L'Eritrea, la Cimmeria, la Frigia…
Molto popolare tra le genti dell'Asia Minore era la sibilla Eritrea, ritenuta di origine babilonese o, secondo la testimonianza di Apollodoro, ionica. Prevalse la seconda ipotesi, che la voleva nativa di Eritre, città famosa per i vini e le indovine sulla penisola di Mimas (attuale Karaburun in Turchia), fondata dai cretesi, colonizzata dagli ioni, assoggettata dagli ateniesi (nel 453 avanti Cristo) e successivamente dai persiani.
Tale varietà di dominazioni giustifica la fama cosmopolita di questa veggente, alla quale si attribuisce tra l'altro la profezia della guerra e della caduta di Troia. Predisse che un grande poeta cieco ne avrebbe cantato la storia, ma questo sconvolge la teoria di Apollodoro sulla sua nascita, poiché la saga di Troia risale al secolo XI avanti Cristo e i poemi omerici all'VIII, molto tempo prima che fosse fondata la città di Eritre.
Questa sibilla dai natali contesi tra le due grandi civiltà di Babilonia e Creta è anche indicata come autrice di un inno ad Apollo da Pausania il Periegeta, così chiamato per la compilazione di un'opera geografica dal titolo Periegesi della Grecia, nella quale sono raccolte nozioni d'ordine storico, mitologico e leggendario, oltre che scientifico, sulle terre del Peloponneso.
Da remote nebbie barbariche, lontane dalla solarità ellenica e mesopotamica, sembra emergere invece la sibilla Cimmeria, anche se la sua fama è collegata da Nevio e Pisone a vicende mediterranee, come le guerre tra Roma e Cartagine. La sua leggenda sarebbe infatti entrata nella tradizione mitologica greca attraverso le migrazioni di tribù nomadi (i cimmeri) provenienti dalle rive del mar d'Azov sotto l'incalzare degli sciti. Se ne sa poco: vivevano intorno all'anno Mille avanti Cristo in Tauride, ma furono costretti a riparare in Assiria e, dopo esserne stati scacciati, in Lidia. Si estinsero dopo essere stati respinti anche da lì, disperdendosi verso l'Europa, dove vennero presumibilmente assorbiti dai cimbri.
Avevano maggiore fama di stabilità la Sibilla Frigia, radicata nella città di Ancyra, e l'Ellespontina, famosa nella Troade ai tempi di Ciro il Grande e di Solone. Particolarmente venerata dai romani era poi la Tiburtina, il cui culto veniva praticato a Tivoli. Varrone la chiama anche Albunea. Era molto popolare negli insediamenti pastorali lungo le rive dell'Aniene, nelle cui acque venne rinvenuta una sua statua con un libro in mano.
Detentrice tuttavia di ogni primato presso i romani fu la citata sibilla Cumana, e non soltanto per la fama che le diede Virgilio. Ai suoi oracoli sono infatti vincolate le sorti di Roma fino dall'età mitica dei re. Fu lei, secondo una leggenda divenuta canone religioso e politico, a vendere a Tarquinio Prisco (secondo altri a Tarquinio il Superbo, il che non sposta la questione se non dal quinto al settimo re di Roma, con neanche un secolo di scarto) i famosi Oracoli sibillini, contenenti il segreto dei fati futuri della città (Fata urbis Romae).
Franco Cuomo, Le Grandi Profezie (Newton & Compton Editori)