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    Post Paolo Mencacci - Storia della Rivoluzione Italiana

    Cari amici,

    posto un capolavoro della letteratura antirisorgimentale, scritto dal nobile pontificio Paolo Mencacci sul finire dell'Ottocento in sei volumi. Lo tratto da un sito sedeplenista e cristianista di Alleanza cattolica http://www.geocities.com/Athens/Delp.../volindice.htm

    Sarà quindi mia cura riverificare l'intera opera sugli originali dell'epoca che ho a disposizione, per verificare i tagli e le eventuali interpolazioni, operate dai curatori della trascrizione.

    Per ora buona lettura

    Sempre vostro

    Guelfo Nero

    ----------------------------------------

    Paolo Mencacci

    Storia della Rivoluzione Italiana

    Volume primo

    Introduzione


    Al Lettore

    Cattolico e monarchico, per convinzione e per affetto, scrivo per dar gloria a Dio e per rendere testimonianza alla verità in mezzo al presente trionfo della menzogna. Romano, gemo per la ruina di Roma cristiana, scopo supremo della rivoluzione. Italiano, arrossisco che l’unità d’Italia sia il frutto di tanti delitti. Raccolgo memorie e lo faccio, per quanto è possibile, colla calma del filosofo cristiano, che con documenti alla mano presenta ai posteri il mostro più orrendo, che uscisse dalle mani dei figli degli uomini a’ danni dei figliuoli di Dio. Nei sette anni di assiduo lavoro che v’impiegai spesse volte credetti sognare, tanto sembravanmi incredibili le cose ch’ero costretto a registrare! L’uomo onesto, che mi leggerà, qualunque sia il culto che professi, qualunque lo spirito che lo animi, renderà omaggio alla palpabile verità dei fatti che gli pongo dinnanzi, e forse benedirà l’opera mia, dando così un compenso in questo misero mondo a chi consacrò intera la sua esistenza in difesa della causa dell’Altare e del Trono.

    Paolo Mencacci



    UNO SGUARDO ALLA RIVOLUZIONE ITALIANA



    I

    Ragione dell’Opera.

    Ora che i fattori del presente stato d’Italia stanno raccogliendo il frutto dell’opera delle loro mani, giova riandare coi documenti alla mano i fatti che produssero codesto grande rivolgimento, ad universale lezione dei buoni, perché, giunta l’ora, non ricadano nei passati errori, e dei tristi, perché veggano che la promessa di Dio non viene meno; ché la Chiesa militante con ogni suo attributo e dritto non può che risorgere più bella e gloriosa dalle ruine accumulate per distruggerla, se la umana società non è giunta al suo fine.

    Per arrivare a Roma e ferire al cuore il Cristianesimo, si vollero distrutti i Principati italiani, provvidenziali propugnacoli del temporale principato della Chiesa, la quale in mezzo al secolare lavorìo delle sètte anticristiane apparisce fin d’ora unico palladio di verità e di giustizia, unica àncora di salvezza per la società che perisce, pei giovani stessi che l’osteggiano. Ma poiché nostro scopo non è di narrare nudi fatti, ma sì di recarne i documenti, fa d’uopo fin da principio d’impugnare la misteriosa chiave che sola può aprirci, se non tutti, almeno i principali segreti del mostruoso rivolgimento sociale, di cui siamo ora afflitti testimonii e vittime.

    Quando una crisi politica sia il risultamento di diuturni gravami, e conseguenza di una lotta di partiti politici, ed anche di intellettuali travagli, subordinati agli eterni principii del vero e del retto, allora le perturbazioni di uno Stato legittimamente costituito, avvegnaché dolorose e cruente, non vanno senza compensazione. Non fu così della crisi, o, a dir meglio, della catastrofe insidiosamente provocata ai nostri giorni a danno dei pacifici Stati italiani con trame faziose, fomentate e sostenute da straniere ambizioni, da cittadine codardie, da prezzolati tradimenti.

    Certamente uno dei più tristi spettacoli che possa offrire la storia delle nazioni, è il vedere Reami prosperosi e tranquilli per savii e cristiani ordinamenti, con secoli di politica e monarchica autonomia, e provvisti di sufficienti mezzi di difesa, e, se vuoi, anche di offesa, come quello di Napoli, specialmente preso di mira, per popolazione e territorio grande più della terza parte d’Italia, divenire preda miseranda di un minore Stato vicino, e di un partito malvagio, che freddamente, calcolatamente, giorno per giorno, apparecchia loro l’abisso destinato ad inghiottirli.

    Ma di fronte a tale fatto inconcepibile, svariati ed opposti giudizî in innumerevoli stampe, giornali e libri, essendosi pubblicati, in onta al vero ed al quieto giudizio dell’uomo che pensa, il ricorrere ai documenti per ismentirli è opera di vero patriottismo, e assolutamente necessaria. "Quando fervono le rivoluzioni, non si scrive né legge bene posatamente e con la ragione; ma si scrive e legge con le passioni del momento: meglio è non scrivere e non leggere!" E dice vero il Balbo. Ora però che la rivoluzione, insediatasi al posto dei rovesciati troni, raccoglie il frutto miserando di cento anni di congiure, e che l’ardore della lotta sembra spento, è necessità, è dovere per chi ama i proprii simili e può come che sia prendere in mano una penna, di rispondere al bisogno, al diritto della società tradita, e raccogliere fatti e documenti perché possa la storia essere veramente la maestra della vita, e, divenuta ristoratrice e interprete fedele del senso morale, essere la espressione veridica della coscienza dei popoli.

    Quale che sia per essere lo storico delle ultime vicende dell’Italia nostra, gli sarà così più difficile di essere inesatto. I contemporanei poi trarranno un gran profitto nel vedere messe sotto i loro occhi le cause e gli effetti delle medesime vicende, e ne avranno una lezione salutare che li premunisca contro i futuri inganni di coloro che attentano alla quiete degli Stati, e col pretesto di far liberi e rigenerati i popoli, li soggiogano alla più dura schiavitù e miseria, onde milioni d’innocenti espiano la scelleratezza di pochi e la codardia di molti.

    A tale laborioso, non meno che importante scopo, abbiamo noi dato opera a raccogliere con pazienza e verità le presenti Memorie Documentate da servire alla storia della Rivoluzione italiana pel periodo di tempo che trascorse dal 1856 fino ai nostri giorni. Questo periodo comprende il trionfo della rivoluzione, e lo svolgimento, ormai ultimo, del pensiero settario. Degli anni che precedettero abbastanza fu detto da valorosi scrittori; e noi ci studieremo di averli presenti, e con isguardi retrospettivi ne diremo quanto sia necessario a migliore intelligenza di quel che narriamo, corroborando ogni cosa con documenti e note autorevoli.

    Quindi il presente lavoro non è altro, che una raccolta ragionata e fedele di documenti, tra i quali molti inediti o poco conosciuti finora, con una semplice esposizione di fatti che parleranno da per loro, risparmiandoci, per quanto è possibile, gli apprezzamenti, che farà da sé il lettore.

    Le cose contemporanee sono d’ordinario, se non le più ignorate, certo le più guaste da passioni; metterle in luce nel loro vero aspetto, ravvicinandole a quelle che le precedettero, le accompagnarono, le seguirono, è opera sommamente buona e salutare, quando non s’indietreggi dinanzi al malgenio dell’epoca nostra, nella quale, libero, anzi voluto, è il mentire, il calunniare, e vietato il difendere. Nel delineare le condizioni generali dei principali Stati italiani, offriamo al lettore il destro di considerare, (poiché il male è avvenuto), non meno il danno prodotto da una invasione settaria e straniera, che il vantaggio delle lezioni di una terribile esperienza, a bene di tanti popoli conculcati e traditi, e a riabilitazione, forse non lontana, di secolari diritti ora vilipesi e calpestati.

    I fatti e i documenti essendo le fonti più sicure della storia, poco o nulla vi aggiungeremo del nostro; i contemporanei, egualmente che i posteri, li peseranno formandone loro giudizio. Senza questi fatti, e senza questi documenti, le generazioni a venire non crederebbero le inaudite cose commesse ai nostri giorni, nel nome abusato di Civiltà: direbbero che abbiamo calunniato questo buio secolo dei lumi e i suoi principii, per ironia detti grandi.

    •   Alt 

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    II

    L’opinione pubblica

    In questa epoca tristissima, che ben potrebbe dirsi il regno della menzogna, fa d’uopo contare per qualche cosa quel che suol chiamarsi pubblica opinione: opinione fabbricata a furia di arti malvage, d’idee false e travolte da mestatori politici, ai quali, per castigo dell’uman genere, la Provvidenza concesse un ingegno vivace e ardito, una voce seducente e una facile loquela: opinione di cui sventuratissimamente abusò financo chi talvolta si credé chiamato a difendere la causa della verità e della giustizia, pur non seguendo gli eterni immutabili principii del retto e del vero, e ciò con privati intendimenti, e con iscopo che solo conosce Iddio. Noi affrontiamo codesta capricciosa e cieca regina dei nostri giorni, armati della spada della verità, sostenuti da fatti irrefragabili e da documenti, che non possono sconoscere gli stessi avversarii.

    [...] V’è ancora fra gli uomini chi distingue due specie di opinioni [...]. Così v’è una opinione pubblica retta e vera, che obbedisce alla legge morale, rende omaggio alla verità e alla giustizia, osserva le azioni degli uomini e dei governi, e accorda loro la meritata fiducia, quando agiscono conformemente a quegli eterni principii. All’opposto vi è un’altra opinione, idolo bugiardo dei nostri giorni, sostenuto e portato a cielo da quella cospirazione contro la verità (come chiamavala il de Maistre) che è il giornalismo prezzolato e settario, il quale ricuopre come morbosa crittogama tutta la faccia del mondo, appassendo e annientando i frutti salutari degli insegnamenti cristiani e civili, scambiandoli con frutti amari di perdizione. Un istrione, che pur non era vile, su i nostri teatri, nell’effimero regno della repubblica di Mazzini (nel 1849) ebbe il coraggio di stimmatizzare codesta opinione pubblica, paragonandola a una mandra imbelle di pecore che va’ dietro allo sguaiato belare di un fetente becco. Fu applaudito, e a ragione; perché tale appunto è la opinione pubblica dei nostri tempi.

    Per codesta sciagurata mezzana delle Società segrete, imbavagliata la Chiesa, sconosciuta la sua santa missione, vilipesi i suoi ministri, screditata la sua parola, che è parola di verità, ogni ardito malvagio [...] si crede in diritto di arrogarsi l’impero del mondo. Costui, disprezzato ogni sano principio, alla virtù dà nome di vizio, al vizio quello di virtù [...]; fabbrica cose meravigliose, improvvisa grandi uomini ed eroi, e, novello Satanasso sul culmine dell’altissimo monte, dice agli uomini istupiditi per la sorpresa o per la paura, indicando loro il mondo: — Vi darò tutte queste cose, se proni mi adorerete! —.

    L’uomo onesto e cristiano rimarrà estraneo ad una opinione formata in questa guisa, e malgrado dell’avversità dei tempi e delle cose, chiamerà sempre menzogna la menzogna, vitupero il vitupero, empietà la empietà, e miseri quei tempi, quei governi, quegli uomini che loro ardono incensi; chiamando verità la sola vera santa verità, emanazione di Dio. Ma i figli degli uomini, i novelli giganti del Massonismo, colle bugiarde parole di libertà, di civiltà, di redenzione, pretesero annientare la libertà dei figli di Dio, distruggere la civiltà cristiana, inutilizzare la redenzione compita in virtù della Croce. Però questa libertà, questa civiltà, questa redenzione hanno riempita la terra di uomini magnanimi, sapienti e grandi, di opere gigantesche e stupende a bene temporale ed eterno degli individui; in quello che la libertà, la civiltà e la redenzione di coloro hanno riempito l’umano consorzio di miserie, il mondo di ruine, tanto più smisurate, quanto più mostruosi sono i moderni edificii innalzati al vitello d’oro, col saccheggio delle pubbliche e private sostanze, colle lagrime e col sangue dei popoli.

    Quali siano i vantaggi arrecati all’Italia in generale, e alle Due Sicilie e agli Stati della Chiesa in particolare, dai moderni banditori di libertà, fatti vincitori in virtù di armi straniere, lo hanno già reso manifesto infiniti danni materiali e morali di che sono tuttogiorno saturate codeste infelici contrade, e sarà registrato nella storia con caratteri indelebili di fuoco e di sangue. La storia dirà il contegno sprezzante delle consorterie dominanti, avvezze a calpestar tutto con proposito deliberato; le mostrerà insaziabili di ricchezze, di vendette, di prepotenze; riboccanti di pretensioni, vuote di merito e di dignità; dirà la moltitudine di popoli gemente sotto il più dispotico dominio, le intelligenze isterilite, le forze vigorose inutilizzate; e in loro vece pazze invidie, odii feroci, selvaggi appetiti, ignoranza, miseria, disperazione... [...]

    La storia mostrerà nuove innumerevoli piaghe sociali, le quali non saprebbesi di qual nome appellare; mentre invano un’atea filosofia, una legislazione senza giustizia, un’amministrazione senza probità, un governo di proconsoli senza fede, di tribuni militari senza pietà, non hanno altro farmaco da apprestare ai popoli famelici di verità, di quiete, di pane, che metter loro un fucile in ispalla, perché versino pur anco il loro sangue, contro le proprie convinzioni, in quello che se ne espongono all’asta pubblica le povere masserizie da saziarne le ingorde fauci dell’esattore del fisco.

    Questo diranno i fatti e proveranno i documenti; non ostante che l’opinione pubblica (formata dalle sètte) negherà codesto smisurato abisso, cinicamente gloriando il suo trionfo; e mentre che ardono Pontelandolfo e Casalduni, e cento altri villaggi; mentre infieriscono le fucilazioni in massa dei Pinelli e dei Fumel; mentre spariscono in un baleno i tesori e le risorse di governi e di Stati i più ricchi e fiorenti d’Italia (e forse anco del mondo), dirà, lavandosi le mani, come la prostituta delle sacre Carte, che la felicità è fra noi; e, chiesto per ischerno un popolare plebiscito, griderà che l’Italia è fatta, ora che gli antichi cospiratori gavazzano nell’abbondanza, avendo rubato ogni cosa. Né a quella bugiarda opinione pubblica verrà in mente, che quando nei precedenti anni così alto essa declamava contro i governi della Penisola, e in particolare contro Napoli e contro Roma, e tanti torti loro attribuiva, nulla, affatto nulla, accadeva delle attuali enormità e nefandezze. Ma per una cosiffatta opinione è inutile ogni ragionamento, ogni prova, ogni testimonianza: essa tiene luogo di ragionamento, di prova, di testimonianza, tiene luogo di tutto, per servire vilmente, ciecamente all’altrui ambizione e cupidigia, e rendere odioso distruggendolo un’ordine di cose che mirava al benessere e all’indipendenza della patria e della monarchia, della società e dell’individuo; nulla curando di averli resi schiavi d’insolenti padroni stranieri, e vittime sanguinolenti, non di uno, ma di cento despoti settarii.

    I documenti raccolti in queste carte provano purtroppo il trionfo di codesta sciagurata opinione; ma provano altresì, fino all’ultima evidenza, che quel trionfo non avvenne per volere o desiderio delle italiane popolazioni; ma sì per le arti abbominevoli di coloro, che per avidità o per odio insensato, antireligioso e antimonarchico, avevano interesse di rendere devastato e isterilito questo giardino d’Europa.

    Innumerevoli sono i documenti che dimostrano la rivoluzione italiana essere stata opera di gente straniera, e i nostri popoli averla soltanto subìta. Per dir solo dei Napoletani, basti fin d’ora ricordare la confessione fattane dall’infelice Bixio in pubblica Camera di Torino, nella tornata 9 dicembre 1863, e la dichiarazione solenne di Garibaldi nel pomposo ricevimento fattogli in Inghilterra nell’aprile del 1864, dove, innanzi a 30.000 spettatori, Ministri, membri del Parlamento e Lordi, ebbe a dire: "Napoli sarebbe ancora dei Borboni senza l’aiuto di Palmerston; e senza la flotta inglese io non avrei potuto passare giammai lo stretto di Messina". Parole autorevolmente terribili, le quali provano che, se Re Francesco II poteva combattere e vincere la insurrezione suscitata da una mano di filibustieri, avrebbe poi necessariamente soccombuto, non ostante l’amore del popolo e il valore dell’esercito, dovendo [...] tener fronte alla mal velata guerra del Governo Britannico e all’aperta aggressione del Sardo, sostenuto da Napoleone III e dalla potenza della Francia, che grande era a quel tempo; doveva in una parola difendersi dai rivoluzionarii di tutto il mondo, e dagl’interni tradimenti procurati da essi.

    E chi non sa, che quanto si disse e si fece negli ultimi quaranta anni, ed in peculiar modo dal 1856 a questi giorni, a nome dei popoli Italiani, fu detto e fatto a insaputa di loro e anzi contro il loro volere? Chi non sa, che architetto ed artefice supremo di codesti e calamitosissimi rivolgimenti fu una Setta, nemica di Dio e degli uomini, che seppe valersi della malizia dei meno, della ignoranza dei più, delle passioni di tutti, ai suoi intendimenti? Essa col pretesto di rendere Una e potente l’Italia ne afferrò la egemonia impadronendosi delle sue ricchezze; che se fa le viste di acconciarsi per ora agli ordinamenti e alle apparenze monarchiche, ciò è a patto soltanto di avere complice la monarchia per ammantare il proprio finale scopo, e preparare i popoli alla repubblica sociale senza Dio. Esaminando attentamente i fatti compiuti in quel nefasto periodo, si parrà chiaro come un così esiziale trionfo sarìa stato impossibile, se tutti i depositarii della legittima autorità avessero fatto il loro dovere in difesa, non meno della medesima autorità, loro commessa da Dio, che dei popoli e di sé stessi. Per somma sventura però, o piuttosto per nostro castigo, prevalse (così disponendo la setta) il sistema della mitezza, della clemenza, anzi della conciliazione verso uomini, che avendo giurato guerra all’Altare e al Trono, lungi dall’esserne riconoscenti ai legittimi governi, osarono chiamare crudeltà, tirannia, oppressione gli stessi benefizii di che andavano ricolmi. Ma Dio e la storia faranno giustizia severa di cotanta enormezza.

    Di tale Opinione pubblica però, così artificiosamente formata, fa d’uopo ricercare la origine; e noi non crediamo di andare errati se la segnaliamo in quei tali famosi Congressi, detti degli scienziati i quali, sotto le sembianze di scientifiche trattazioni, di null’altro si occupavano veramente, che di spianare le vie alla rivoluzione, seguendo l’impulso delle Società segrete, sotto la protezione de’ governi, ciechi o complici della stessa Rivoluzione.

