Ricorre il sessantesimo anniversario dell'infame e proditorio attacco aereo alleato nella laguna di Venezia. Furono oltre cento i morti di quell'orrendo giorno, povera gente che, da una Venezia in guerra, andava in campagna a cercare "erba" da dar da mangiare ai figli e lavoratori che da Pellestrina andavano a Chioggia.
Nei fatti, gli americani volevano colpire una nave ospedale dei nostri alleati tedeschi, ancorata in Bacino, la laguna antistante piazza san Marco ma, con sadismo raffinato, nella loro strada di morte, mitragliarono vaporetti di linea straccolmi di popolo.
Chioso che, la scorsa settimana, ANPI e Co. hanno battuto la crancassa dei "tredici martiri", tredici banditi politici fucilati dopo l'esplosione terrorista presso la sede della Guardia Nazionale Repubblicana, ai "poveri cristi" dei vaporetti manco una prece.
Ah... è Ferragosto!
La marmaglia è in vacanza!
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Di seguito gli articoli dell'ottima Raffaella Ianuale su Il Gazzettino di stamattina.
Erano le sette del mattino del 14 agosto del 1944. Per il centro storico di Venezia fu un battesimo del fuoco, nel vero senso della parola. Il primo, e forse l'unico, bombardamento in bacino San Marco.
Tre caccia bombardieri alleati appaiono sopra le acque di Venezia. Eccoli a Malamocco: qui la prima mitragliata contro una motonave che collegava Venezia a Chioggia. Tragico il bilancio: 24 le vittime. Ma questo è solo l'inizio. I tre aerei dal Lido procedono verso il cuore della città. Puntano al bacino di San Marco qui c'è la loro preda. Vogliono colpire la nave ospedale tedesca "Freiburg" ormeggiata tra la punta della dogana e l'isola di San Giorgio.
Una sferzata di colpi che falcia la laguna. Un mitragliare durato alcuni minuti, ma sufficiente a creare panico e disseminare morte. Nelle vicinanze c'era anche la motonave che collegava Venezia a Fusina. A bordo c'erano donne, bambini, uomini diretti in campagna per cercare di raccogliere un po' di cibo da portare alle loro famiglie in una città che in periodo di guerra aveva ben poco da offrire. Il battello si era da poco staccato dal pontile della Riva degli Schiavoni e stava iniziando la sua navigazione.
Gli aerei in quell'istante sganciarono quattro bombe nel tentativo di colpire la nave ospedale tedesca. Ma mancarono l'obiettivo e il loro unico effetto fu quello di rovinare, con lo spostamento d'aria, i monumenti attorno a San Marco. Non soddisfatti iniziarono a crivellare con la mitragliatrice e i cannoncini di bordo la laguna di Venezia, incuranti di chi e che cosa andavano a colpire. I proiettili raggiunsero la motonave per Fusina che era da poco salpata. In un istante l'imbarcazione si trasformò in un luogo di morte. La gente cadeva a terra stroncata dai colpi. Tutto in pochi minuti, ma i morti furono molti. L'imbarcazione fu subito fatta approdare nuovamente in Riva degli Schiavoni. Le vittime, in almeno quindici morirono all'istante, furono distese lungo la fondamenta e coperte con un lenzuolo. Erano visibili solo i loro piedi e i familiari giungevano numerosi, scongiurando che in in quella sequela di corpi non ci fosse quello del loro caro.
I feriti furono invece portati al pian terreno dell'hotel Metropole, trasformato in pronto soccorso. Chi ha ancora memoria di quel giorno parla di scene allucinanti: persone senza arti, corpi lacerati e sangue ovunque. Poi furono trasportati all'ospedale civile di Venezia. Si fece il possibile per salvarli, ma l'elenco delle vittime era destinato a crescere. Ai primi quindici morti se ne aggiunsero molti altri. Alla fine persero la vita all'incirca in cinquanta. I funerali si svolsero nella basilica di San Marco. La loro storia è viva solo nei ricordi dei familiari, ormai anziani. In città non c'è per queste vittime nè una lapide, nè un monumento.
