L’Italia e la riforma delle Nazioni Unite
SULLA SCENA DELL’ONU
di SERGIO ROMANO
E' probabile che la battaglia per la riforma dell’Onu e per la composizione del suo Consiglio di sicurezza sembri a molti un esercizio inutile. Il bilancio, dopo le molte speranze suscitate dalla fine della Guerra fredda, non è positivo. Le Nazioni Unite sono uscite frettolosamente dalla Somalia, non sono intervenute in Ruanda, hanno fallito in Bosnia, sono state ignorate al momento della guerra del Kosovo, si sono limitate ad avallare la spedizione afghana degli Stati Uniti e si sono clamorosamente spaccate alla vigilia della guerra irachena. E' davvero necessario battersi per un seggio semipermanente al Consiglio, come sembra deciso a fare il governo italiano? La questione è meno semplice di quanto non sembri. L'Onu funziona male, ma è il solo «pianista» di cui disponiamo. Gli americani non l’amano, ma sono costretti a tenerne conto, soprattutto quando non riescono a sbrogliarsela da soli, come sta accadendo oggi in Iraq.
La maggiore organizzazione internazionale è poco adatta ad affrontare le gravi crisi internazionali, ma è riuscita ad evitare che molte piccole crisi diventassero grandi. Non è il governo del pianeta, ma è un palcoscenico su cui ogni Stato recita la sua parte ed è grande, medio o piccolo, a seconda del rango che gli viene assegnato e dei meriti che riesce a conquistarsi in quella sede. Il cancelliere tedesco lo sa ed è convinto che un seggio permanente in Consiglio di sicurezza concluderebbe brillantemente il processo di riabilitazione del suo Paese. Se Helmut Kohl passerà alla storia come l'uomo di Stato che ha riunificato la nazione tedesca, Gerhard Schröder vuole essere ricordato nei manuali della Repubblica federale come il cancelliere che ha seppellito una volta per tutte il Terzo Reich e le sue terribili memorie.
E' un'ambizione legittima. Ma presenta per l'Europa e per noi un doppio inconveniente. In primo luogo porterebbe acqua all'idea di un direttorio tripartito, al vertice dell'Unione, composto da Francia, Germania e Gran Bretagna: una prospettiva che gli altri partner non accetterebbero e che rischierebbe di paralizzare il processo d'integrazione. In secondo luogo lascerebbe l'Italia fuori della porta e la collocherebbe inevitabilmente su uno scalino più basso. Se la Germania vuole un seggio permanente, noi (che non possiamo aspirare a tanto) abbiamo quindi interesse a proporre la creazione di un gruppo di Paesi semipermanenti di cui facciano parte contemporaneamente Italia e Germania.
Qualcuno potrebbe sostenere che anche quella del governo italiano non è una battaglia per l'Europa e per la sua unità. E' vero, e mi piacerebbe che non fosse costretto a farla. Mi piacerebbe che ne facesse un’altra: quella per l'istituzione al Consiglio di sicurezza di un seggio destinato all’Unione europea. Ma fino a quando Francia e Gran Bretagna non vorranno rinunciare alle loro prerogative, l'Italia ha interesse a mettere sul tavolo tutte le sue carte: il contributo al bilancio dell'Onu, la partecipazione al G8, la presenza nelle operazioni militari, il ruolo nel Mediterraneo e persino, perché no?, i buoni rapporti del presidente del Consiglio con il presidente americano e il primo ministro britannico. So che alcune di queste carte non piaceranno all'opposizione, e posso comprenderne le ragioni.
Ma un'opposizione che vuole governare ha l'obbligo di chiedersi realisticamente: voglio ereditare, quando andrò al governo, un'Italia declassata?




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