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Discussione: Le Ss

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    kshatrya
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    Julius Evola
    Il “significato” delle “SS”

    Ordini ed “Élites” Politiche


    In Italia delle “SS” germaniche si conoscono generalmente solo alcuni aspetti contingenti, che si legano alle tragiche vicende della seconda guerra mondiale e che non sono i più adatti a far penetrare il vero spirito di questa organizzazione, unica nel suo genere. Anche a prescindere dalla sinistra farsa di Norimberga, ove l'intera “SS” è stata bollata come “associazione criminale”, gli stessi simpatizzanti sanno sopra tutto delle qualità che la “SS” ha mostrato come truppa scelta di combattimento, ignorando quasi il significato politico che essa ebbe nel terzo “Reich”. Qualche cenno in proposito non sarà dunque privo di interesse, giacché con la “SS” si realizzò una esigenza, il cui significato va di là dai quadri del semplice hitlerismo.

    L'origine delle “SS” risale ad un piccolo gruppo scelto (“Stabswache”) formatosi a protezione della persona di Hitler nel primo periodo della sua lotta. È nel 1932 che esse furono organizzate come un vero e proprio corpo, il cosiddetto “corpo nero” (“Schwarzkorps”) distinto dalle semplici “camicie brune” o “SA”, corpo il quale al momento della conquista del potere contava già centomila uomini. Il comando allora passò da J. Schreck a Heinrich Himmler, che ne restò il capo supremo, dipendente solo dal “Führer”. Per via della loro azione energica e decisiva sia contro il comunismo, sia all'interno del partito (specie nelle repressioni del 30 giugno 1934), le “SS” assunsero figura di “guardia della rivoluzione nazionalsocialista”; ad esse furon dati ampi poteri e un larghissimo margine di autonomia, il che permise ad Himmler di sviluppare un'azione sistematica selettiva e organizzativa. La sigla “SS”, come molti sanno, deriva dalle iniziali di “Schutz-Staffeln”, che vuol dire più o meno “staffette o squadre di protezione”. In realtà, le “SS” dovevano divenire la spina dorsale del terzo “Reich”, l'“Ordine” del nazionalsocialismo, una specie di Stato nello Stato, se non pure al di sopra dello Stato.

    Lo stesso Himmler indicò nei seguenti termini lo spirito e l'origine ideale della sua organizzazione. In tutti gli antichi Stati — egli dice — è sempre esistita una “élite” formata da uomini pronti a dar tutto per il loro principe, a difenderlo e proteggerlo, in ciò sentendo un particolare orgoglio ed onore. Tale fu la nobiltà ereditaria, la quale, già sostegno del puro principio della sovranità politica, nell'epoca dell'illuminismo, del liberalismo e del capitalismo decadde, non fu più all'altezza dei suoi antichi compiti. Il problema oggi è di riprendere lo stesso principio e di trarne una applicazione adeguata al nuovo tipo di Stato. Occorreva dar nuovamente forma a una “élite” che garantisse la stabilità e la continuità del nuovo ordine rivoluzionariamente affermatosi, che ne rafforzasse le strutture, che, in base ad una incondizionata fedeltà, fosse pronta a stroncare tutto ciò che lo minacciasse o avesse carattere di deviazionismo.

    Tale è la genesi ideale della “SS”. Himmler teneva molto ad ascrivere ad essa il carattere di un Ordine, con vari tratti che ricordano appunto gli antichi Ordini cavallereschi, compreso un carattere, in un certo modo, ereditario. Per venire a tanto, egli seguì i seguenti princìpi selettivi.

    Anzitutto quello razziale. Si sa che per il razzismo moderno non tutti gli elementi etnici compresenti in una data nazione hanno lo stesso valore e la stessa dignità. Fra di essi, uno è quello centrale, che ha una funzione formatrice, tanto che il suo prevalere o decadere condiziona anche l'ascesa o il declino dell'intero popolo. Secondo l'ideologia tedesca, per la Germania questa “superrazza” corrisponderebbe al sangue e al tipo nordico. La prima cura degli organizzatori della “SS” fu, pertanto, che essa accogliesse uomini di origine “aria” ben certa (senza ascendenti nemmeno lontani ebraici o di razza di colore), i quali nei loro tratti somatici si avvicinassero particolarmente al puro tipo nordico.

    Ciò, come criterio selettivo di primo grado. Date le mescolanze avvenute nel corso della storia di ogni popolo, è certo impossibile che il fisico corrisponda esattamente al morale; così se le qualità morali di tipo “nordico” è più probabile ritrovarle in un uomo fisicamente nordico che non in quello con tratti di altre razze, pure si impongono ulteriori considerazioni. Pertanto, gli aspiranti alla “SS” oltre ad essere in ordine quanto al tipo somatico, avevan da superare delle prove, in cui le qualità interne ascritte al sangue dell'uomo nordico fossero tenute a manifestarsi. Si trattava, per così dire, di prove di carico: l'aspirante veniva messo non di rado in situazioni speciali, nelle quali egli non poteva non mostrare quel che era il suo vero carattere.