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    III

    I Congressi degli Scienziati

    [...] Ardua e anche lunga cosa sarebbe il narrare la storia di quelle arti e cospirazioni contro i tranquilli Stati italiani, lustro e decoro della felice Penisola. Tra le tante insidie adoperate [...], prima ancora del 1848, sono da annoverare i così detti Congressi degli scienziati, radunati a volta a volta nelle principali città d’Italia, sotto specie di scientifiche trattazioni, in quello che cospiravasi per abbattere i troni dei legittimi Sovrani, in special modo quello di Re Ferdinando II di Napoli, maggiormente temuto per ricchezza e potenza come per lo amore dei proprii sudditi, il quale poi per sventura era il più generoso nell’accogliere ed onorare cosiffatti Congressi nel suo reame. Ne fa aperta confessione l’italianissimo medico Salvatore de’ Renzi, che fu membro attivissimo di tali adunanze, in un suo libro * [ Tre secoli di rivoluzioni napoletane. - Napoli 1886, pag. 296].

    L’Unità Cattolica nell’agosto 1875 (N. 192 e 194), pubblicava su tali Congressi, importanti cenni [...].

    Il valoroso Giornale torinese prendeva soggetto dal Congresso che adunavasi in Palermo, nel mese di settembre di quell’anno, e nel quale figuravano l’inevitabile Terenzio Mamiani, Atto Vannucci, Giorgini Michele, Lampertico, Menabrea, Aleardo Aleardi, Cannizzaro, Volpicelli, il famoso Mancini ecc. e tra gli esteri vi faceva degna mostra di sé Rénan, il bestemmiatore di Gesù Cristo!

    Cosa fosse per risultare da cotale Congresso di uomini, che, in ossequio alla scienza, conculcavano la Religione, e che, trattando delle cose create, negavano il Creatore, è facile il comprenderlo; ma vi stava sotto una ragione politica, e non per nulla Palermo era scelta a sede del Congresso nel 1875, in quei giorni appunto in cui uno straordinario fermento pareva tendere a staccare Sicilia dalla unità italiana. — Ecco pertanto i detti cenni dei passati Congressi scientifici, i quali, come giustamente nota l’Unità Cattolica, prepararono e accompagnarono lo svolgimento della rivoluzione italiana.

    I. Congresso di Pisa. — Una circolare, a piè della quale si leggevano i nomi del principe Carlo Luciano Bonaparte * [Uno dei principali fattori della Rivoluzione mazziniana del 1848], di Vincenzo Antinori, di Gio. Battista Amici, di Gaetano Giorgini, di Paolo Savi, e di Maurizio Bufalini, veniva diretta il 28 Marzo 1839 ai più distinti cultori delle scienze naturali, e loro annunziava avere il Granduca Leopoldo II permesso che in Toscana si tenesse una riunione scientifica, alla maniera di quelle che specialmente si facevano in Inghilterra e in Germania. Pisa fu scelta a prima sede di tale dotta riunione; colà infatti convenivano, nel mese di ottobre di quell’anno 421 Italiani cultori delle scienze. Il Congresso ebbe principio coll’invocazione dello Spirito Santo, nella celebre cattedrale di Pisa; dopodiché, adunatosi nel palazzo della Sapienza, proclamò a presidente generale il decano dei professori convenuti, Ranieri Gerbi. Il 2 ottobre dividevasi l’assemblea in sei sezioni, e a maggioranza di voti venivano nominati i presidenti delle medesime, che furoni il Configliacchi, il Sismondi, il Savi, Carlo L. Bonaparte, il Tommasini ed il Ridolfi. In questo furono come gettate le basi dei futuri Congressi, e datene le norme sul modo di tenerli e sui membri che li dovevano comporre.

    II. Congresso di Torino — Dietro proposta del principe Carlo Luciano Bonaparte, dal Congresso di Pisa fu prescelta Torino a sede della seconda riunione. Il Corpo decurionale, fra i molti preparativi intrapresi, volle che fosse appositamente compilata dal ch. Davide Bertolotti una descrizione di Torino, la quale venisse poi distribuita, quale omaggio della città, ai membri del Congresso. Fu aperto il 16 settembre del 1840, ed ebbe termine il 30 dello stesso mese; ne fu presidente generale il conte Alessandro Saluzzo di Monesiglio, presidente [...] della Reale Accademia delle scienze. Carlo Alberto riceveva una deputazione del Congresso medesimo, incaricata di esprimergli la generale riconoscenza; ne accoglieva ad un regale convito i presidenti; ordinava che fosse coniata una medaglia per quella fausta occasione, e venisse distribuita ai convenuti scienziati; infine fregiava delle insegne del supremo Ordine della Santissima Annunziata il presidente generale del Congresso.

    III. Congresso di Firenze. — Il 15 Settembre del 1841 si apriva il terzo Congresso degli scienziati a Firenze, nella grande aula dell’antico palazzo della Signoria, alla presenza del granduca Leopoldo II. Non mancarono quegli illustri cultori della scienza di invocare prima il lume dello Spirito Santo, e lo fecero nel celebre tempio di Santa Croce. Molti erano i convenuti, non dall’Italia sola, ma dalla Francia, dal Belgio, dalla Germania, dalla Gracia, dalla Spagna, dall’Inghilterra e perfino dalle Americhe. Il presidente generale, marchese Cosimo Ridolfi, nell’accomiatare quegli scienziati diceva: "L’amore della scienza e l’amicizia scambievole, sincera, immutabile, ci accompagnino dappertutto, e conducano i più schivi a benedire una istituzione così pacifica, così amica dell’ordine, così santa".

    Ma i governi cominciavano ad aprire gli occhi su queste riunioni, ed a comprendere a quali fini le dirigessero nascostamente i mestatori, nemici della pace e dell’ordine.

    IV. Congresso di Padova. — Nel settembre del 1842 aveva luogo la quarta riunione degli scienziati italiani nella città di Padova, e la presiedeva il conte Andrea Cittadella Vigodarzere.

    V. Congresso di Lucca. — L’anno 1843 gli scienziati convennero in Lucca sotto la presidenza del Marchese Antonio Mazzarosa. — Meno numerosi questi due congressi dei precedenti, lasciano di sé minore traccia nella storia di questa istituzione.

    VI. Congresso di Milano. — Ai 15 settembre 1844 un numero, grande di cultori delle scienze conveniva nel celebre duomo di Milano ad invocarvi il celeste patrocinio; alla sacra funzione assisteva Sua Eminenza il Cardinale Arcivescovo e vi impartiva la Eucaristica benedizione. Recatisi in seguito al palazzo di Brera, ivi nella grande aula, alla presenza del Vicerè e dell’Arcivescovo il Conte Vitaliano Borromeo, presidente generale, apriva la riunione. Un grandioso spettacolo, offerto alla città nell’Anfiteatro dell’Arena, ed altre feste rallegrarono gli animi occupati in scientifiche discipline!

    VII. Congresso di Napoli. — Il settimo Congresso Italiano si tenne a Napoli nel settembre del 1845: fu presieduto dal Cavaliere Santangelo, Ministro degli affari interni; assisteva il Re di Napoli, il quale poi invitava gli scienziati a visitare le sue amene villeggiature, i suoi splendidi palazzi, e li festeggiava una intera notte in quello di Napoli. La città nulla tralasciò per festeggiare il Congresso, sì che non si ebbe a desiderare altro che un po’ più d’ordine e di regolarità.

    VIII. Congresso di Genova. — Era l’anno 1846 (anno in cui, morto Gregorio XVI, Pio IX aveva dato l’amnistia ai rei di Stato e il 12 settembre si apriva l’ottavo Congresso sotto la presidenza del Marchese Brignole-Sale. Carlo Alberto diceva allora all’egregio Marchese: — "Badate, che questi pretesi scienziati sono gente da tenere a freno" * [L’infelice Monarca aveva cominciato ad intendere troppo tardi quello, che fin dal 1839 gli aveva detto e predetto il suo fedele Ministro, Della Margherita.] — Ed il Santo Padre Pio IX, la Duchessa di Parma ed il Re di Napoli, nonostante le buone accoglienze fatte agli scienziati l’anno prima, facevano raccomandare allo stesso Marchese di impedire, che si stabilisse pel nuovo Congresso una città qualunque dei loro Stati. Il giorno della inaugurazione fu ammannito un sontuoso banchetto alle Peschiere, e tra i commensali era il La-Masa, che, con tono enfatico, declamò una poesia a Pio IX, della quale basterà citare la seguente strofa:

    Dei regnanti della terra
    Non ti spinge il folle esempio;
    Tu col popolo e col tempio
    Sei del mondo imperator.
    Viva Pio liberator!

    IX. Congresso di Venezia. — Le condizioni anormali del 1847 non tolsero che molti accorressero a Venezia in quell’anno pel nono Congresso. Il giorno 13 settembre, che fu quello dell’apertura, già erano iscritti ottocento sessanta membri effettivi. Il conte Giovannelli, presidente generale, lesse il discorso inaugurale, mostrando l’utilità dei Congressi e paragonando la potenza dell’intelletto al sole, che diffonde la sua luce senza tuoni e senza lampi, e dei primi raggi veste le alture. Il Giovannelli spese un milione ad allestire a nuovo il proprio palazzo; le mense si davano nel nuovo Patriarchìo, ove una grandissima sala bastava a più di 300 convitati, oltre le minori. I divertimenti furono molti. Si decise che il decimo Congresso sarebbe tenuto a Bologna; ma il Sommo Pontefice, che ben conosceva le tendenze di queste pretese adunanze scientifiche, non avendone accettato la scelta, ne fu designata Siena; però il 1848, gravido di tanti avvenimenti, non poté vedere quel Congresso, che, rimandato di anno in anno, non ebbe più luogo se non nel 1862.

    X. Congresso di Siena. — Nel settembre del 1862, quando in Italia erano ancor freschi i fatti di Aspromonte, adunavasi nella Sala comunale del Mappamondo di Siena il decimo Congresso degli scienziati; erano appena un duecento i convenuti, i quali, dopo aver discorso, tra i comuni sbadigli, del principio di capillarità, della cura zuccherina del diabete, della decomposizione violenta dell’acido cianitrico, della pellagra e della affezione lichenosa, si esilararono con una discussione sul matrimonio civile e con un’aspirazione a Roma! Infatti nell’adunanza del 22 settembre si procedette alla votazione per la città che doveva essere sede del futuro Congresso, e rimase scelta, alla quasi unanimità, la città di Roma; dopodiché il professore Luigi del Punta, preposto del Collegio medico fiorentino, fece un evviva a Vittorio Emanuele!

    L’Unità Cattolica non mancava allora di far vedere l’ingratitudine e l’empietà di questa deliberazione, la quale voleva, in nome della scienza, togliere Roma al Papa, a cui la scienza deve tutto: e notava quanto fosse stata oculata la politica dei Sommi Pontefici, che non permisero mai l’adunarsi de’ Congressi scientifici in Roma. "Essi, diceva, sapevano bene dove il diavolo tiene la coda, e lo sapevano assai meglio degli altri Principi, che si sprofondavano in ossequii verso i Congressi, riscaldandosi la serpe in seno: perciò Gregorio XVI non solo non acconsentì mai di concedere la Città eterna a sede dei complotti più o meno scientifici, ma proibì perfino agli scienziati romani di intervenirvi, esempio imitato ben tosto dall’accortissimo Duca di Modena. Il sapiente Pontefice, appena seppe, che Carlo Bonaparte era stato il promotore di quelle scientifiche adunanze, non tardò ad avvedersi dove miravano". E di fatto dieci anni dopo, cioè nel 1849, Carlo Bonaparte non presiedeva più un Congresso scientifico, ma l’assemblea nazionale della Repubblica romana, avendo dichiarato distrutto il regno secolare dei Papi!...

    XI. Congresso di Roma. — Doveva adunarsi nel 1864, secondo i calcoli degli Italianissimi, che speravano per quell’anno (in cui la famosa Convenzione di settembre, conchiusa tra Napoleone III e il Piemonte all’insaputa del Papa, doveva far uscire da Roma l’esercito francese) di entrare in possesso della città dei Papi. Ma la breccia di Porta Pia si fé aspettare fino al 1870, e fu solo nell’ottobre 1873 che si poterono convocare gli scienziati in Roma pel loro undecimo Congresso. Essi si trovarono il 20 ottobre, a mezzogiorno, nell’aula massima del palazzo dei Conservatori; non erano che centosessanta, comprese due donne, l’una Inglese e l’altra Italiana. Presiedeva Terenzio Mamiani, il quale intuonò l’inno di trionfo della rivoluzione italiana, giunta pur una volta ad assidersi nella città dei Papi, a due passi dal Vaticano. Non si parlò più qui d’invocazione dello Spirito Santo, lustre buone pei tempi andati, nei quali conveniva dar olio ai gonzi. Il Mamiani invece scioglieva nel suo discorso inaugurale "il gran voto di coloro che presentirono il trionfo del grande impero della ragione!" e in ossequio al grande impero della ragione il vecchio presidente del Congresso annunziava un "secondo rinascimento", inneggiava a Calvino e a Rousseau, e preponeva il regno del senno e del sapere al regno dei Cieli, burlandosi così del Vangelo e del Divino Salvatore nella istessa Città capitale del Cristianesimo. Parlava poi lo Scialoja, allora Ministro dell’istruzione pubblica, notando che i governi antichi spiavano e temevano i Congressi scientifici, mentre loro prodigavano cortesie; ed il Sindaco di Roma tesseva la storia dei Congressi scientifici, concludendo: "Ed è qui in Campidoglio che, in nome di Roma libera, o signori, io vi saluto". — Sembrava che questo dovesse essere l’ultimo; ma la setta doveva far ancora qualche passo per raccogliere il frutto della presa di Roma, proclamando la Repubblica sociale. Quindi s’indisse un’altro Congresso.

    XII. Congresso di Palermo. — E siamo all’ultimo Congresso, quello che si aprì in Palermo. Come la intenzione segreta dei Congressi scientifici era altre volte di fare l’unità d’Italia con Roma capitale, sembrerebbe che dopo quello di Roma non si sarebbe più dovuto parlare di Congressi; ma forsecché agli scienziati italiani non restava altro da ottenere colle loro adunanze? Non potrebbe darsi che alle prime loro mire non siano subentrate altre intenzioni, e che qualche altro Scialoia non abbia a rivelare fra alcuni anni che il Governo italiano spiava e temeva il Congresso di Palermo, mentre gli prodigava cortesie in tutte maniere?

    Al nuovo Congresso prendeva parte anche Ernesto Rénan; bisognava bene che la scienza moderna, che è tutta materialismo e bestemmia, rendesse omaggio al bestemmiatore della vita di Gesù Cristo. Anzi, per far completa l’opera, si giunse perfino ad invitare Garibaldi, "quell’uomo, osserva l’Unità Cattolica, che tutti conosciamo come versatissimo in idraulica, gran prosciugatore di pranzi e di borse, e gran bonificatore delle proprie sostanze. Egli avrebbe certamente agli scienziati di Palermo annunziato il terzo incivilimento e la religione del vero, come il Mamiani aveva agli scienziati di Roma proclamato il secondo rinascimento, e il trionfo dell’impero della ragione! Ma Garibaldi fece smentire dai giornali di Roma la sua andata a Palermo; pare che la sua missione sia finita, né mantiene speranza che una seconda gita sul Continente possa fruttargli una seconda pensione di centomila franchi".

    In sì buona compagnia volevasi porre nientemeno che il P. Angelo Secchi; ma la Sicilia Cattolica del 14 agosto s’incaricava di smentire l’insensata calunnia, spiegando che il P. Secchi andava bensì a Palermo per fare col professore Tacchini degli studii astronomici, ma che non aveva nulla a dire e a fare col Congresso di Rénana e di Garibaldi; egli aveva potuto vedere in Roma coi proprii occhi come il Governo italianissimo sia amante della scienza; quel Governo che ha dissipate le biblioteche, rimestati i musei, rovinata l’Università, distrutta la pubblica istruzione in tutta l’Italia. "Non vedremo certamente i progressi della scienza nel suo duodecimo Congresso, conchiudeva il valoroso giornale; ma la storia ci dirà che cosa vi si preparasse, e quali eventi vi si maturassero".

    Come corollario alle surriferite cose rechiamo quel che scriveva nel medesimo tempo l’ottimo Pensiero Cattolico di Genova [...]. Nel suo numero 21 de 17 Agosto 1875, in un articolo intitolato, Il Congresso dei sedicenti scienziati a Palermo, diceva: "Chiamiamo con questo nome l’adunanza che si prepara, perché, a quanto pare, di veri scienziati pochi vi si recheranno. Invece, come già annunziano con aria di compiacenza i fogli liberaleschi, interverranno al Congresso, fra gli altri eretici ed increduli, l’apostata De Sanctis e il bestemmiatore famoso della Divinità di Gesù Cristo, Ernesto Rénan. E specialmente, quanto a quest’ultimo, la Gazzetta di Palermo invita i giovani di quella Università a fargli festa" come un’omaggio all’eminente individualità del razionalismo moderno". In altri tempi i giovani di qualsiasi Università d’Italia avrebbero protestato contro l’invito, il quale è un vero insulto alla Religione Cattolica; ma nei tempi che corrono avverrà purtroppo il contrario. Se essi credessero almeno quanto credeva il protestante Guizot, rimanderebbero al Direttore della Gazzetta di Palermo il foglio contenente l’invito, scrivendovi sopra, insulto, come lo stesso Guizot rimandava all’empio bestemmiatore il suo, scrivendovi sopra, oltraggio" * [La succitata Gazzetta chiama il Rénan l’eminente individualità del razionalismo moderno; ma un foglio razionalista francese, il Siècle, affibbiò al Rénan stesso per l’opera suddetta "mancanza di criterio ed oscurità di mente"].

    Da sua parte il Precursore di Palermo recava un’altra bella notizia, ed è, che in occasione del Congresso sarebbero spedite in quella città un buon numero di copie delle opere più empie e condannate dalla Sacra Congregazione dell’Indice, tra le quali: Straus Federico: Vita di Gesù, trad. E. Littré. Bianchi Giovini Aurelio: Critica degli Evangelii. Franchi Ausonio: La Religione del secolo XIX. Frerel: Lettere ad Eugenia. Volney: La Ruine. Buchner: Forza e materia. Viardot: La science et la conscience. Morinen A. S: Examen du Christianisme. Fenerbach: La morte e l’immortalità. Evverbek: Qu’est ce que la religion. Dupuis: De l’origine de tous les cultes. Moleschot Iac: La circulation de la vie. Stefanoni: Storia della superstizione. Buchner: Scienza e natura. Morin A. S: L’esprit de l’Eglise. Franchi Ausonio: Razionalismo del popolo. — Con tali elementi si apparecchiava nel Congresso palermitano l’ultimo stadio della Rivoluzione italiana, vale a dire, la Repubblica sociale, e la distruzione del Cristianesimo.

    Del resto, il Congresso tenutosi a Roma nel 1873 dichiarava in modo solenne l’importanza e lo scopo di tali adunanze e la gratitudine che loro professa la rivoluzione trionfante. Il discorso del Sindaco di Roma, Luigi Pianciani, lo diceva apertamente, e noi lo rechiamo quale documento, togliendolo dagli Atti del medesimo Congresso.