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Bombe a San Marco, la tragedia dimenticata
Fu l’unica incursione nel cuore della città:
morirono in quindici.
I familiari: «Una lapide per ricordare il loro sacrificio»
Una tragedia dimenticata. Dell'incursione area in bacino San Marco del 14 agosto del 1944 non c'è traccia. Nè un saggio di storia, nè una pubblicazione con la ricostruzione di quanto avvenuto. Una mitragliata che uccise una quindicina di persone che è svanita nel nulla. Rimane solo nei ricordi di chi l'ha vista e vissuta. Di chi è stato privato in un istante di un proprio familiare o di un amico. Sono i figli ora a farsi sentire. All'epoca erano bambini o poco più. Sono rimasti orfani: c'è chi ha perso la madre e chi il padre in quel vaporetto diretto a Fusina.
Ora colgono l'occasione del sessantesimo anniversario perché non si dimentichi. Un appello accorato al Comune, alle istituzioni, all'Università. Di queste vittime non esiste una lapide, un cippo o un monumento. I morti dimenticati. Gli unici in una città che ovunque ha traccia dei propri martiri.
Promotore dell'iniziativa Gioachino Ghezzo. All'epoca dei fatti aveva dodici anni e nel battello falciato dal mitragliatore c'era suo padre. Da tempo sta cercando e rovistando nei libri di storia e negli archivi per trovare una traccia di quella tragedia. Fatiche vane, finora non ha trovato nulla. «Fu l'unica azione bellica nel cuore di Venezia - commenta - quindici persone sono decedute quel giorno, molte altre nei giorni seguenti a causa delle ferite. E ora c'è l'oblio sui loro nomi e sulla loro triste fine». Da qui l'appello: «Chiedo a tutte le persone che hanno ancora memoria di quel giorno di uscire allo scoperto e raccontare quanto ricordano - continua Ghezzo - il desiderio è riuscire a ricostruire l'elenco completo delle vittime, perché a loro si possa dedicare una targa in città, o un toponimo». Un desiderio che spera il Comune possa esaudire. Ma va anche oltre il signor Ghezzo: «Mi rivolgo pure all'Università di Venezia, al dipartimento di storia, perché qualche esperto, magari in occasione del sessantesimo anniversario, scriva una pubblicazione con la ricostruzione dei fatti».Un tentativo, attraverso il ricordo e la memoria, di ridare vita a queste vittime per troppo tempo svanite nel nulla
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LE TESTIMONIANZE
«Mia mamma sulla riva coperta da un lenzuolo»
Tiene in mano la vecchia pagina del Gazzettino, quella pubblicata il 15 agosto del 1944. La descrizione delle vittime falciate dalla mitragliatrice, le foto dei cadaveri. Dei ricordi lontani, ma ancora troppo dolorosi. La voce di Leda Cimarrosti s'incrina quando legge quella cronaca ingiallita. All'epoca era una ragazza di 19 anni e quel bombardamento le rovesciò la vita. Perse sua madre.
«La mamma era sul vaporetto che portava a Fusina, andava in campagna per recuperare qualcosa da mangiare, in città non si trovava niente - racconta Leda Cimarrosti che oggi ha 79 anni - era uscita di casa alla mattina presto. È stata l'ultima volta che l'ho vista». La mamma della signora Leda aveva 44 anni, è morta all'istante durante la terribile incursione in bacino San Marco. «Dopo poco che la mamma se n'era andata ho visto rientrare la sua amica coperta di sangue - continua - ho capito che era successo qualcosa di grave. Sono corsa dal papà che lavorava alle vetrerie Seguso. All'epoca, con la mia famiglia, vivevo a Murano. Il papà si recò subito in Riva degli Schiavoni. Mentre arrivava con la barca vide la fila dei cadaveri distesi: erano coperti con un lenzuolo, uscivano solo i piedi. Riconobbe le scarpe della mamma e questo gli bastò. Non volle vedere altro». Da quel giorno la vita di Leda Cimarrosti cambiò: «Ho dovuto lasciare il lavoro, a casa c'erano cinque uomini d'accudire. Prima faceva tutto la mamma, ora dovevo pensarci io». Era rimasta l'unica donna, se così si può dire a 19 anni, di casa e doveva seguire il nonno, il papà e i tre fratelli: Gianfranco di 6 anni, Amedeo di 21 e Bruno che all'epoca della tragedia era in guerra. «Siamo stati dimenticati - conclude amareggiata - tutto quello che volevano fare era seppellire la mamma in terra comune, con una anonima croce bianca. Noi ce la siamo portata via e le abbiamo fatto una tomba: almeno mio fratello, al rientro dalla guerra, avrebbe avuto un posto dove poter piangere per la sua mamma».
