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    Predefinito Uscire Dall'equivoco

    Per altre notizie su precedenti Congressi
    vedere ai link sottostanti ....

    -------------------------------------------------------------------------
    http://www.politicaonline.net/forum/...ight=congresso
    http://www.politicaonline.net/forum/...ight=congresso
    http://www.politicaonline.net/forum/...ight=congresso
    http://www.politicaonline.net/forum/...ight=congresso
    -------------------------------------------------------------------------

    Se le differenze fra Riscossa e la Segreteria e la Presidenza Nazionale derivassero solo da un problema di scelta di schieramento, in vista del congresso nazionale posticipato al 2006, l’unica discussione necessaria sarebbe quella delle garanzie sul tesseramento, e, dopo quanto successo a Bari, credo che ben pochi possano contare su questa garanzia.

    Il problema reale discende invece a mio avviso da valutazioni politiche sempre più divaricanti.

    Se fossimo un partito più strutturato varrebbe la pena richiedere, sul modello americano, elezioni primarie per individuare un nuovo leader, che sia supportato da un proprio programma, con la partecipazione attiva al voto, dietro versamento di una quota anche minima, di elettori o simpatizzanti.

    Potrebbe essere il modo per porre finalmente le basi per la nascita di quel nuovo soggetto politico liberal-democratico strettamente collegato agli schieramenti europei che ancora non esiste nel nostro Paese.

    Purtroppo mi rendo conto che sono solo sogni o utopie. Che nessuno è disposto a mollare la propria poltrona gentilmente concessa dal nostro (o loro?) benefattore SB per sottoporsi al giudizio dei repubblicani.

    E così continueranno le defezioni in attesa di un congresso (???) nel quale conteranno i voti dati a una lista mista, nella ricerca di una strategia che non sia solo quella di andare solo nella direzione verso la quale ci porta il vento.

    Gli skipper di solito sanno individuare le rotte migliori per arrivare nel punto di arrivo individuato ed è necessario, se vuoi vincere, sapere andare anche di bolina: i nostri abbiano almeno il coraggio di dire quale porto hanno individuato, altrimenti i passeggeri continueranno a buttarsi a mare (e una carretta di mare vuota quanto vale?).

    E se gli skipper non sanno più fare il loro mestiere dovrebbero ammetterlo e trarne le conseguenze.

    Tex Willer

  2. #2
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    Predefinito tratto da L'OPINIONE 9 novembre 2004

    I laici incalzano il governo: "Cavaliere, ci consenta...."

    di Aldo Torchiaro

    I laici della Casa delle Libertà, chiamati in causa ogni volta che la maggioranza ragiona su un suo allargamento, interpretano ormai da tempo il ruolo della bella di Siviglia, di cui si dice: “tutti la vogliono ma nessuno se la piglia”. Sono vezzegiati e lusingati in tutte le occasioni possibili, indicati come irrinunciabili teste di ponte per l’estensione del centrodestra verso la conquista di nuove mète. Non ricevono però altra attenzione che il solo incoraggiamento estemporaneo - squisitamente morale - a serrare le fila e tirar dritto.

    Mentre da più parti si enuncia, come hanno fatto anche ieri Bondi e Cicchitto, l’esigenza di ‘ampliare l’area di riferimento della maggioranza’, si esita a dare a questo intendimento un seguito politico coerente. Coerenza: parola che in inglese si traduce in‘consistant’: consistente. Il momento della verità è dunque per tutti quello di questa sera, quando, alle 20, il vertice di maggioranza riunirà intorno a un tavolo Forza Italia, An, Udc, Lega, Nuovo Psi e Pri. Le sei formazioni della Casa delle Libertà devono valutare insieme la ricomposizione della squadra di governo, ed è in quell’occasione che i laici faranno sentire chiara e forte la loro voce.

    Socialisti e repubblicani, che nel pomeriggio si riuniscono per elaborare una posizione comune, non possono più assistere a ricomposizioni che, per dirla con le parole del segretario del Nuovo Psi, “non tengono conto delle tendenze elettorali delle ultime tornate”, quelle che hanno visto oscillare il partito del garofano tra il 2 ed il 3,5 %. Il segretario socialista mette le stesse elezioni regionali sul piatto della bilancia: “Se non vogliono prendere atto del nostro valore elettorale, vorrà dire che anche noi ci sentiremo liberi di fare quello che vogliamo”.

    Per poi chiarire i termini del confronto di questa sera: “Abbiamo riunito la direzione del nostro partito venerdì scorso e Berlusconi già lo sa - ha ricordato De Michelis. - Siamo interessati ad alcuni aspetti programmatici, a cominciare dalla quota proporzionale”. Identica la chiave di lettura dei repubblicani, per i quali “l'alleanza di governo per essere riconfermata deve mostrare una piattaforma programmatica con l'area laica e laico – socialista”, recitano in un documento emerso ieri da una lunga riunione, presenti il segretario Francesco Nucara e lo stesso Giorgio La Malfa.

    “Questa piattaforma comune in certi tratti è stata trovata, in altri no. Per essere completata necessita inevitabilmente di una partecipazione comune alle scelte di governo e un proprio riconoscimento specifico nelle politiche di attuazione. La nostra domanda a metà della legislatura è molto semplice: ha interesse la coalizione all'impegno diretto dell'area laica e laico - socialista?” La domanda non è peregrina. L’Edera mette le mani avanti: “Perché altrimenti i repubblicani inevitabilmente dovrebbero preoccuparsi della loro libertà di azione, soprattutto in prospettiva futura, cominciando dalle prossime elezioni regionali”.

    In un corsivo uscito questa mattina su La Voce Repubblicana si legge: “Noi siamo ben consapevoli dei rapporti di forza, anche se sono stati rappresentati magari in maniera bizzarra per disgraziati calcoli elettorali. Ma se si tratta di correggere un’impostazione per salvaguardare l'estensione della coalizione, nonostante le difficoltà che ci possono essere, questo è il momento di provare e di impegnarsi. Altrimenti sta nei fatti che le strade prima o poi saranno destinate a separarsi”.

    Prima di giungere alle estreme conseguenze, il presidente del Consiglio si fa carico di trovare la chiave di volta per tenere insieme l’assetto di governo, magari per rafforzarlo. Tutte le ipotesi sono aperte: un ministero per un esponente laico, due sottosegretariati, un vicepremierato ‘di bandiera’. Sino ad ora il nome che emerge è quello del presidente del Pri, Giorgio La Malfa. Proprio dalle colonne de L’opinione La Malfa aveva chiesto la scorsa settimana “un dicastero economico a guida laica”. Ed oggi ambienti a lui vicini confermano: “è chiaramente lui il candidato naturale del nostro partito”.

    Aldo Torchiaro
    torchiaro@opinione.it
    [mid]http://utenti.lycos.it/NUVOLA_ROSSA/THENAKEDGUN.mid" [/mid]

  3. #3
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    Verso il congresso

    Partigiani del Partito repubblicano italiano

    di Francesco Nucara

    L'ultimo Consiglio Nazionale si è svolto in un clima che pensavamo fosse ormai superato.

    La premessa era la celebrazione del Congresso Nazionale richiesto da Riscossa Repubblicana con un documento del 26 giugno 2004. Su tale richiesta aveva concordato la Segreteria Nazionale.

    Con un documento successivo del 9 ottobre 2004 sempre Riscossa Repubblicana ha chiesto l'istituzione di una "Commissione paritetica" che gestisse tutto il processo di formazione delle rappresentanze congressuali garantendo la massima trasparenza e regolarità nelle procedure.

    Anche questa richiesta è stata accolta positivamente e il 21 ottobre la Direzione Nazionale ha provveduto a nominarne i componenti.

    Per una serie di ragioni non certamente dipendenti dalla segreteria l'insediamento di detta commissione è avvenuto soltanto l'8 novembre.

    La Commissione, tenuto conto che il Consiglio Nazionale era fissato per il 13 novembre, ha dovuto affrettare i tempi elaborando un regolamento congressuale in ottemperanza alle norme statutarie.

    Come succede sempre nei casi di contrapposizione frontale, in un mix di regole contestate e di politica alternativa, nei canali di comunicazione con la minoranza del PRI vi è stato un "infarto" di tale tenore da rendere impossibile qualunque mediazione. Con colpe di tutti.

    Nella maggioranza ci sono stati discorsi politici un po' velleitari sul nostro futuro, mentre la minoranza non ha inteso in alcun modo ragionare, salvo i pochi consiglieri che si sono astenuti sia sul regolamento congressuale che sul documento politico.

    Qualcuno potrebbe pensare che dopo aver scritto di "geometrie variabili" ora dovremmo parlare della politica del "carton-gesso". Non è così e cerco di dare qualche motivazione.

    Attualmente, a livello nazionale il PRI è collocato nel centro-destra senza essere succube né politicamente, né tecnicamente, né culturalmente.

    Questa non sudditanza non può essere scambiata con la regola del caos.

    Infatti, il recente documento della Federazione emiliano-romagnola del PRI e le prime riunioni convocate dal Presidente della regione On. Vasco Errani hanno sollevato qualche perplessità nella segreteria nazionale e in numerosi iscritti della Romagna.

    Su una questione fondamentale noi siamo stati chiari, chiarissimi, da almeno due anni.

    La presenza, peraltro non gradita, alle trattative politiche di componenti che hanno un contenzioso giudiziario con il PRI, rimane per noi imprescindibile sul quale non intendiamo assolutamente derogare.

    Dobbiamo riconoscere che il segretario regionale del PRI emiliano-romagnolo, sotto questo profilo, si è sempre comportato correttamente.

    Tuttavia gli ultimi avvenimenti ci inducono a pensare che per il futuro non sarà la stessa cosa.

    Infatti, oltre al caso sopra citato, ci viene comunicato il progetto di una conferenza programmatica con esponenti di altri partiti (tutti ex repubblicani compreso il leader che ha il contenzioso giudiziario in atto con il PRI) mentre non vengono invitati i leader del PRI salvo il segretario nazionale (se ci vuole andare, sic!)

    Pur con queste perplessità, abbiamo voluto fare un ulteriore sforzo tenendo conto delle varie posizioni e, per questo, nel documento politico abbiamo rinviato al prossimo Congresso Nazionale tutte le decisioni relative alla politica del PRI nazionale e locale.

    Ci sarà pure una ragione se il segretario nazionale oppone un netto rifiuto ad una candidatura a Presidente della Regione Calabria.

    Sarebbe bene che i repubblicani cogliessero appieno il significato di quel rifiuto ad una proposta lusinghiera e condivisa da tutti.

    Non ci piacciono le frasi di circostanza né i discorsi accattivanti. Si scioglieranno come neve al sole.

    Gli amici di Riscossa rappresentano un valore che il Partito non vuole assolutamente disperdere, ma l'astio personale contro qualcuno mal si concilia con la politica.

    Sulla politica ci si può e ci si deve dividere se la si pensa in modo diverso, ma i valori di base devono essere sempre condivisi.

    Anche fisicamente non siamo tutti uguali e spesso anche culturalmente. Tuttavia abbiamo amore per la nostra storia, per il nostro Risorgimento, per i nostri Padri.

    Non vogliamo morire né post-democristiani né post-comunisti o post-fascisti.

    La nostra ambizione è solo essere repubblicani e partigiani del PRI.

    Roma, 16 novembre 2004

  4. #4
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    Nucara incontra l'attivo regionale della Puglia a Bari

    Sabato 20 novembre, alle ore 10, presso l'Hotel Oriente in Corso Cavour a Bari, si terrà l'incontro tra l'attivo regionale del Partito Repubblicano Italiano e il Segretario Nazionale del Pri onorevole Francesco Nucara. L'appuntamento si svolge in vista delle prossime elezioni regionali e in preparazione del prossimo Congresso nazionale del partito previsto nei giorni 4-5-6 febbraio 2005.

  5. #5
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    La definizione di "autonomia" nel dualismo elettorale italiano/Non si tratta della ripresa di un progetto di terza forza o di una finta neutralità

    Alla base la difesa della libertà e della tolleranza

    Facciamo un errore se consideriamo il ruolo autonomo come una ripresa della sfida di un progetto di terza forza che si interponga con efficacia nel dualismo tutto italiano tra centro-destra e centro-sinistra, oppure se diamo l’impressione di una finta neutralità per acquisire posizioni di interesse. Andremmo incontro al fallimento come fallì la "terza forza" che mosse i primi passi nella redazione del "Mondo" di Mario Pannunzio. C’erano Ugo La Malfa, Mario Ferrara, Vittorio de Capraris ed altri. Dobbiamo invece collocare la scelta di autonomia come una battaglia sui valori del vivere quotidiano, mi riferisco alle questioni legate: all’ambiente; all’avvelenamento della biosfera; ad una nuova visione dello Stato sociale, difficile da attuare con una economia stagnante ed un tenore di vita "alto"; all’ideologia unica del profitto a cui tutto deve adeguarsi (il momento del "fai da te" è superato).