    A tale riguardo, come primo requisito da dimostrare valeva appunto la fedeltà. Lo stesso Himmler, in occasione dei fatti del 30 giugno 1934, aveva dato alla “SS” come parola d'ordine: «Uomo della SS, il tuo onore è la tua fedeltà», con evidente relazione con una massima dell'antico codice sassone: «Tutto può essere perdonato, eccetto il tradimento». La fedeltà qui viene intesa in senso lato: si tratta della fedeltà rispetto al Capo e alla causa, ma altresì rispetto alla razza e a dei princìpi fondamentali della condotta, come già fu di norma nell'antica Cavalleria. È ancora Himmler che scrisse, a tale riguardo, le seguenti parole, che poco confortano l'immagine distorta e sinistra che alcuni hanno della “SS” in genere:

    «Si pecca contro la fedeltà e l'onore non solo quando si lede il proprio onore o quella di un'altra SS, ma anche e sopra tutto quando non si rispetta l'onore di altri, quando si scherniscono cose ad altri sacre, o quando non si interviene virilmente in favore di chi è assente, di chi è debole, di chi è indifeso».

    Come base per la formazione dell'uomo della “SS”, dopo la fedeltà, veniva l'obbedienza, che doveva essere piena ed incondizionata, non meno che nei più severi Ordini monastici. Fu detto che quando l'ufficiale prussiano giurava sulla sua bandiera, egli non apparteneva più a sé stesso. Tale tradizione federiciana era stata ripresa dalla “SS”. In nome del Capo e della Idea, l'uomo della “SS” doveva esser pronto a tutto,

    «anche a sacrificare il proprio orgoglio, gli onori esteriori, e tutto ciò che personalmente ci può essere caro e prezioso».

    Doveva potersi frenare quando tutto lo avrebbe spinto ad agire, così come doveva poter agire, senza esitare, anche nei casi in cui a ciò avesse sentito i più forti ostacoli interni. Questo requisito dell'obbedienza assoluta Himmler lo considerava, fra l'altro, come un correttivo per l'accentuato senso dell'Io e della libertà come l'uomo nordico ha in proprio, e che spesso in lui ha agito in senso negativo. È chiaro tuttavia che da ciò può procedere una certa linea di inesorabilità, la quale è forse fra le cause che, in determinate circostanze obbligate, han fatto apparire l'agire della “SS” sotto una luce non del tutto favorevole.

    Altre qualità richieste all'uomo della “SS” erano la leale schiettezza, il dominio di sé (specie quanto ad espressione visibile dei sentimenti e ai gesti), la capacità di attenersi inflessibilmente a ciò che si sia deciso o che si sia promesso. A tale riguardo, non si mancava eventualmente di metter alla prova l'aspirante. Ad esempio, se si sapeva che egli indulgeva all'alcool o al fumo, gli si chiedeva di rinunciare, per un tempo più o meno lungo, a tale abitudine, esigendo la sua parola d'onore. Se non la dava, era espulso; ma se, avendola data, la tradiva, «non gli restava più che la pistola», cioè che ammazzarsi (espressione testuale di Himmler).

    Un altro caso. Si è accennato che la “SS” tendeva a svilupparsi come un corpo od Ordine ereditario, come un “Sippenorden”. Risultato di una selezione somatica e morale, si voleva che le sue qualità di “élite” nordica si trasmettessero in una adeguata discendenza. Da ciò derivava una ulteriore prova di carico per l'uomo della “SS”. Egli non era libero di sposare chi voleva. Egli doveva subordinare il fatto personale, sentimentale o sessuale, ad un interesse d'ordine già superindividuale, portando la propria scelta solo su donne che presentassero sufficiente garanzia per una discendenza non degenere o alterata. Per il che esisteva, nella “SS”, un apposito ufficio. Se l'uomo della “SS” non sapeva o non voleva impegnarsi in tal senso, veniva parimenti espulso.

    Il periodo di prova durava in genere un anno e mezzo, essendo naturalmente compreso anche l'addestramento militare. Poi, mediante giuramento solenne e consegna del “pugnale d'onore della SS”, si veniva aggregati al corpo. Una legge del 1936 disponeva che ogni capo della “SS” garantisse, sotto la sua responsabilità:
    1))

    che nessun aspirante fosse accettato quando mancassero i requisiti indicati, si trattasse anche di un suo figlio o parente;
    2))

    che ogni anno un quarto dei nuovi elementi non provenisse da famiglie di “SS”.