Un'altra testimonianza di quel giorno è di Gioachino Ghezzo. Nel 1944 era poco più di un bambino. Aveva dodici anni, ma ricorda tutto con una lucidità inaudita, come se il fatto fosse successo qualche mese fa. Anche suo papà si trovava nel battello per Fusina, anche lui andava in campagna per recuperare un po' di farina e fagioli da portare alla famiglia. «Dovevo andare a fare un giro in barca con gli amici - racconta Gioachino Ghezzo - poi da Riva dei Sette Martiri ho sentito le mitragliatrici, noi ragazzi ci siamo rifugiati in un negozio di pesce». Solo in un secondo momento venne a sapere che il suo papà era rimasto ferito. «Sono corso in Riva degli Schiavoni, ho visto la fila dei cadaveri distesi a terra. Lì il papà non c'era. L'ho trovato al pian terreno dell'hotel Metropole dove c'era un pronto soccorso - continua - era ferito alla gamba sinistra. Poi lo hanno portato all'ospedale, ma non c'è stato nulla da fare. I colpi avevano reciso l'arteria femorale. Mi diceva di sentirsi sempre più debole e di lì a poco è morto dissanguato. Aveva 54 anni».
Un malore salvò invece la vita a lui e suo padre. Protagonista è Italo Memo che nel 1944 aveva 11 anni. «Con il papà ero sul traghetto per Fusina che doveva ancora salpare - racconta - all'improvviso mi è venuto un forte mal di pancia. Con il papà siamo scesi per cercare un bagno, ma io stavo male, probabilmente avevo fatto indigestione, così abbiamo deciso di tornare a casa». E questa è stata la loro salvezza. «Camminavamo lungo la riva quando abbiamo visto gli aerei giungere dal Lido - continua - abbiamo sentito gli spari, il papà mi buttò a terra e si stese sopra di me. Poi siamo corsi all'hotel Metropole, sapevamo che lì c'era mio zio ferito. Ho visto scene tremende: persone con le gambe amputate, altre con la schiena bucata, sangue ovunque. Rimasi choccato, dimenticare è stato impossibile».
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Quindici morti e cinquanta feriti
Ecco i nomi delle vittime del 14 agosto del 1944: Emilio Nart, Gaetano Riccione, Domenico Mistro, Emilio Scarpa, Alba Rossetto, Silvana Maestrello, Adriana Rioda, Luigia Davanzo, Ada Carbon, Oreste Scalabrin, Augusto Munerati, Maria Esposto, Umberto Carrer, Amerigo Ghezzo e un certo Giuseppe abitante in calle del Cengio a Sant'Elena. Furono invece una cinquantina le persone ferite: Limpia Procopio, Erminia Morasso, Gianfranco Vellino, Ferdinando De Lorenzi, Giorgio Agostinis, Severio Amadi, Cici Collitore, Adriano Rioda, Irma Landelli, Dorina Genin, Aldo Doni, Elisa Rossi, Gino Cavazzini, Gilberto Acerboni, Domenico Dal Mistro, Tancredi Baroni, Matteo Gobbi, Maria Gianfaia, Albertina Ferracini, Rina Mason, Margherita Pinzan, Velda Monreale, Lucia Mistrani, Bruno Brasi, Adele Mastrin, Gino Muscaro, Elivia Agostinelli, Amelia Casarotto, Maria Freschi, Bruno Acerboni, Luciano Mattiello, Luigi Dinarello, Liliana Costantini, Jolanda Gavagnin, Antonio Reffo, Rina Ceser, Cesare Lisi, Emilio Bullo, Sergio Lombardo, Dante Morabito, Luigi Dinarello, Giovanni Bovoni, Giuseppe Salce, Maria Basa, Iris Penso, Gina Gaggia, Dorina Del Soldà e Arturo Bighinello.