    Signori,

    "Trovandomi al cospetto vostro in questa sala, o signori del Congresso scientifico, io aveva sentito il dovere di darvi il benvenuto; ma dopo le troppe lusinghiere parole pronunziate dal nostro presidente, io sento di più quello di farvi delle scuse: le scuse io vi faccio in nome della città di Roma, che ho l’onore di rappresentare. Roma avrebbe voluto ben altrimenti onorare coloro che qui rappresentano la scienza italiana; però le dubbiezze sull’epoca nella quale il Congresso si sarebbe aperto han fatto sì, che essa non abbia potuto fare quanto avrebbe desiderato; dirò di più, quanto avrebbe dovuto. Però un pensiero mi conforta; qualunque fosse stata la lieta accoglienza che noi avessimo potuto preparare, questa non avrebbe mai nulla aggiunto a quella profonda, immensa soddisfazione che ciascuno di voi deve sentire nell’animo suo trovandosi in Roma, nel Campidoglio; giacché voi, o signori, dovete riflettere che sedete oggi dove si chiuse la chiave di volta di quell’edifizio, del quale voi gettaste le prime fondamenta. Sì, o signori, a me piace di riconoscerlo qui in Roma, nella città mia, grandissima parte del risorgimento italiano è dovuto a voi; giacché ha cominciato il nostro movimento col Congresso scientifico che ebbe luogo in Pisa nel 1839. Era appunto quell’epoca nella quale si diceva di noi essere l’Italia una terra di morti, e lo straniero, che non poteva fermarsi se non che all’apparenza, aveva in qualche modo ragione. L’Italia era ridotta un cimitero, gli uomini più patriottici diffidavano quasi dell’avvenire della patria, giacché i più operosi compiangevano i tempi che li avevano condannati a nulla poter operare. Ebbene, foste voi che suonaste la tromba in quel cimitero e provaste che gli Italiani non erano morti, ma erano vivi sepolti! Voi, facendo conoscere come vivesse la scienza in Italia, rivendicaste l’onore del nostro paese verso gli stranieri; voi, mostrando agli italiani come dovesse usarsi la vita, li svegliaste da quel torpore, nel quale le secolari male signorie li avevano addormentati. Gli Italiani impararono da voi che quei popoli, i quali, rispettando gli altrui diritti ed uniformandosi alle disposizioni delle leggi, non permettono che i propri diritti siano conculcati, sono sempre i più forti, e contro qualunque autorità che, basandosi sull’arbitrio, abbia la violenza a sostegno. Gl’Italiani impararono questo, e ben lo impararono. Al Congresso di Venezia del 1847 risposero le giornate di Milano del 48, e quell’eroico movimento che può chiamarsi la stupenda aurora del risorgimento italiano, nel 1948 e 49. Dopo quell’epoca, o signori, quando l’Italia ricadde sotto gli antichi padroni, quella scienza, che li aveva fatti tremare da principio, ebbe in loro così potenti nemici da non permettere neppure il parlarne. I Congressi si resero impossibili; e fu soltanto dopo che il Principe generoso, che noi abbiamo la fortuna di avere a capo della nazione, ebbe riscattato il paese dal giogo straniero, che la scienza poté ancora rivivere, e lo disse splendidamente il Congresso di Siena, del 1862, il cui primo dettato fu che il nuovo Congresso avrebbe dovuto riunirsi a Roma.

    "Questa coraggiosa risoluzione, sostenuta energicamente nel piccolo Congresso, che così potrebbe chiamarsi quello che ebbe luogo poco dopo a Firenze, fu la sanzione del sentimento popolare espresso colle fatidiche parole di un gran cittadino, nelle quali i destini della nazione venivano indissolubilmente congiunti a quelli di Roma. Quelle parole, che il popolo aveva ripetuto, e che la scienza avea consagrate, furono raccolte nell’animo generoso del Principe, che il riscatto d’Italia, incominciato a Palestro, compieva alle mura di Porta Pia. Per conseguenza, o signori, l’Italia a voi deve, e deve moltissimo; e sia permesso a chi ha l’onore di rappresentare la sua capitale di ringraziarvi in nome di tutti i suoi concittadini.

    "Ed io tanto più ve ne ringrazio, in quanto che, riflettendo alle parole eloquentissime che il Ministro della pubblica Istruzione pronunciava poco anzi, ricordo che due grandezze ebbe Roma, dovute l’una alla forza, all’autorità l’altra; oggi una terza ne aspetta, che sia dovuta alla libertà. Ma questa grandezza dalla libertà non può certamente attuarsi senza il concorso della scienza.

    "È la scienza che deve togliere gli ostacoli che si frappongono allo sviluppo della libertà: è la scienza che deve consolidare le sue basi, ed assicurarne i risultamenti; senza di essa, la libertà perisce o degenera in anarchia; con essa si chiama progresso, verità, giustizia (Applausi).

    "Intanto voi, o signori, che avete saputo vincere gli ostacoli a cui io accennava nel principio del mio discorso, quando tutti i governi temevano di voi, quantunque in apparenza vi festeggiassero, (dacché io ben ricordo di aver visto cacciar dai poliziotti gli scienziati festeggiati poc’anzi al Congresso di Venezia) * [Il Governo austriaco si avvide tardi di quel che si trattava in realtà nei Congressi degli scienziati, e fece condurre al confine dalla sua gendarmeria più d’uno di quei pretesi sapienti. Il famoso Luciano Bonaparte, più noto sotto il titolo di Principe di Canino, nel congedarsi dai suoi colleghi, esclamava queste testuali parole: "Abbiamo fatto la novena, a quest’altro anno la festa!" e gli avvenimenti del 1848 ne giustificavano la predizione. L’istesso agitatore, giunto al confine, nel ringraziare il capo della pubblica forza, che gli aveva tenuto buona compagnia in quell’involontario viaggio, trasse dal portafogli una coccarda tricolore, e gliela porse, dicendo: "la conservasse per l’anno venturo, e gli renderebbe buon servigio"], voi oggi, invece, siete qui amorevolmente accolti dal governo italiano, che si applaude dell’opera vostra, perché da voi spera un sussidio a meglio governare il paese.

    "Questa immensa differenza tra il passato ed il presente valga sempre meglio ad animarvi per coadiuvare nell’avvenire allo sviluppo delle nostre istituzioni.

    "La scienza riunita, direi quasi un fiume potente, ha superato gli ostacoli. E oggi si trova dinanzi ad una larga pianura che deve fertilizzare, sia procedendo unita come in passato; sia dividendosi in ruscelli, a moltiplicare la sua azione fecondatrice, di che tanto è inteso il bisogno. La scelta è a voi, e nella vostra sapienza io confido; ma qualunque sia quello che voi vorrete fare, io son certo che, grazie all’opera vostra, noi sorgeremo e non saremo fra poco secondi a nessuno in questa che, secondo me, è la prima forza del mondo.

    "Ciò spero, e ringraziandovi intanto per quanto vorrete fare qui fra le nostre mura in vantaggio del paese comune, permettetemi di assicurarvi, che mai cesserà nella mente dei Romani la riconoscenza per l’onore che avete voluto accordarci, inaugurando qui l’XI Congresso".

    [...] Il discorso dell’antico rivoluzionario è una prova luculenta dello scopo e degli intendimenti dei Congressi degli scienziati italiani. Il [...] Conte Solaro della Margherita li conobbe fin da principio; e nel suo [...] Memorandum consacrò loro una pagina, che vale per il più grave dei documenti, e la rechiamo testualmente:

    "In quest’anno (1839) ebbe pure luogo il primo Congresso degli scienziati Italiani in Pisa, ivi incominciò a ordirsi la tela, le cui trame eran di lunga mano preparate: lo svolgerla si lasciava al tempo. Io avversai fin d’allora queste congreghe, tanto applaudite, poiché non me ne occultai lo scopo; ma tutti i Sovrani d’Italia, un dopo l’altro, ad eccezione di Gregorio XVI, furono colti all’amo. Carlo Luciano Bonaparte ne era il primo promotore; lavorava pel conto suo, né s’avvedeva altro non essere che lo strumento delle sètte. Sembrava un odio al progresso delle scienze e delle arti l’antivedimento di coloro che dicevano, scienze ed arti non essere che il pretesto apparente; il vero fine, la rivoluzione italiana. Di scienze e di arti si parlò in pubblico, ma in privato si vedevano i corifei delle varie fazioni liberali della Penisola per trattar d’affari di ben altra importanza. Si conobbero personalmente, s’affratellarono, strinsero amicizia, stabilirono corrispondenze, si confermarono le speranze, si prepararono a travagliar concordi per essere tutti uniti dalle Alpi al Faro pel gran giorno del sospirato risorgimento. Né tanto si celavano che fosse scusabile chi spensieratamente applaudiva a quelle congreghe stupende, e i Sovrani d’Italia tutti, eccettuato Gregorio XVI, le accolsero. O coeci Reges, qui rem non cernitis istam! era il caso d’esclamare dopo la lettura d’uno scritto che si stampò in Lugano sul Congresso di Pisa, che tutta ne svelava la tendenza. Io ben sapeva che inevitabilmente Torino avrebbe la stupenda ventura di vedere gli scienziati che il volgo, ignaro di tanto nome, chiamava comunemente gl’insensati; lo sapeva, pur non tacqui, come era mio dovere. Io non doveva supporre ciò che non era più un mistero, ché già si soffiava con mille mantici il fuoco; ma le stesse cose si dicevano in Napoli al Re Ferdinando, in Firenze al Gran Duca. Ognun d’essi esser doveva il futuro campione d’Italia, e io lo ripeteva fermamente al Re; mi sorrideva, e mi tollerava. Credo che in questa circostanza si offuscò l’animo suo a mio riguardo, ma non indietreggiai: togliermi poteva l’ufficio, nol fece; farmi cambiare non mai, né lo tentò.

    "Vaticinavano gli uomini più assennati le conseguenze onde sarebbero fertili quelle riunioni, e io confermava i detti loro, ma indarno, e non creduto, come non fu creduta dai Troiani la figlia di Priamo nel dì che precedeva il grande eccidio:
    Tunc etiam fatis aperit Cassandra futuris
    Ora, Dei iussu, non unquam credita Teucris."

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    IV

    Le società segrete

    [...] [I Congressi degli Scienziati] furono una delle espressioni più gravi e solenni dell’azione settaria, sotto l’egida del governo piemontese; ma molti altri mezzi e scaltri e potenti impiegò quel governo a raggiungere l’ambìto scopo dell’egemonia d’Italia, credendo potersi valere, a solo suo vantaggio, e come semplice istrumento, delle sètte segrete [...]. Ma era invece il governo piemontese quello che le sètte avevano fatto istrumento del loro disegno anticristiano, servendosi d’un governo e d’un Re, tenuti in conto di sommamente cattolici, e che, come tali, godevano di tutto il favore della S. Sede, per distruggere la S. Sede istessa. Questo diciamo di Re Carlo Alberto e del suo governo, che per verità, finché ebbe a Ministri i della Margherita, i della Torre, i Brignole Sale ed altri simiglianti personaggi, meritò la buona fama di che godeva; ma, ad onta loro, v’era il Villamarina, fido sorvegliatore della frammassoneria, che mai riuscirono quegli uomini devoti alla Monarchia a distaccare dal fianco del Monarca, finché questi non fu condotto a Novara, e da Novara ad Oporto, per finire i suoi giorni in terra straniera.

    Villamarina era l’anello che legava la dinastia sabauda alla rivoluzione, la quale, portandola in trionfo, anche in mezzo a sconfitte, l’ebbe [...] per sua serva, finché, sotto le ali dello astuto Cavour, si fu data anima e corpo in balìa di chi aveva a supremo scopo il rovesciamento d’ogni trono, la distruzione d’ogni culto. E così per una strana fatalità, che altri chiamerebbe caso, mentre Carlo Alberto si faceva settario, per avere il trono, ne scavava con le sue mani le fondamenta, per perderlo egli stesso e lasciarlo barcollante ai suoi successori.

    Gli apologisti della cospirazione piemontese, che altro non fu in sostanza la nuova invasione d’Italia, attribuiscono al famoso Conte Camillo Benso di Cavour il gran fatto dell’Unità italiana; giova però ricordare, che già molto prima di lui i gran maestri della Frammassoneria in generale, e dei Carbonari e della Giovane Italia in particolare, ad altro non miravano che alla distruzione dei varii Stati italiani, a fine di fonderli nello stampo di una Repubblica libera e indipendente da ogni legge cristiana; al quale scopo appunto tendevano le rivoluzioni che dal 1817 fino al 1848 si vennero a mano a mano producendo * [Vedi le Memorie di Mariotti sui Carbonari, e Iohn Murray: Memoirs of the secret societes of the South of Italy. London 1821].

    Codesti moti presero varie forme, secondo i luoghi e i governi contro i quali si facevano; finché all’epoca del 1846-47, divenuti europei, la rivoluzione [...] spiegò il vessillo delle Nazionalità. Le aspirazioni nazionali facevano infatti grande sfoggio di sé nella guerra del 1848, e da quel momento la Nazionalità fu sempre il pretesto legalizzato d’ogni conflitto guerresco, come d’ogni insurrezione.

    La Nazionalità nell’anarchia che ne seguì, chiamata èra novella, fu quindi la maschera d’ogni mena faziosa dei distruggitori dell’ordine morale e civile; la Nazionalità è il grido della rivoluzione universale contro Dio e contro il suo Cristo. Ma di tale cospirazione inaudita è d’uopo ricercare le cause, né ci è possibile di farlo senza dire qualche cosa delle sètte segrete.

    Le società segrete [...] sono la vera chiesa di satanasso, contrapposta alla Chiesa di Dio: essa ha i suoi apostoli, i suoi martiri, i suoi santi, il suo culto, i suoi riti, i suoi ordini religiosi.

    [...] Come la Chiesa di Dio ha varii Ordini religiosi, secondo l’indole, il genio, la capacità, la vocazione degli individui; così egualmente la chiesa di Satanasso ha la Frammassoneria, il Carbonarismo, la Giovane Italia, la Giovane Europa, il Socialismo, il Nichilismo, l’Internazionalismo, e cento altre [...]. L’importante [...] è di sapere, come è provato da cento documenti, e dai recenti lavori della Civiltà Cattolica e di altri autorevoli scrittori contemporanei, che dalla Frammassoneria sorse il Carbonarismo e dal Carbonarismo la Giovane Italia, immediata fattrice della presente rivoluzione italiana * [È inutile il dichiarare, ciò che il lettore intelligente di leggieri comprende, che noi non intendiamo fare un fascio di tutti indistintamente gli addetti alle logge massoniche: abbiamo detto che ve n’è per tutti i gusti e per tutte le indoli, e certamente pochi sono quelli che sono veramente ammessi a conoscere le segrete cose della setta diabolica; per essa anzi è cosa di supremo interesse che molti dabben uomini, ed anche personaggi importanti, ma non di molto senno, conoscano della setta il solo orpello. Il perché anche ai nostri giorni, in cui l’opera massonica è ormai al suo colmo, si osa dire e sostenere, che la setta è pur la più innocua cosa del mondo, e solo tendente allo svolgimento dello spirito e del bene sociale. Di fatti un personaggio cattolico, di un regno protestante dell’ultimo Nord, venuto in Roma con la sua Sovrana, qualche anno addietro, ci affermava che in quelle contrade non si sa concepire un uomo di spirito e di talento, che non sia frammassone. Anche in Inghilterra, dove pure la setta ha forse sua sede principale, è pressoché generale tale opinione sul suo riguardo. Vediamo quindi pubblici frammassoni, dichiarati tali nelle pubbliche effemeridi, essere accreditati presso le più schiette Corti cattoliche, e ricevere, a preferenza di molti altri, le finezze della più scelta società di cattolicissimi paesi]. Noi [...] diremo alquanto lungamente di questa setta, e prima del suo grande profeta e legislatore, Giuseppe Mazzini.

    Giuseppe Mazzini, avvocato genovese, fondava la cosìdetta Giovine Italia; ma in far ciò non ebbe il merito della invenzione, avendo copiato il disegno dei Carbonari; e mentre ne semplificava il rito di ammissione per gli adepti, ne conservava però gelosamente le massime sovversive e sanguinarie * [Vedi l’opera inglese: Italy past and present. vol. II. pag. 18]. Il primo articolo del suo catechismo infatti stabilisce: "La società è costituita per distruggere completamente tutti i Governi della Penisola, e per formarne un solo Stato sotto la forma repubblicana". Con ciò non si dichiara solamente la guerra ai Governi assoluti; ma molto più a quelli ordinati a forma costituzionale, dei quali, come si afferma all’articolo 2°, i vizii sono anche maggiori che nelle monarchie temperate". Verità preziosa sfuggita al famoso agitatore [...].

    Nato in Genova nell’anno 1805 da un padre repubblicano, Giuseppe Mazzini, ispiratosi sin dai suoi primi anni a’ sentimenti paterni ed all’entusiasmo [...] de’ periodici libertini, non che alla cupa ira desolatrice disperata delle ultime lettere di Iacopo Ortis, addivenne il vero misantropo; la madre più volte temette pel suicidio del figlio. Strinse amicizia coi fratelli Ruffini, e con essi cominciò, giovane ancora, a cospirare. Ambizioso dominava quei pochi giovani che insieme coi Ruffini aveva con le sue seduzioni stretti alla sua amicizia, ed i primi suoi scritti, pubblicati sul Indicatore Livornese, nel 1827, destarono fondato sospetto al Governo, talché fu necessario sopprimere quel giornale. Un suo compagno, di cognome Torre, gli propose di aggregarsi alla Carboneria, e Mazzini vi diede il nome volentieri, iniziatovi da Raimondo Doria. Fondò quindi in Livorno una Vendita, cioè un’adunanza di Carbonari. Aveva amicizia già con Guerrazzi, e qui lo incontrò mentre scriveva L’Assedio di Firenze, e conobbe Tini e Montepulciano; deputato ad iniziare in secondo grado della Carboneria il maggior Cottin, si portò all’albergo del Lion rouge; ma, visto dalla polizia, e tradito dal medesimo iniziato, fu messo in carcere, e dal carcere passò all’esilio. Stando in Ginevra e trattenendosi nel circolo di lettura, che insieme era un club politico, fu invitato di recarsi al caffè della Fenice in Lione, dove si arruolavano i volontarii che dovevano scendere nel Piemonte: egli accorse, si arruolò; ma il Governo francese proibì la spedizione, la quale perciò non ebbe luogo.

    Sul principio dell’anno 1832, in Marsiglia, unito ai suoi amici esuli, fondò la setta della Giovane Italia. Il suo motto e l’impronta del suo suggello era il seguente, — ora e sempre —. Concorsero a questa setta tutti i Carbonari d’Italia; dopo un anno di vita già aveva stabiliti comitati in Genova, in Livorno, in Milano, in Toscana e nelle Romagne. La Giovane Italia aveva per suo organo un giornale che portava lo stesso titolo; formavano la classe letterata e manuale del periodico, Mazzini, la Cecilia, Ausiglio, G. B. Ruffini ed altri pochi. Si mettevano i fascicoli in barili di pietra pomice o nel centro di botti di pece, e si dirigevano ad un negoziante, al quale dovevano presentarsi gli affiliati ed associati. Garibaldi, all’età di ventisei anni, tornando dall’Oriente, sbarcò a Marsiglia; e, mediante un certo Cavi, conobbe Mazzini, e fu affiliato alla setta col soprannome di Borel.