    Con la seconda disposizione si voleva prevenire il cristallizzarsi della “élite” in un gruppo artificialmente chiuso, che potesse lasciar cadere fuori di sé elementi qualificati. Si teneva cioè conto delle leggi studiate dal Pareto, a che una «circolazione delle “élites”» garantisse, oltre che la continuità, la vitalità e la freschezza del nucleo centrale. Una curiosa definizione (dovuta all'Heydrich) della “SS” è quella di «truppa di rottura nel dominio della visione del mondo» (“weltanschauliche Stosstrupp”). Per il lato negativo, si trattava dell'attacco contro la visione della vita avente per espressione precipua il marxismo e il bolscevismo, «antitesi di tutti i valori dell'uomo ario e nordico»; mentre, per il lato positivo, ciò aveva riferimento a un modo di “ritorno alle origini” che fu tratto caratteristico per la “SS”. La “SS”, infatti, intese rievocare le tradizioni nordiche primordiali, precristiane, nei loro simboli, nella loro metafisica, nella loro visione della vita; e per gli studi al riguardo fu incaricata una speciale sezione culturale, detta “Ahnenerbe”. Tale “dimensione” fu caratteristica per la “SS”. Già la sigla con le due esse, stilizzata in un doppio segno a zig-zag, fu identificata con le cosiddette “rune della vittoria”, antico segno nordico il quale, con allusione alla folgore, aveva simboleggiato un potere magico, una forza dall'alto. E questo fu appunto il ben noto segno portato dagli stendardi e dalle uniformi del “corpo nero”. Invero, l'interesse che nelle alte gerarchie della “SS” (a partire da Himmler) si ebbe per il mondo dei simboli e delle tradizioni primordiali, fu spiccato. Si può accennare che Himmler favorì gli studi di H. Wirth (*), noto ricercatore nel dominio del simboli e dei miti, e che J. Evola fu ripetutamente invitato a parlare su tali argomenti, in ambienti di capi della “SS”, trovando una preparazione e un interessamento maggiori di quelli che incontrò nell'Italia fascista, dove, a parte una mera vernice, si continuò con le “routines” di una intellettualità di tipo deteriore e tendenzialmente “neutro”, borghese o antifascista (**).

    L'articolazione della “SS” è più o meno nota. Vi era la “polizia segreta di Stato” (“Gestapo”) come un organismo di controllo politico sopraordinato a qualsiasi autorità o persona particolare; in un aspetto speciale, essa aveva figura di “SD” (iniziali di “servizio di sicurezza”). Vi erano inoltre le formazioni della “Testa di morto” e, infine, le “Waffen-SS”, formazioni puramente militari, divisioni scelte che seppero imporre l'ammirazione agli stessi avversari. Ma, nel complesso e riferendoci al periodo prebellico, il carattere fondamentale della “SS” fu quello di un “Ordine”, di una nuova nobiltà politica razzialmente, moralmente e — nell'accennato settore della “visione del mondo” — anche spiritualmente selezionata, che ambiva a costituire la spina dorsale del nuovo Stato antimarxista e antidemocratico, controllandolo e sorreggendolo con una specie di tessuto capillare: poiché uomini della “SS” erano disseminati in ogni dominio, nella diplomazia, nella burocrazia, nelle università, nell'industria, la qualifica valendo non di rado come una specie di investitura, spesso onoraria e segreta, conferita a persone che si ritenevano degne di essere aggregate al nucleo centrale, fedele custode dell'idea. L'“Ordensstaatsgedanke”, cioè l'ideale di uno Stato retto non da un “partito” e ancor meno da politicanti democratici o dagli esponenti marxisti del lavoro, ma da un “Ordine”, stava dunque alla base della “SS”, facendo di essa un tentativo audace, il cui significato, a parer nostro, non è limitato all'ultima storia tedesca e ai quadri dell'hitlerismo.

    _______________
    (*)*)

    Su Herman Wirth, cfr. «Ricerche moderne sulla tradizione nordico-atlantica»; J. Evola, «Aspetti del movimento culturale della Germania contemporanea», in I saggi della “Nuova Antologia”, Padova, 1982, pp. 18-24, nonché i «Cenni bio-bibliografici», a cura di M. Eemans e R. del Ponte, in Arthos, XII-XIII, 27-28 (1983-1984), pp. 43-45.
    (**))

    Sui rapporti fra Evola e l'ambiente delle “SS”, vedi ora sopra tutto, a cura della “Fondazione J. Evola”, il Quaderno n. 33 dedicato a Julius Evola nei rapporti delle SS, Roma, 2000, nonché il “dossier” dedicato a «Weisthor-Wiligut», in Arthos, n.s., IV, 7-8 (2000), pp. 241-265.

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  2. #2
    SENATORE di POL
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    Una selezione, insomma, del tipo umano deteriore con infusione di abbondanti dosi di "comportamento da gregge" o da "formicaio" (conditi con fanatismo per una ideologia delirante e criminale), con mortificazione di ciò che vi è più elevato nell'essere umano: l'individualità e la dignità umana di ciascuno.