    Autonomia significa difendere i valori fondanti dei popoli – democrazia, libertà individuale, tolleranza, uguaglianza – dall’oblio che oggi si percepisce, in chi ascolta, quando si parla di tali principi. Significa chiedersi il perché, in un Paese che si è impoverito, in realtà si movimentano parecchi danari con transazioni eseguite in contanti (ricchezza improduttiva), il che fa pensare ad una evasione fiscale non indifferente. Vogliamo seriamente combatterla, così come il lavoro nero e il sommerso, in modo che agli evasori piuttosto che farsi pagare in nero conviene pagare le tasse ( quindi revisione del sistema fiscale e riduzione della spesa pubblica).

    Autonomia vuol dire non usare un linguaggio violento che punta alla demolizione dell’avversario, ma usare un linguaggio ragionato per propagandare le proprie idee. In caso contrario le battute "di spirito" subentrano alle ideologie ed il messaggio politico si priva di analisi e proposte per lasciare il campo alle provocazioni. In questo modo, i cittadini non sono governati dal potere politico ma da quel potere economico, in costante espansione, che è amministrato da società multinazionali, secondo strategie che non hanno nulla a che vedere con il bene comune al quale aspira la democrazia. Il potere si autoalimenta e si autogiustifica, la corruzione e la perversione ne diventano le regole,a discapito della dialettica tra il popolo e chi lo governa.

    Autonomia significa etica della responsabilità, quindi salvaguardia prima di tutto degli interessi del Paese, che Thomas Friedman così sintetizza "Non metterti mai in una posizione per cui il tuo partito – e/o schieramento –vinca solo e a prezzo del fallimento del tuo Paese".

    Autonomia significa che in uno Stato che non ha le risorse per garantire tutto a tutti: ai giovani un lavoro, ai futuri pensionati una pensione decente, ecc… è necessario ricercare la strada in cui ognuno deve essere disposto a concessioni, altrimenti trionfano l’invettiva e lo scontro.

    Autonomia significa affrontare realmente il problema dell’immigrazione di cui noi abbiamo una vitale necessità. L’apertura multiculturale non è la risposta adeguata. Dobbiamo organizzare dei piani politico-economici di integrazione nei lavori e di contro chiedere agli immigrati ( anche con azioni severe) di accettare il nostro sistema civile e legale. In poche parole i diritti e i doveri di Mazziniana memoria.

    Autonomia significa mantenere ferma la nostra convinzione di una Europa dei popoli, senza radici religiose di alcun tipo, in quanto Esse devono occupare uno spazio neutro che garantisce a ciascuno di coltivare le proprie convinzioni siano esse cristiane, musulmane, ebraiche o atee. Nello spirito di una cultura laica che respinge tentazioni fondamentaliste e auspica dialogo e tolleranza.

    Il prossimo congresso del Partito, a mio parere, deve approfondire oltre ai temi politici anche le problematiche che riguardano: l’aumento delle disuguaglianze fra i Paesi ricchi e quelli poveri, come governare e/o migliorare il processo di globalizzazione, un’equa flessibilità del lavoro che preveda istituti di formazione anche per il reinserimento lavorativo .Tanto per indicare alcuni temi. Sicuramente dovrebbe avere la valenza di una proposta del Pri per il Paese. Vedi la Politica dei Redditi!.

    Antonio Zoli

    Sez. Pri "G. Mazzini"
    Forlimpopoli (FC)

  6. #6
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    [color=dark blue]In vista del prossimo Congresso nazionale dell’Edera: dare un sostegno convinto all’attuale dirigenza/In mancanza nel nostro Paese di un leader sul modello di Tony Blair, è opportuno che il partito stia su posizioni alternative alla sinistra

    Necessaria una forte politica di riforme per rilanciare l’immagine del Pri
    [/color]
    Ho sempre ritenuto che i giornali di partito, oltre ad occuparsi di informazione generale, debbano anche rappresentare un luogo di discussione e di confronto fra amici di un medesimo soggetto politico, soprattutto quando quest’ultimo si trova ad essere tormentato da profonde divisioni interne e si avvìa a celebrare un congresso. Un pò’ come il nostro PRI, non vi pare? Pertanto intervengo nuovamente e sempre per ragionare circa il nostro Partito e il suo futuro, ritenendo altresì di essere sostanzialmente in sintonia quantomeno con gli amici repubblicani della mia zona, con i quali, è ovvio, sono costantemente in contatto.

    In un mio intervento comparso su "La Voce Repubblicana" dell’8 settembre scorso, auspicavo che il confronto interno al PRI, fra maggioranza e minoranza, fosse basato su contenuti inerenti al presente e al futuro del nostro Partito, lasciando da parte vecchi rancori e contrapposizioni personali. Purtroppo in questi mesi, un pò tutti abbiamo dovuto constatare che finora non vi è stato alcun confronto costruttivo, ma, a quanto sembra, si è addirittura giunti all’incomunicabilità e allo scontro aperto. Si attende solo il congresso per mettere in atto uno scontro frontale. Almeno questa è la mia impressione. In quel mio intervento appena citato, scrivevo, per così dire, in qualità di "battitore libero". A tale riguardo, ora posso dire di sentirmi un pò meno "battitore libero", poiché, in base a quanto ho letto negli ultimi periodi sul nostro quotidiano, mi pare di capire che, se i rapporti fra maggioranza e minoranza del Partito si sono gravemente deteriorati, la causa di tutto ciò sia da imputare ai comportamenti della minoranza di Riscossa Repubblicana. A parte la loro pretesa, peraltro molto discutibile, di schierare a tutti i costi il PRI nel centro-sinistra, vi sono stati determinati atteggiamenti che per forza di cose hanno compromesso il dialogo interno. Quando la maggioranza con il segretario nazionale Nucara in testa, si è sempre dimostrata aperta e disponibile al dialogo e credo, anche al compromesso per il bene del Partito, la minoranza ha sempre risposto con posizioni di chiusura, con comunicati duri che lasciano ben poco spazio alla discussione ed infine, dulcis in fundo, cercando di stringere accordi con le forze del centro-sinistra, come è accaduto in Emilia Romagna. Un pacato, civile e sereno dibattito, sarebbe stata la cosa migliore, ma considerato che la minoranza predilige lo scontro anziché il confronto, beh, giunti a tal punto, è giusto che la dirigenza attuale del Partito cessi di porgere continuamente l’altra guancia. Del resto, c’è un limite a tutto e se Riscossa Repubblicana vuole giungere ad una radicalizzazione delle divisioni, allora radicalizzazione sia. Il dialogo fra due parti non si concretizza se è solo una delle due a ricercarlo e a volerlo.

    Mi auguro che tutti i repubblicani di buon senso, prima e durante il prossimo congresso nazionale, vogliano sostenere con convinzione l’attuale dirigenza del PRI, la quale ha grandi meriti. Si è sempre dedicata totalmente al Partito con enormi sacrifici e rinunce personali. Auspico apertamente che il congresso si concluda con una netta riconferma degli attuali vertici e con una solenne bocciatura della linea politica di coloro i quali vogliono traghettare il Partito Repubblicano a sinistra, a tutti i costi e senza sentire ragioni. Riscossa parla anche di terzo polo liberaldemocratico, ma a me sembra che guardino soprattutto al centro-sinistra, (Emilia-Romagna docet!). A quel centro-sinistra, in cui il PRI già c’era tempo fa e non pare si sentisse a proprio agio e inoltre non risulta che prendesse molti più voti di oggi o che fosse maggiormente considerato dagli alleati. Altresì, soprattutto in questo momento politico, l’ultima cosa da pensare è proprio un ritorno del Partito Repubblicano nell’Ulivo, Gad, Fed, Alleanza o come diavolo si chiama adesso. Ma come possiamo noi stare in una coalizione dove i pochi riformisti seri sono tenuti in un angolo e sempre più spesso hanno il sopravvento cattocomunisti della peggior specie, antiamericani di tutte le salse e ultrasinistri che giustificano le rapine proletarie? Credo che noi repubblicani possiamo dialogare meglio con Forza Italia piuttosto che con una Rosy Bindi, un Paolo Cento o ancora peggio, un Russo Spena. E poi, quali garanzie di affidabilità e governabilità, può offrire questo centro-sinistra che non sa neppure come chiamarsi, che ha un Romano Prodi come leader, il quale non entusiasma neanche i più prodiani della coalizione ed infine che sa solo delegittimare l’avversario, senza essere capace di proporre progetti alternativi? Certo, se in Italia esistesse una sinistra simile al New Labour inglese e se ci fosse un leader come Tony Blair, allora si potrebbe fare un discorso diverso, ma così non è. In ogni caso, anche se questa sinistra dovesse essere migliore di come è realmente, dipendesse solo da me, terrei il PRI ben ancorato su posizioni comunque alternative alla sinistra. Si può e si deve, quando è necessario, essere aperti e disponibili a sostenere temporaneamente battaglie trasversali, riformatrici e laiche con esponenti della sinistra, ma occorre rimanere, come diceva un Francesco Cossiga di qualche anno fa, distanti e distinti da essa. So bene che il Partito Repubblicano Italiano proviene da una storia di sinistra democratica e liberale e so altrettanto bene che il compianto Ugo La Malfa guardava a sinistra. Mi risulta però che nel corso degli anni e perciò molto prima dell’alleanza con il centro-destra, il PRI sia diventato sempre più una forza di centro. Già negli anni della Prima Repubblica il Partito dell’Edera era un partito di centro che oltretutto non andava molto d’accordo non solo con il vecchio PCI, ma pure, a volte, con i socialisti, anche se questi erano alleati di governo. Inoltre l’elettorato repubblicano, nei momenti migliori come in quelli peggiori, è sempre stato diverso da quello, ad esempio, che votava per la DC, in quanto laico e più attento a determinate tematiche, ma comunque si è sempre trattato di cittadini moderati poco inclini a guardare a sinistra. Circa Ugo La Malfa, mi limito solo a citare il Presidente del Partito Giorgio La Malfa, il quale più volte ha sostenuto che suo padre ricevette più delusioni che soddisfazioni dall’allora Partito Comunista Italiano.

    Non riconoscendomi nelle posizioni della minoranza e auspicando, come ho già scritto, una riconferma dell’attuale dirigenza del Partito, non nascondo certo alcune riserve che ho da qualche tempo nei confronti di quest’ultima. Ho già espresso e ribadisco, le mie forti perplessità in merito all’idea di stringere legami sempre più stretti con il Nuovo PSI. Oltre ad alcune differenze che esistono tra noi e i socialisti, mi preoccupa il fatto che nasca un’alleanza e poi liste comuni, all’interno della CdL o fuori come terzo polo, dalle quali poi gli unici a ottenere qualcosa saranno gli amici del Garofano. Stiamo attenti, perché esiste effettivamente il rischio che da un’operazione politica come quella della Casa Laica, i soli a guadagnare in termini di visibilità e forse di consenso elettorale, saranno i socialisti, a scapito nostro e anche di altre componenti come il rinato PLI di Altissimo, se esso parteciperà all’ipotetica Casa dei Laici. Oggi ci preoccupiamo della tendenza di Forza Italia ad essere un partito piglia tutto, ma ricordiamoci che l’allora PSI di Bettino Craxi si abbandonava spesso a deliri di onnipotenza. Certo, l’attuale Nuovo PSI è diverso e forse un po’ più umile del vecchio PSI, ma tutto sommato la mentalità è la stessa. Sinceramente preferisco continuare ad essere rappresentato da Giorgio La Malfa e Francesco Nucara e non vorrei che un giorno Gianni De Michelis o Bobo Craxi facessero i portavoce anche per noi repubblicani. E’ difficile ora fare previsioni, ma se davvero i socialisti dovessero abbandonare prima del tempo la maggioranza di governo, mi auguro di cuore che il PRI non li segua. E’ opportuno rimanere alleati con la Casa delle Libertà e sostenere il governo Berlusconi, il quale, pur con ritardi, incertezze e divisioni, ha saputo finora muoversi abbastanza bene su alcuni fronti. Penso alla politica estera e all’ottimo lavoro sinora svolto dal Ministro Pisanu contro la criminalità e le nuove forme di eversione. Penso anche al taglio delle tasse, che sarà pure poca cosa, ma in ogni caso rappresenta un tentativo che nessun altro governo in passato ha avuto il coraggio di fare. Anch’io ritengo che la visibilità del PRI nel governo sia minima, ma se dovessimo imboccare strade diverse avremmo ancora più problemi e meno spazio di iniziativa politica. Pertanto proseguiamo ancora con il centro-destra, con autonomia e capacità critica, pur non scartando naturalmente l’idea di un riposizionamento del Partito in chiave, per così dire, terzopolista. Quando penso ad un ipotetico terzo polo, penso certamente ad un terzo polo molto repubblicano, molto centrista, alternativo comunque alla sinistra e poco socialista.

