Da La Padania di oggi
Adesso offrono agli islamici le chiese che i nostri padri difesero dai giacobini
LUIGI TABOR
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Nella primavera del 1796, le truppe francesi, al comando di Napoleone Bonaparte, dilagarono nelle nostre regioni d’Italia, portando con sé qualcosa che mai prima era stato sperimentato. Oltre le razzie, pretesero soldi in enorme quantità e un gran numero di opere d’arte da spedire in Francia: insomma un esercito di ladri, ma anche di propagandisti. Infatti Bonaparte e i suoi presero a diffondere in Italia e dovunque arrivassero, le idee della rivoluzione francese: con la scusa di stabilire un “ordine democratico” - dove però comandava il più forte - rubavano alla nostra gente le ragazze per divertirsi, i giovani per arruolarli e “macellarli” sui fronti d’Europa, e la fede e la tradizione cattolica per costruire al suo posto una società di senza-Dio.
Le nostre popolazioni giustamente insorsero per difendere la libertà e la fede che consideravano il tesoro e la risorsa più grande. Dal Piemonte al Veneto, dall’Emilia Romagna al Sud Italia, “gli insorgenti” contro Napoleone e i governi cosiddetti “democratici” la lui stabiliti con la forza delle armi, sono i veri patrioti, anche se i libri di scuola non ne parlano o ne parlano poco e male.
In questo clima, a Costigliole d’Asti, il mio paese natìo, il 25 dicembre 1798, Natale di nostro Signore, la buona gente, uscendo dai Vespri, trovò sulla piazza una squadra di soldati francesi, giunti nel frattempo da Asti, i quali già avevano scavato una buca per innalzarvi “l’alberto della libertà” con le coccarde tricolori francesi, per stabilire e esprimere il loro dominio sul paese. A quella vista, gridando «Viva Gesù Bambino», «Viva il Papa», «Viva il nostro re», i più arditi si munirono di tridenti e di bastoni e si avventarono addosso agli invasori per cacciarli via, ben sapendo che cosa quelli erano venuti a fare. I francesi dovettero darsela a gambe.
All’indomani però quelli tornarono più numerosi e più armati di prima, guidati dal loro comandante, che con la prepotenza dei despoti, fece atterrare le campane della chiesa, rapì il parroco, don Lorenzo Pola come ostaggio e si abbandonò a diversi saccheggi. Per più di un anno, don Pola non poté tornare in parrocchia, così come capitava a numerosi altri preti, mentre lo stesso pontefice Pio VI era già prigioniero in Francia dove morirà il 29 agosto 1799.
Dunque a nostro onore, anche i migliori costigliolesi furono insorgenti in difesa della fede cattolica. Io penso con ammirazione a quegli insorgenti del Natale 1798, che ai prepotenti propagandisti di ateismo e di immoralità, non permisero di rubare famiglia e fede, pur rischiando la pelle, nella legittima difesa dei nostri valori più sublimi: “Quanto abbiamo di più caro al mondo è Gesù Cristo e ciò che viene da Lui”.
Anche oggi, all’inizio del 3° millennio, noi, con le armi più pacifiche e più forti della preghiera, dell’apostolato cattolico e del sacrificio, dobbiamo difendere e diffondere la nostra fede, in modo che continui e cresca la nostra tradizione e civiltà cristiana. Noi, la fede cattolica, non vogliamo né aggiornarla né sostituirla, ma vogliamo custodirla dagli errori dilaganti oggi dappertutto, anche tra le mura del Tempio dove “è entrato il fumo di Satana” (Paolo VI, 29 giugno 1972). Noi vogliamo portare la nostra presenza di cattolici nella famiglia, nei luoghi pubblici, nell’impegno sociale e politico, affinché Gesù regni dovunque: il regno eucaristico e sociale di Gesù.
Le nostre chiese, costruite con sacrificio dai nostri padri e che hanno visto le nostre storie di fede, di gioie, di fatiche e di lacrime, non possiamo cederle a nessuno di altre religioni, né ortodossi né protestanti, tanto meno agli islamici. Ricordatevelo bene, monsignori vescovi! Noi sappiamo con certezza assoluta che soltanto Gesù Cristo, nella chiesa cattolica, è l’unico salvatore dell’uomo e del mondo, in questa vita e nell’al di là. E lo proclamiamo a fronte alta, ribelli al mondo e a chiunque ci confonda le idee, ribelli per la Verità e per amore a Lui.


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