    Shalom

  3. #3
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    In Origine postato da Pieffebi
    Una selezione, insomma, del tipo umano deteriore con infusione di abbondanti dosi di "comportamento da gregge" o da "formicaio" (conditi con fanatismo per una ideologia delirante e criminale), con mortificazione di ciò che vi è più elevato nell'essere umano: l'individualità e la dignità umana di ciascuno.


    Shalom
    Ciò che i pervertiti chiamano "comportamento da gregge", gli uomini dabbene chiamano "spitito comunitario di appartenenza".

    Occorre sempre rammentare il precetto del Divo Marco Aurelio :

    "in tutte le cose umane, il tratto dominante è il dovere verso la comunità. Ciò che non è nell'interesse dell'alveare, nemmeno può essere nelll'interesse dell'ape".

    Circa l'isterica esaltazione dell'individuo, essa è propria delle creature meschine (che, non a caso, sovente si salutano con lo "shalom") prive del coraggio morale di contemplare razionalmente l'ineluttabilità del proprio personale decesso, talchè si abbarbicano alla sopravvivenza come cozze allo scoglio. E reputano vita felice e degna quella che si è protratta per un maggior numero di decenni .

    Ravvisando dignità nella ventilazione ospedaliera, densa di tubi e fili, di una vetusta carcassa umana oramai priva di ruolo e di destino.

  4. #4
    SENATORE di POL
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    Di isterico c'è solo l'annientamento della personalità e delle dignità umana operata da idologie insensate già buttate nella pattumiera della storia.

    Shalom

  5. #5
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    sarebbe allora interessante capire perchè il Potere oggi ha tanta paura del nazionalsocialismo, da varare addirittura leggi illiberali (Italia, Germania, Francia...) per reprimerne la risorgenza.
    Se è veramente sparito nell'oblio come tu dici, perchè tanto accanimento? ci si accanisce forse coi cadaveri?!

  6. #6
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    In Origine postato da Felix
    sarebbe allora interessante capire perchè il Potere oggi ha tanta paura del nazionalsocialismo, da varare addirittura leggi illiberali (Italia, Germania, Francia...) per reprimerne la risorgenza.
    Se è veramente sparito nell'oblio come tu dici, perchè tanto accanimento? ci si accanisce forse coi cadaveri?!
    come hanno paura del furto nei pollai o delle cacche dei cani....

    non è poi vero siano sparite nell'oblio, basta guardare l'italia, per l'oblio bisognerà aspettare la Cina.

  7. #7
    SENATORE di POL
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    In Origine postato da Felix
    sarebbe allora interessante capire perchè il Potere oggi ha tanta paura del nazionalsocialismo, da varare addirittura leggi illiberali (Italia, Germania, Francia...) per reprimerne la risorgenza.
    Se è veramente sparito nell'oblio come tu dici, perchè tanto accanimento? ci si accanisce forse coi cadaveri?!
    Io non sono favorevole di principio a legislazioni che reprimano le semplici opinioni. Dunque, sempre in linea di principio, non sono favorevole alla maggior parte delle legislazioni limitative della libertà di espressione. E' da dire però che talune "opinioni" sono di per sè lesive dell'altrui dignità, e fortemente offensive nei confronti di comunità naturali [ossia non scelte] o libere. Questa lesione di un bene della vita di milioni di persone (ad esempio persone di colore, ebrei, gruppi religiosi...) può e deve essere presa in considerazione anche dalle legislazioni liberali, indipendentemente dal fatto che chi la produce sia solo più un residuo/ato storico senza futuro.

    Saluti liberali

  8. #8
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    non sono d'accordo. La libertà di opinione, parola, organizzazione deve essere assoluta, pena l'introduzione di elementi di arbitrio che delegittimano automaticamente l'insieme dei principi liberali.
    Importante a questo riguardo è la distinzione tra enunciato e realizzazione. Se alcuni sostengono, per esempio, la distruzione della democrazia, ma non realizzano questo proposito, non possono essere "incolpati" di qualcosa che non è ancora avvenuto (e non si è certi che avverrà). Ricordate il film "minority report"? Prospettava un futuro da incubo in cui si reprimevano i crimini ancor prima di essere commessi...

    saluti

  9. #9
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    Predefinito tornando al tema..

    Claudio Mutti

    LE SS IN TIBET


    La Deutsches Ahnenerbe – Studiengesellschaft für Geistesurgeschichte ("Eredità tedesca degli antenati – Società di studi per la preistoria dello spirito“) sorse il 1 luglio 1935 per iniziativa del Reichsführer SS Heinrich Himmler, il quale concepì l’idea di dar vita a tale istituzione in seguito alla lettura dell’opera dell’olandese Herman Wirth 1, da lui personalmente incontrato un anno prima. Della nuova Società di studi fu segretario generale, fino alla fine, l’ Obersturmbannführer SS Wolfram Sievers, che sarà processato a Norimberga e impiccato. La sede della Società era a Berlin-Dahlem, Pücklerstrasse n. 16, mentre la fondazione che la sosteneva economicamente si trovava al n. 28 della Wilhelmstrasse.