    Ho condiviso le preoccupazioni e i dubbi espressi recentemente da Giorgio La Malfa circa il disegno di riforma federale dello Stato. Il progetto federalista è apparso sinora più come un regalo alla Lega che come un disegno riformatore ben studiato e ponderato. Ho apprezzato meno le riserve del nostro Presidente in merito al cosiddetto premierato forte. Essendo io un presidenzialista convinto, vedo con favore qualsiasi tentativo volto a rafforzare il potere esecutivo e il concetto di democrazia diretta, con necessari pesi e contrappesi. Per dirla ancora meglio, ho sempre guardato al modello americano, presidenzialista e bipartitico, come esempio di efficiente democrazia. E’ un sistema che, fra l’altro, non soffoca affatto le minoranze. Queste ultime non sono rappresentate da partiti medio-piccoli, ma trovano comunque spazio e hanno voce tramite le primarie, nei due grandi contenitori politici che si alternano alla guida della Nazione. Tanto nel Partito Repubblicano americano come in quello Democratico, esiste moltissimo spazio per tante idee, anche diversissime fra loro e nessuno pensi ai due grandi partiti statunitensi, come a due blocchi monolitici. Il sistema politico americano dovrebbe rappresentare un esempio da seguire non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa. Se poi diventa difficile applicarlo integralmente nella nostra complicata realtà, almeno si provi a delineare un sistema simile, a livello istituzionale, costituzionale e anche per quanto concerne la legge elettorale. Il nostro Paese in particolare, deve ancora uscire dalla lunga transizione iniziata dopo il crollo della Prima Repubblica ed effettivamente urge un qualche cambiamento che dia al Paese un sistema politico capace di durare per molto tempo. A tal proposito, sarei felice se il Partito Repubblicano Italiano, anziché limitarsi a rifiutare quasi a priori i tentativi di riforme della CdL, formulasse un proprio progetto riformatore. Insomma, se proprio spaventa l’idea di giungere ad un sistema di tipo americano ed in effetti, a torto, spaventa molti purtroppo, se non siamo capaci in Italia a far funzionare il maggioritario e se non ci convincono le riforme berlusconiane, allora formuliamo noi un progetto. Nonostante le mie idee, accetterei anche un disegno del PRI che preveda un sistema elettorale totalmente proporzionale, ma con sbarramento; l’importante è che sia un disegno che complessivamente guardi avanti, salvaguardi il concetto di democrazia dell’alternanza e prefiguri ampia partecipazione popolare alle scelte politiche. Se il nostro Partito lanciasse una propria e originale idea riformatrice, senza dubbio acquisterebbe visibilità. Ridursi ad invocare solamente il ritorno del proporzionale, utile per il nostro piccolo Partito ma non risolutivo per i problemi del Paese, oltre a frenare qualsiasi tentativo riformatore, ci fa apparire come un soggetto politico capace solo di pensare al proprio orticello, il quale inoltre stenta a capire che non si può più vivere di rendita e che la democrazia italiana non potrà più essere bloccata, come ai tempi della Prima Repubblica. Il PRI deve rilanciarsi come nucleo dell’avvenire, lasciando ad altri le battaglie di retroguardia.

    Roberto Penna

  7. #7
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    Verso il 44° Congresso del Pri (4-6 febbraio 2005)/Sintesi della relazione del segretario nazionale che sarà ampliata ed aggiornata

    Le nostre radici una risorsa indispensabile
    Rilanciare l’Edera nell’interesse del Paese

    di Francesco Nucara

    In una bellissima poesia di Kostantin Kavafis, poeta alessandrino di cultura greca, si immagina un colloquio tra Teocrito e il giovane Eumene in cui il giovane, rivolgendosi al maestro, dice: "Ahimè vedo che alta troppo alta è la scala alla Poesia; sto sempre nel primo scalino, l’andare in su non è nelle mie forze" e Teocrito risponde: "Queste parole sono indegne e blasfeme. Di stare sul primo scalino considerati orgoglioso e felice, ciò che hai raggiunto non è poco, ciò che hai detto è a tuo vanto. Sappi che questo primo scalino avanza di molto la gente comune, che per salire anche questo scalino si deve essere, di pieno diritto, cittadini della città delle idee".

    Noi pensiamo, cari amici, di essere a pieno diritto cittadini della città delle idee.

    C’è in noi una passione forte che riusciamo a dominare con la forza della ragione ma che tuttavia ci porta a non darci mai per vinti!!

    La nostra storia ci rassicura: dovremmo partire da Mazzini e arrivare ai giorni nostri per capire di quante fughe e tradimenti è lastricato il cammino del Partito Repubblicano Italiano. Ciononostante, siamo ancora sullo scenario politico.

    Noi rimaniamo al nostro posto, cercando di coniugare le idee guida del Risorgimento con il pragmatismo dell’attualità.

    Nella risoluzione svolta al congresso precedente, che si celebrava un anno dopo l’attacco alle Torri Gemelle, avevamo sottolineato la nostra lealtà agli USA e anche il desiderio che la civiltà occidentale si affermasse in modo netto e deciso sul terrorismo internazionale.

    Le forze politiche di opposizione si sono distinte confusamente in una serie di se e di ma, quando addirittura non si sono poste in contrasto netto e preciso con l’America. Sono passati alcuni anni e le recenti elezioni americane hanno confermato la fiducia a Bush e alla sua politica.

    Quello che molti non hanno compreso è che, se anche avesse vinto Kerry, le cose non sarebbero cambiate affatto. Quello che la sinistra italiana e governi importanti come quelli di Francia e Germania non hanno capito, o forse non hanno voluto capire, è che in questi anni la storia del mondo è profondamente cambiata, e che in questo cambiamento si cercano ancora nuovi equilibri e nuovi assetti.

    E la sinistra italiana, così come i governi di Francia e Germania, è costretta ad affrontare un problema considerevole in questo contesto di trasformazione: quello di non poter esercitare un ruolo guida, ritrovandosi addirittura a subire questo processo di trasformazione e persino a perdere le posizioni conquistate.

    Perché la sinistra si è illusa e Francia e Germania hanno sperato in una vittoria di Kerry?

    Noi avevamo già visto nel ‘91, nel periodo della trasformazione del vecchio PCI, come quel partito stesse rinunciando al proprio nome, ma non certo alle sue inclinazioni.

    Allora non si riconobbe nella grande coalizione internazionale, appoggiata dall’ONU e schierata in difesa della legittima sovranità del Kuwait, aggredito da Saddam Hussein, per seguire ancora una volta la linea moscovita.

    La sinistra italiana ha dimostrato di non essere in grado di rinnovare profondamente la propria identità.

    Ha lasciato Togliatti nell’89 e poi ha cercato di celebrarlo nel 2004, quasi a dimostrazione che gli studi di Victor Zaslavky e di Aga Rossi sulla mai deposta vocazione stalinista della nostra sinistra, restino opere esemplari.

    La Francia e la Germania invece hanno vagheggiato uno scenario molto diverso, meno nostalgico e più preoccupante.

    Caduto il sistema sovietico, Parigi e Berlino hanno pensato di poter costruire una entità continentale indipendente in grado di bilanciare quella teoria degli Stati Uniti "sceriffo del mondo", cioè in grado di intervenire in ogni area di crisi, che, come ricorderete, fu elaborata dalla presidenza di Bill Clinton, il capo del cosiddetto Ulivo mondiale.

    I media italiani conoscono quasi tutto dell’Iraq e sono all’ordine del giorno coloro che denunciano l’espansione statunitense, ma quasi nessuno sembra accorgersi della mai sopita vocazione tardo-colonialista francese.

    E mentre gli americani, dalla Somalia all’Iraq, hanno inviato i loro soldati per cercare di stabilizzare le aree di crisi, i francesi hanno usato i loro mercenari per destabilizzare quegli stati che si volevano indipendenti.

    La vicenda della Costa d’Avorio è, sotto questo profilo, esemplare.

    La riepilogherò rapidamente.

    La Francia ha sostenuto in Costa d’Avorio un candidato alla presidenza accusato di aver vinto le elezioni attraverso brogli elettorali, e in seguito, vista l’autonomia commerciale del suo governo, lo ha avversato fomentando e poi difendendo una rivolta militare.

    La Francia sostiene una giunta militare in Algeria contro il fondamentalismo islamico, appoggia in Costa d’Avorio un fronte islamico contro un governo filo-occidentale fino a ieri ritenuto legittimo, e al tempo stesso contesta l’interesse statunitense a sostenere un nuovo governo democratico in Iraq e si disimpegna da ogni responsabilità.

    Questo crea un problema serissimo non solo fra le due coste dell’Atlantico, ma anche all’interno dello stesso continente europeo, dove non vi è ragione alcuna di appoggiare la politica affaristica della Francia e le sue storiche aspirazioni di egemonia nel continente africano.

    Sono ormai molti i paesi africani che guardano agli Stati Uniti con speranza. In parte perché consapevoli meglio di noi europei della vocazione colonialistica francese che gli americani non hanno mai condiviso, in parte perché in America ai vertici del governo vi sono uomini di colore, che hanno nell’Africa le loro origini più remote e profonde.

    L’Africa ha un gap economico enorme e tuttavia cerca una strada democratica e di indipendenza.

    Il mondo arabo possiede invece infinite risorse economiche, ha un’indipendenza consolidata dal dissolvimento dell’impero ottomano, eppure fatica a distaccarsi da forme di governo dittatoriali.

    La balbettante democrazia africana si è avviata con le lotte anticoloniali.

    Le dittature arabe sono un frutto della decolonizzazione, dell’influenza sovietica nell’area combinata con la forma rigidamente gerarchica del tribalismo arabo, wahabita o sunnita che sia.

    Il fondamentalismo religioso complica poi ulteriormente la scena.

    Ma il problema dei rapporti Occidente-Islam, a monte dell’11 settembre, concerne di fatto la forma letteralmente opposta di organizzazione dello Stato, da noi democratico parlamentare e da loro dispotico-familistico.

    Una volta saltato il sistema sovietico, questa divergenza Occidente-Islam, si è manifestata in tutta la sua radicalità. Prima era più contenuta, infatti la dittatura era anche ad est, ancor più vistosa e preoccupante.

    Il sostegno ad Israele, che noi riteniamo un tratto distintivo fondamentale ed irrinunciabile della nostra militanza repubblicana, è stato per noi, allora, qualcosa che va molto al di là del senso di solidarietà verso un popolo che ha subito torti atroci fra le due guerre mondiali e patito un olocausto.

    Il nostro è il sostegno ad una giovanissima democrazia instauratasi nel deserto, solo un lembo di terra dalle dimensioni irrisorie, ma tale da inquietare con la sua sola presenza tutti i regimi illiberali del medioriente, fossero monarchici o pan-nazionalisti.

    Rovesciare Saddam Hussein, come battersi per uno stato palestinese indipendente e democratico, significa, prima di tutto, offrire un appoggio ad Israele e alla sua forma istituzionale, e in secondo luogo aprire un vulnus letale per i regimi dittatoriali del mondo arabo.

    Dal nostro punto di vista, non si poteva correre il rischio di avere delle armi di distruzione di massa nelle mani di un regime aggressivo come quello di Saddam Hussein, e vista l’impossibilità durata più di dieci anni di avere la certezza che esse non esistessero, l’intervento militare era tuttavia giustificato, anche perché se non c’erano in quel momento, c’erano pure state, come sanno i curdi e gli iraniani, e potevano essere ricostruite.

    Colpendo la dittatura di Saddam si è aperto un processo fondamentale, un effetto domino di cui si vedono le conseguenze politiche.

