troppo lungo per leggerlo tutto a video.
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  6. #6
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    hummm siì in effetti è vero, però era più completo...

  7. #7
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    I personaggi del Corriere
    Gianfranco Miglio

    Intervista di Giorgio Bardaglio uscita sul Corriere di Como del 12 aprile 1998

    --------------------------------------------------------------------------------


    Un'ora e mezza. Senza parlar di D'Alema, Fini, Berlusconi. Senza neppur nominare un Bossi.
    Con Gianfranco Miglio non accade di frequente.
    Non esiste televisione, giornale o bollettino che, una settimana sì e l'altra pure, non gli chieda un'opinione in tema di riforme, partiti, parlamento e compagnia briscola. Lui non disprezza. Questo grande vecchio, sembra l'Ernesto Calindri della politica. Recita a soggetto. Quando ci accoglie, basta un saluto per farlo partire. «L'Italia...». «Il federalismo...». «Le istituzioni...». Interpreta la sua parte senza finti entusiasmi, ma con convinzione, secondo un copione collaudato. La materia gli compete. Farlo parlar di politica è come chiedere ad un pesce di nuotare. Peccato ci interessi a malapena stare a galla. Dello studioso, del ricercatore, del senatore conosciamo a sufficienza. Assai meno sappiamo del marito, del padre, dell'uomo che, piaccia oppure no, è probabilmente il cittadino di Como più conosciuto in Italia.
    «Ma io non sono comasco - si affretta a precisare il professore - pur essendo qui nato e vissuto. Io sono del lago e con la città c'è sempre stato una sorta di dualismo. La mia famiglia era già numerosa a Domaso nel 1200. Per questo non mi sono mai sentito interamente comasco. Io sono un "làghee"».
    Gianfranco Miglio è sposato. Sua moglie si chiama Miryam e gli è seduta accanto, intenta con aghi e lana. Ogni tanto scruta di sottecchi. Dapprima il suo silenzio è scrupoloso. Più tardi comincia ad annuire o a scuotere il capo in segno di dissenso. Infine dice la sua, incurante delle reazioni del marito.
    «Sapete cosa dicono dei làghee? - rivela sorridente la signora - "Ghe scià un làghee, tri pass ìndree". Sono tremendi. A differenza dei comaschi, che dicono quello che fa comodo, quelli del lago ti spiattellano ciò che pensano».
    «Sovente - precisa il senatore - vedo i difetti dei miei attuali concittadini e dico: "Sono proprio comaschi, io non sono così". I "làghee" sono molto più indipendenti. Il comasco, invece, non osa mettersi contro chi è al potere. Il comasco è più romano. E i valtellinesi pure. Me ne sono reso conto quando mi hanno spiegato che la città più popolosa della Valtellina è Roma. La regina Josè aveva per loro una speciale predilezione e voleva che chiedessero l'autonomia come la Val d'Aosta. Niente da fare. I valtellinesi preferiscono ricevere gli aiuti dalla mano capitolina».
    Altro che Padania. Altro che macroregioni. A sentirlo elencare le virtù dell'alto lago e i vizi altrui, si direbbe che la sua nazione ideale cominci a Menaggio e non superi Morbegno.
    «La gente del lago ha inventato molte più cose di quante si creda. Le filande, ad esempio. I termometri, a Cremia e Pianello e le industrie della lana. Il comasco è assai più passivo. I "làghee" hanno un maggiore spirito di iniziativa».
    Che l'intraprendenza anche in lui non faccia difetto è un dato di fatto. Sul terreno della casa in cui è nato, ci informa, ha costruito tre condomini. E a Domaso, comunica, dalla vecchia dimora dei suoi avi ha ricavato ben diciotto appartamenti. Attualmente vive in una splendida villa che domina Como.
    «Con l'architetto Cappelletti - dice orgoglioso - l'abbiamo progettata io, mia moglie e mio figlio».
    Suo figlio si chiama Leo, è sposato con Elisabetta, ha due figli di nome Lucia e Giacomo ed è docente di fisica dello stato solido al Politecnico di Milano. «La sua è una carriera brillante - sentenzia il padre - è molto bravo. Ed ha migliorato la produzione del Domasino».
    Il Domasino è il vino di famiglia. «I miei vecchi non avevano fiducia nel nostro vino. Io ho creato una cantina pregiata, perfezionando il bianco, cominciando a diraspare il rosso. La maggior parte della gente nel mondo leghista non mi conosce per gli studi sulla costituzione, bensì per il mio vino. "Lù, l’è quel dal vìn", mi dicono».
    La moglie si mostra perplessa. «Non credete a tutto - ci suggerisce con ironia donna Mimì - quando se ne occupava lui "sa beveva àsee", si beveva aceto. Mio figlio è il vero esperto. Ama curare la vigna, potare i tralci, pigiare l'uva».
    Suo marito è più un teorico, azzardiamo noi.
    «A Gianfranco il vino buono piace berlo - replica la consorte - se questa voi la chiamate teoria...». E torna a ridere. Il senatore incassa e non fa una piega. A questi toni domestici deve esserci abituato. Ha abbastanza buon senso per capire che questo spirito critico, questa vivacità mentale è una compagnia vitale e insostituibile. Un'energia che lo ha aiutato a reagire alle disavventure capitategli negli ultimi mesi. Prima la rottura del femore, poi una grave emorragia gastrica. «Sono arrivato alle porte dell'inferno» ammette.
    Il fisico è acciaccato, ma la mente di Miglio è lucidissima. Su questo neppure la moglie può dissentire. «Sto scrivendo un libro sull'unità d'Italia. Spiegherò come nulla potrà mai cambiare. Le riforme nel nostro paese sono impossibili».
    A proposito di riforme. Recentemente uno dei candidati a sindaco della città ha sostenuto che Como è un po' calvinista. Una definizione che ha fatto scalpore più per il refuso di qualche cronista - che ha trascritto casinista invece di calvinista - che per le implicazioni che se ne possono trarre. Cosa ne pensa?
    «I Giovio, soprattutto Benedetto, pare avessero una "penchant", un'inclinazione per la Riforma. Io stesso, pur cattolico, ho sempre avuto una certa simpatia per i calvinisti, per la loro concezioni. Però i comaschi non hanno alcuna passione per i problemi religiosi. Il loro carattere pragmatico non glielo permette. Della Riforma possono al più condividere le conseguenze, non le motivazioni che l'hanno originata».
    Prima di congedarci, Miglio insiste per mostrarci la biblioteca, una serie di locali scuri e affascinanti, che collegano l'abitazione del professore con quella del figlio. Al centro dello studiolo del senatore ci incuriosisce un oggetto insolito. «È un pulpito bergamasco, che mia moglie ha scovato e che io ho trasformato in scrivania».
    Sopra, sotto, da parte, tutt'intorno ci sono libri. Oltre trentamila volumi. Disposti sulle sedie, sugli scaffali, sui bordi, accatastati per terra, accumulati negli angoli. «Ecco - conclude la moglie - questo sì che dovrebbe essere uno studio calvinista. Invece è solo casinista».

    da: www.corrierecomo.it


 

 

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