    Principale organo di stampa della Deutsches Ahnenerbe, che pubblicava libri e periodici, fu la rivista “Germanen”.

    L’ Ahnenerbe nacque sotto il patronato congiunto delle SS e del Ministero dell’Agricoltura: oltre a Himmler, era entrato in rapporto col professore olandese anche il ministro Richard Walther Darré, il quale avvertiva pure lui l’esigenza di un’istituzione scientifica che fornisse solide basi alla dottrina del Partito. Ma la collaborazione tra Himmler e Darré non sarebbe durata a lungo, data la loro divergenza di vedute circa l’ Idealtypus germanico, che per il ministro dell’Agricoltura (e per lo stesso Wirth) era rappresentato dal contadino, mentre per il capo delle SS si identificava con la figura del guerriero. Al professor Wirth, che lasciò la Ahnenerbe nel febbraio 1937, subentrò come presidente della Società Walther Wüst, rettore dell’Università di Monaco e membro dell’Accademia delle Scienze, il quale era affiancato da uno stretto collaboratore di Himmler, Bruno Galke. Nel 1943 Wüst diede le dimissioni; ciò non gli evitò di essere condannato a morte a Norimberga, anche se la pena capitale gli venne poi commutata.

    L’unica menzione pubblica fatta da Himmler circa la Ahnenerbe si trova in un discorso del gennaio 1937. Parlando del Servizio razziale delle SS, il Rasse und Siedlungshauptamt, Himmler disse che “esso ha anche l’incarico di effettuare ricerche scientifiche in collaborazione con l’Istituto Ahnenerbe. Così – proseguì il Reichsführer SS – ad Altchristenburg abbiamo scoperto una fortezza su una superficie di trenta iugeri. (…) Dal punto di vista scientifico e dottrinale, il nostro compito consiste nello studiare queste cose senza falsificarle, in maniera obiettiva. Le scoperte fatte dall’Istituto Ahnenerbe ad Altchristenburg hanno rivelato l’esistenza di sette strati (…) Tutte queste cose ci interessano, perché rivestono la massima importanza nella nostra lotta ideale e politica”. E fu lo stesso Himmler, stando almeno a quanto dichiarato da Sievers a Norimberga, a riassumere lapidariamente il programma generale delle attività demandate alla Ahnenerbe, con queste parole: “Raum, Geist, Tod und Erbe des nordrassischen Indogermanentums” (“Spazio, spirito, morte ed eredità del mondo indogermanico di razza nordica”).

    In altri termini, la Società aveva il compito di effettuare ricerche sullo spirito ariano, di salvare e rinvigorire le tradizioni popolari, di diffondere tra la popolazione la cultura tradizionale germanica. Sorsero quindi in seno alla Ahnenerbe una cinquantina di dipartimenti, ciascuno dei quali si dedicava a un particolare settore d’indagine: i canti tradizionali, le danze popolari, gli stili regionali, l’etnografia, le leggende, la geografia sacra ecc. Ci si occupò della costruzione di monumenti che celebrassero la gloria del popolo tedesco e degli eroi della rivoluzione nazionalsocialista; si intrapresero scavi archeologici; ci si impegnò nella conservazione dei monumenti storici (tra i quali, la sinagoga Staronova di Praga, risalente al XIII secolo). Per dire quale fu il livello degli studiosi che collaborarono con la Ahnenerbe, basterebbe menzionare l’Ehren SS (“SS ad honorem”) Franz Altheim, il grande storico delle religioni 2.

    Oltre a ciò, nell’ Ahnenerbe c’era anche una sezione che si occupava di studi tradizionali. Essa, secondo Brissaud, “aveva un eminente collaboratore nella persona di Friedrich Hielscher, amico dell’esploratore svedese Sven Hedin, amico di Karl Haushofer, di Wolfram Sievers, di Ernst Jünger e anche di… Martin Buber” 3. Friedrich Hielscher è il “Bodo” o “Bogo” dei Diari di Jünger. Nato a Guben nella Bassa Lusazia il 31 maggio 1902, partecipò nel 1919 alle azioni dei Corpi Franchi; poi diventò dottore in legge, giornalista e scrittore, “una delle teste pensanti che diressero e formarono i circoli nazional-rivoluzionari” 4. Nell’aprile del 1928 assunse la direzione della rivista nazional-rivoluzionaria “Der Vormarsch”, che era stata diretta da Jünger; nel 1930 cominciò a pubblicare “Das Reich”, un periodico omonimo del suo trattato di “teologia dell’Impero”: Das Reich, Berlin 1931.