    La svolta di Gheddafi, ad esempio.

    La prudenza della Siria e dello stesso Iran; l’emergere, infine, di una leadership moderata nella dirigenza palestinese finora compressa da Arafat.

    È quasi ovvio che di fronte a ciò si sia scatenata la catena di attentati che abbiamo visto e vediamo in Iraq; è sorprendente piuttosto che siano ancora contenuti, salvo qualche caso isolato, al solo Iraq.

    Noi che abbiamo una tradizione mazziniana alle spalle, sappiamo che la democrazia non si esporta sulla punta delle baionette.

    Si tratta di un processo lungo e difficile.

    Ma sappiamo che senza le baionette delle armate napoleoniche non avremmo mai avuto la possibilità di diffusione dell’idea di libertà in Italia, e con mille baionette in più, certo la Repubblica Romana si sarebbe difesa meglio dalle truppe dell’Oudinot chiamate a difesa dal papato.

    Per questo abbiamo apprezzato che il Governo italiano comprendesse l’ampia portata dell’intervento Usa in Iraq.

    Crediamo che si sia aperta una svolta decisiva per le sorti dell’umanità e non possiamo accettare un’indifferenza europea di fronte a questo percorso.

    Chiediamo al Governo italiano di impegnarsi a fondo, con tutto il peso e il prestigio guadagnato sul campo di Nassiriya, con il sangue dei suoi caduti, per far cambiare l’atteggiamento di grandi nazioni amiche europee, chiuse nella difesa del loro solo interesse particolare.

    La battaglia politica è aperta e la riluttanza europea può essere vinta.

    Vi sono dei segnali incoraggianti.

    È importante sotto questo profilo l’iniziativa europea nei confronti della Turchia.

    L’esperienza turca esemplifica la possibilità di un’evoluzione profonda della vita istituzionale del mondo islamico, esattamente come avvenne per la Chiesa Cattolica, con la separazione del potere temporale da quello spirituale.

    Si è molto discusso delle radici culturali e religiose che sono alla base dell’identità europea.

    Visto il complesso di popolazioni di religione islamica che si affacciano verso il vecchio continente o già ne fanno parte geograficamente e ambientalmente, se non politicamente, una distinzione tesa a separare quelle cristiano-giudaiche da quelle musulmane non sembra utile, oltre ad essere discutibile storicamente, sempre che non si voglia erigere un nuovo muro ad oriente.

    Negli Stati Uniti d’America convivono le religioni più diverse tra loro, senza ragioni di contrasto etnico e politico, perché una democrazia parlamentare consolidata trova nella tolleranza uno dei suoi principi irrinunciabili.

    Quando pensiamo al futuro dell’Europa, auspichiamo un mondo in cui il diritto, la legge e il rispetto per gli individui si estendano oltre ogni possibile confine e barriera, e questo è un obiettivo che nel corso del terzo millennio potrà realizzarsi.

    Mentre la sinistra italiana non ha più saputo ricostruire i propri punti internazionali di riferimento, l’attuale Governo ha individuato subito il suo, con grande precisione e decisione, se pensiamo alle difficoltà delle forze politiche del nostro paese a capire e accettare il modello americano.

    Anche a destra, s’intende, non solo a sinistra.

    La democrazia parlamentare potrebbe introdursi nel mondo arabo come si è introdotta nell’est europeo, ma sappiamo comunque che i tempi sono lunghi e complessi.

    La guerra calda in Iraq è durata due anni, la guerra fredda con l’Urss almeno 45.

    Oggi vedete le pulsioni di tutti i paesi satelliti di Mosca, come delle ex repubbliche sovietiche, verso un modello plurale capace di garantire il benessere.

    È una partita aperta, che credo si stia per vincere, nonostante a Mosca non abbiano a capo del governo un dissidente, come poteva essere Sacharov, bensì Putin, un ex colonnello del Kgb.

    È evidente che anche il Kgb si è convinto, suo malgrado, del fallimento del modello sociale economico di piano, e si sente obbligato a cercare nuove vie, a costo di rinunziare a molti suoi tratti caratteristici.

    Più difficile per Mosca mollare la presa sulle nazionalità: rileviamo con speranza il fatto che non riesca a condizionare l’Ucraina e ci auguriamo un domani di poter aiutare la Cecenia.

    Sono passi molto controversi quelli necessari per l’indipendenza e l’autodeterminazione dei popoli.

    Quando avvengono, quale che sia la forma, dobbiamo registrarli con sollievo.

    La forma più adatta, con il tempo, arriverà.

    Vinta la sfida con il blocco dell’est, gli Usa devono vincere anche la sfida con il fondamentalismo islamico e l’Europa dovrà fare la sua parte.

    Se riusciremo a dimostrare la possibilità di intesa e di convivenza e supereremo le ragioni del conflitto, noi vedremo in questo secolo appena iniziato, la realizzazione di un sistema democratico universale, al quale si sottrarrebbero solo la Corea del Nord, Cuba, la Cina, e qualche altro stato asiatico minore, come la Birmania.

    La competizione con la Cina è ancora tutta da analizzare, e comporta molti problemi, ma certo l’incubo delle dittature e dell’oscurantismo che hanno oppresso i popoli europei fino alla seconda guerra mondiale e poi fino alla caduta del sistema sovietico, è stato limitato ad una specifica area del mondo, molto più ridotta di quanto potesse esserlo solo nel secolo scorso.

    Questo rimarrà nella storia.

    Vi è una grande speranza mondiale che si è alimentata in questi anni, l’America ne è stata la principale protagonista e il nostro impegno politico è diretto alla vittoria di questa sfida, con un pensiero costante alla prosperità futura delle generazioni che verranno.

    Capisco che la sinistra italiana, orientata per quasi un secolo verso le torri del Cremlino, stenti ad accettarlo.

    Abbiamo cercato di stabilire quelle che sono le linee guida del PRI sulla politica estera.

    È necessario che io esprima qualche dubbio sulla militarizzazione del mondo.

    Centinaia di migliaia di iracheni partecipano alla resistenza contro tutto ciò che essi ritengono una vera e propria occupazione del loro paese.

    È bene che si rifletta.

    Non possono essere solo qualche migliaio di terroristi a bloccare il processo democratico in Iraq e su questo faremmo bene a riflettere tutti.

    Dobbiamo capire le ragioni degli altri e sono certo che per i repubblicani non sono, non possono e non devono essere, le ragioni di Rumsfeld.

    Cominciamo a ragionare con lucidità e senza lasciarci trascinare dall’emotività.

    Anche sui palestinesi va fatta una riflessione.

    Se tante persone si immolano, offrono la propria vita, vivono in condizioni disperate, subiscono l’impossibile e continuano a combattere, ci devono essere ideali molto forti che le sostengono .

    Noi non crediamo, come qualcuno ha fatto in passato, che Arafat sia paragonabile a Mazzini.

    Se non altro perché Mazzini non è morto con cospicui conti in banca e tutta la vita si è battuto non per "comandare", ma per convincere i popoli a lottare per una forma di Stato che li sottraesse ad angherie e soprusi.

    Non credo affatto che Arafat avrebbe adottato lo Statuto della Repubblica Romana.

    E tuttavia, quando tanta gente muore per la propria patria, è necessario porsi il problema in maniera seria e ragionata.

    Il Congresso ha il dovere di discutere su questo.

    Abbiamo bisogno di capire l’animus repubblicano senza paratie, senza paracadute, con spirito libero e razionale, cercando sempre di comprendere le ragioni degli altri anche quando non le dovessimo condividere.

    Questa ricerca delle ragioni dell’altro deve essere costante ed è di vitale importanza nello scenario politico europeo, all’interno del quale il PRI ha intenzione di assumere posizioni forti e coerenti con i propri principi fondamentali.

    L’UNIONE EUROPEA

    Il 29 ottobre 2004 è stato firmato a Roma il Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa. Per chi, come noi, ha sempre sostenuto il processo di integrazione economica e politica europea, il nuovo Trattato rappresenta un nuovo e positivo passo in avanti lungo una strada avviata fin dall’immediato secondo dopoguerra. Non è ancora quella unione politica alla quale abbiamo guardato con fiducia e con speranza come fondamento per dare all’Europa una prospettiva stabile di pace ed una capacità di partecipare a pieno titolo all’evoluzione della situazione internazionale. Ma è tuttavia un passo avanti in quella direzione.

    È chiaro che l’allargamento dell’Europa alle nuove democrazie dell’Est, e in prospettiva a un grande paese come la Turchia, è destinato a rallentare quel processo di integrazione politica avviatosi nel secondo dopoguerra. Ma la nostra posizione è stata in questi anni quella di considerare la stabilizzazione e il consolidamento dei processi democratici come uno dei compiti fondamentali del processo di integrazione europea. L’integrazione europea negli anni ‘50 ha consolidato il processo democratico in Italia e in Germania, i cui regimi totalitari furono la causa principale della seconda guerra mondiale.

    Così come negli anni ‘70-‘80 l’inclusione nell’Unione Europea della Spagna, del Portogallo e della Grecia ha consentito di consolidare i regimi democratici di questi paesi. Per la stessa ragione era nell’interesse dell’Europa includere nell’Unione le nuove democrazie dell’Europa centro-orientale liberate negli anni ‘90 dal giogo della dittatura sovietica. Ed oggi è interesse dell’Unione includere la Turchia, sia per consolidarne il cammino verso una piena democrazia, sia anche per testimoniare che l’Europa considera possibile il dialogo e la cooperazione con paesi a prevalente religione islamica a condizione che essi accettino le regole della libertà e della democrazia.

    Questa nostra posizione limpida e resa più forte per la sua continuità nel tempo rispetto a quella di forze politiche che per molto tempo si sono opposte al processo di integrazione europea e, anche quando ne hanno riconosciuto la necessità, hanno esitato a lungo a condividerne tutti i passi che l’hanno accompagnata (basti pensare che ancora nel 1978, quando il PRI di Ugo La Malfa condusse la sua grande battaglia per l’adesione immediata allo SME contro le esitazioni della DC del Governo presieduto dall’on. Andreotti, il PCI si schierò contro ed il PSI si astenne), ci autorizza a indicare i limiti che il processo di integrazione europea talvolta incontra ed anche a sottolineare la posizione che l’Unione Europea deve saper tenere sul piano internazionale.

    Circa la prima questione, noi rivendichiamo di avere visto per tempo i limiti e i difetti di impostazione di quello che per altri versi è il più importante passo compiuto dall’Unione nel processo di integrazione, cioè la creazione dell’Unione Monetaria Europea. Abbiamo immediatamente notato, all’indomani della firma del Trattato di Maastricht, nel quale è contenuto il progetto di Unione Monetaria, che l’impostazione di politica economica prescelta per realizzare quel passo di cruciale importanza aveva dei difetti particolarmente gravi che rischiavano di contenere i germi di un possibile fallimento.

    Non ci siamo stancati di sollevare in questi anni il duplice problema delle regole di politica monetaria e di politica fiscale _ le prime contenute nel Trattato stesso e nello Statuto della Banca Centrale Europea, le seconde contenute nel Trattato e nel Patto di Stabilità adottato nel 1997 in prossimità dell’inizio effettivo della terza ed ultima fase dell’UME. In quegli anni è prevalsa in Italia presso tutte le maggiori forze politiche la accettazione sic et simpliciter delle regole dell’UME e la acritica espressione del consenso a questo passo, che una unione monetaria presuppone, ma richiede anche un’unione delle politiche economiche nonché la definizione di una politica di sviluppo e l’adozione degli strumenti necessari a realizzarla. Abbiamo criticato la ristrettezza degli obiettivi assegnati alla politica monetaria e l’eccessiva rigidità dei criteri di finanza pubblica stabiliti nel Patto di Stabilità. In quella critica siamo stati lasciati sostanzialmente soli, sia dal centro-sinistra (fino a quando molto di recente Romano Prodi ha definito ‘stupido’ il Patto di Stabilità, pur non prendendo, come Presidente della Commissione Europea, alcuna sostanziale iniziativa per la revisione di esso, e il centro-destra ha iniziato a criticare sia la politica monetaria della BCE che il Patto di Stabilità).