PRESENTI!
PER SEMPRE! VIVIAMO E LOTTIAMO NELLA LORO MEMORIA!
Tragica vigilia di Ferragosto
LA FEROCE INCURSIONE NEMICA SU VENEZIA
Barbara aggressione di una nave-ospedale germanica ancorata in bacino
Due vaporini carichi di passeggeri accanitamente mitragliati
Trenta morti ed un centinaio di feriti
Le autorità sul posto
La città dormiva ancora, a quell'ora, o appena si destava, dal torpido sonno della notte torrida, quando lo stormo grifagno le si è avventato sopra con la rabbiosa ferocia d'un volo di rapaci su di un inerme gregge, ad abbeverarsi di sangue innocente. Fulmineo, indiscriminabile. Il gesto delittuoso l'ha colta di sorpresa, l'ha scossa brutalmente dalla sua calma serena, e selvaggiamente l'ha violentata, straziandola nella viva carne del suo popolo e minacciandola nella preziosità dei suoi tesori, Ci potrà essere, forse, ancora qualcuno - uno solo! - che, posto di fronte, per esempio, al tragico spettacolo di morte offerto dal vaporino diretto a Fusina con a bordo nient'altro che pacifica gente - donne bambini, lavoratori in gita per le ferie d'agosto -, dopo il sadico, accanito mitragliamento dei banditi dell'aria, saprà trovare una qualsiasi, pur quanto larvata scusante ad una simile, inqualificabile dimostrazione di malvagità inutile quanto spietata?
E che dire del bombardamento e del selvaggio mitragliamento della nave-ospedale «Freiburg»? C'è, in queste imprese che nulla hanno a che vedere con le pur dure e purtroppo talora tremende necessità della guerra, il segno inconfondibile di quel satanico gusto per la violenza.
L'attacco principale è stato diretto contro la nave ospedale germanica «Freiburg» ormeggiata in Bacino fra la punta della Dogana e l'isola di S. Giorgio. La nave recava ben evidenti dunque i contrassegni della Croce Rossa. L'attacco è stato sfrenato da tre caccia-bombardieri a bassissima quota due dei quali provenienti dalla parte del Canal Grande e il terzo dalla parte del Lido. Gli aerei incursori hanno cercato di centrare la nave con il lancio di quattro bombe, che però sono scoppiate in acqua. L'unico effetto di queste bombe fu quello di cagionare estesi danneggiamenti, con lo spostamento d'aria, ai vetri degli edifici contornanti il Bacino fra cui la Basilica della Salute, la Basilica di S. Marco e il Palazzo Ducale, monumenti incomparabili che hanno così riportato le prime conseguenze di questa guerra condotta dal nemico con indicriminata ferocia. Non contenti di ciò, gli aerei incursori hanno proseguito il loro attacco contro la nave ospedale crivellandola di colpi con le mitraglie e i cannoncini di bordo. Fortunatamente, la nave non ospitava feriti ma il mitragliamento provocò numerose vittime fra il personale sanitario di bordo. Si sono contati un morto e undici feriti: anche il capitano appartenente alla Marina mercantile è stato colpito alla testa, mentre il primo medico ha riportato una ferita alla spalla. Tutto il lato di tribordo della nave presenta numerosissimi fori di proiettili e di schegge, che hanno seminato la rovina anche nell'interno. Inutile dire questo attacco è avvenuto contro tutte le regole della Croce Rossa Internazionale.
Gazzettino di Venezia, 15. agosto 1944




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povera gente che dall'isola di Pellestrina andava a Chioggia.