    “Il nome di Friedrich Hielscher – scrive Brissaud – figura tra i primi di una lista dell’ Ahnenerbe comprendente più di cento nomi, che fu prodotta al processo di Norimberga” 5. Nonostante ciò, Hielscher rientra nel novero di quegli uomini dell’ Ahnenerbe che non solo non furono “impiccati come ‘criminali di guerra’ o uccisi a fuoco lento nelle segrete o nei campi di concentramento dei vincitori, [ma] sembrano aver goduto di una strana immunità, come se un cerchio magico li avesse avvolti e protetti, perfino davanti ai ‘giudici’ del processo di Norimberga” 6. Addirittura, se dobbiamo credere a Brissaud, dopo aver deposto una testimonianza praticamente inconsistente al processo contro Sievers, Hielscher “ottenne dagli Alleati l’autorizzazione ad accompagnare Sievers al patibolo” 7.

    Nel 1938 la Ahnenerbe organizzò una spedizione in Tibet. Il capo della spedizione, lo Hauptsturmführer SS dr. Ernst Schäfer, era un biologo e zoologo che già nel 1930-’32 e nel 1934-’36 aveva partecipato a un paio di spedizioni in Cina. Tornato in patria, Schäfer aveva avuto modo di esporre a Himmler la sua idea di una spedizione in Tibet. Il Reichsführer accolse entusiasticamente l’idea di Schäfer e assunse il patrocinio dell’iniziativa. Oltre a Schäfer, facevano parte del gruppo quattro Obersturmführer SS: il capocarovana “tecnico” Edmund Geer, l’antropologo ed etnologo Bruno Beger, il geografo e geomagnetologo dr. Karl Wienert, il fotografo e operatore cinematografico Ernst Krause. Scopo ufficiale della spedizione era lo studio della regione tibetana dal punto di vista antropologico, geografico, zoologico e botanico. Ma a Himmler importava anche stabilire un contatto con l’abate di Reting, diventato Reggente del paese nel 1934, un anno dopo la morte del tredicesimo Dalai Lama. Infatti il quattordicesimo Dalai Lama, quello attuale, bsTan adsin rgya mts’o, nel 1938 aveva tre anni e sarebbe stato insediato nel 1940.

    Imbarcatisi a Genova nel maggio 1938, i sei uomini dell’ Ahnenerbe arrivano a Colombo e quindi a Calcutta, dove sono accolti da una campagna di stampa orchestrata da agenti inglesi contro la spedizione tedesca. Da Calcutta il gruppo non si muove finché Schäfer, recatosi a Darjeeling, non riesce a ottenere dalle autorità anglo-indiane un visto di sei mesi per il Sikkim, lo staterello himalayano che per varie ragioni costituisce la più favorevole porta d’accesso al Tibet. Ai primi di luglio, portando con sé un bagaglio di due tonnellate e mezzo, la spedizione parte da Calcutta e arriva in treno alle falde dell’Himalaya, dove ha inizio la lunga marcia; “la nostra meta è il Trono Divino, là in alto” – dice il commento sonoro della pellicola girata dall’operatore Krause 8. A Gangtok, capitale del Sikkim, trovano un maharaja generoso di aiuti: è Sua Altezza Tashi Namgyal, che nel 1948 ospiterà anche il nostro Giuseppe Tucci. Di lì la spedizione procede verso nord: una carovana di dieci indigeni e cinquanta muli avanza lentamente a causa delle piogge monsoniche, del fango e delle frane. Dopo una sosta di due settimane nei pressi di Thanggu (a quota 4.500 m.), le otto tende da campo vengono piantate a Gayokang, alle falde del Kanchenjunga (m. 8.585); per alcune settimane il campo di Gayokang è la base da cui partono fruttuose missioni di ricerca. Tra luglio e agosto, Schäfer e Krause accolgono l’invito di un influete principe tibetano e si recano alla sua residenza estiva di Doptra, dove ricevono la promessa che la spedizione sarà raccomandata presso le autorità di Lhasa. Alla fine di settembre, dopo aver effettuato le loro ricerche nella parte tibetana del Sikkim, gli uomini dell’ Ahnenerbe ritornano a Gangtok per assistere all’annuale “danza di guerra degli dèi”. Subito dopo, Schäfer si reca con l’interprete a conferire con un alto funzionario politico per esporgli i programmi della spedizione; nel frattempo, Wiener e Beger si spingono sull’Himalaya, mentre Krause e Geer attraversano la giungla e vanno a completare riprese cinematografiche e ricerche zoologiche nella zona di Gayokang. Allorché il gruppo si ricostituisce, il campo rimane per qualche tempo ai piedi del Kanchenjunga, a una temperatura di venti gradi sotto zero. Così, dopo una serie di ricerche nel territorio di Lachen e un’ascensione lungo una parete del Pimpo Kanchen, il primo giorno di dicembre gli uomini dell’ Ahnenerbe ricevono la notizia che il Reggente del Tibet li invita a trascorrere due settimane a Lhasa. Prima di allora vi erano potuti entrare pochi Europei, tra i quali nessun tedesco.