    La Giovane Italia ebbe per affiliata nel 1850 la Società dell’Unità italiana. Essa nell’articolo 1° delle sue istruzioni dichiara essere la medesima che la Carboneria e la Giovane Italia. Il 15 Aprile dell’anno 1834, a Berna, per opera di Mazzini, Louis Blanc, Ledru Rollin ed altri s’istituì la Giovane Europa, divisa in tanti rami quante sono la principali nazioni europee. Noi in un solo aspetto ed in una medesima categoria riguardiamo i fatti d’ambo le sètte aventi a scopo la così detta libertà.

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    V

    Lettera dommatica di Mazzini

    La Giovane Italia non si scompagna dalla Frammassoneria, ne ha ereditata la dottrina, che, come per i frammassoni così per i mazziniani, è domma, è morale, è culto. E qui giova recare la Lettera dommatica di Mazzini:

    "Noi crediamo in Dio, Intelletto e Amore, Signore ed Educatore.

    "Crediamo quindi in una legge morale sovrana, espressione del di lui Intelletto e del di lui Amore.

    "Crediamo in una legge di dovere per tutti noi chiamati a intenderla e amarla, ossia incarnarla possibilmente negli atti nostri.

    "Crediamo unica manifestazione di Dio visibile a noi la vita, e in essa cerchiamo gl’indizii della Legge Divina.

    "Crediamo che come uno è Dio, così è una la Vita, una la Legge della vita a traverso la sua duplice manifestazione nell’individuo e nell’umanità collettiva.

    "Crediamo nella coscienza, rivelazione della Vita, nell’individuo e nella tradizione, rivelazione della vita nella Umanità, come nei soli due mezzi che Dio ci ha dati per intendere il di lui disegno, e che quando la voce della coscienza e quella della tradizione armonizzano in una affermazione, quell’affermazione è il vero o una parte del vero.

    "Crediamo che l’una e l’altra religiosamente interrogate ci rivelino che la legge della vita è PROGRESSO; progresso indefinito in tutte le manifestazioni dell’Essere, i cui germi, inerenti alla Vita stessa, si sviluppano successivamente a traverso tutte le sue fasi.

    "Crediamo che una essendo la Vita, una la sua legge, lo stesso progresso che si compie nell’umanità collettiva, e ci è rivelato via via dalla tradizione, deve egualmente compirsi nell’individuo; e siccome il progresso indefinito, intravveduto, concepito dalla coscienza e pronunziato dalla tradizione non può verificarsi tutto nella breve esistenza terrestre dell’individuo; crediamo che si compirà altrove, e crediamo nella continuità della vita manifestata in ciascuno di noi, e della quale l’esistenza terrestre non è che un periodo.

    "Crediamo che, come nell’Umanità collettiva ogni concetto di miglioramento, ogni presentimento di un più vasto e puro ideale, ogni aspirazione potente al bene, si traduce, talora dopo secoli, in realtà; così nell’individuo ogni intuizione al vero, ogni assicurazione oggi inefficace all’Ideale e al Bene, è promessa di futuro sviluppo, germe che deve svolgersi nella serie delle esistenze che costituiscono la vita. Crediamo che come l’umanità collettiva conquista, inoltrando e successivamente, l’intelletto del proprio passato; così l’individuo conquisterà, inoltrando sulla via del progresso e in proporzione all’educazione morale raggiunta, la coscienza, la memoria delle sue passate esistenze.

    "Crediamo non solamente nel progresso, ma nella solidarietà degli uomini in esso; crediamo che come nell’Umanità collettiva le generazioni si inanellano alle generazioni, e la vita dell’una promuove, aiuta, fortifica quella dell’altra; così gl’individui si inanellano agli individui, e la vita degli uni giova, qui e altrove, alla vita degli altri; crediamo gli affetti puri, virtuosi e costanti, promessa di comunione nell’avvenire, e vincolo invisibile e fecondo d’azione fra trapassati e viventi.

    "Crediamo che il Progresso, legge di Dio, deve infallibilmente compirsi per tutti; ma crediamo che, dovendo noi conquistarne coscienza e meritarlo coll’opera nostra, il tempo e lo spazio ci sono lasciati da Dio come sfera di libertà nella quale noi possiamo, accelerandolo o indugiandolo, meritare o demeritare.

    "Crediamo quindi nella libertà umana, condizione dell’umana responsabilità.

    "Crediamo nell’eguaglianza umana, cioè, che a tutti son date da Dio le facoltà e le forze necessarie a un eguale progresso: crediamo tutti chiamati ed eletti a compirlo in tempo diverso, a seconda dell’opera di ciascuno.

    "Crediamo che quanto è contrario al Progresso, alla Libertà, all’Eguaglianza, alla Solidarietà umana è MALE, e quanto giova al loro sviluppo è BENE.

    "Crediamo al dovere, per noi tutti e per ciascuno di noi, di combattere senza posa col pensiero e coll’azione il male, e di promuovere il bene: crediamo che a vincere il male e promuovere il bene in ciascun di noi, è necessario impedire il male e promuovere il bene negli altri e per gli altri; crediamo che nessuno può conquistarsi salute se non lavorando a salvare i proprii fratelli; crediamo che l’egoismo è il segno del male, il sagrificio quello della virtù.

    "Crediamo l’esistenza attuale gradino della futura, la terra il luogo di prova dove combattendo il Male e promuovendo il Bene, dobbiamo meritare di salire (sic); crediamo dovere di tutti e ciascuno di lavorare a santificarla, verificando in essa quanto è possibile della legge di Dio, e desumiamo da questa fede la nostra morale.

    "Crediamo che l’istinto del progresso, insito in noi fin dal cominciamento dell’umanità e fatto oggi tendenza dell’intelletto, è la sola rivelazione di Dio sugli uomini, rivelazione continua e per tutti: crediamo che in virtù di questa rivelazione, l’Umanità inoltra, d’epoca in epoca, di religione in religione, sulla via di miglioramento assegnatale; crediamo che qualunque s’arroga in oggi di concentrare in sé la rivelazione e piantarsi intermediario privilegiato fra Dio e gli uomini, bestemmia; crediamo santa l’autorità quando consecrata dal genio e dalla virtù, soli sacerdoti dell’avvenire, e manifestata dalla più vasta potenza di sacrificio predica il bene e, liberamente accettata guida visibilmente ad esso; ma crediamo dovere il combattere e scacciar dal mondo, come figlia della menzogna e madre di tirannidi, ogni autorità non rivestita di quei caratteri. Crediamo che Dio è Dio, e l’Umanità è il suo Profeta.

    "È questa nei sommi suoi capi la nostra fede; in essa abbracciamo rispettosi come stadii di progresso compito, tutte le manifestazioni religiose passate, e come sintomi e presentimenti del progresso futuro, tutte le severe e virtuose manifestazioni del pensiero; in essa sentiamo Dio padre di tutti, l’Umanità collegata tutta in comunione d’origine, di legge e di fine, la terra santificata di gradi in gradi dall’adempimento in essa del disegno divino, l’individuo benedetto d’immortalità, di libertà, di potenza, e artefice responsabile del proprio progresso; in essa viviamo, in essa morremo; in essa amiamo e operiamo, preghiamo e speriamo. In nome di essa vi diciamo: scendete dal seggio ch’oggi usurpate; e in verità, prima che il secolo si compia, voi scenderete".

    [...] Chi non prevenuto leggesse i primi periodi della medesima, la crederebbe certo il dettato di un buon cristiano, di un fior di galantuomo, né saprebbe dire a prima giunta se quella umanità o quel progresso fossero per avventura per celare alcuna cosa che fosse tutt’altro, che religiosa ed onesta. Non si tratta qui del regno di Dio e dei mezzi per ottenerlo, e molto meno della salute eterna degli individui da raggiungere; ma solo dell’umanità collettiva, parola elastica, che mal ricopre quella positiva, vale a dire il socialismo e il materialismo; si tratta del progresso e della solidarietà degli uomini in esso, nel quale progresso, secondo la setta, si racchiude la legge tutta di Dio, e il quale infallibilmente deve compirsi per tutti. Quindi scuopre un lembo di codesto progresso, e fa intendere essere desso il socialismo, cui chiama uguaglianza umana, con evidente assurdo affermando: a tutti essere date da Dio "le facoltà e le forze necessarie a un eguale progresso".

    Scambiando poi il significato naturale delle parole, chiama male soltanto ciò che si oppone al progresso, alla libertà, all’uguaglianza, alla solidarietà umana, e bene tutto quanto giova a codeste belle cose. E poiché ad esse, intese nel senso materialista e socialista, si oppone naturalmente il vero Cristianesimo, che è il Cattolicismo, così questo è pei Settarii il male, ed essi credono al dovere, per tutti e per ciascuno di loro, "combatterlo senza posa col pensiero e coll’azione", in quello che intendono promuovere il bene negli altri e per gli altri; e, appropriandosi la missione divina della Chiesa di Gesù Cristo, credono che nessuno può conquistarsi salute se non lavorando a salvare i proprii fratelli dall’influenza salutare della Chiesa e del Cristianesimo, da essi dichiarato Male. E così, rovesciando da capo a fondo le basi del vero, chiamando Bene il male, e Male il bene, fulminati dallo Spirito Santo, che disse: "Maledetto sia colui che dice, bene il male, e male il bene" (Isaia 5. 20) seguono a svolgere la loro morale in un completo rovesciamento d’idee, che a udirli parrebbero altrettanti asceti o santi da altare.

    Ma poiché impossibile è mascherare il Diavolo senza che ne appariscano i segni, così Mazzini esce subito in una bestemmia, soggiungendo nella sua lettera: "credere che l’istinto del progresso insito in noi nel cominciamento dell’umanità ... è la sola rivelazione di Dio sugli uomini". Per tal modo, di tutte le religioni facendo un fascio, senza curare l’unica vera, con quella cosiddetta rivelazione, afferma: "l’umanità inoltrarsi d’epoca in epoca, di religione in religione, sulla via di miglioramento assegnatale". Cancellando quindi con un tratto di penna la divina missione di San Pietro e dei suoi Successori, con solenne bestemmia dice: "bestemmiare chiunque s’arroga in oggi di concentrare in sé la rivelazione, e piantarsi intermediario privilegiato tra Dio e gli uomini". Onde, distrutta la suprema Divina autorità della Chiesa, non riconosce altra autorità che quella consacrata dal genio e dalla virtù, che chiama soli sacerdoti dell’avvenire, piantando così il principio di ribellione contro ogni autorità, cui vuole sia liberamente accettata. Per lo che crede, che sia dovere di combattere e scacciare dal mondo, come figlia della menzogna e madre di tirannidi, ogni autorità non rivestita di quei caratteri.

    Dopo di ciò si degna di credere: che Dio è Dio e l’umanità è il suo profeta: perfezionando così il Corano che insegna, che Dio è Dio, e Maometto il suo profeta. E in nome di questa fede, dice alle autorità legittime: "scendete dal seggio che voi usurpaste: e in verità, prima che il secolo si compia, voi scenderete". Non si può parlare più chiaro.

    Quanto ai mezzi proposti e messi in opera dal Mazzini e dalla sua setta, per isconvolgere l’Italia ed attuare il suo disegno, si riassumono tutti nelle seguenti parole che egli scriveva fin dal 1846: "Lo sminuzzamento d’Italia presenta alla rigenerazione ostacoli che bisognerà superare, prima che si possa progredire direttamente. Intanto non bisogna scoraggiarsi: ogni passo verso l’unità sarà un progresso, e, senza prevederlo, la rigenerazione sarà imminente, tostoché l’unità potrà essere proclamata" [...].

  6. #6
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    VI

    Mezzi proposti da Mazzini e attuati dalla sua setta

    Ma circa i mezzi voluti dalla setta mazziniana della Giovane Italia dobbiam dire altre cose, e lo facciamo [...], seguendo il testo mazziniano.

    "Ne’ grandi paesi bisogna tendere alla rigenerazione per mezzo del popolo, nel nostro per mezzo dei Principi (e fu fatto a capello dal 1847 in poi). Bisogna assolutamente guadagnarli, e ciò è facile.

    "Il Papa procederà nella via delle riforme per principii e per necessità (o piuttosto per pietà e per clemenza).

    "Il Re di Piemonte per l’idea della Corona d’Italia (e disse giusto).

    "Il gran Duca di Toscana per inclinazione e per imitazione (e fu così).

    "Il Re di Napoli con la forza (e s’impiegò).

    "I piccoli Principi avran ben altro da occuparsi, che delle riforme.

    "Non vi affliggete delle porzioni occupate dall’Austria. È possibile che le riforme, prendendola alle spalle, la spingano più presto delle altre nella via del progresso (e fu per lo appunto così).

    "Il popolo, al quale una Costituzione dia il diritto di divenire esigente, può parlare ad alta voce, e , bisognando, comandare col mezzo delle insurrezioni. Ma chi è ancora sotto il giogo, dovrà esprimere i suoi bisogni cantando, per non dispiacere troppo (e si fece).

    "Profittate della menoma concessione per riunir le masse simulando riconoscenza, quando ciò convenisse. Le feste, gl’inni, gli attruppamenti, le relazioni moltiplicate fra uomini di ogni opinione, bastano per dar lo slancio alle idee, per infondere al popolo il sentimento della sua forza, e renderlo esigente (Le dimostrazioni popolari freneticamente entusiastiche, che dall’amnistia del 1846 fino alla guerra di Lombardia del 1848 non interrottamente si seguirono, mostrano l’efficacia dell’insegnamento mazziniano).

    "Il concorso de’ Grandi è indispensabile per la riforma di un paese. Se non avete che il popolo, nascerà tosto la diffidenza, e sarà schiacciato. Ma se sarà condotto da qualche gran Signore, questi gli servirà di passaporto. L’Italia è ancora ciò che la Francia era prima della rivoluzione: le abbisognano i suoi Mirabeau, i suoi Lafayette, e simili. Un gran Signore può essere intrattenuto da interessi materiali; ma può esser sedotto dalla vanità: lasciategli il primo posto finché vorrà marciar con voi. Ve ne son pochi i quali vogliono percorrere la via tutta intera. L’ESSENZIALE È, CHE IL TERMINE DELLA GRAN RIVOLUZIONE RIMANGA INCOGNITO. NON LASCIAMO VEDER GIAMMAI CHE IL SOLO PRIMO PASSO DA SPINGERE.

    "In Italia il Clero è ricco del denaro e della fede del popolo. Bisogna destreggiarlo su questi due interessi, e trar profitto per quanto si possa dalla sua influenza. Se in ogni Capitale si potesse avere un Savonarola noi potremmo far passi da gigante. Il Clero non è nemico delle istituzioni liberali. Ingegnatevi dunque ad associarlo al primo lavoro, che deve considerarsi come il vestibolo necessario del tempio dell’uguaglianza: senza il vestibolo il santuario sarà chiuso. Non offendete il Clero né nella sua fortuna, né nella sua ortodossia: promettetegli la libertà, e marcerà con voi.

    "In Italia il popolo non è ancora creato, ma è prossimo a rompere il guscio. Parlategli spesso, parlategli molto e dappertutto della sua miseria e dei suoi bisogni. Il popolo non conosce sé stesso; ma la parte attiva della società s’imbeve di sentimenti di compassione pel popolo, e presto o tardi incomincia ad operare. Le discussioni dotte non sono né necessarie né opportune: vi hanno delle parole generatrici che dicono tutto e che bisogna ripetere al popolo: libertà, diritti dell’uomo, progresso, eguaglianza e fraternità; queste parole saranno ben comprese, e soprattutto se vi si contrappongono quelle di despotismo, di privilegii, di tirannia, di schiavitù, ecc. Il difficile non è di convincere il popolo, ma di riunirlo; il giorno in cui sarà riunito, sarà il primo dell’era novella (e lo fu).

    "La scala del progresso è lunga: fan d’uopo e tempo e pazienza per giungere alla cima. Il mezzo di andarvi più presto è quello di superare un grado alla volta; prendere il volo verso l’ultimo espone la impresa a molti pericoli. Son presso a 2.000 anni che un gran Filosofo, chiamato Cristo, predicava quella fraternità della quale il mondo và ancora in traccia (ed ecco il settario Napoleone III col suo Rénan e la sua vita blasfema di Gesù Cristo). Accettate dunque qualunque soccorso vi si offra senza mai crederlo poco importante. Il globo terrestre è formato di grani di sabbia: chiunque vorrà spingere innanzi un sol passo con voi dovrà esser dei vostri, fin quando non vi abbandoni. UN RE CONCEDE UNA LEGGE PIÙ LIBERALE? APPLAUDITELO, E DOMANDATENE UN’ALTRA. UN MINISTRO SI MOSTRA PROGRESSIVO? PROPONETELO PER MODELLO. Un gran Signore disprezza i suoi privilegii? ponetevi sotto la sua direzione: se egli vorrà fermarsi sarete sempre a tempo di lasciarlo: resterà solo e senza forza contro di voi: voi avrete mille mezzi per rendere impopolari quelli che si opponessero a’ vostri disegni: ogni disgustopersonale, ogni speranza delusa, ogni ambizione contrariata può servire alla causa del progresso dando loro una buona direzione (cose tutte che si fecero e si fanno tuttora).

    "L’ESERCITO È IL PIÙ GRANDE OSTACOLO A’ PROGRESSI DEL SOCIALISMO. Sempre rassegnato per educazione, per disciplina e per dipendenza, è una molla del despotismo. Bisogna renderlo inabile con la educazione morale del popolo. Quando si imprimerà nella opinione generale che l’esercito, fatto per difendere il paese, non debba in verun caso ingerirsi della politica interna, ed abbia a rispettare il popolo, si potrà andare innanzi senza di lui, ed anche a suo dispetto, senza pericolo (Non si avrebbe potuto scriver meglio nel 1846 la storia di quanto è accaduto fino ad oggi che scriviamo. In Francia già si parla apertamente di sciogliere l’esercito, l’Italia farà altrettanto, quando potrà, senza pericolo) * [A questo proposito giunge opportuna una delle ultime lettere del famoso romito di Caprera diretta a’ suoi elettori del 1. Collegio di Roma.
    "Caprera, 14 9bre 78.
    Miei Cari Amici,
    "Io vi manifesterò soltanto il desiderio che gli onorevoli miei colleghi del Parlamento, in virtù del sommo patriottismo che li onora, credano bene di attaccare alla radice i mali che travagliano il nostro povero paese.
    "Combattere gli uomini che sono oggi al timone dello Stato — perché? Per surrogarli con altri? E gli altri faranno meglio? Ove un paese spinga a dirigerlo degli uomini come Cairoli, Zanardelli e compagni, io lo credo un bene comune. Essi sono accusati di difettare d’energia, ed io ch’ebbi la fortuna in mia vita di essere onorato da un popolo di un mandato senza restrizioni, trovo soltanto che il bene che essi certamente hanno intenzione di fare potrebbesi eseguire più presto. Per esempio:
    "1. Io manderei subito a casa tutti i giovani soldati contadini a seminare del grano, acciocché l’Italia non dovesse pagare allo straniero il tributo di molti milioni per supplire al pane che ci manca. Ed in caso che fossimo minacciati da certi vicini poco fortunati, ma che vivono per la sventura degli altri, allora i tre milioni d’Italiani, a cui accenna il colonnello Amadei, potrebbero lasciar la vanga ed il martello, per insegnare a chi finge di non saperlo, che questa terra è nostra.
    "2. Il bordello di tasse che mantengono in disagio la nazione italiana, la sorrogherei con la tassa unica pagata dai ricchi in proporzione dei loro averi.
    "3. Ai preti per il bene di loro e di tutti vorrei dare un’occupazione utile, e toglierli da un mestiere che li costringe a vender delle menzogne alla povera gente.
    "Tutti codesti miglioramenti mi sembrano facili nella tranquilla mia solitudine. Così non sembrerà ai nostri amici del ministero, travolti nelle bufere della Corte e del Parlamento. Comunque, essi sicuramente ne hanno l’intenzione e finiranno per attuarli con tante altre utili riforme.
    "Avendo poi pazienza di tollerare una nullità di deputato quale io sono, l’aggiungo all’affetto che vi porterò per tutta la vita.
    Vostro
    G. Garibaldi]. Il Clero possiede la metà della dottrina sociale. Egli vuole la fraternità che chiama carità. Ma le sue gerarchie ed abitudini ne fanno un sostegno dell’autorità, val dire del dispotismo: prendetevene il buono, e tagliatene il fradicio. Introducete l’eguaglianza nella Chiesa e tutto progredirà (ed ecco gli eccitamenti del basso contro l’alto Clero, e le leggi scismatiche del Governo italiano, e le recentissime del Mancini). La potenza clericale è personificata nei Gesuiti. Ma l’odio che si ha per questo nome, è già una potenza per i socialisti. Profittatene.