    Rivendichiamo quelle nostre posizioni anticipatrici. Ma rispetto ad esse oggi mettiamo in guardia il Governo italiano dal condurre, come sta facendo, una disordinata campagna per la revisione del Patto. Intravediamo infatti il rischio che le eventuali modifiche che vengano introdotte nel Patto finiscano per discriminare essenzialmente fra i paesi membri in base alla consistenza del loro debito pubblico. Tutti i documenti in circolazione in sede europea sulla revisione del Patto tendono a prevedere una maggiore flessibilità per ciò che riguarda il disavanzo annuale per i paesi con basso debito pubblico ed a confermare, se non aggravare, le richieste di correzione e di severità fiscale per i paesi con alto debito pubblico.

    In questa materia noi lamentiamo che il Governo non abbia consultato in maniera appropriata le componenti della sua coalizione in vista della definizione di una piattaforma utile alla revisione del Patto nell’interesse di tutti e non di alcuni soltanto dei paesi membri.

    Circa l’altro problema, quello della posizione internazionale della nuova Europa, dobbiamo sottolineare i rischi insiti nelle posizioni del centro-sinistra. Come è inevitabile in uno schieramento del quale fanno parte forze giunte molto tardi alla consapevolezza dell’ideale europeo ed altre per le quali la tradizionale posizione anti-americana degli anni del dopoguerra è un residuo tuttora operante, la linea prevalente del centro-sinistra sembra indicare nel processo di integrazione europea l’obiettivo di una profonda distinzione delle posizioni della nuova Europa rispetto all’altra grande componente dello schieramento "occidentale", cioè gli USA. Si tratta di una posizione che del resto è stata presente fin dall’inizio della costruzione europea ed è stata personificata dalle posizioni conservatrici della Francia gollista, di cui la Presidenza Chirac è un erede diretto. L’idea gollista era che la ragione fondamentale del processo di integrazione europea dovesse essere quello di consentire all’Europa di prendere le distanze dagli Stati Uniti e, poggiando sull’armamento nucleare francese, divenire un polo autonomo della politica internazionale.

    Per il PRI si è trattato fin dal suo primo manifestarsi di una posizione inaccettabile. Noi abbiamo sempre concepito l’esistenza di una Comunità Occidentale composta da paesi che avevano realizzato al loro interno condizioni di libertà economica, religiosa e politica e istituzioni democratiche. Questa comunità doveva poggiare su due gambe in prospettiva di analoga forza e consistenza: gli Stati Uniti da un lato, l’Unione Europea dall’altro.

    Ritenevamo _ e riteniamo _ che per questa Europa e per questa visione fosse indispensabile la presenza nell’Unione della Gran Bretagna, anche se sul terreno dell’integrazione politica la presenza della Gran Bretagna avrebbe potuto costituire, come ha costituito, un fattore frenante. Anche per questo abbiamo pienamente sostenuto la posizione del Governo italiano in questi anni di sottolineare insieme i legami con gli Stati Uniti e la forte unità di intenti con la Gran Bretagna del laburista Blair ed abbiamo preso le distanze dall’europeismo nazionalista e sostanzialmente conservatore di Chirac, di Schroeder e del centro-sinistra italiano, nel quale le voci più consapevoli di questo problema sono state soffocate dalle posizioni dominanti del neutralismo cattolico e dell’antiamericanismo in esso assai diffuso.

    Consideriamo che la scelta operata dal Governo abbia consentito anche di correggere una posizione tradizionalmente sbilanciata dell’Italia e dell’Europa nel conflitto che tuttora oppone una parte del mondo arabo a Israele.

    Dunque, in definitiva, riaffermazione della visione di una grande comunità occidentale contro ogni tentazione di definire l’identità europea in contrapposizione agli Stati Uniti, sostegno al processo di allargamento ai paesi dell’Europa centro-orientale ed alla Turchia, rifiuto dell’identificazione dell’Europa come un’area esclusivamente cristiana, critica alle regole di politica economica dell’Unione Monetaria e sostegno, con la prudenza necessaria per un paese con i problemi che abbiamo nel campo della finanza pubblica, alla revisione sia della politica monetaria, che del Patto di Stabilità.

    Quest’ultimo punto riveste un’importanza chiave, se ci soffermiamo ad analizzare l’attuale panorama economico internazionale.

    POLITICA ECONOMICA

    Una qualsiasi valutazione dello stato dell’economia richiede che siano presi in considerazione almeno due aspetti di estrema importanza e tali da condizionare lo svolgimento degli avvenimenti nel prossimo futuro.

    Il primo di questi riguarda l’andamento del dollaro, in particolare per ciò che attiene alla sua quotazione nei confronti dell’euro e dei relativi effetti sulla competitività dei paesi europei e dell’Italia in particolare.

    La quotazione del dollaro è stata superiore a quella dell’euro (0,90 dollari per un euro) sino al primo trimestre del 2002, e quindi ad una data successiva all’attacco alle Twin Towers; la quotazione del dollaro peraltro aveva retto anche allo scoppio della bolla speculativa della borsa americana avvenuta alla fine del 2000.

    L’inizio della discesa del dollaro va invece connessa all’inizio della politica di espansione posta in essere dalle autorità americane e più precisamente con i primi dati pervenuti sul possibile deficit della bilancia corrente; dati disponibili nel giugno del 2002 e relativi ad un deficit previsto per l’intero anno pari ad oltre 480 miliardi di dollari.

    In seguito la situazione della bilancia corrente si è aggravata sino a giungere ad una previsione di oltre 600 miliardi di dollari per il 2004 (5,7% del PIL) con in più un deficit federale di oltre 400 miliardi. La quotazione del dollaro non ha potuto non risentirne dando luogo ad un consistente e costante deprezzamento nei confronti dell’euro.

    Si tratta degli effetti di una politica di espansione perseguita dalle autorità statunitensi con tutti i mezzi a disposizione: dalla politica di bilancio a quella fiscale a quella monetaria; tutte finalizzate al finanziamento della ripresa dei consumi e dell’attività economica.

    Una politica del genere ed una situazione così compromessa dei deficit avrebbe dovuto deprimere il dollaro ben più di quanto è avvenuto se non fosse per la natura di moneta di riserva internazionale di cui il dollaro gode. Questa particolare condizione del dollaro fa sì che le autorità americane abbiano sino ad oggi potuto scegliere in piena libertà la politica economica da seguire ed imporla al resto del mondo. In particolare, al momento, sono le banche asiatiche, e le cinesi in modo specifico, a sostenere un consistente flusso di dollari verso gli USA nella forma di acquisti in Buoni del Tesoro ed obbligazioni, per non parlare dei dollari mantenuti in forma di riserva.

    La questione che a questo punto necessariamente si pone riguarda la sostenibilità di questa situazione e la sua possibile evoluzione.

    Il primo aspetto riguarda l’efficacia sulla bilancia corrente degli USA di eventuali aumenti e i tassi americani. Poiché l’America è attualmente un paese fortemente indebitato sull’estero, un aumento dei tassi implica un incremento negativo della bilancia corrente che potrebbe facilmente controbilanciare gli effetti positivi. Inoltre il forte indebitamento delle famiglie americane, per non parlare dell’enorme esposizione connessa all’acquisto di immobili mediante mutui, potrebbe avere effetti estremamente negativi sui livelli dell’attività economica.

    In questo senso la FED si trova in una sorta di trappola per la quale qualsiasi movimento dei tassi può avere effetti negativi ed è costretta ad un’attentissima gestione della politica monetaria.

    Inoltre le importazioni hanno raggiunto il 16% del PIL contro circa l’11% delle esportazioni, le quali, quindi, debbono crescere più rapidamente delle importazioni se si vuole che il deficit si riduca. Purtroppo, tuttavia, le importazioni sono sempre state meno rispondenti verso la variazione dei prezzi internazionali delle esportazioni. È difficile, quindi, immaginare che la caduta del dollaro porti automaticamente ad una riduzione del deficit commerciale degli USA.

    Dato che i benefici di una crescita dell’economia giapponese o di quella europea non sembrano in vista, diviene cruciale chiedersi quanto ancora debba cadere il dollaro per poter iniziare a risanare questa situazione di deficit. È questa peraltro una domanda naturale da parte di investitori ed istituzioni che detengono ingenti quantità di attività in dollari nei loro portafogli.

    In una pubblicazione dell’ottobre 2004, l’ex capo economista del FMI, K. Rogoff, ha stimato che un riallineamento del deficit può richiedere una caduta del dollaro del 20% con un effetto complessivo indotto che può raggiungere il 40%.

    Una prospettiva del genere può facilmente spingere i detentori di attività in dollari a cercare investimenti alternativi, privando il dollaro del sostegno sino ad ora ricevuto.

    Si apre quindi uno scenario di estrema difficoltà e fragilità nel quale è difficile immaginare una soluzione alla debolezza del dollaro che non passi per una fase autenticamente recessiva dell’economia americana e di grande instabilità internazionale con tutti i rischi ed i problemi connessi.

    Il secondo aspetto che va considerato riguarda l’Europa e la sua capacità di porre in essere una linea di politica economica efficace e coerente.

    Nel giro di un biennio gli USA, nel bene e nel male, hanno imposto la loro politica al mondo ed hanno cambiato le condizioni esistenti sino al punto di condurre l’intero mondo economico in una condizione di estrema criticità. L’Europa è rimasta virtualmente inerte spettatrice ed oggetto largamente passivo dei cambiamenti in atto.

    L’industria europea si è trovata esposta ad una doppia sfida di competitività, quella congiunturale connessa alla crescita del valore dell’euro e quella strutturale connessa alla nuova divisione del lavoro dovuta alla globalizzazione in presenza di bassi costi del lavoro delle economie asiatiche, e di quella cinese ed indiana in particolare.

    Nonostante il decrescente valore del dollaro gli stessi USA non sono stati in grado di reggere la competizione ed hanno finito con il finanziare, mediante la loro politica di espansione, i profitti nel loro paese e l’occupazione e lo sviluppo in Cina ed India e negli altri paesi della regione. Gli alti tassi di crescita e l’andamento delle bilance commerciali lo dimostrano chiaramente.

    Le immense riserve di lavoro contenute in questi paesi e la politica di acculturamento svolta, per la quale studiosi asiatici frequentano le università americane per riportare in patria conoscenze teoriche e tecniche d’avanguardia, fanno sì che tale competitività si manterrà elevata e duratura nel tempo.

    La speranza di una divisione del lavoro basata su una America specializzata in alte tecnologie, legate alle nuove scoperte della ricerca di base, un’Europa specializzata nelle tecnologie avanzate e medie, ed un’Asia specializzata nelle tecnologie intermedie e mature, come automatico risultato del processo di globalizzazione, è priva di fondamento.

    Le economie asiatiche, e quella cinese in particolare, tenderanno ad estendersi su tutta la possibile gamma produttiva attivandosi anche in settori avanzati della ricerca. La recente vendita del comparto computer della IBM ad una impresa cinese ed il contemporaneo spostarsi in patria della ricerca del Prof. Chang, il maggior esperto di supercomputer al mondo, forniscono un significativo esempio.

    La velocità del processo di globalizzazione fa pensare che i tempi innanzi a noi saranno relativamente brevi e computabili in anni e non in decenni. La risposta dell’Europa deve quindi essere rapida ed efficace.

    Questa risposta deve essere tanto più rapida ed efficace in quanto non è al momento possibile prevedere e valutare quale sarà la risposta degli USA di fronte ad un processo che tende ad affrontare la base stessa della forza economica americana e che ha già mostrato la debolezza di una risposta tradizionale alle difficoltà dell’economia statunitense.

    Di fronte a tutto questo l’Europa è come ingessata, priva anche di strumenti adeguati di intervento.

    Innanzi tutto, dopo la creazione della moneta unica, non si è venuto a costituire un mercato dei capitali, sul quale indirizzare investimenti internazionali, lontanamente comparabile con quello degli Stati Uniti.

    In secondo luogo il patto di Maastricht non consente politiche di sviluppo, ma obbliga tutti i paesi membri della UE ad una politica intrinsecamente deflazionistica, quale che siano le condizioni congiunturali o strutturali da affrontare. A questo riguardo diviene indispensabile allentare i vincoli, consentendo almeno agli investimenti pubblici di esulare dai vincoli stessi, come l’Italia ha recentemente sostenuto.

    In terzo luogo la BCE usa come strumento solo il TUS (tasso ufficiale di sconto) in chiave strettamente anti-inflazionistica quando non usa i propri poteri e la propria discrezionalità per influenzare, sulla linea da essa ritenuta migliore, l’intera politica economica europea, travalicando evidentemente i rispettivi ruoli istituzionali.