    Felicemente terminata l’esplorazione del Sikkim, poco prima di Natale gli uomini del Reich si dirigono verso Lhasa con una nuova carovana. Varcano la soglia della “città proibita” il 19 gennaio 1939, accompagnati da un alto ufficiale tibetano e accolti dalle massime autorità; non dal Dalai Lama, che si trovava ancora nel suo villaggio nel territorio di Amdo, vicino al lago Kokonor. Esiste una fotografia di Schäfer, con l’elmetto estivo delle SS, che saluta il segretario personale del Panchen Lama (direttore spirituale del Dalai Lama), mentre un’altra foto documenta uno scambio di doni tra la delegazione del Reich e i dignitari della teocrazia tibetana. Agli ospiti tedeschi viene concesso il privilegio di assistere alle feste del Capodanno lamaista; viene permesso loro di visitare il Potala e gli altri templi, di studiarli e fotografarli. L’antropologo può osservare da vicino un momento culminante della vita religiosa tibetana e, approfittando dell’immensa folla di pellegrini affluita a Lhasa per il Capodanno, può approfondire lo studio della tipologia razziale del paese. Più difficile è il lavoro dello zoologo, a causa dell’interdizione dell’uso delle armi da fuoco durante le feste del Capodanno; ma l’interdizione viene aggirata mediante l’impiego di una sorta di fionda fabbricata da Schäfer, che consente di aggiungere alla collezione ornitologica diversi esemplari.

    La visita a Lhasa doveva durare quattordici giorni; ma l’intesa stabilitasi tra le SS e le autorità lambiste è tale, che il governo tibetano non lascia partire i propri ospiti prima del 19 marzo, facendoli accompagnare da un alto funzionario fino alla stazione inglese di Gyangtse (Rgyal-rce). Dopo un’esplorazione delle rovine dell’antica capitale Jalung Phodrang, disabitata da circa un migliaio d’anni, e dopo una marcia di seicento chilometri fino al lago di Yamdrok, il 25 aprile gli esploratori tedeschi raggiungono Shigatse (Gzis ca rce), dove risiede il nono Panchen Lama, Lobsang Tseten. A Shigatse, nei cui pressi si trova il monastero di Tashi Lhunpo, abitato da quattromila monaci, l’accoglienza è calorosa come a Lhasa: tutta la popolazione accorre a dare il benvenuto agli uomini dell’ Ahnenerbe. Il Panchen Lama riceve ufficialmente la missione tedesca e firma un documento di amicizia con il Terzo Reich.

    Il 19 maggio la marcia riprese in direzione di Gyangtse, che fu raggiunta in tre giorni. Qui ebbero luogo trattative coi funzionari inglesi circa il passaggio in India e il trasporto dell’ingente materiale. Una decina di animali da soma dovette essere impiegata solo per il materiale di interesse etnologico (costumi, tende, un aratro, un telaio ecc.), al quale si aggiungevano i centootto volumi di Scritture buddiste donati dal Reggente al governo del Reich. Si trattava verosimilmente del Kanjur (bka’-gyur), versione tibetana del Canone, che nell’edizione di Derge (Sde dge) consta per l’appunto di centootto volumi. Oltre a ciò, la spedizione portava con sé più di 4.000 uccelli impagliati, più di 500 teschi di animali, esemplari zoologici viventi, piante d’ogni genere, semi vegetali.

    Attraverso Gangtok, il gruppo giunse a Calcutta; via Bagdad, Atene, Vienna, i reduci della spedizione atterrarono a Berlin-Tempelhof la sera del 4 agosto 1939, dopo sedici mesi di assenza dalla Germania 9. All’aeroporto di Monaco, Schäfer e i suoi camerati ebbero la sorpresa di trovare il Reichsführer SS Heinrich Himmler, venuto personalmente ad accoglierli.

    Di lì a poco si sarebbe realizzata la predizione del veggente tibetano che aveva detto a Schäfer: “Verranno gli uomini volanti e ci sarà una grande catastrofe. Qualcosa di terribile accadrà nelle terre degl’Inglesi e dei Tedeschi. Vi sarà una scintilla enorme e anche la nostra religione ne sarà colpita”.

    Quanto al battaglione di Waffen SS tibetane che avrebbe preso parte alla difesa di Berlino, rimane ancora un mistero.