    "Associare, associare, associare. In questa parola si riassume tutto. Le Società segrete infondono una forza irresistibile al partito che può invocarle. Non temete di vederle suddivise, anzi tanto meglio. Tutte corrono al medesimo scopo per vie diverse. Il segreto sarà spesso violato, e tanto meglio. Bisogna il segreto per inspirar sicurezza a’ membri: ma bisogna altresì una certa trasparenza per incutere timore agli stazionarii.

    Quando un gran numero di associati, ricevendone il motto per diffondere un’idea nella pubblica opinione, potranno imprendere un movimento, essi troveranno il vecchio edifizio screpolato dappertutto, il quale crollerà quasi per miracolo al primo soffio del progresso. Rimarranno attoniti, vedendo fuggire, innanzi la sola potenza dell’opinione pubblica, i Re, i signori, i ricchi ed i preti che formavano l’ossatura dell’antica macchina sociale. Coraggio e perseveranza".

    [...] Dal complesso dei surriferiti mezzi si fa chiaro, che l’Italia fu vinta da una fazione occulta, che operava a norma del catechismo mazziniano, con incredibile uniformità in tutti i paesi. La concordanza perfetta dei fatti coi precetti del famoso Agitatore rende pur evidente, che quella fazione, divenuta padrona d’Italia in virtù delle armi straniere di Francia, è prettamente comunista e socialista, prendendo, giusta i luoghi, i tempi e le circostanze, or la maschera vaga di liberale, or di costituzionale, or di repubblicana; e che, con la medesima fazione non v’è transazione possibile, suo fine ultimo essendo quello di distruggere l’attuale società cristiana, e rifarla pagana col sostituire al Cristianesimo il satanismo. Sembrò per un momento che il precetto di proceder per gradi, e di non lasciar mai indovinare l’ultimo segreto, fosse violato dall’impazienza, dall’ambizione o dall’avidità dei cospiratori; ma pur questo servì alla setta per intimorire i buoni e renderli meno avversi ai moderati, che, con più lentezza, ma con più solidità, proseguono il pensiero di Mazzini.

    Costui però, siccome dicemmo, non fu il primo autore del gran disegno settario: egli non fece che riformarlo, accarezzarlo, e, così riforbito alla moderna da ingannar meglio i popoli, presentarlo al mondo, quale albero fecondo di patria grandezza e di libertà.

    Delle ragioni intime infatti della Frammassoneria e degli intimi suoi intendimenti abbiamo, fra gli altri, un Documento dello scorso secolo, e precisamente del 1759, contenente la spontanea confessione di un Iniziatore convertito. E di simili Documenti sempre giunsero molti a Roma per molte vie, in ogni tempo, e specialmente in tempi di Missioni e di solenni Giubilei, contro dei quali perciò i settarii infuriano più specialmente. Anzi abbiamo, a questo proposito, ancor fresca la memoria di quanto mai fecero e dissero e minacciarono nel settembre del 1863, affine di impedire che i romani andassero alla memoranda processione dell’immagine Acherotipa del SSmo Salvatore ad Sancta Sanctorum, che, in riparazione degli oltraggi dell’empio Rénan alla divinità di Gesù Cristo, veniva solennemente trasportata a Santa Maria Maggiore, per rimanervi esposta alla pietà dei fedeli.

    E sì! che il demonio presentiva il malanno che glie ne incoglierebbe, conciossiaché le più stupende conversioni ebbero luogo ai piedi di quella Sacrosanta Immagine, e l’istesso Capo settario, inviato plenipotenziario dell’infelice Cavour, che era in Roma a preparare la rivoluzione da compiersi quando i francesi avrebbero lasciata l’eterna città nell’anno seguente, in virtù della famosa Convenzione del 15 settembre, si convertì nel modo meraviglioso che ormai tutti sanno, essendosene per la sesta volta pubblicato l’autentico racconto, sotto il pseudonimo di Ricardo * [Ricardo, ossia il miracolo del SS. Salvatore, 6. edizione, Roma].

    "Noi, dice il Barbèri, nel compendio del famosissimo processo del Cagliostro, (pag. 7. e 8.) noi parleremo del puro fatto e senza mistero. Da molte spontanee denunzie, deposizioni di testimonii ed altre appurate notizie, che coi rispettivi monumenti si conservano nei nostri Archivii, risulta che le adunanze dei frammassoni, sotto mentite divise, alcune professano una sfrontata irreligione ed un abominevole libertinaggio, altre mirano ecc.". E poco dopo (pag 81) "Benedetto XIV, nella ricorrenza dell’universal Giubileo, cioè nell’anno 1760, ebbe occasione di comprendere quanto grave e propagato fosse il disordine e il danno prodotto dai Liberi Muratori: e poté comprenderlo con quella certezza che gli somministrarono le sincere rivelazioni di molti esteri i quali, trasferitisi a Roma per l’acquisto delle indulgenze, ricorsero a lui per l’assoluzione della scomunica, fulminata nella Bolla del suo predecessore Clemente XII —". E questa egli anche confermò e pubblicò di bel novo. Il che fece tanta rabbia e tanto danno ai frammassoni, che per vendicarsene sparsero da per tutto la sciocca calunnia, che fosse frammassone lo stesso Benedetto XIV; secondo che poi osarono goffamente ripetere di altri sommi Pontefici e perfino dell’immortale Pio IX, per lo stesso motivo di esserne stati di nuovo solennemente condannati. [...].

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    VII

    Una occhiata ai fatti

    Ora [...] giova scorrere [...] la nostra dolorosissima istoria, nei cui particolari si ravvisano altrettante applicazioni degli insegnamenti del Mazzini, e per lui della setta anticristiana divenuta [...] padrona e despota di tutti, senza eccezione, gli Stati d’Europa.

    Vincenzo Gioberti col suo primato d’Italia e con le sue virulente invettive contro i Gesuiti, largamente diffuse in tutta la Penisola nel momento in cui trovavasi maggiormente entusiasmata per la clemenza e per le paterne concessioni di Pio IX, aprì il passo alla grande rivoluzione che lamentiamo. Si vide in quel momento fedelmente eseguito il settario precetto: "Un Re promulga una legge più liberale? applauditelo ...". Pio IX divenne l’amore, l’idolo, il prodigio dei liberali, finché parve [...] che camminasse con essi; ma quando la dignità e la sapienza del Pontefice ebbero segnato il limite del cammino, fu lasciato solo, come aveva insegnato Mazzini. Quindi furono sconosciuti i suoi benefizii, abusate le sue concessioni, calpestati i suoi diritti, sconvolti i suoi ordinamenti, assassinati i suoi ministri, assalito mano armata il suo stesso palazzo, uccisi i suoi famigliari. Uno dei suoi stessi ministri, Mamiani, [...] ardì perfino insultarlo in pubblico Parlamento, dicendo di lui "doversi rilegare nelle celesti regioni a pregare e benedire!".

    Era più che paterno il reggime del Gran Duca di Toscana, e ne viveva contento quel popolo gentile; ma non erano contenti i faziosi della Giovane Italia. Quel Principe era, siccome aveva detto Mazzini, liberale per inclinazione e per imitazione, (o piuttosto soverchiamente buono e benigno), pure anche da lui si vollero riforme, per poi chiedere il resto: si progredì fino al punto di balzarlo dal trono.

    Carlo Alberto fin dal 1846 sognava la Corona d’Italia, promessagli da Mazzini e dai suoi settarii, come l’avevano promessa a Ferdinando II, che la rigettò. Lo dice nel suo catechismo Mazzini, lo conferma [...] della Margherita nel suo Memorandum, lo provano gli atti diplomatici del Ministero Gioberti; anch’egli adunque concedette, [...] ripugnante, le volute riforme, né il fece senza perché. In quel primo stadio della rivoluzione del 1847, che chiameremo delle Riforme, i settarii eransi messi alla testa dei popoli, i quali, eccitati da loro, vagamente chiedevano una maggiore libertà civile [...] ed una amministrazione migliore, che in alcun luogo era purtroppo desiderata. Il perché seguivansi i gerofanti demagoghi senza sospetto, anzi con fiducia posciaché udivansi parlare del bene del popolo, di libertà, di diritti dell’uomo, di eguaglianza, di fraternità, contrapponendovi le parole di privilegii, di tirannia, di schiavitù, ecc. ecc. tutto come aveva insegnato Mazzini.

    Il Re di Napoli Ferdinando II fu degli altri più ritroso a concedere riforme, che considerava quale proemio dello sconvolgimento sociale; e quando vi si indusse spinto dal soffio rivoluzionario di tutta Europa si, disse: — è troppo tardi! —

    Il 29 Gennaio del 1848 segnò il secondo stadio della rivoluzione Italiana, quello delle Costituzioni. Ferdinando II la inaugurò nei suoi Stati; ma si sa, che da taluni fugli gridata la croce addosso, dicendosi che la sua ritrosìa in concedere le riforme, lo aveva poi costretto a dare lo Statuto, così che mettesse gli altri Principi italiani nella impossibilità di negarlo ai loro popoli. I fatti posteriori però provarono che, se non vedeva più lungi degli altri, ben presentiva, che qualunque via avesse egli battuto, sarebbesi trovato alla fine al termine medesimo. Era scritto nel catechismo Mazziniano, che il Re di Napoli progredirebbe costretto dalla forza.

    Il Duca di Ventignano nel suo libro pubblicato nel 1848 col titolo "delle presenti condizioni d’Italia" osserva, che:

    "Il Re Ferdinando in tutti i suoi atti relativi alla conceduta Costituzione, si è sforzato di dire e di ripetere, fino alla sazietà, che avevala conceduta e giurata spontaneamente. Una tale dichiarazione era ad un tempo dignitosa e leale: dignitosa, togliendo di mezzo ogni idea d’umiliazione nella persona del Principe; leale, perché, ciò dichiarando, il Re convalidava il dato giuramento".

    Infatti non isfuggiva alla sapiente avvedutezza di Ferdinando, che alla concessione di uno Statuto costituzionale tendeva irresistibilmente la corrente rivoluzionaria, spinta ad un tempo dalle sètte occulte; e da presso che tutti gli Stati europei con a capo Francia e Inghilterra, retti a Costituzione, i quali coprivansi del nome augusto di Pio IX, che aveva iniziato le riforme, risoluto di condurle fino all’ultimo limite consentito dall’Apostolica dignità e libertà. Re Ferdinando adunque, contro il quale era condensato il maggiore odio settario, piuttostoché esservi trascinato per ultimo e per forza, a smascherare rivoluzione e rivoluzionarii, preferì dare la Costituzione pel primo e spontaneamente. I faziosi però che avrebbero voluto indurvelo per forza, a fine di sbalzarlo più agevolmente dal trono, si fecero ostinatamente a sostenere, che per forza appunto vi fosse stato indotto. Né vi fu ragione che valesse a convincerli in contrario. "Le discussioni dotte, aveva detto Mazzini, non sono né necessarie né opportune, avendosi a fare con le masse; la scienza e la logica, sono istrumenti senza punta; non son pugnali! Quindi mentire, affermare e tirare innanzi, senza curare chi smentisce, disprezzando chi afferma il contrario".

    Altrettanto dicevasi e facevasi contro il magnanimo Pio IX. Quanto non si disse contro di lui, poiché se ne ebbe ottenuto tutto ciò che aveva potuto concedere, mentre con intendimenti affatto opposti gli si scatenavano contro settarii e monarchici insipienti (sebbene la fede di questi ultimi ci sembra assai dubbia, quando si vien meno al dovuto rispetto verso il Papa). E qui non vogliamo omettere di manifestare un pensiero[...].

    Pio IX, più che uomo politico, fu sempre uomo apostolico. Vescovo di contrade e di popoli dalla mente svegliata e ardente, scelti appositamente dalla Frammassoneria, nell’istesso modo che i Siciliani, a punto di leva da rovesciare il Papa, e con esso tutti i troni della Penisola, compiangeva quelle provincie così agitate dalle Società segrete. I popoli delle Romagne, travagliati incessantemente, dal 1797 fin quì, da emissarii stranieri principalmente, repressi a buon diritto dal Governo legittimo, erano quelli che più d’ogni altro soffrivano di tale repressione, vuoi col carcere, vuoi coll’esilio, vuoi puranche coll’ultimo supplizio. I lamenti, i dolori, le miserie del popolo ricadevano sul loro Vescovo, e l’animo pietoso di Pio IX profondamente risentiva quei dolori, avvegnaché meritati; il desiderio di vederli una volta cessare, senza scapito della giustizia e dell’autorità del Governo, cresceva naturalmente ogni giorno più nel compassionevole suo cuore. Dall’altro canto la presenza delle milizie austriache non riusciva sempre salutare. A tutti è noto come dal 1815 in poi, l’Austria, al pari delle altre potenze cattoliche e conservatrici, fosse fatta segno a tutti gli sforzi e a tutte le arti più subdole delle Società segrete per renderla, di cattolica e monarchica, empia e rivoluzionaria; e già la corruzione e la immoralità con l’azione dissolvente del Giuseppismo e del Giansenismo avevano guasto in parte il Clero e l’esercito, non meno che l’amministrazione. Questa, mettendo ostacolo all’azione benefica della Chiesa, faceva sì, che più d’uno del Clero si mostrasse poco ossequente e meno sottomesso al Papa e ai legittimi superiori, e che l’esercito, cioè a dire i capi del medesimo, affettassero talvolta uno spirito volterriano e immorale[*]. La setta adunque, che è cosmopolita, dell’Austria istessa e delle sue milizie valevasi per corrompere, insieme coi proprii Stati italiani, quelli dei Principi vicini e delle Legazioni Pontificie in particolare, e per rendere aborrita ad un tempo l’autorità dei Principi e l’amicizia della Casa d’Austria. I Vescovi più di ogni altro vedevano la malefica influenza e le tristi conseguenze di quel soffio d’irreligione e di malcostume che si rivelava nell’esercito austriaco, come in ogni altro esercito del mondo. Anche Pio IX, o per dir meglio il Cardinal Mastai, Vescovo d’Imola, sentiva dolorosamente assai più d’ogni altro, per il suo spirito sommamente Apostolico, il pericolo che correva la sua Diocesi per la presenza di codesti ausiliarii. [...]

    [...] Ed ecco l’Austria divenuta anch’essa liberale, e lo sarebbe anche di più, senza la cattolica fermezza del suo Monarca e della Imperiale Famiglia che la setta non riuscì a corrompere. Ciononostante il glorioso Impero degli Asburgo è sull’orlo dell’abisso, e vi cadrà dentro, se Dio non lo salva! Imperocché Metternich, senza pure volerlo, tradiva la casa d’Austria: l’intimo di lui segretario, che tutta godeva la sua fiducia, e al quale niuna cosa poteva essere occulta del Governo austriaco, era frammassone e capo di frammassoni! ... La Civiltà Cattolica, quel sapiente periodico, vero baluardo contro l’infuriare della setta anticristiana, recava [...] nella sua importantissima trattazione sulle Società segrete un Documento che citeremo a verbo, a giustificazione di quel che diciamo.

    "Nubbio * [Era il nome di guerra nella setta di un Diplomatico di conto, accreditato presso la Santa Sede, stimatissimo in Roma quale uomo pio ed illuminato, che più tardi, avendo dispiaciuto alla setta, fu da essa ucciso di veleno], scrive la Civiltà Cattolica, si trovava nel 1844 in sui primi principii di quel suo malessere fisico, che doveva poi andargli lentamente affievolendo il vigor della mente non meno che le forze del corpo, quando ricevette in Roma dal suo complice Gaetano una lettera, data da Vienna il 23 gennaio 1844, atta per sé sola ad ispirargli un grande scoraggiamento.

    "Gaetano era il nome di guerra di un nobile Lombardo V... che aveva un alto impiego nella Cancelleria aulica di Vienna e godeva della fiducia particolare del Principe di Metternich, a cui serviva anche di segretario particolare in affari di rilievo. Per vedere quanto costui fosse bene informato delle cose di Vienna, basta leggere la lettera che si ha di lui al Neuhaus, uno dei principali capi ed autori della rivoluzione Svizzera, che nel 1840 aveva cominciato a far le sue prove contro i Conventi e contro i cattolici.

    " "Quando voi avrete nelle mani le redini del Direttorio federale (scriveva da Vienna Gaetano al Neuhaus, verso la fine del 1840) non abbiate nessuna paura delle Potenze, e non credete niente al coraggio che queste mostreranno contro di voi sulla carta. Il lavoro sordo e appropriato al genio di questi popoli ed alle circostanze presenti, che le Società segrete stanno qui adoperando, porterà un giorno i suoi frutti. Noi andiamo tagliando ad una ad una ed in silenzio tutte le radici della vecchia quercia Austriaca: essa cascherà sopra sé medesima; e tutto sarà finito. Intanto badate bene a questo che vi dico: Esiste tra il Principe Metternich e il Conte K... ... un’ostilità che non si mostra mai, ma che va sempre minando. Se il Principe risolve una cosa, state pur certo che domani il Conte farà mutare la risoluzione, ora per mezzo di ... ora per mezzo di ... dei quali noi popolarizziamo, per quanto ci è possibile, le arie liberali e la voglietta di governare che li tormentano. Questi elementi di discordia sono per noi elementi di buon successo. Voi avrete ora due anni di potere dinnanzi a voi; servitevene nell’interesse dei principii, e per la salute dei popoli. Voi potete fare grandi cose; giaché i vecchi Ministri della vecchia Europa dormono ai piedi dei troni tarlati, e non sentono lo scricchiolare della loro caduta. Non ispaventateli troppo con passi precipitati: andate piano, senza badare né alle loro proteste, né alle loro note intimidatrici. Essi cercheranno di spaventarvi; ma sono essi quelli che tremano di paura... Prudenza e misura. Noi abbiamo tra noi delle teste calde che non capiscono questo linguaggio: essi vogliono rompere tutto, per arrivare più presto; e questo è il vero modo di non arrivare mai. Io vedo di qui il movimento degli spiriti. La gente è calma e non cerca che di divertirsi. se noi non turbiamo questa loro beata sicurezza, noi li avvolgeremo un bel giorno nelle nostre reti e saranno tutti presi, quando non potranno più difendersi. I beni dei vostri Conventi sono immensi: è una bella cosa, un tesoro; ma bisogna sapersene servire. Avanti dunque, e soprattutto persuadetevi bene, che dopo tutte le note e contro-note diplomatiche voi sarete lasciati liberi di fare come vorrete".

