....che vogliamo?
Agosto 1954, Sella Valsugana.
L’ex Presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi trascorre la sua ultima estate tra i monti del Trentino, angosciato per le notizie che arrivano da Bruxelles: la Francia sta affossando la nascita della Comunità europea di difesa (Ced), la cui istituzione crea le forze armate integrate dei sei paesi fondatori.
La Ced è stata l’ultima battaglia europeista dello statista italiano, per la quale si era speso in prima persona in Italia e in Europa, molto più di quanto non fece, quattro anni prima, per l’istituzione della Comunità europea per il carbone e l’acciaio (Ceca).
E ora, dopo la recente costituzione del nuovo governo francese guidato da Pierre Mendès-France, nel parlamento di Parigi si rischia di non avere più una maggioranza favorevole alla ratifica del Trattato della Ced, firmato due anni prima a Parigi dai governi di Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo e Repubblica federale tedesca.
Il 19 agosto 1954 De Gasperi muore.
Undici giorni dopo, il 30 agosto, l’Assemblée Nationale francese rifiuta di ratificare il Trattato della Ced, per 319 voti contro 264. Così muore anche la Comunità europea di difesa.
Tutto inizia intorno alla questione strategica costituita dalla necessità di un riarmo della Germania Ovest.
La Guerra fredda pone nuove priorità ai paesi vincitori, e le intuizioni di Winston Churchill nei mesi seguenti la fine delle operazioni belliche vengono confermate dagli avvenimenti: il colpo di stato comunista a Praga nel febbraio 1948, il blocco di Berlino Ovest da parte dell’Urss nell’aprile 1948, la “cortina di ferro” calata da Stettino a Trieste.
La risposta americana cammina su una gamba politica (la Dottrina Truman), su una gamba economica (il Piano Marshall) e su un’alleanza militare (il Trattato dell’Atlantico del Nord).
Ma mentre la Dottrina Truman ed il Piano Marshall hanno avuto concretezza operativa in tempi rapidi, la guerra in Corea del 1950, che ha definitivamente fatto percepire a tutto il mondo occidentale la minaccia reale con cui doveva confrontarsi, ha trovato una Nato esistente solo sulla carta.
La Germania diventa il confine tra i due blocchi e il riarmo tedesco diventa una necessità, tenendo conto che la Germania Ovest non aderisce alla Nato.
Il coinvolgimento americano nella difesa europea comporta la protezione dell’ombrello nucleare statunitense, ma l’Europa deve fare anch’essa la sua parte.
Tocca alla politica stabilire come si fa la propria parte.
Il primo ministro francese René Pleven nell’ottobre 1950 propone la creazione di un esercito europeo, sottoposto a istituzioni politiche comuni:
“La costituzione di un esercito europeo non può risultare dal mero raggruppamento di unità militari nazionali, che in realtà maschererebbe soltanto una coalizione vecchia maniera. Impegni che sono inevitabilmente comuni si compiono con istituzioni comuni. L’esercito di un’Europa unita, composto da uomini provenienti da differenti paesi europei, deve, per quanto possibile, realizzare una completa fusione degli elementi umani e materiali realizzata sotto un’unica autorità politica e militare europea”.
Così il riarmo tedesco non è autonomo, ma all’interno di istituzioni comunitarie. La grande preoccupazione francese di vedere nuovamente al di là del Reno un esercito tedesco operativo viene politicamente risolta dentro nuove autorità sopranazionali.
E’ il modello seguito per costituire la Ceca.
Gollisti e comunisti francesi votano già allora contro il Piano Pleven.
Due anni dopo, il 27 maggio 1952, viene firmato il Trattato della comunità europea di difesa dai sei paesi fondatori della Ceca.
La Ced assume un carattere esclusivamente difensivo, con un proprio budget, proprie istituzioni (Consiglio dei ministri, Assemblea comune, Commissariato, Corte di giustizia) in attesa di una nuova organizzazione prevista all’articolo 38 del Trattato che per la prima volta parla esplicitamente di federazione o confederazione europea.
Il Trattato prevede che ciascun Stato membro non possa reclutare o mantenere forze armate nazionali al di fuori di alcune eccezioni: se destinate ad impieghi fuori del territorio europeo (la cui difesa è stata assunta da un paese europeo, o in missioni internazionali decise dall’Onu), oppure se destinate alla difesa personale del Capo di Stato.
Le Forze europee di difesa, così vengono definite dal Trattato, sono costituite sia da personale di leva che di professione, e dotate di un’unica uniforme.
L’Esercito è costituito da Unità di base formate da elementi della medesima nazionalità, mentre i Corpi d’armata vengono costituiti da Unità di base provenienti da nazionalità diverse. Le loro unità di sostegno tattico e le formazioni di supporto logistico sono integrate, come integrato è il Comando e lo Stato maggiore dei corpi d’armata.
La Forza aerea è costituita anch’essa da Unità di base della medesima nazionalità, mentre la logistica è integrata.
La Forza navale comprende le formazioni atte alla protezione marittima dei territori europei degli Stati membri, i contingenti sono omogenei per nazionalità ed hanno uno statuto europeo. Per tutti (Esercito, Forza aerea, Forza navale) vale il principio in base al quale unità delle Forze europee di difesa possono essere raggruppate in unità della Nato e viceversa.
Il Protocollo militare definisce i principi comuni del reclutamento, mentre il Commissariato della Ced provvede all’istruzione e alla messa in servizio delle Forze europee di difesa seconda una dottrina comune e metodi uniformi.