    1 - Herman (Felix) Wirth (Utrecht 6 maggio 1885 – Kusel 16 febbraio 1981), professore olandese naturalizzato tedesco, dal 1909 al 1919 era stato lettore di filologia olandese all’Uiversità di Berlino. Nel 1925 si iscrisse alla NSDAP. Studioso dei simboli della protostoria, pubblicò diverse opere, tra le quali spiccano due monumentali capolavori: Der Aufgang der Menschheit, Jena 1928 e Die heilige Urschrift der Menschheit, Leipzig 1931-1936. Intorno alla sua attività scoppiò una vivace polemica scientifica allorché pubblicò Die Ura-Linda-Chronik, Leipzig 1932 (trad. it. dell’editio minor, Leipzig 1934, apud Edizioni Barbarossa, Saluzzo 1989); secondo Wirth si trattava di un autentico documento originario del popolo frisone, mentre per i suoi avversari era solo una fabbricazione relativamente recente. Herman Wirth, scrive Armin Mohler, “incarna perfettamente la singolare posizione dei Völkischen nel Terzo Reich: da una parte egli viveva grazie ad un incarico di ricerca della Ahnenerbe, dall’altro gli era proibito pubblicare” (A. Mohler, La Révolution Conservatrice en Allemagne 1918-1932, Pardès, Puiseaux 1993, p. 444).

    2 - Franz Altheim (Erscherscheim 6 ottobre 1898 – Münster 1976) si addottorò con uno studio su Die Komposition der Politik des Aristoteles, discussa col professor Hans von Arnim all’Università di Francoforte sul Meno. Qui entrò in relazione col filologo Walther Friedrich Otto (che nel 1933-’34 gli fece pubblicare Epochen der römischen Geschichte) e con l’etnologo Leo Frobenius. Insegnò alle università di Halle, Berlino e Münster. Tra le opere più significative della sua sterminata produzione scientifica, la Römische Religionsgeschichte, Berlin 1956 (ed. definitiva), Niedergang der alten Welt, Frankfurt am Main 1952, Die Araber in der alten Welt, Berlin 1964. In italiano: Dall’antichità al Medioevo (Sansoni, Firenze 1961), Il dio invitto (Feltrinelli, Milano 1960), Romanzo e decadenza (Settimo Sigillo, Roma 1995), Storia della religione romana (Settimo Sigillo, Roma 1996).

    3 - André Brissaud, Hitler et l’ordre noir. Histoire secrète du national-socialisme, Librairie Académique Perrin, Paris 1969, p. 285. Anche il libro di Brissaud, per alcuni versi abbastanza documentato, rimasta certe fantasticherie che il famigerato Mattino dei maghi di Louis Pauwels e Jacques Berger (Mondadori 1963, pp. 371-374) ha trasmesse a gran parte della letteratura “nazioccultistica”. Si veda, come ulteriore esempio di ciò, Le marché du diable di Robert Faligot e Rémi Kauffer (Fayard, Paris 1995, p. 243), dove si sostiene che la spedizione dell’Ahnenerbe in Tibet aveva lo scopo di “saggiare le possibilità di una presa di contatto tra i mitici maestri del Tibet e la Società di Thule, che se ne considerava l’erede”. D’altronde, anche specialisti di germanistica come Furio Jesi hanno riciclato le tesi del Mattino dei maghi, attribuendo agli “studiosi guidati dal dottor Scheffer [sic]” lo scopo di “raccogliere materiali sulle origini della razza ariana” (F. Jesi, Germania segreta, Feltrinelli, Milano 1992, p. 188).

    4 - A. Mohler, op. cit., p. 585.

    5 - A. Brissaud, op. cit., p. 454.

    6 - Savitri Devi, L’India e il nazismo, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1979, p. 53.

    7 - A. Brissaud, op. cit., p. 286.

    8 - Dai 16.000 metri di pellicola in bianco e nero e dai 2.000 a colori girati da Krause fu ricavato il documentario Geheimnis Tibet. (Se ne veda l’edizione italiana nel video allegato al fascicolo n. 9 della serie Il nazismo esoterico di Marco Dolcetta, Hobby and Work, Milano 1994). Oltre a realizzare le riprese cinematografiche, Krause scattò 20.000 fotografie e trovò anche il tempo per mettere insieme una straordinaria collezione di formiche, api, calabroni e farfalle.

    9 - Alla fine di quel medesimo mese d’agosto si sarebbe dovuta concludere anche la terza spedizione tedesca sul Nanga Parhat (m. 8.114), guidata da Peter Aufschneiter, che era partita nel maggio 1939. Sorpresi in territorio indiano dallo scoppio della guerra (3 settembre), Peter Aufschneiter e Heinrich Harrer, il campione dei giochi olimpici del 1936, furono internati in un campo di concentramento britannico. Evasi nel 1944, raggiunsero il Tibet, dove ottennero asilo. Cfr. H. Harrer, Sieben Jahre in Tibet, A. J. MacPherson 1958 (ed. franc. Sept ans d’aventures au Tibet, Arthaud, Paris-Grenoble 1953).

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