    "Apparisce dunque da questa lettera, conchiude la Civiltà Cattolica, che Gaetano era in Vienna al corrente di tutti gli affari diplomatici e sapeva, che le note e le contro-note non sarebbero, come di fatto non furono, seguite dai fatti. Ed è ben naturale che i settarii e i rivoluzionarii, sì di Svizzera e sì di altri paesi, conoscendo che ad ogni modo ed infine dei conti sarebbero stati lasciati fare quello che volevano, approfittassero di questa notizia, facendo gli eroi ed i bravi a buon mercato, senza nessun rischio ed anzi col frutto d’apparire audaci, valorosi, prudenti, fortunati, quasi guidati da un astro, da una stella e da uno stellone, quando in realtà camminavano sicuri di sé e degli altri, senz’altra stella che l’altrui o spensierata ignavia, o complicità traditrice. Così infatti si sa ora, che procedettero anche le grandi vittorie da Novara a Roma, non che le precedenti dei repubblicani francesi del secolo scorso sul Reno * [È ormai cosa nota a tutti, che il Duca di Brunsvick generale in capo dell’esercito Austro-prussiano e degli emigrati francesi sul Reno, era frammassone e capo di frammassoni per mezzo dei quali trattava cogli assassini di Luigi XVI, mentre teneva a bada nelle file del suo esercito i più fidi servitori di quell’infelicissimo Monarca], e poi in Belgio, in Piemonte ed in tutta l’Italia, dove le logge massoniche avevano già preparati prima i facili trionfi di quegli eroi da commedia, per non dire da galera. Ed è ben giusto, che ora se ne celebrino i centenarii dai loro discepoli, fedeli costellati anche loro da simili stelle nubilose".

    [...] "Dal 29 gennaio al 10 Marzo 1848, in Napoli fu un tripudio non interrotto, scrive il citato Duca di Ventignano, feste, inni, acclamazioni, attruppamenti festivi, (secondo aveva insegnato Mazzini), rappresentazioni allusive ed allegoriche in tutti i teatri, il Re insomma divenuto a guisa di Pio IX, il padre, il benefattore, il Solone, il Tito, e che so io, delle rigenerate Sicilie. Il trionfo del comunismo parigino, larvato di repubblica, ruppe il guscio che l’occultava in Italia. In Napoli l’ottenuta Costituzione dava al popolo il diritto di parlare in tuono alto e comandare per mezzo degli attruppamenti, appunto siccome aveva voluto Mazzini.

    "Il primo sperimento fu applicato, al solito, ai Gesuiti, nei quali, secondo che il maestro aveva insegnato, trovavasi personificata la clericale potenza.

    "Il 10 Marzo fu la sanguigna aurora del terzo stadio delle nostre vicende: periodo di guerre, di sconvolgimenti e di anarchia. Mentre Roma, Firenze e Torino imponevano a’ loro Principi d’imitare il Re di Napoli, concedendo Statuti sul tamburo, gl’insorgenti di Parigi e di Vienna, preceduti da quelli di Palermo e dagli altri di Milano, complicavano in modo inestricabile le condizioni politiche di Europa tutta, ed in specie d’Italia e di Germania, ridestando in questi due paesi quel sentimento di nazionalità, che in essi più che altrove, erasi compresso dagli ultimi accordi fra le grandi Potenze".

    Intanto le tendenze e il movimento dei popoli e dei Governi della Penisola erano quei medesimi, che i demagoghi vi imprimevano per mezzo delle Società segrete, ed erano diverse ed anche contrarie fra di loro, a seconda dell’indole e della disposizione naturale di ciascun popolo. Così il sentimento di nazionalità, molla principalissima usata dalla setta per disgregare e poi ricomporre secondo i suoi intendimenti i popoli e i governi, si sviluppava presso ciascun popolo, prendendolo dal lato più suscettibile. Lombardia insorgeva per riunirsi, Sicilia per separarsi dalla comune madre italiana; combattevano ambedue per iscuotere da sé il legittimo governo, ma ciascuna con opposto fine. Il Lombardo-Veneto sentiva di non poter durare senza l’aiuto degli Stati vicini; Sicilia, se non col segregarsene affatto; i popoli del centro d’Italia più vicini all’incendio venivano riscaldati ancor essi, gli uni per pietà, gli altri quasi a dire per contagio, e tutta Italia era un indicibile fermento. Il che precipitò incredibilmente le cose, non avendo potuto i gerofanti dell’alta setta frenare le plebi scatenate, le quali violarono allora i due precetti essenziali dati da Mazzini, quando insegnava: date un passo alla volta; se vorrete prendere il volo verso la fine correrete gravi pericoli... non lasciate veder mai che il solo primo passo da spingere.

    Le inattese esplosioni di Parigi e di Vienna, gl’insorgimenti di Palermo e di Milano, la espulsione di De Sauget dall’una e di Radetzki dall’altra città, i controcolpi di Francia, di Germania, di Svizzera e di Ungheria, fecero credere ai demagoghi esser venuto il tempo di gettar via la maschera, e d’innalzare senz’altro la propria bandiera, quasi fosser certi di correre a sicura vittoria. Laonde un crescente tempestare di giornali e di libelli precursori del meditato rivolgimento, informati tutti ad una istessa idea; gli agitatori avendo interesse a far monopolio della stampa, perché apparisse una sola la opinione pubblica, quella cioè voluta ad ogni costo da essi. Quindi il progressivo sistema di attruppamenti minacciosi ed esigenti; quindi un dar di scure alle radici di ogni autorità e d’ogni riputazione; quindi le Costituzioni violate non appena ottenute, e uno slargarle, interpretarle, falsarle sempre in onta dei Principi che le concedettero, e a danno dell’ordine pubblico. Ciò per verità era tanto più vero che i rivoluzionarii frammassoni in loro coscienza non ebbero mai alcuna fede né nelle riforme, né negli statuti, né nei loro progressivi svolgimenti, né nell’istessa repubblica: loro ultima parola ed ultimo intendimento essendo la decomposizione totale della società, per prima saccheggiarla, e ricomporla poscia senza Dio.

    Ma ostacolo gravissimo al compimento dei loro disegni erano gli eserciti, da Mazzini designati quale molla di despotismo; bisognava o guadagnarli o distruggerli: e la guerra di Lombardia ne offriva occasione opportuna. Le disfatte di Vicenza e di Novara distrussero infatti l’esercito di Carlo Alberto e degli ausiliari italiani, ed allora il torrente rivoluzionario non ebbe più freno, travolgendo nei suoi gorghi i quattro maggiori Stati italiani, che non si riebbero se non con la ristaurazione del Governo della Santa Sede, e colla vittoria dei Regii in Sicilia, e degli Austriaci in Lombardia e in Venezia. Or chi non vede in questi fatti l’opera della Frammassoneria?

    Circa però l’azione particolare delle Società segrete contro il Regno delle Due Sicilie, il Montanelli ci fà qualche rivelazione di più, che giova raccogliere.

    "Quando le sètte erano in fiore nello Stato napolitano, dice egli, due di esse sovrastavano alle altre, l’una dei Carbonari, l’altra della Giovane Italia. Il fine di questa intendeva a repubblica unitaria italiana: in essa si iniziarono all’idea nazionale alcuni degli uomini che più figurarono nella rivoluzione del 1848, fra gli altri Giuseppe Massari, fatto nel 1838 corriere della setta, dal costui capo e fondatore Benedetto Mussolino, studente del Pizzo di Calabria * [Giuseppe Montanelli. Memoria sull’Italia dal 1814 al 1850. — Torino 1853 vol. I. cap. XVI. Il riformismo a Napoli, pag. 122] " — Da corriere della setta il Massari divenne in seguito Deputato ministerialissimo nella Camera di Torino, cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro, direttore della Gazzetta Ufficiale piemontese. Tale era la gratitudine di costui verso il Governo dei Borboni, conciosiaché i primi mezzi per la sua educazione letteraria gli vennero appunto da loro, servendo il padre di lui, Marino Massari, quegli Augusti Principi, in qualità d’Ispettore architetto nell’Amministrazione di ponti e strade, con vistoso onorario.

    Intanto le riforme che i capi del movimento, cosiddetto italiano, reclamavano ad alte grida, mascheravano il fine occulto della massoneria, di trasformare cioè i Parlamenti dei varii Stati d’Italia in assemblee costituenti da proclamarvi la decadenza dei Principi legittimi che avevano concesse quelle Costituzioni. Nella Camera di Torino se ne avevano aperte confessioni, tra le quali le seguenti:

    "Fin dalle prime sedute del Parlamento di Napoli del 1848 s’intendeva detronizzare Re Ferdinando II, il quale, comunque poi vincitore, non faceva arrestare nessuno dei Deputati suoi nemici, anzi generosamente li tutelava * [Tornate dei 25 novembre e 15 decembre 1862, e lettera del deputato Ricciardi del 23 settembre del detto anno, pubblicata nel Diario genovese Il Movimento della stessa epoca; dei quali documenti avremo a dire più distesamente] ".

    Ma poiché colla vaga parola di riforme intendevasi dai faziosi coprire il loro intendimento più prossimo, vale a dire la unificazione italiana, immaginata per isconvolgere la Penisola a loro profitto, e per istrapparla alla fede religiosa e politica dei suoi padri, giova arrecare qui un Documento che, [...] con savio accorgimento dichiara le ragioni istoriche e politiche della incompatibilità di tale unificazione; mentre con franca parola espone gli abusi e i difetti esistenti nei Governi Italiani, a far cessare i quali si richiedevano bensì riforme e provvedimenti, ma in senso ben diverso da quello vagheggiato dai settarii.

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    VIII

    Le riforme pretesto, non ragione, della Rivoluzione

    Ecco dunque il documento ossia la Memoria presentata dal Duca di Modena Francesco IV al Congresso di Verona nell’ottobre 1822:

    " ... Se si considera lo stato precedente in cui si trovava l’Italia prima della rivoluzione di Francia, il carattere e i costumi differenti dei differenti popoli d’Italia, se non vi si mette rimedio pronto ed efficace, e quali sarebbero i rimedii principali che bisognerebbe avere in vista per assicurare la felicità di questi popoli e ottenervi una durevole tranquillità. I principali difetti adunque possono ridursi ai seguenti:

    1. La mancanza di religione e l’avvilimento nel quale si è voluto gettarla, come la guerra costante che si è fatta ai suoi principii, alle sue prattiche e ai suoi ministri.

    2. La diminuzione del Clero e l’avvilimento nel quale si è voluto gettarlo, come la sua indipendenza dal Capo della Chiesa, che si è voluto introdurvi.

    3. L’annientamento della Nobiltà, privandola di tutte le sue prerogative, volendola impoverire, avvilire ed eguagliare alle classi inferiori.

    4. La limitazione dell’autorità paterna, di quell’autorità stabilita da Dio stesso, ed è voluta dalla natura.

    5. La suddivisione delle fortune per mezzo di leggi e concessioni fatali, che dissolvono le famiglie e tutti i loro beni, e tendono a ridurre a poco a poco gli individui egualmente infelici.

    6. La milizia troppo mercenaria, guasta nei principii, e indifferente a servire chicchessia, se la paga bene, ed a cambiare padrone se spera migliorare la sua sorte.

    7. La corruzione dei costumi voluta e stabilita come principio a meglio sradicare la religione, i buoni sentimenti, l’onore, e rendere gli uomini brutali, a fine di poter meglio servirsene come istrumenti nell’esecuzione di tutti i più perfidi disegni; poiché l’uomo che si lascia prendere la mano dalle passioni brutali, perde ogni energia, ogni capacità, diviene una specie di bestia o di macchina.

    8. La corruzione della dottrina e dei principii, ciò che si effettuò con la libertà della stampa, e con la grande premura di spargere cattivi libri, di allontanare i buoni, e di far sì che tutte le classi imparino a leggere e scrivere, ed abbiano qualche idea di studii per avere il mezzo di influenzarle.

    9. La buona educazione della gioventù impedita, e la cattiva facilitata, incoraggiata, ecc.

    10. L’abolizione delle Corporazioni religiose e delle Corporazioni secolari, come quelle delle arti e mestieri, che distinguono le classi degli uomini, le tengono in una necessaria e salutare disciplina, e che servono ad occuparli.

    11. La pericolosa e viziosa moltiplicazione degli impiegati e il male che ciascuno possa aspirare a qualunque carica, senza differenza di stato e di condizione.

    12. I troppi riguardi e la considerazione che si dà, senza distinzione di merito, ad ogni uomo letterato, e la soverchia moltiplicazione di professori d’ogni sorta, il troppo potere e diritto che loro si concede, la troppo grande facilità stabilita ovunque per la gioventù di studiare, ciò che rende tanta gente infelice e scontenta; poiché non tutta trova ad occuparsi, e i soverchii studii che si sono fatti fare a ciascuno, fanno sì che in fondo non imparino niente, e divengano presontuosi.

    "È d’uopo qui aggiungere alcune altre cause di rivoluzioni, alle quali è necessario cercare di rimediare, e sono:

    I. L’ozio, che è molto amato in Italia e che bisogna vincerlo e combatterlo, giacché trascina tutti i vizii ed è una grande sorgente di rivoluzioni.

    II. Il grande amalgamamento continuo con tanti forastieri che sono incessantemente in moto per tutta Italia, e che portano dappertutto la corruzione dei costumi, e guastano lo spirito nazionale e i buoni principii.

    III. La soverchia lungaggine nell’amministrazione della giustizia, vuoi nei processi civili, vuoi nei criminali.

    IV. La instabilità delle imposte, che è talvolta più sensibile e dispiace più della gravezza delle medesime.

    V. Certe imposte vessatorie nel modo di percezione, o che non sono ben proporzionate e divise; come ancora, allorché per uno squilibrio delle finanze si è obbligati a sopraccaricare il popolo di tasse.

    VI. Le leggi che inceppano il libero commercio delle derrate, principalmente quelle di prima necessità, dei commestibili, ecc.; giacché la mancanza o la penuria dei medesimi suscitano egualmente lagnanze e mormorazioni, come la loro troppa grande abbondanza che ne avvilisce il prezzo e avvezza troppo la plebe a una felicità, che, non potendo durare, la rende infelice, allorché finisce; invece che il libero commercio di quelle derrate la tiene sempre in certo equilibrio" * [Vedi storia documentata della Diplomazia europea in Italia dal 1814 al 1861 per Nicomede Bianchi. — Torino 1865, vol. 2 pag. 357].

    La storia del 1848 mostra ad evidenza che la rivoluzione era preparata da lunga mano, e se le riforme d’Italia e i Sovrani riformatori, acclamati nei primi giorni, vennero disprezzati e precipitati poco dopo, non fu caso, ma calcolo lungamente maturato e apparecchiato dai settarii. I quali, adunati in consiglio col Mazzini, a fine di giudicare se dovessero approfittarsi delle concessioni di Pio IX, molti opinarono per il no, solo perché non sembrava loro abbastanza preparato il terreno colla perversione e la corruzione dei popoli e dei Governi italiani. Solo il timore di perdere quella apparentemente troppo buona occasione, fece risolvere i corifei della setta d’impadronirsi dell’entusiasmo, destatosi in quel momento, e di usufruttarlo a prò dei loro perversi disegni.

    E appunto in quell’anno, convinti i faziosi di non potere altrimenti raggiungere il loro scopo, ad onta della opportunità delle circostanze, senza la spada di un Principe, che, postosi a capo del movimento Italiano, rendesse possibile il disfarsi della potenza Austriaca che tanto temevano, si tivolsero a lusingare le tradizionali mire di casa Savoia, facendole balenare la speranza della Corona d’Italia; la quale lo stesso Mazzini, [...] repubblicano, con sua lettera offriva al Re Carlo Alberto, nell’istesso modo che aveva fatto nel 1831 * [Times, 23 Gennaio 1861. — Corrispondenza dell’Italia settentrionale in ordine agli avvenimenti del 1848-49]. E Gioberti si accordava su tale disegno, sebbene coi suoi scritti si fosse travagliato per fare adottare piuttosto il sistema federativo in Italia; il quale sistema, come meno difforme alla natura e alle tradizioni dei nostri popoli, meno ripugnava ai varii Stati. Il re Ferdinando II anzi nella sua saviezza aveva ideata e proposta fin dal 1833 una Lega federale dei vari Stati d’Italia per la libertà e la indipendenza della Penisola. Sagge idee trovansi esposte su tale proposito nei suoi dispacci diplomatici alla Corte di Roma, riportati testualmente nella citata Storia documentata della Diplomazia europea in Italia di Nicomede Bianchi * [Loc. cit. tom. III, pagg. 257 e 448].

    Quella Lega però non si voleva dal Governo piemontese, del che erasi accorto lo stesso Abate Rosmini inviato da Re Carlo Alberto per conchiuderla in Roma, quando rinunziava al suo mandato: ciò non ostante il Governo stesso "se ne serviva di pretesto per ingannare il Re di Napoli, pretendendo da costui efficace aiuto in Lombardia, nell’atto stesso che gli toglieva la Sicilia * [Parole testuali del deputato Ferrari al parlamento di Torino (tornata del 29 novembre 1862). — Vedi pure Pellegrino Rossi, ultimi scritti]".

    Codesta idea monarchica unitaria incominciava pertanto dopo il 1849 a diffondersi e ad acquistare partigiani e influenza. Coll’appoggio delle Società segrete che avevano preso per punto di leva il Governo subalpino, questo usurpava ed usufruttuava a suo vantaggio la opinione di liberalissimo e di governo modello in Italia, servendosi della stampa, come artiglieria, la quale tutto giorno scaricava ogni maniera di calunnie contro i Governi vicini, principalmente contro l’Austriaco e il Napolitano. Intanto le male arti usate dall’ambizione sabauda e che procacciavano l’altrui rovina, riuscivano anche fatali all’istesso Piemonte, cui la Divina Giustizia apparecchiava fin dal primo momento un’èra di debiti e di miserie, congiunte alle più inaudite vergogne. [...] Qui cade acconcio notare, che il partito dei cosiddetti unitarii dividevasi in due maggiori frazioni; la prima partiggiana della Monarchia Costituzionale sotto il Re Sardo, aveva a capo il famoso Cavour; la seconda era composta degli aspiranti ad una repubblica italiana con Mazzini alla testa. Or, suscitando costui imbarazzi e difficoltà al partito piemontese, Cavour non risparmiava mezzo per conciliarselo: favoriva le mene repubblicane a Genova e a Livorno, e, mercé gli sbarchi di Pisacane nella provincia di Salerno, e di Bentivegna in Sicilia, promuoveva agitazioni nell’invidiato Reame delle Due Sicilie, ricorrendo finalmente a Garibaldi, per averlo conciliatore tra le due frazioni suddette [...].