Sempre il Commissariato redige i piani di mobilitazione e, nel quadro delle raccomandazioni del Comando supremo della Nato, determina l’implementazione territoriale delle Forze.
Tre lezioni per il presente
Il dibattito in Francia sulla Ced fu molto forte, caratterizzato dal rapporto tra Francia e Germania sul piano militare, e dal rapporto tra Francia e Stati Uniti sul piano politico.
Comunisti e gollisti furono, per motivi diversi, i più tenaci oppositori: i primi, a difesa degli interessi strategici dell’Unione Sovietica; i secondi, a difesa di una supremazia nazionale rispetto a una potenziale “sudditanza” verso gli Stati Uniti.
Su tutti gravavano le preoccupazioni sul futuro di una Germania riarmata. I più convinti sostenitori della Ced furono i democratici cristiani del Mrp, mentre i socialisti si spaccarono a metà. Le stesse motivazioni dei gollisti venivano rovesciate: proprio perché fonte di preoccupazione per la Francia, il riarmo tedesco era opportuno che avvenisse nel quadro di un esercito europeo, e il ruolo dei paesi europei all’interno della Nato sarebbe stato rafforzato con un esercito comune integrato.
Il risultato politico del fallimento della Ced fu che il riarmo tedesco avvenne comunque, non più in ambito europeo ma in ambito atlantico. Nella battaglia contro la Ced (una “babele militare” la chiamò De Gaulle in un discorso a Nimes nel 1951) si formò ancor di più l’identità gollista, plasmata sul rifiuto di un controllo sopranazionale sulle forze armate francesi.
L’esercito europeo rimane tuttora non attuato.
La Comunità europea di difesa fu solo un’utopia, una sorta di ingenuità della storia?
Per quegli uomini, dai democristiani quali De Gasperi, Adenauer e Schuman, ai socialisti come Spaak, ai federalisti come Spinelli, l’europeismo doveva e poteva sfociare nell’unità politica.
L’Europa non era una stanca e noiosa manifestazione verbale del politically correctness: era la prospettiva politica della loro generazione, da cogliere subito perché quel momento non sarebbe più tornato:
“Se l’Unione europea non la si fa oggi, la si dovrà fare inevitabilmente tra qualche lustro; ma cosa passerà tra oggi e quel giorno Dio solo lo sa”, diceva De Gasperi nella solitudine di Sella Valsugana.
Credendo in quel che dicevano, puntarono a integrare gli eserciti, perché integrando gli eserciti si integra la politica. Con il loro fallimento, fallì un’idea di Europa.
L’integrazione ripartì con un approccio funzionalista, economico, finanziario. Importante, certamente.
Realisticamente da considerare in modo positivo.
Ma è un’altra Europa.
C’è una lezione attuale di quelle vicende?
Innanzitutto l’assunzione di una responsabilità pacificatrice, e non pacifista.
La condizione per la pace in Europa e per la difesa delle democrazie liberali passava attraverso un riarmo tedesco integrato in un esercito occidentale, non nel dissolvimento vanitoso degli eserciti europei.
I padri fondatori dell’Europa avevano vissuto troppe guerre per permettersi il lusso di praticare e ostentare il buonismo pacifista: la loro responsabilità politica si misurava con i meccanismi reali della storia e con le condizioni oggettive delle relazioni internazionali.
Seconda lezione, la vacuità del neutralismo europeo.
Non vi è contraddizione tra la vocazione europeista e l’alleanza euro-americana: le forze della Ced, secondo il Trattato del 1952, in caso di guerra erano sotto il Comando supremo della Nato, espressione militare dell’alleanza politica tra Europa e Stati Uniti. Non vi è contraddizione perché l’espressione “democrazia atlantica” non indicava solo una parentesi storica (i “momentanei” interessi comuni europei e americani nella difesa contro l’Unione Sovietica), ma una prospettiva di sviluppo di democrazie fondate sugli stessi valori liberali.
Terza lezione, le radici cristiane dell’Europa. I firmatari del Trattato della Comunità europea di difesa erano quasi tutti democratici cristiani: dal ministro degli esteri, e cancelliere, tedesco Konrad Adenauer, al ministro degli Esteri belga Paul van Zeeland, dal francese Robert Schuman all’italiano Alcide De Gasperi e al lussemburghese Joseph Bech.
E non rappresentavano una lobby, ma con essi si esprimevano posizioni politiche e valori liberali, riformisti, federalisti, della grande cultura laica del continente. Non esiste alcuna contraddizione tra il riconoscimento della realtà (le comuni radici cristiane dell’Europa) e l’esercizio responsabile della laicità dello Stato.
La storia è percorsa da sentieri a volte solo apparentemente nascosti. Il problema del rapporto tra la Francia e il resto dell’Europa, e dell’Europa con il resto dell’occidente (soprattutto Stati Uniti) ritorna anche oggi dopo cinquant’anni dai fatti ripercorsi: nelle recenti elezioni europee si è parlato più di Stati Uniti d’America che di Stati Uniti d’Europa.
Per riproporre la questione di un esercito europeo realmente integrato, è necessario risolvere questioni squisitamente politiche circa i rapporti di forza all’interno dell’Europa e le prospettive strategiche dell’Europa nel mondo.
La questione è, ovviamente, politica.
Francesco Butini su il Foglio del 12 agosto
saluti




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