    Infine la UE ha mostrato una profonda difficoltà ad immaginare ed attuare una politica economica e soprattutto industriale veramente comune, anche se, come il successo dell’AIRBUS dimostra, una politica industriale comune può imporsi alla comunità internazionale.

    L’impegno a livello politico per una svolta delle politiche economiche europee, degli strumenti e delle condizioni in cui esse si svolgono deve essere massimo. Non solo perché occorre affrontare gli avvenimenti presenti e futuri che ci aspettano, ma anche perché intorno a questi temi e problemi si cementerà la nuova Europa di cui tutti abbiamo bisogno.

    In questo quadro l’economia italiana incontra gravi difficoltà. La prima reazione è stata quella di accrescere la flessibilità del mercato del lavoro (art. 18) nel tentativo di recuperare competitività, ma il divario dei costi è incolmabile se non ci si muove verso l’alto in direzione di valori aggiunti crescenti. Non è la divisione dei frutti del processo di sviluppo in gioco, come nel passato, ma la ricerca del processo di sviluppo stesso e dei suoi elementi costituenti.

    In questo senso molte delle strutture rappresentative esistenti e dei comportamenti non si presentano come attuali, ma ancora rivolti a schemi del passato. Nuovi schemi e nuovi comportamenti sono necessari.

    Molto grave è la debolezza del nostro sistema creditizio ancora non pienamente adeguato al finanziamento di nuove iniziative ed alla valutazione di imprese innovative. Colpevole è inoltre il ritardo con cui si sta procedendo, dopo i recenti negativi avvenimenti, all’approvazione delle norme per la tutela del risparmio.

    Colpisce non solo l’indebolirsi della struttura industriale italiana e la sua perdita di competitività, ma anche il solo pensiero che un gruppo come la FIAT, per oltre un cinquantennio centro della vita industriale italiana, veda il proprio futuro più in mani di avvocati e legali che di industriali e manager.

    La soluzione va cercata in un salto di qualità dell’industria italiana appoggiata da una vera e seria politica industriale e di ricerca. Una diversa relazione tra industria ed università non solo italiana, ma anche straniera e soprattutto americana è indispensabile. Più numerosi debbono essere i nostri giovani che vanno all’estero e soprattutto debbono essere adeguatamente e diversamente impiegati nella ricerca e nell’insegnamento al loro ritorno in patria. Non dobbiamo vergognarci di "copiare" il modello di indiani e cinesi quando queste popolazioni sono sulla via giusta e già ne godono i frutti.

    Occorre un grande sforzo nel trasferimento di tecnologie, tenendo presente che ancora il sistema italiano è in grado di dar vita a produzioni in settori avanzati a costi competitivi e con risultati del tutto soddisfacenti. Occorre un simile sforzo anche nella ricerca di base con investimenti sostenuti anche dall’apporto pubblico, sapendo ben scegliere quali settori promuovere e quali tecnologie perseguire.

    Non abbiamo la forza di seguire tutto, ma dobbiamo comprendere la struttura presente e scegliere quella futura del nostro sistema industriale. Una politica industriale nel vero senso della parola è ormai indispensabile, così come lo è la nostra partecipazione attiva e di impulso a livello europeo.

    Indugi, incertezze, confusioni non sono più possibili perché il tempo è breve ed i cambiamenti veloci.

    È tuttavia doveroso, per affrontare il discorso su una politica industriale nazionale organica, focalizzare la nostra attenzione su un problema che da decenni affligge l’Italia. Un problema che si trova sempre al centro della riflessione politica ed economica del PRI: la questione meridionale.

    IL MEZZOGIORNO

    È sconcertante come il problema del Mezzogiorno sia considerato, dall’attuale Governo così come dai precedenti, un vero e proprio "fastidio".

    Si procede a caso, senza alcuna bussola politica, programmatica e progettuale.

    All’attuale Governo come ai precedenti manca una programmazione. Tutto quello che succede nel Mezzogiorno è dovuto alla sensibilità più o meno elevata dei singoli Ministri.

    I repubblicani, che nella loro lunga storia hanno visto il Mezzogiorno come un’opportunità di sviluppo per il Paese sulla base delle loro convinzioni politiche, culturali e programmatiche, hanno tentato ancora una volta di portare al centro dell’agenda politica questo storico problema.

    Basterebbe citare quanto sosteneva la nota aggiuntiva del 1961.

    Infatti così veniva scritto:

    "Soltanto in un quadro di programmazione organica della localizzazione industriale e residenziale, sarà possibile accelerare in modo deciso il processo che deve avvicinare il livello economico del Mezzogiorno e delle aree depresse del Centro-Nord a quello delle aree più avanzate del Paese (….).

    Gli interventi pubblici a carattere parziale (e perciò sempre in larga misura arbitrari a causa di distorsioni soprattutto nel campo creditizio e in quello tributario) finiscono per provocare un insieme di interferenze dello Stato nella vita economica maggiore di quanto reso necessario da una organizzazione della localizzazione delle attività economiche".

    DIVARIO FRA NORD E SUD - I NUMERI

    40%

    è lo scarto in meno del reddito pro capite delle regioni del Mezzogiorno rispetto all’Italia del Centro-Nord : 15.000 euro il Sud rispetto a 25.000 euro del Centro-Nord.

    Il divario medio non tende a diminuire. Se teniamo conto dei grandi trasferimenti di capitale operati dallo Stato, dobbiamo temere che, in assenza di tali interventi, questo divario aumenterebbe ancora.

    64%

    delle persone in cerca di occupazione appartiene al Sud, mentre la popolazione del Mezzogiorno è soltanto poco più di un terzo della popolazione complessiva dell’Italia.

    18%

    è il tasso di disoccupazione al Sud, contro il 4,5% del Nord

    49%

    è il tasso di disoccupazione dei giovani del Sud, contro il 14% del Centro-Nord.

    10%

    sono le famiglie del Mezzogiorno che vivono in condizioni di grave disagio, in cui nessun membro del nucleo famigliare ha una occupazione; nell’Italia settentrionale accade soltanto per il 2%.

    3/4

    delle famiglie povere italiane vivono al Sud.

    61%

    l’indice di ricchezza del Mezzogiorno, secondo la Banca D’Italia, se consideriamo 100 l’indice nazionale.

    18%

    del valore aggiunto complessivo dell’Italia è il valore aggiunto dell’industria nel Mezzogiorno.

    20%

    gli investimenti nell’industria rispetto al resto dell’Italia.

    25%

    gli investimenti totali rispetto al resto dell’Italia.

    21%

    i depositi delle aziende di credito rispetto al totale italiano.

    14%

    gli impieghi delle aziende di credito rispetto al totale italiano.

    17%

    il divario di produttività fra Nord e Sud in punti percentuali.

    6,6%

    la spesa per la ricerca nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.

    7,6%

    il personale di ricerca nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.

    Gli investimenti più urgenti devono portare a un immediato abbassamento del tasso di disoccupazione. Ma per fare questo è necessario che le risorse siano inserite in un contesto di alta produttività.

    In particolare bisognerà creare con metodo nel Mezzogiorno una rete di infrastrutture, puntando sulle sue risorse principali:

    il fattore umano: i giovani del Mezzogiorno sono quasi la metà di tutti i giovani italiani, a fronte di una popolazione che supera di poco 1/3 del totale; e questo è sufficiente a fare comprendere le grandi potenzialità del Sud;

    il territorio: il Mezzogiorno può vantare una concentrazione di bellezze naturali e artistiche forse unica, che non può essere dimenticata o abbandonata a se stessa.

    COME INTERVENIRE

    a. Le Infrastrutture:

    le infrastrutture idriche del Sud sono pari ai valori medi italiani;

    le comunicazioni rappresentano soltanto i 3/5 dei valori medi italiani;

    le infrastrutture per l’energia sono pari ai 3/4 di questi valori medi;

    le Ferrovie dello Stato e le ferrovie in concessione rappresentano soltanto il 40.4% del totale italiano.

    Queste carenze hanno penalizzato il Mezzogiorno in passato, quando i nostri mercati di sbocco erano quelli del Nord Europa e dell’America. Ma la situazione in futuro diventerà ancora più grave, perché dovremo e dobbiamo già confrontarci con i mercati dell’Est e dell’Asia.

    Naturalmente, non dobbiamo soltanto colmare la distanza che ci separa dall’Italia settentrionale per quanto riguarda le infrastrutture fisiche. Dobbiamo pensare anche alle infrastrutture immateriali: reti telematiche, strutture di ricerca, nuove tecnologie per l’ambiente.

    b. La Ricerca:

    la spesa per la Ricerca è localizzata al Sud per il 6,6% contro il 93,4% del Nord;

    il personale di Ricerca è localizzato al Sud per il 7,6% contro il 92,4% del Nord; per ogni 100.000 abitanti, vi sono 243 ricercatori nel Centro-Nord e 35 nel Sud;

    nell’ambito della Ricerca privata il Sud assorbe solo il 3% della ricerca complessiva e il 4% del personale: percentuali inferiori a quelle della Ricerca pubblica, che sono rispettivamente dell’8,7% e del 9%.

    c. Il territorio e la sua valorizzazione:

    sono necessari una forte difesa del suolo, una sistemazione idrogeologica, un rimboschimento protettivo;

    è necessaria una salvaguardia di tutte le coste con la creazione di nuove strutture portuali;

    sono altrettanto necessari la razionalizzazione dei sistemi urbani e il recupero dei centri storici, senza dimenticare le aree interne marginali;

    va affrontato con urgenza il problema della salvaguardia dei beni culturali e ambientali.

    Queste non sono utopie, sono obiettivi e soprattutto sono realizzabili. E vanno realizzati concretamente.

    Occorre uno strumento efficace per coordinare le risorse necessarie al Mezzogiorno e per gestire razionalmente il suo rilancio.

    Sulla base di questa nostra cultura politica e programmatica insieme a Giorgio La Malfa abbiamo pensato che fosse necessario costituire un Ministero per il Mezzogiorno, senza portafoglio, che _ a diretto contatto con il Presidente del Consiglio _ coordinasse tutte le attività dirette e indirette per lo sviluppo del Sud Italia.

    L’Italia si trova e si troverà sempre più a dovere affrontare la sfida di Paesi agguerriti e competitivi in Europa e fuori dall’Europa.

    La "questione meridionale" è in realtà una "questione italiana", giacché i problemi del Sud condizioneranno le scelte dell’intero Paese.

    È necessario a questo proposito analizzare con cura, tra le altre cose, anche i riflessi della recente proposta di riforma costituzionale.

    RIFORME COSTITUZIONALI

    Il disegno di legge di riforma costituzionale presentato dal Governo, anche nel testo approvato dalla Camera e attualmente all’esame del Senato, suscita non poche perplessità, per non dire aperte riserve, da parte dei Repubblicani.

    Certamente le modifiche apportate alla riforma del Titolo V approvata dal centro -sinistra nella passata legislatura, rappresentano un qualche miglioramento per quanto riguarda la ripartizione delle competenze. Tuttavia permane l’impianto basato sul mantenimento in vita, accanto alla competenza legislativa esclusiva dello Stato e a quella delle Regioni, della cosiddetta competenza concorrente, che rappresenta il motivo di maggiore confusione e la ragione dell’insorgere dei maggiori conflitti di attribuzione.

    Anche dopo l’estensione delle materie di competenza esclusiva dello Stato e la revisione dell’elenco di quelle di legislazione concorrente, operate dalla Camera dei Deputati, permane il rischio di una elevata conflittualità tra lo Stato e le Regioni a causa dell’evidente sovrapposizione di competenze che riguardano lo stesso ambito, attribuito allo Stato in via esclusiva per ciò che riguarda la proiezione "strategica", e alle Regioni per ciò che attiene al versante organizzativo.

    A titolo esemplificativo possiamo ricordare la ripartizione delle competenze legislative in materia di istruzione, per cui allo Stato sono riservate le norme generali sull’istruzione; alla legislazione concorrente l’istruzione, salvo l’autonomia delle istituzioni scolastiche, alle Regioni l’organizzazione scolastica e la gestione degli istituti scolastici e la formazione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche. Analoghe sovrapposizioni si verificano tra la promozione internazionale del sistema economico e produttivo nazionale (attribuito alla legislazione statale) e il commercio con l’estero (materia di legislazione concorrente); nell’ambito dell’ordinamento delle comunicazioni; della produzione e distribuzione dell’energia; dell’ordinamento sportivo; delle professioni.