    Nello scopo sempre di vituperare gli altri Sovrani d’Italia e di eccitarne i popoli a rivoltura, il Conte di Cavour, come capo del ministero, si spinge a formulare la protesta diplomatica del marzo 1853, quando si apparecchiava la funesta guerra di Crimea. In essa, credendo di accrescere il malcontento contro l’Austria pei rigori adottati dopo i tentativi di ribellione in Lombardia del 13 febbraio di quel medesimo anno, condanna implicitamente, se non per ipocrisia, i futuri eccessi del suo partito, allorché sarebbe riuscito ad invadere le due Sicilie. Leggesi infatti tra le altre cose, in quella protesta: "Non mai l’interesse della sicurezza interna dello Stato poteva autorizzare l’uso di provvedimenti legali; non pai poteva dar facoltà all’Austria di attentare al diritto delle genti, di strappare una pagina dal proprio codice civile, di sconfessare le più solenni promesse, di misconoscere i diritti acquistati, di pratticare quei principii rivoluzionarii, che qualsiasi Governo regolare aveva il diritto di ammortire, essendo che essi minavano le fondamenta di tutta quanta la civile società..." * [Nicomede Bianchi — loc. cit.].

    Or confrontando le epoche del 1853 e del 1863, agevol cosa sarebbe lo sfolgorare con le parole istesse della surriferita protesta le crudeltà incredibili, le inaudite scelleratezze che nelle Due Sicilie commise a sangue freddo il Governo piemontese, senza che un suo ammiratore qualunque avesse a ripetere con orrore: "che il numero delle sentenze capitali nel Lombardo-Veneto, dopo la restaurazione degli imperiali succeduta alla insurrezione del 1848, ascendeva a 961" * [De La Varenne, loc. cit.]; laddove è a tutti noto che le fucilazioni eseguite barbaramente dai Piemontesi nel Napoletano oltrepassano le diecine di migliaia. Ed è da notare che codesto autore, apertamente ostile ai Governi legittimi, nel riportare la detta cifra delle sentenze capitali, che fa credere pronunziate nel Lombardo-Veneto, non ha la buona fede di dire se quelle sentenze fossero state poi eseguite. È noto però, che nelle statistiche penali tutt’altro è il numero delle sentenze pronunziate da quello delle eseguite; invece che le fucilazioni in massa e gli eccidii commessi dai Piemontesi è cosa che non ammette eccezioni, trovandosi con crudele cinismo affermate da atti ufficiali e solenni. Il contegno del Governo sardo intanto fin dal 1853 faceva impensierire la Diplomazia, e un Plenipotenziario accreditato presso quel Governo, ecco come narra le prattiche contemporanee, in un dispaccio del 26 di Ottobre di quell’anno.

    "Il Ministro austriaco a Parigi, d’ordine del suo Governo, ha procurato di esaminare le intenzioni del gabinetto francese riguardo al Piemonte. Egli ha esposto le tendenze democratiche di questo paese, ed ha chiesto che cosa la Francia intenderebbe fare d’accordo colle altre Potenze per imporre un argine. Drouin de Lhuys ha accettata la discussione; ma ha tacciato di esagerazione i ragguagli dati dal rappresentante dell’Austria; soggiungendo però esser decisa politica della Francia di assicurare al Piemonte una posizione indipendente; ma sorvegliare in pari tempo strettamente, affinché il Governo di Torino non oblii alcuno dei riguardi dovuti ai suoi vicini. Di queste prattiche, che per altro erano rimaste senza alcun decisivo risultamento, l’Inghilterra ha avuto notizia.

    "Lord Clarendon ha chiesto sul proposito un rapporto a questo signor Hudson, il quale, amico di tutte le notabilità liberali di Torino, e di tutti i capi della emigrazione lombarda e delle Due Sicilie, ha risposto: "che il sistema rappresentativo era qui appoggiato su basi di ordine e di moderazione, e che gli arresti, le espulsioni e i giudizii sull’ultimo complotto Mazziniano, fanno fede della buona volontà e della forza del Governo" * [Dispaccio del Regio Rappresentante napolitano a Torino, Cav. Canofari. — Vedi Nicomede Bianchi, loc. cit., pag. 28].

    Quanto le apprezzazioni delle Potenze vicine fossero giuste non v’ha ora chi ne dubiti dopo i luttuosi fatti compiuti dal 1860 al 1870.

    Giungeva intanto il 1855, mentre compievasi la guerra di Crimea, e seguendo i disegni di Cavour, il Re Vittorio Emanuele veniva fatto viaggiare in Francia e in Inghilterra, e i giornali della setta dicevano mirabilia di quel viaggio, e strombazzavano dappertutto la famosa apostrofe direttagli dalla Sfinge delle Tuilleries: "Que peut-on faire pour l’Italie?". E ciò avveniva in quel medesimo tempo in cui, ad acquistare importanza, e ad ingraziarsi le Grandi Potenze alleate nella guerra di Crimea, il Governo sabaudo già designato campione della Frammassoneria contro il Papa e contro i Governi cattolici d’Italia, veniva chiamato a spedire colà una divisione delle sue milizie, aumentando così il non tenue suo debito pubblico di altri 100 milioni. Che la guerra di Crimea poi a favore dei Turchi, avesse per le Potenze cristiane di Europa altro scopo da quello di sostenere gl’interessi cristiani in Oriente, ben lo provarono e il Congresso di Parigi, e gli attacchi contro la S. Sede e il Regno di Napoli, come gli eccidii impuniti del Libano. Cesare Cantù stimmatizzava quella guerra con queste parole: "Nel 1854 è dato all’Europa l’osceno spettacolo della Cristianità parteggiante per i Turchi (barbari ed eterni nemici di ogni civiltà) contro i Greci: e non solo è dato questo spettacolo dai Re, ma anche da quei che pretendonsi liberali e direttori della opinione. La più assurda delle guerre moderne è quella di Crimea, e non vi è oggidì chi non ne valuti le conseguenze" * [Cantù. Risorgimento della Grecia, Vol. 3. Nella collana di storie e memorie contemporanee].

    Ciò che costasse allora quella fatalissima guerra ben si raccoglie da quanto il dottore Chenu nel 1865 pubblicava in un suo libro, frutto di 18 mesi di fatiche e studii continui. — Nei 22 mesi che durò quella guerra perirono 95.615 Francesi, 22.182 Inglesi, 2.294 Piemontesi, 35.000 Turchi, e 630.000 Russi; perirono in tutto 784.991 uomini per servire la rivoluzione. Questa sanguinosissima guerra, comprese le spese anche del Governo austriaco per tenersi in quella sua sconsigliata neutralità armata, costò più di sette miliardi. Ma dalla guerra di Crimea venne la intrusione del Conte di Cavour nel Congresso di Parigi nel 1856, che, col delirio della gioia, egli vedeva riunirsi per pratticarvi quegli intrighi, dei quali stupiranno i posteri, e noi ne sentiamo i miserandi effetti.

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    IX

    Ipocrisia e empietà della Rivoluzione italiana

    La Frammassoneria frattanto, risoluta di abbattere il Papato, e nel suo finale scopo, distruggere il Cristianesimo, coi mezzi che ormai ognuno conosce, aveva disfatto tutte le grandi Potenze cattoliche, dominando sovrana in Portogallo, in Spagna, in Francia, e, dopo un lungo e perseverante sotterraneo lavorìo, avendo scosso anche l’Impero austriaco, credette giunto il momento di dare un gagliardo crollo a quel grande e secolare Impero cattolico, discacciandolo dall’Italia, onde aver poi buon giuoco coi minori Potentati italiani, provvidenziali antemurali degli Stati della Chiesa. Ma quali furono le cause immediate di questo funestissimo avvenimento? Eccone un rapidissimo cenno.

    Campione della rivoluzione in Italia, apparecchiato da lunga mano, fu il Re di Sardegna, Vittorio Emanuele II, a tal uopo educato dagli antichi amici di Re Carlo Alberto, troppo tardi da esso ripudiati, cui veniva dato a potente sostegno ed alleato Luigi Napoleone Bonaparte, divenuto Imperatore dei Francesi. Costui, disposta a tempo ogni cosa, dava il primo squillo di guerra con le famose parole rivolte all’Ambasciatore d’Austria presso le Tuileries, il primo giorno dell’anno 1859: "Sono dolente, diceva, che le nostre relazioni col vostro Governo non siano più così buone come per lo addietro; ma vi prego di dire al vostro Imperatore che i miei sentimenti personali non sono cambiati" * [Costitutionnel, 4 gennaio 1859].

    Ogni uomo di mente scorse in quelle parole una mal velata dichiarazione di guerra, che scoppiò infatti non guari dopo tra il Piemonte e l’Austria. E questa volta, credendo maturi i tempi, la guerra vestiva il suo vero carattere anticristiano, dicendosi apertamente di voler liberare i popoli del Regno Lombardo-Veneto dalla tirannia degli Absburgo, giunta al colmo per il Concordato conchiuso colla Santa Sede ... Strana contraddizione! Nel 1848 si assaliva l’Austria, perché a danno dei popoli del Lombardo-Veneto minacciava la libertà della Chiesa; dieci anni dopo le si dichiarava la guerra, perché, affrancando la Chiesa, offendeva gli stessi popoli! Ma perché non sembri a taluno che da noi si esageri, rechiamo qui due brani di due importanti Documenti, che confermano le nostre asserzioni.

    " [...], scriveva il Ministro Plezza nella sua circolare del 1 agosto 1848, si tratta di difendere le nostre istituzioni, e in particolare la nostra Monarchia della Casa Savoia dallo straniero che la minaccia; imperciocché, se l’Austria prevalesse in Italia, il suo dominio nuocerebbe non solo alle libertà nostre, ma ai diritti dei nostri Principi. Inoltre la Religione Cattolica ne soffrirebbe non poco, essendo noto che l’Austria fu sempre nemica delle prerogative della Santa Sede, e intende a diffondere nei suoi stati, e in quelli su i quali ha qualche influenza, principii, e massime, e regole di disciplina e di culto poco ortodosse e contrarie alla sovrana autorità della Chiesa. Oltrecché, se l’Imperatore vincesse in Lombardia, egli non si contenterebbe più degli antichi dominii, torrebbe al Papa le Legazioni, distruggerebbe la sua indipendenza politica, con grave danno della libertà ecclesiastica.

    "Tali sono le considerazioni che debbono indurre tutti i buoni cittadini ad aiutare la guerra Lombarda con ogni sforzo".

    Il Ministro Conte Camillo Benso di Cavour al contrario, trattandosi sempre dello istessissimo scopo di togliere il Lombardo-Veneto all’Austria, nel suo famoso Memorandum del primo Marzo dell’anno 1859 diceva precisamente così: "Per un certo lasso di tempo la condotta ferma e indipendente del Governo austriaco verso la Corte di Roma temperava i sinistri effetti della dominazione straniera. I Lombardo-veneti si sentivano emancipati dall’impero che la Chiesa esercitava nelle altre parti della Penisola sugli atti della vita civile, del santuario medesimo della famiglia; e questo era per loro un compenso a cui attribuiscono una grande importanza. Questo compenso venne loro tolto in forza dell’ultimo Concordato, il quale, come è notorio, assicura al Clero una maggiore influenza e più ampii privilegii che in qualunque altro paese, anche in Italia, eccettuati gli Stati del Papa. La distruzione dei savii principii introdotti nelle relazioni dello Stato colla Chiesa da Maria Teresa e da Giuseppe II finì per far perdere ogni forza morale al Governo austriaco nello spirito degli Italiani".

    La valorosa Armonia di Torino notava, che Plezza e Cavour "sono ora perfettamente uniti, e le opinioni dell’uno possono considerarsi come opinioni dell’altro". Sicché nel 1848 si doveva far la guerra all’Austria, perché era poco ortodossa, e nel 1859 doveva farlesi ugualmente la guerra, perché troppo ortodossa; nel 1848 si doveva combatterla, perché si opponeva alla sovrana autorità della Chiesa, e si doveva egualmente combatterla nel 1859, perché aveva riconosciuto alla Chiesa una sovranità maggiore che nelle altre parti della Penisola. L’Austria nel 1848 era rea, perché professava i principii di Giuseppe II, ed era rea egualmente nel 1859, perché ha distrutto quei principii!...

    Tuttavia la diversità tra il linguaggio che il ministro Plezza teneva nel 1848 e quello tenuto dal Conte di Cavour nel 1859 si spiega facilmente, avvertendo, che il primo scriveva ai molto reverendi Parrochi del Regno, e l’altro a due Governi protestanti, il prussiano e il britannico. Scrivendo ai Parrochi, bisognava manifestare un grande affetto ai diritti e alle prerogative della Chiesa Cattolica, e scrivendo ai Protestanti era necessario dichiarare schietto, che si voleva fare la guerra al Papa e a chi ne sosteneva il dominio. E così nel gergo settario, con alternative dialettiche alla Gioberti, si gabbavano i Cattolici, quando nel 1848 si aveva bisogno di loro, e si accarezzavano i Protestanti, quando si sperava tutto da essi: salvo il distruggere anche questi, quando la Frammassoneria crederà giunto il momento d’innalzare monumenti, come ai tempi di Diocleziano, al nome dei Cristiani distrutto, e di proclamare apertamente il regno sociale del Demonio. — Il Congresso dei Socialisti del settembre 1877 tenuto nel Belgio ci è sicuro garante di quanto affermiamo —.

    Con siffatti auspicii, Napoleone III, il campione di ogni causa giusta, colui che non combatteva che per una idea, scendeva in campo per sostenere il leale e fedele Alleato piemontese, divenendo in uno stesso punto condottiero e arbitro della guerra, che fu incominciata e finita a sua piena balìa. E doveva essere così, finché si manteneva fedele alla Setta!

    [...]

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    Volume primo

    Libro primo


    Capo I. Tre questioni

    La setta anticristiana, con diabolica sapienza, avendo preso le sue mosse dall’alto, nello scorso secolo XVIII era già estesa e potente nelle sfere elevate della società. Voltaire coll’ironia sul labbro volgeva in ridicolo ogni cosa più santa insieme coi dommi, colle tradizioni e coi costumi del Cristianesimo, e trescava antipatriotticamente col Prussiano Federico, nemico implacabile della Francia e dell’Austria, le due più grandi Potenze cattoliche di Europa. Intanto gli altri Stati erano ad un tempo invasi dallo spirito di rivolta contro la Chiesa di Gesù Cristo, per mezzo di ministri altrettanto scaltri, quanto increduli e devoti alla framassoneria; prova ne sia la guerra implacabile contro la Compagnia di Gesù, che dové finalmente soccombere all’incredibile concordia, con cui tutti i medesimi Stati assalivano l’inclita Compagnia, e minacciavano la Santa Sede.

    [...] Finalmente tre questioni, messe fuori dalla Frammassoneria nella prima metà di questo secolo, ponevano in forse tre secolari diritti, sconvolgendo da capo a fondo l’Italia, e con essa il mondo cristiano e civile: Questione italiana, questione napolitana, questione romana, le quali poi, nel pensiero della setta, si riducevano a una sola, la romana; vale a dire allo spodestamento temporale dei Papi, per via del quale s’intendeva distruggere la spirituale podestà del Vicario di Gesù Cristo e ogni culto divino.

    L’idea di rovinare il Governo temporale del Papa, data per verità da assai più lungi. Per non dire di Arnaldo da Brescia, dei Conti tusculani, di Cola di Rienzo ecc., la guerra al Papa, divenuta opera delle società segrete e della setta anticristiana per eccellenza, nel decorso secolo prese per l’appunto di mira quel venerando potere nelle lotte della Repubblica francese del 1793 contro Pio VI, che ebbero tregua col trattato di Tolentino nel 1797, e si riaccesero più ostinate e terribili, per opera di Napoleone I contro Pio VII, dal 1805 al 1814, in cui finalmente cadde quell’infelice despota. Dopo la pace del 1815 la guerra ricominciò più subdola, non però meno fiera: con la sola differenza, che prese a conseguire lo scopo col lusinghiero pretesto della Unità d’Italia, siccome appunto nel 1815 fu stabilito nell’alta Vendita de’ carbonari * [È da vedere su ciò l’Eglise romaine en face de la révolution di Crétineau Ioly].

    La prima delle accennate questioni, sebbene gravissima, perché si aveva a che fare con la potenza dell’Austria, era questione preliminare e, avvegnaché principale come mezzo, era secondaria quanto allo scopo. Si trattava soltanto di legare e ridurre alla impotenza il cane da guardia affine di assalire con più sicurezza la greggia. Vinta l’austria, i minori Potentati italiani, isolati, erano facile preda del vincitore; seppure non si fossero a tempo appoggiati su Napoli, solo Stato capace di tenergli testa con opportune alleanze, e stringendosi tutti uniti alla S. Sede, vero cuore e capo della Italia, come lo è del mondo. Era evidente la necessità di una Lega della Italia cispadana, e di un perfetto accordo dei Ducati con Napoli e con Roma, cosa di cui avremo a dire in appresso.

    La questione napolitana era pertanto l’ultimo nodo, sciolto il quale, umanamente parlando, era sciolta la questione romana; rimanendo la S. Sede e il suo Stato in piena balìa di chi, a servizio delle società segrete, pel primo aveva messa fuori tale questione.

    È inutile notare, che la questione romana non aveva mai esistito se non nei disegni della frammassoneria; e quindi, a parlare propriamente, allora appunto prese forma, quando Luigi Napoleone Bonaparte ebbe messo le mani nella restaurazione del Governo pontificio, l’anno 1849. Il che si fe’ chiaro anche ai più ciechi per la lettera scritta da esso Napoleone al suo amico Colonnello Edgardo Ney, non appena fu espugnata Roma, e distrutta la Repubblica di Mazzini. In questa lettera il Bonaparte a chiarissime note spiegava e affermava quali fossero i suoi intendimenti nel restaurare il sacro dominio dei Papi coll’opera e colle armi della Francia.

    Ma, a dare una base vie più sicura alle cose che siamo per narrare, non sarà inutile di recare un importante brano di storia contemporanea, che troppo presto si è dimenticata da chi maggiormente avrebbesi dovuto ricordare, onde venne quel mostruoso rovesciamento d’ogni cosa divina e umana, che tutti gli onesti deplorano in Italia, in Francia e in pressoché tutta Europa, e che ora, se Dio benedetto non intervenga, ci trascina tutti nell’abisso.

    Il brano di storia insieme con la lettera suaccennata, che tanto profondamente ci colpì all’epoca in cui fu scritta, lo togliamo da un egregio lavoro, pubblicato varî anni fa in Bologna, sulla vita del compianto generale Carlo Vittorio Oudinot, Duca di Reggio, liberatore di Roma nel 1849. In esso, dettosi a lungo delle incredibili difficoltà che quell’uomo, dalla pazienza eroica, ebbe a sormontare, perché la spedizione francese non degenerasse, per le incredibili mene della setta, in spedizione favorevole a Mazzini e alla sua Repubblica, è narrato come si fosse a un pelo, perché le due Repubbliche, già nate a un parto, fraternizzassero caramente insieme, con grande iattura della causa cattolica, e con eterna vergogna della povera Francia. A corroborare la quale asserzione rechiamo alcuni documenti.