    In realtà non si è perseguito un atteggiamento più coraggioso, volto a prevedere una distinzione tra le competenze statali e quelle regionali, eliminando la legislazione concorrente, per poter giustificare il criterio di differenziazione tra le due Camere che si è ritenuto di adottare. Ma in questo contesto si è realizzato un bicameralismo squilibrato, in quanto il Senato cosiddetto federale appare sostanzialmente svuotato, se si considera proprio la riduzione delle materie di legislazione concorrente, la non partecipazione del Senato all’approvazione delle leggi che disciplinano l’esercizio dei diritti fondamentali, la facoltà del Governo di attribuire alla Camera il potere decisionale definitivo sui disegni di legge a competenza prevalente del Senato, qualora essi contengano elementi essenziali per l’attuazione del programma del Governo stesso.

    Squilibrato appare poi il rapporto tra il capo dell’Esecutivo e il Parlamento.

    La posizione del Primo Ministro, rafforzata dall’elezione diretta e dal potere di scioglimento della Camera, non trova un adeguato bilanciamento, non essendo stato raccolto il suggerimento contenuto nel disegno di legge costituzionale presentato dall’amico Del Pennino e dal Sen. Compagna, che prevedeva le elezioni primarie per l’individuazione dei candidati alle elezioni politiche e alla carica di Primo Ministro.

    Tale meccanismo avrebbe consentito ai parlamentari una legittimazione popolare altrettanto forte di quella che deriverà al premier dall’indicazione diretta. Senza di ciò il potere di Primo Ministro e il ruolo marginale del Parlamento potrebbero provocare una disarticolazione dei poteri dello Stato.

    Sul piano delle garanzie, infine, non si è previsto il diritto dell’opposizione di impugnare direttamente davanti alla Corte Costituzionale le leggi approvate, mentre inopinatamente si è introdotta la facoltà per tutti gli enti locali di ricorrere in via principale alla Corte Costituzionale, creando così le premesse per nuovi conflitti tra i diversi soggetti dello Stato ordinamento.

    Vorrei in conclusione avanzare un elemento di riflessione che sottopongo all’attenzione degli altri partiti della maggioranza.

    Difficilmente, per comune giudizio, il referendum confermativo della riforma si terrà nel corso di questa legislatura.

    Conseguentemente le disposizioni che disciplinano il Senato Federale, e il nuovo procedimento legislativo, nonché quelle relative all’elezione diretta del Primo Ministro e all’attribuzione allo stesso del potere dello scioglimento della Camera dei Deputati entreranno in vigore soltanto nel 2011.

    Con una previsione di tempi così diluita non è forse il caso di un approfondimento del testo approvato dalla Camera per apportarvi le correzioni che appaiono logiche ed indispensabili?

    IL PARTITO

    Nessuna organizzazione politica può sfuggire al proprio passato.

    Per quanto forte possa essere il rinnovamento di leadership, profondi i cambiamenti dell’organizzazione, radicale la "successione dei primi", non scompariranno le tracce visibili e numerose del "modello originario" dell’organizzazione.

    I Repubblicani non vogliono nascondere queste tracce: vorrebbero invece evidenziarle con orgoglio, al contrario di quanto altri raggruppamenti politici sono costretti a fare.

    I partiti stanno marciando verso un contenimento marcato del proprio bagaglio ideologico, mettendo l’accento su temi interessanti per amplissimi settori dell’elettorato: lo "sviluppo economico" e la "difesa dell’ordine pubblico".

    La crisi dei partiti, e anche del nostro, arriva anche dalla trasformazione del rapporto con le vecchie organizzazioni collaterali, sindacali, cooperativistiche, religiose, del tempo libero, ecc.

    Nel frattempo la diffusione del disinteresse verso la politica in generale porta con sé un marcato declino della militanza di base.

    A questo si aggiunge che in passato si è preferito e tuttora si preferisce mantenere legami con l’elettorato più attraverso gruppi di interesse che non attraverso i propri iscritti.

    Quelli che una volta erano i partiti di massa hanno generato il partito pigliatutto.

    La visione politica diventa opaca e gelatinosa e l’unico obiettivo la conquista del potere per il potere, che spesso è esercitato secondo un’accezione personalistica.

    La nuova dirigenza che uscirà da questo Congresso dovrà prima di tutto fare un’indagine per sapere chi sono oggi i Repubblicani e perché sono iscritti al PRI.

    In termini medici potremmo dire che prima di indicare la terapia dovremmo elaborare una diagnosi, che a sua volta richiede approfondite analisi. Insomma, è passato per fortuna il tempo in cui pur di non perderci eravamo disposti a tutto, ed è arrivato il tempo in cui il nostro primo pensiero è agire, e soprattutto agire in maniera congruente con gli obiettivi che ci prefissiamo.

    Per iniziare questa difficile impresa e ridare vita ed energia al partito, abbiamo bisogno di riacquisire peso politico, elettorato e credibilità.

    Quest’ultima caratterizzazione sarà indispensabile per ottenere la fiducia degli elettori.

    A questo scopo abbiamo bisogno di un grado di visibilità nettamente maggiore rispetto a quello di cui godiamo al momento, grado che potremo raggiungere non certo grazie solo a qualche assessorato in più, che pur serve (su questo tema ritorneremo).

    Bisognerà coniugare radici e storia con l’attualità.

    Bisognerà proporre un’immagine forte e chiara del Partito Repubblicano, coniugando coerenza e autonomia.

    Bisognerà svolgere un’azione di reclutamento di personalità del mondo della cultura, della scienza, delle arti, dell’industria, non dimenticando che noi apparteniamo, o meglio, appartenevamo a "un piccolo partito di massa".

    Sarà molto importante che le adesioni al PRI avvengano non solo per tradizione familiare ma per convinzione sul ruolo politico e sull’approccio che il nostro partito può esercitare specie sui giovani e sulle donne, che spesso sono alle prese con problemi diversi.

    La nostra ricerca politica dovrà esercitarsi in quel vasto segmento di elettorato insoddisfatto dai due poli e da un bipolarismo che vive e fa vivere un’epoca di interminabile transizione.

    Certo l’attuale collocazione politica ci ha dato dei vantaggi verso il nuovo che avanza ma, ahimè, ci ha fatto perdere molto del gruppo dirigente tradizionale e di quella parte di elettorato che considera del tutto ibrida l’attuale posizione repubblicana.

    Escludiamo nella fase attuale un riavvicinamento ad una sinistra sempre più incoerente e confusa, ma bisogna acquisire la forza necessaria per rendersi nei fatti, e non solo nelle enunciazioni, ciò che si è nello spirito: indipendenti da tutti e dipendenti solo dalla nostra politica, dalla nostra capacità programmatica e progettuale, dal nostro essere genuinamente repubblicani, senza altri aggettivi a darci connotazione.

    Su questa rotta abbiamo lavorato in questi tre anni e qualche risultato possiamo affermare di averlo ottenuto.

    Colgo l’occasione per dire ai delegati quanto è importante la Sicilia per il Partito.

    Dopo tante traversie e lo scioglimento del gruppo dirigente storico la Sicilia è la regione con il più alto numero di voti repubblicani in assoluto.

    La forza degli amici siciliani guidati egregiamente da Pietro Currò trova riscontro in un estenuante e generoso lavoro politico. Infatti, malgrado i 6 consiglieri provinciali, per motivi incomprensibili politicamente, non sono presenti in nessuna giunta e non hanno nemmeno un sottogoverno.

    Non sempre il potere aiuta a produrre consensi: spesso li fa perdere.

    E voglio aggiungere una ulteriore notazione per gli amici siciliani: il loro convinto supporto rappresenta la condizione che consente al Partito nazionale di godere di un buon sostegno economico, attraverso i contributi elettorali previsti dalla legge per le elezioni regionali.

    Il partito, e questo avviene dappertutto anche in Sicilia, spesso si rinchiude in se stesso non consentendo l'ingresso a chi vi vuole aderire.

    Non serve a nessuno e tanto meno al PRI sbarrare le porte per difendere il nulla o meglio solo posizioni di potere male interpretate.

    Chiunque aderisca al PRI e lo fa per condurre una battaglia politica va accolto senza timori e pensamenti logoranti.

    Dobbiamo sapere tutti che dove c'è un repubblicano lì c'è il PRI, anche se il partito non lo sa.

  8. #8
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    Predefinito Infrastrutture carenti

    Leggendo la relazione di Nucara, si sente forte il richiamo ad un recupero del mezzogiorno d'Italia.
    Purtroppo, per quanto riguarda le infrastrutture ferroviarie, esistono ritardi enormi anche al Nord.
    La sciagura di oggi nei pressi di Bologna che colpisce profondamente gli emiliano-romagnoli, ricorda a tutti come anche al nord esistono (fortunatamente in misura minore che al sud) ferrovie a binario unico su corridoi economici importanti.
    Se il richiamo di Nucara per il sud è giusto, anche noi dell'Emilia dobbiamo farci carico e porre la dovuta attenzione alle scelte o non scelte che vengono fatte da giunte ed alle priorità che dobbiamo indicare per collaborare eventualmente con loro, e, comunque, in stretto raccordo col governo nazionale, visto il ruolo che abbiamo riconquistato all'interno della compagine governativa.
    Il congresso dovrà quindi essere utile per recuperare un ruolo di proposta attivo dei repubblicani comunque siano collocati rispetto alle giunte.
    Tex Willer

  9. #9
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    Verso il 44° Congresso dell’Edera/Una mozione presentata dall’Emilia Romagna

    La nostra casa comune e la scelta di un terzo polo

    Mozione per il Congresso Nazionale. Unità dei repubblicani dentro il Pri, per il terzo polo.

    Preambolo

    I repubblicani,

    orgogliosi del ruolo che il PRI ha avuto nella storia dell’Italia,

    consapevoli che nella sua lunga storia il PRI, che ha superato altri periodi di profonda crisi derivanti da presunte inconciliabilità dei progetti politici presenti al suo interno, ha sempre rappresentato un punto di riferimento per idee e progetti di libertà e giustizia sociale,

    ritengono che, al di là delle diverse posizioni attualmente presenti all’interno del partito,

    il PRI debba restare la casa di tutti i repubblicani.

    La libera formazione di maggioranze e minoranze non deve scalfire, infatti, la consapevolezza di essere parte di una grande storia che, proprio per il suo luminoso passato, deve essere di guida per conquistare anche un rinnovato futuro.

    ****

    I repubblicani sono gravemente preoccupati per il quadro economico internazionale:

    - siamo di fronte ad una inarrestabile svalutazione del dollaro rispetto all’euro, svalutazione che, pur avendo superato il 40%, ancora non accenna a fermarsi. Essa anzi viene utilizzata dal governo USA per tentare di rilanciare le esportazioni e, per questa via, ridurre sia il deficit della bilancia commerciale che quello del bilancio pubblico che hanno ormai raggiunto record storici, seppure anche a seguito della lotta ingaggiata contro il terrorismo internazionale e per garantire anche la nostra libertà e il nostro sviluppo;

    - la Cina, che si avvia a diventare una potenza economica di prima grandezza, e altre Nazioni asiatiche, oltre ad avere costi produttivi di gran lunga inferiori a quelli europei si avvalgono dell’aggancio della propria moneta al dollaro per usufruire della svalutazione dello stesso, condizionando pesantemente la competitività dei prodotti europei ed italiani in particolare;

    - la vera e propria guerra che il terrorismo di matrice islamica ha lanciato verso l’Occidente rappresenta un altro condizionamento internazionale negativo che rallenterà lo sviluppo delle economie occidentali e segnatamente dell’Italia. Siamo di fronte ad una guerra non tradizionale, che utilizza vari strumenti: dal terrorismo, alimentato anche dall’immigrazione clandestina, che genera, oltre ai morti innocenti, un’instabilità crescente; al tentativo di colpire il cuore delle economie occidentali con un crescente aumento dei prezzi dei prodotti petroliferi attivando azioni tese a destabilizzare prima e a controllare poi i regimi arabi produttori di petrolio.

    L’Europa, in questo quadro, assiste inerme ad un cambiamento radicale e strutturale della competitività internazionale e quindi delle stesse graduatorie dello sviluppo economico-sociale, e brilla per la totale assenza di proposte di politica economica e di politica estera atte ad affrontare tali nuove prospettive.

    L’allargamento dell’Europa a 25 Nazioni, pur positiva sul piano politico, rappresenta comunque un ulteriore indebolimento delle condizioni strutturali delle economie della vecchia Europa. E’ indubbio infatti che gli investitori internazionali trovano più interessante investire nelle nuove Nazioni europee piuttosto che, ad esempio, nel nostro Mezzogiorno, sempre più marcato da una criminalità dilagante e dall’assenza di una rete infrastrutturale competitiva.

    Al tempo stesso il Patto di stabilità, sottoscritto in condizioni economiche del tutto diverse dalle attuali, oggi rappresenta una camicia di forza che, se non allentata al più presto, può portare alla stessa crisi della moneta unica, con conseguenze disastrose per l’inflazione europea e, in particolare, per l’Italia che tornerebbe a pagare tassi di interesse a due cifre sul suo abnorme debito pubblico.

    Considerato che una migliore competitività si persegue o potenziando la ricerca e la qualificazione dei prodotti oppure attraverso la riduzione dei costi e che questi, senza volere intaccare salari e stipendi, si riconducono a due valori essenziali: l’efficienza delle reti infrastrutturali e il livello del cosiddetto cuneo fiscale rappresentato dal fisco e dai contributi che finanziano l’intervento pubblico,

    rilevato che l’Italia ha una delle minori percentuali di brevetti e di investimenti per la ricerca, un notevole deficit, soprattutto nel Mezzogiorno, nella qualità delle reti e, al tempo stesso, una delle maggiori percentuali di costi per cuneo fiscale causa l’ipertrofia e l’improduttività della macchina pubblica,

    si esprime viva preoccupazione per il fatto che nel quadro dei mutamenti epocali che si vanno delineando nella competitività internazionale, la nostra Nazione appaia tra le più penalizzate.

    Il rischio, che già è divenuto certezza per gran parte dell’industria italiana, è che il sistema Italia, nel suo complesso, si ritrovi fuori mercato, avviato ad un progressivo e marcato declino.

    Ma c’è di più: v’è da credere che il tessuto delle piccole e medie imprese italiane che ancora regge la concorrenza internazionale, cresca grazie anche ad una forte evasione fiscale (stimata nel 20-25% del pil pari a circa 600 mila miliardi di vecchie lire) che appunto riduce una delle componenti essenziali della competitività internazionale: il livello del cuneo fiscale.

    Non è un caso che in Italia le grandi imprese con prospettive di crescita siano solo quelle che, non avendo vincoli di competitività internazionale possono scaricare i loro maggiori costi sul consumatore italiano (vedi banche e aziende di pubblica utilità).

    I repubblicani, pertanto, auspicano che sul piano internazionale:

    1 Si rafforzi sempre più l’alleanza tra tutte le Nazioni libere e democratiche che intendono farsi carico della lotta al terrorismo superando le reticenze e le fughe dalla responsabilità della stessa Europa e segnatamente di Francia e Germania e Spagna. Si ritiene, infatti, che, se in passato fu decisiva l’alleanza degli Stati democratici per la sconfitta del nazifascismo e del comunismo, oggi si imponga la stessa alleanza per vincere il fondamentalismo islamico e il terrorismo internazionale. A tal proposito vanno sostenute tutte le azioni e le politiche finalizzate a perseguire un processo di democratizzazione e di tutela dei diritti civili in tutto il mondo, a cominciare dai regimi totalitari islamici, già avviate, seppure a duro prezzo, in Bosnia, in Afghanistan e in Iraq;

    2 Venga avviata a livello europeo una politica economica e monetaria tesa a riequilibrare il rapporto di cambio euro/dollaro e a generare condizioni di nuovo sviluppo anche attraverso una revisione del patto di stabilità per garantire margini per nuovi investimenti produttivi nella ricerca e nelle reti infrastrutturali.

    Nel perseguimento di tali obiettivi, stante la gravità dei pericoli per le democrazie e le economie occidentali, la politica internazionale deve ritornare ad essere una delle discriminanti fondamentali per la scelta delle eventuali alleanze del PRI, così come fu, a suo tempo, una discriminante l’alleanza delle democrazie contro il comunismo.

    I repubblicani ritengono che sul piamo nazionale siano da ritenere prioritarie politiche tese ad accrescere la competitività del sistema Paese. In questo quadro:

    1 Vanno garantite all’Italia prospettive energetiche meno onerose, riducendo la dipendenza dall’estero, sviluppando fonti alternative e, tra queste, la reintroduzione di produzione di energia dal nucleare.

    2 Va avviato un progetto di crescente eliminazione dei vincoli e di posizioni di monopolio nei servizi, di liberalizzazione delle professioni, anche con l’abrogazione di tutte le leggi sugli albi professionali.

    3 Va affermata la libertà della scienza e della ricerca, e ne va potenziato lo sviluppo.

    4 Va avviata una politica economica che, prevedendo innanzitutto un aumento della produttività della pubblica amministrazione ed una riduzione dei dipendenti pubblici, riconduca la spesa pubblica ad una percentuale che non superi il 40% del prodotto interno lordo.

    5 Le risorse che si renderanno disponibili vanno utilizzate in via prioritaria nei progetti per l’infrastrutturazione del Mezzogiorno, negli incentivi per la ricerca, nella riduzione del livello del cuneo fiscale diminuendo le imposte che gravano sulle famiglie e sulle imprese, pur nel mantenimento di una giusta progressività delle stesse.

    6 Va data finalmente una risposta coerente al referendum di anni addietro sulla giustizia prevedendo, a tutela dei cittadini, la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante.

    7 Pur confermando le esigenze di riorganizzazione e di maggiore responsabilità delle autonomie locali non si ritiene possa essere accettato un federalismo ottuso che porterebbe alla bancarotta dello Stato o all’aumento del numero delle Regioni, che andrebbero invece progressivamente ridotte aggregandole per grandi aree omogenee. In questo quadro si ritiene che ogni seria politica autonomista debba prevedere l’abolizione delle Province, la drastica riduzione del numero dei Comuni, il blocco degli apparati politici e amministrativi delle Regioni.

    8 Constatato che le attuali leggi per l’elezione del Parlamento Nazionale hanno rafforzato le ali estreme dei due schieramenti, allontanando dal voto un numero crescente di cittadini che non si riconoscono nei due poli, si ritiene che il ritorno ad una legge elettorale proporzionale renderebbe possibile l’incontro di forze più omogenee presenti nei due poli, riducendo il peso delle ali più estreme che condizionano negativamente sia il centro destra che il centro sinistra.

    I repubblicani partendo dalla valutazione di tali obiettivi che comunque intendono proporre come elementi di un confronto approfondito con i cittadini, sul piano politico esprimono i seguenti giudizi:

    Si constata che:

    - in tema di politica estera esiste una consonanza di vedute con la politica del partito nazionale. Tale comune visione è importante, proprio perché si ritiene fondamentale l’alleanza internazionale, che è maturata, in primo luogo con gli USA e la Gran Bretagna, sui temi della lotta al terrorismo e sulla difesa dello Stato di Israele, al tempo stesso, per la stessa ragione, si rimarca l’incompatibilità politica con un centro sinistra che, condizionato dalle sinistre estreme, non voglia cogliere il nesso stringente tra terrorismo, antisemitismo, antiamericanismo e nuovo totalitarismo islamico;

    - sui temi di politica interna, invece, non si ritiene di poter esprimere un giudizio positivo sul governo Berlusconi innanzitutto per il conflitto di interessi del Presidente del Consiglio nonché per le pessime leggi approvate dalla maggioranza di governo a tutela degli interessi del Primo Ministro,

    - inoltre si rileva:

    a.l’assenza di una politica energetica che riduca la grave dipendenza dell’Italia;

    b.l’abbandono delle politiche di liberalizzazione dei servizi e dell’economia;

    c.il permanere di logiche oscurantiste in tema di ricerca;

    d.l’assenza di una coerente politica economica che si dia obiettivi credibili di crescita e di giustizia sociale;

    e.la predisposizione di leggi sul federalismo che oltre a creare caos amministrativo, generano una crescita esponenziale della spesa pubblica locale, con conseguente, inevitabile aumento delle imposte locali.

    Si rileva come il PRI nazionale, pur collocato nella maggioranza di governo, abbia espresso posizioni condivisibili e in contrasto con la politica del governo su vari, decisivi, argomenti; a cominciare dalla legge finanziaria, sulla politica energetica, sulla legge sul falso in bilancio, sulla ricerca, sul federalismo, sulla giustizia, sulla pubblica istruzione.

    Tutte prese di posizione in sé positive che comunque, oltre a non modificare i comportamenti della maggioranza di governo, non sono state percepite da un’opinione pubblica sempre più distratta e divisa tra coloro che vanno a votare per uno dei due poli e coloro che, stanchi degli attuali equilibri politici, non trovando posizioni alternative credibili, si rifugiano nel non voto.

    I repubblicani, valutati programmi e contenuti atti a ricomporre su nuovi livelli politici programmatici l’Interesse Nazionale della Nazione, ritengono che gli attuali equilibri politici non corrispondano a tale interesse.

    Da un lato abbiamo un Centro Sinistra che, nonostante i tentativi di Rutelli, è minato nella sua prospettiva dal peso crescente di comunisti e verdi, incapace di comprendere e governare i mutamenti epocali che ridisegneranno nei prossimi anni la ricchezza delle Nazioni e di misurarsi con la sfida mortale del terrorismo internazionale;

    dall’altro abbiamo un Centro Destra minato dai conflitti di interesse del suo Premier, dall’ideologico autonomismo della Lega, incapace di esprimere la reale svolta politica di cui il Paese avrebbe bisogno.

    Per tali ragioni i repubblicani ritengono che l’Italia abbia bisogno di un Terzo Polo liberaldemocratico del quale il PRI deve farsi promotore con altre forze liberali, laiche e socialiste.

    Il Paese ha bisogno di un nuovo punto di riferimento che si candidi a scompaginare gli attuali schieramenti per aggregare una nuova maggioranza di governo capace di portare a nuova sintesi stimoli e progettualità positive presenti sia nel Centrodestra che Centrosinistra.

    Il Terzo Polo, in quanto tale, deve esprimere, in questa fase, la propria piena autonomia politica ed elettorale dai due maggiori poli
    per poter recuperare elettori delusi dalle contraddizioni degli attuali equilibri, ma soprattutto per cercare il recupero di cittadini che, in assenza di riferimenti credibili, si sono rifugiati nel non voto.

    I repubblicani ritengono che questo possa rappresentare un vero e proprio progetto politico di medio termine capace, innanzitutto, di riportare ad unità i repubblicani dentro il PRI.

    I repubblicani convinti che la realizzazione di tale progetto richieda coerenza di comportamenti sia al centro che in periferia chiedono:

    al partito nazionale di prendere atto del fallimento del governo Berlusconi nell’azione di politica interna e di uscire dal governo per promuovere la costruzione di un Terzo Polo autonomo a livello nazionale,

    agli organi regionali del PRI di farsi promotori del Terzo Polo in Emilia Romagna affinché, sulla base delle indicazioni politiche sopra indicate, vengano presentate autonome liste per le prossime elezioni regionali.

    I repubblicani, pur non ritenendo esistere le condizioni per alleanze con il centro-destra, preoccupati per la forte egemonia che l’asse Margherita-DS ormai esercita sulle comunità locali della nostra provincia e per il condizionamento negativo che esprime Rifondazione Comunista nelle amministrazioni locali in cui è presente, impegnano gli organi che saranno eletti ad aprire una verifica politico-programmatica a livello provinciale e nei singoli Comuni per valutare la praticabilità di un proseguimento delle attuali alleanze.

    Ritengono comunque fin da ora che nelle prossime elezioni Comunali e Provinciali di Ravenna, il PRI debba esprimere proprie autonome liste.

    N.B. Gli ultimi paragrafi riguardano problemi locali e quindi potranno essere espunti all'atto della votazione del Congresso Nazionale.


    On. Gianni Ravaglia
    Giancarlo Cimatti
    Mario Guidazzi
    Africo Morellini
    Luca Ferrini

  10. #10
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    Predefinito tratto da www.pri.it

    Comunicato della Direzione Nazionale Pri

    La Direzione Nazionale del Pri riunitasi in Corso Vittorio Emanuele 326 a Roma, ha indicato nella città di Fiuggi la sede dove si terrà il congresso nazionale del partito nelle date del 4, 5 e 6 febbraio, c.a.

    La DN del Pri ha altresì nominato l’amico Stelio De Carolis, coordinatore nazionale delle celebrazioni del bicentenario della nascita di Giuseppe Mazzini e l’amico Almo Cacciatore responsabile politico per il Pri della Provinca di Massa e Carrara.

    Roma, 12 gennaio 2005

 

 
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