    La mattina del 24 Aprile 1849 gittò l’àncora dinnanzi a Civitavecchia una fragata francese, e mise a terra tre Parlamentarii, i signori d’Espivent, Capo squadrone aiutante di Campo del Generale Oudinot, il Principe de la Tour d’Auvergne e un Colonnello, latori del seguente dispaccio al Comandante di quella piazza:

    "Il Governo della Repubblica francese, animato da spirito liberale, desiderando nella sua sincera benevolenza per le popolazioni romane, mettere un termine alla situazione in cui gemono da parecchi mesi, e facilitare lo stabilimento di uno stato di cose egualmente lontano dall’anarchia di questi ultimi tempi, e dagli abusi inveterati che avanti l’avvenimento di Pio IX desolavano gli Stati della Chiesa, ha risoluto d’inviare a quest’effetto a Civitavecchia un corpo di esercito, di cui mi ha affidato il comando. — Vi prego di dare gli ordini opportuni, perché queste milizie mettano piedi a terra al momento del loro arrivo, come mi è stato prescritto, e sieno ricevute e istallate come conviensi ad alleati chiamati nel vostro paese da tre nazioni amiche.

    Il Generale Comandante in Capo
    Rappresentante del popolo.

    Oudinot di Reggio

    Sbarcata la piccola divisione francese marciò su Roma, sotto le mura della quale toccò il noto insuccesso del 30 di Aprile, al quale si dovette, due mesi dopo, la presa della Città per le armi di Francia. Quel fatto cagionò il più grande commovimento nell’Assemblea, come in ogni Francese geloso dell’onore del proprio paese; quindi vennero ordinati rinforzi per la spedizione di Roma, e Luigi Napoleone Bonaparte, Presidente di quella Repubblica, scriveva al Generale Oudinot, sotto la data degli 8 di Maggio, questa lettera:

    Mio Caro Generale

    "Sono vivamente afflitto dalla notizia telegrafica, che annunzia la inaspettata resistenza fattavi sotto le mura di Roma. Io sperava, come sapete, che gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi alla evidenza, accogliessero amichevolmente un esercito che veniva a compiere presso di loro un atto di benevolenza senza interesse: la cosa andò ben diversamente. I nostri soldati sono stati ricevuti come nemici; vi va dell’onor militare, e io non soffrirò che gli venga fatto oltraggio. Non vi mancheranno rinforzi. Dite ai vostri soldati, che io ammiro il loro valore, divido le loro fatiche, e potranno essi fare assegnamento sul mio appoggio e sulla mia riconoscenza.

    "Abbiatevi, mio caro Generale, la certezza che io altamente vi stimo.

    Luigi Napoleone Bonaparte."

    Intanto volendo i Repubblicani cosmopoliti padroni di Roma, nell’istesso modo che il Governo francese, venire a una possibile composizione, erano stati eletti dall’Assemblea tre Commissarii per trattare col Sig. di Lesseps, Inviato straordinario del Governo francese, i quali nella seduta del 10 di Maggio riferirono il seguente disegno di Convenzione proposto dal Lesseps:

    "1°. Gli Stati romani reclamano la protezione fraterna della Repubblica francese.

    "2°. Le popolazioni romane * [Sarebbe ridicolo, osserva lo Spada nella sua storia, di parlar seriamente della volontà dei Romani. Roma, come abbiamo replicate volte esposto, era caduta sotto l’impero della più esclusiva tirannìa. Mazzini era tutto, regolava tutto. Egli era in trono; papa, re, negoziatore, legislatore, cospiratore supremo, e tutto e tutti ai suoi ordini obbedivano.
    Nel Triumvirato era incarnato tutto il governo, e del Triumvirato era corpo, anima e vita completa il Mazzini, genovese.
    Inoltre l’Assemblea constava tutta intiera di Romagnoli, Marchegiani, Umbri, ecc. I Romani eran quattro o cinque soltanto.
    Il comando militare si componeva quasi tutto di forestieri di tutte le nazioni d’Europa.
    Genovese era il Ministro della guerra, Avezzana, e genovese pure o nizzardo il General Garibaldi, ch’era il nerbo principale dell’armata, l’impulso e il sostegno dello spirito militare.
    Le finanze, sia che si riguardi al Manzoni Ministro, ch’era di Lugo, o al comitato di finanza trasfuso in Costabili, Brambilla e Valentini, non eran certamente sotto l’impero dei Romani.
    Il Ministero di grazia e giustizia avea Giovita Lazzarini, di Forlì, alla testa.
    Quello dell’interno, Berti Pichat, bolognese.
    Bolognese pure il Rusconi, Ministro degli esteri.
    Di Romagnoli, Marchegiani e Lombardi era la commissione delle barricate.
    Formicolavan di Romagnoli, Lombardi e Napolitani i circoli e le congreghe.
    Un Romagnolo era alla testa del giornale l’Indicatore (il Rebeggiani), un Parmegiano (il Gazola) ed un Calabrese (il Miraglia) conducevano il Positivo.
    Genovesi e Lombardi gli scrittori dell’Italia del Popolo. Il Friulano (dall’Ongaro) dirigeva la compilazione del giornale officiale, il Monitore Romano. Un Anconitano (il Borioni) era allora lo scrittore del Don Pirlone. Si leggano i nomi degli scrittori del Contemporaneo, ch’eran molti, e non vi si rinverrà un sol nome romano. Il Mamiani (di Pesaro), il Farini (di Russi) ed il Gennarelli (delle Marche) dirigevano la Speranza dell’epoca.
    Delegavasi perfino ad un Napolitano, il Saliceti, di dettare la Costituzione della romana repubblica! (Vedi Spada, Storia della Rivoluzione di Roma, Tom. III.)] hanno il diritto di pronunciarsi liberamente sulla forma del loro governo.

    "3°. Roma accoglierà l’esercito francese come un esercito di fratelli. Il servizio della città si farà unitamente colle milizie romane, e le autorità civili e militari romane funzioneranno a seconda delle loro attribuzioni legali".

    Queste proposizioni recate all’Assemblea ebbero, dopo breve discussione, la seguente risposta adottata all’unanimità.

    REPUBBLICA ROMANA

    In nome di Dio e del Popolo.

    "L’Assemblea, col rincrescimento di non poter ammettere il progetto dell’Inviato straordinario del Governo francese, affida al Triumvirato di esprimere i motivi, e di proseguire quelli ufficii che riescano a stabilire i migliori rapporti fra le due Repubbliche.

    Roma, li 19 maggio 1849.

    Il Presidente

    Carlo Luciano Bonaparte

    I Segretarii

    Fabretti — Zambianchi

    Pennacchi — Cocchi.

    In una nota del 24 di Maggio, il Signor di Lasseps dichiara meglio gli articoli della Convenzione da lui proposta, e dice così:

    "Credo utile di dirvi in proposito dell’Articolo secondo, che se noi non abbiamo punto parlato del Santo Padre, egli è che noi non abbiamo per missione di agitare questa questione, e che dichiarando nell’Articolo terzo che non vogliamo entrare nell’amministrazione del paese, noi abbiamo la ferma intenzione di non contestare alla popolazione romana la libera discussione e la libera decisione di tutti gl’interessi, che si riferiscono al governo del paese.

    "In una parola il nostro fine non è quello di farvi la guerra, ma di preservarvi da sventure di ogni maniera che potessero minacciarvi. Voi conserverete le vostre leggi e la vostra libertà.

    "Egli è falso del pari, che noi abbiamo mai avuto il pensiero d’inquietare presso voi gli stranieri e i Francesi che hanno combattuto contro di noi. Noi li consideriamo tutti come soldati al vostro servizio, e se vi fossero in questa categoria di tali che non rispettassero le vostre leggi, sta a voi il punirli, perché noi non abbiamo mai immaginato di distruggere colle nostre armi il vostro governo".

    Più tardi però, messi alle strette dall’attitudine minacciosa dell’esercito francese, i Mazziniani accettarono una nuova redazione, che fu sottoscritta dai Triunviri e dal Lesseps. Eccola testualmente:

    "Art. 1. L’appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni degli Stati romani: queste considerano l’esercito francese come un esercito amico, che viene per concorrere alla difesa del loro territorio.

    "Art. 2. D’accordo col Governo romano, e senza immischiarsi per nulla nell’amministrazione del paese, l’esercito francese prenderà gli accampamenti esterni, tanto per la difesa del paese, che per la salubrità (sic) delle sue milizie. Le comunicazioni saranno libere.

    "Art. 3. La Repubblica francese assicura da qualunque invasione straniera i territorii occupati dalle sue milizie.

    "Art. 4. S’intende che la presente Convenzione dovrà essere sottomessa alla ratificazione della Repubblica francese.

    "Art. 5. In nessun caso gli effetti della presente Convenzione non potranno cessare che quindici giorni dopo la comunicazione officiale della non ratificazione.

    "Fatto a Roma e al Quartier generale dell’armata francese, in tre originali.

    "Li 31 Maggio 1849, otto ore di sera.

    Carlo Armellini
    Giuseppe Mazzini
    Aurelio Saffi

    Il Ministro della Repubblica francese in missione

    Ferdinando Lesseps

    Richiamato però appunto in quel momento il Lesseps dal suo Governo, il Generale Oudinot ricusò di approvare la Convenzione; le trattative furono rotte, venne incominciato l’assedio, e Roma fu presa; ma fu appunto con la presa di Roma che gli ostacoli, fui per dire più gravi, si frapposero al coronamento dell’opera, al ristabilimento cioè del Governo pontificio, e del ritorno del Papa a Roma. Tutte le arti più inique e subdole sorsero in una volta, a fine di paralizzare la missione riparatrice dell’Oudinot e a guastare da capo a fondo, anzi annientare, quanto si era fatto. Menzogne, ipocrisie, calunnie le più incredibilmente maligne e assurde si posero in opera contro il Generale e contro la Commissione dei tre Cardinali * [Come è noto, furono i Cardinali Vannicelli-Casoni, Altieri e della Genga Sermattei] mandati dal Pontefice Pio Nono ad assumere il Governo degli Stati della Chiesa. Dell’opera loro benigna, e al di là d’ogni credere misericordiosa verso i vinti settarii, si fece un mostro di crudeltà e di tirannide; il ristabilimento della S. Inquisizione, * [Nelle carceri della quale i Mazziniani non avevano trovato se non se uno o due detenuti, che rifiutarono la libertà offerta loro da quei sanguinarii liberatori] e il tribunale del Vicariato di Roma, sommamente infesto al Bonaparte mentre giovinetto viveva tra noi, furono il bersaglio più specioso e principale, contro del quale avventarono i colpi più fieramente sentimentali: e il Bonaparte tutto credeva, tutto prendeva per oro di coppella, punto non curando le relazioni e le schiette rimostranze della S. Sede, del de Rayneval e del de Corcelles, Plenipotenziarîi francesi, e dell’Oudinot. Quest’ultimo, nella speranza d’imporre alla falsata opinione in Francia e altrove col definitivo ristabilimento del Governo Pontificio, non appena assestate alquanto le cose, corse a Gaeta per indurre il Papa a ritornare a Roma. Ma Pio IX saggiamente vi si oppose, risoluto di differire il suo ritorno fino a tanto che il Governo bonapartesco non lo avesse reso possibile con una politica leale e cristiana. Questo invece si mostrava sempre più mal disposto e ostile, e la situazione si faceva ogni giorno più malagevole ed aspra.

    Non andrò guari, scrive il biografo dell’Oudinot, e il Duca di Reggio ebbe nuovi argomenti per meglio persuadersi del quanto fossero ragionevoli i timori di Pio IX; ebbe anzi a gustare largo saggio di così amara verità. Conciossiaché le persone della fazione repubblicana e quelle altre, che, per qualsivoglia cagione, nudrivano cuore avverso alla signoria del Pontefice, nel modo che fino allora si erano sempre sforzate di crear odio all’Oudinot e al suo esercito dopo che questi avevano distrutta in Roma l’anarchia cosmopolita, similmente non avevano cessato mai dal levare dolorosi schiamazzi contro il potere e i fatti dei tre Cardinali Commissarii del S. Padre.

    Tornato appena il Generale da Gaeta, ecco giungergli una lunga scrittura del Toqueville, Ministro di Francia per le cose straniere, nella quale, sotto forma di moderato linguaggio, traspariva una stizza bene acuta di rimproveri verso di lui, quasi che egli non avesse saputo sino a quel tempo qual cosa importasse l’officio suo in Roma, dopo di averla conquistata colle armi. E qui, date delle oscure pennellate per delineare appena i fatti, che si dicevano affliggere la santa Città, eccitava l’animo dell’Oudinot, perché non si dovesse rimanere inoperoso spettatore di quanto colà interveniva; ma dovesse metter mano ai diritti che il lui eransi derivati dall’aver sottratto la città ai faziosi e restituitala al Pontefice. — Sapersi da lui Ministro, per mezzo delle pubbliche effemeridi, e per via di lettere private, come il Generale non si fosse trattenuto dal concorrere, o, per lo meno, non si fosse opposto al rinnovamento di due istituzioni, che avevano per orrore rimescolato tutta Europa, ed erano la Inquisizione, e il detestabile Tribunale del Vicariato. Dopo ciò non poteva recar meraviglia, se dalle cime dei sette colli non si partissero altre querele che di imprigionamenti e di esilii. Badasse dunque il Generale di non più tollerare quindi innanzi simiglianti enormezze, e ricordasse, che se in Roma i Francesi vi erano quasi consiglieri, non però cessavano di essere consiglieri colla spada al fianco. Si dovesse pure concordare in ogni cosa col de Corcelles; ma, ove la bisogna fosse gravissima e impaziente di dimora, egli da sé provvedesse, secondo che avvisasse opportuno [*...].

    È più facil cosa immaginare che descrivere, il rammarico dell’Oudinot a leggere codesti ingiusti ed altezzosi richiami. Laonde deplorava con tutto lo spirito il dileguarsi di quell’accordo, che essenzialmente doveva regnare tra il potere di Parigi e quello del Pontefice. Avvegnaché poi a tutti fosse palese quale sopravvento godessero allora nella Capitale della Francia coloro che in Roma poco prima avevano patita quella memorabile disfatta; nondimeno l’Oudinot non volle trasandare l’ufficio suo gravissimo e molto delicato, di rispondere cioè al Gabinetto secondo la verità e la giustizia, essendosi studiato di metterlo in guardia contro il maltalento e i ragionamenti dei faziosi. Con animo franco e nobile, rigetta la calunnia dell’Inquisizione e del Tribunale del Vicariato; ne determina prima la natura e l’indole, e poscia conchiude, netto e deciso, che l’esercito in nessun caso potrebbe assumere il compito di atteggiarsi a Tribunale ecclesiastico. Ribadisce infine il suo proposito, che, ove occorra operare, non tralascerà di giovarsi del consiglio e del conforto del de Corcelles e del de Rayneval.

    Da parole così franche e piene di verità non era da promettersi gran frutto: tanto le cose in Parigi erano rimescolate dai clamori e dalle infestazioni dei demagoghi e degli avversari del Papato. Laonde non più mancarono uomini di giusto avvedimento, i quali, confrontando la condizione delle cose presenti con quella passata nell’Aprile, dopo che le milizie Francesi furono ostilmente ricevute dai Mazziniani, prognosticavano che alcuna cosa di simile sarebbe ora accaduta.

    Infatti valevano assai più nell’animo del Bonaparte gli stridori e le artifiziali querele dei vinti demagoghi, che non la giusta difesa dei cittadini, il debito esercizio di un diritto, e la necessaria satisfazione di un dovere, che debbono essere sacri ed inviolabili in ogni legittima podestà. — [...]

    Ciò non pertanto il Bonaparte risoluto di vincerla nella deplorevole lotta contro il reale ristabilimento dell’Autorità pontificia, volle rimosso ogni ostacolo, e pel primo tolse di mezzo l’Oudinot, cui volle richiamato, dandogli a successore il Generale Rostolan, uomo per altro anch’esso leale e retto, forse non abbastanza conosciuto da lui. E, mentre tuttora lo stesso Oudinot si tratteneva in Roma, Luigi Napoleone, a ben chiarire i suoi intendimenti in quel momento d’incertezza che suole seguire un cambiamento importante nella pubblica cosa, scrisse la famosa lettera al suo fido amico Edgardo Ney, con la quale lo mandava al nuovo Generale Comandante, cui ingiungeva di divulgarla col maggiore apparato e rumore.

    Trascriviamo codesto documento, come a quello che a colpo d’occhio spiega molte cose passate, e racchiude, come in un fecondo germe, tutti i fatti dei rivolgimenti settarii dal 1850 al 1870. — La lettera dice pertanto così:

    "Mio caro Edgardo,

    "La Repubblica Francese non ha mai pensato di spedire in Roma un’esercito affine di soffocare la libertà Italiana, ma solo per moderarla, e, preservandola dai proprii sviamenti, darle una solida base col riporre sul trono pontificale quel Sovrano, che pel primo aveva caldeggiato tutte le utili riforme. Con dolore però ho appreso che tanto i propositi benevoli del S. Padre, quanto le nostre fatiche rimangono senza frutto, colpa delle passioni e delle brighe più avverse. Si vorrebbe, come a fondamento del ritorno del Papa, la proscrizione e la tirannìa; ma sappia il Generale Rostolan, che egli non deve in nessun conto soffrire che, all’ombra del nostro tricolore vessillo, si commetta qualche novità che possa snaturare l’indole del nostro soccorso. Io compendio il Principato del Papa in questa formola: Amnistia generale, secolarizzamento dell’amministrazione, codice napoleonico e governo liberale. È stata poi una ferita al mio cuore il leggere il bando dei Cardinali, e il non vedervi fatta menzione né della Francia, né degli stenti dei nostri valorosi soldati. Qualsivoglia ingiuria recata al nostro vessillo o alla nostra divisa mi trapassa l’anima: onde fate che si sappia da ognuno, che se la Francia non mercanteggia i suoi servigi, vuole però almeno le si sappia grado e grazia de’ suoi sacrifizii e della sua annegazione. Allorquando i nostri eserciti andarono attorno per l’Europa, da pertutto lasciarono, quali orme del cammino, la distruzione degli abusi feudali, e i germi della libertà. Nessuno pertanto avrà a dire, che nel 1849 un’esercito francese abbia operato a rovescio e ottenuto contrarii effetti. Ingiungete al Generale di ringraziare a mio nome i soldati del loro nobile portamento. Ho saputo ancora con dispiacere, che essi non siano fisicamente trattati, come pure si meriterebbero. Fate che tutto sia messo in opera per alloggiare le nostre milizie nel modo più acconcio che si possa. Voi poi, mio caro Edgardo, tenetevi certo della mia sincera amicizia".

    "Luigi Napoleone Bonaparte" * [Non scriveva così pochi mesi prima il Bonaparte. Quando egli aspirava alla presidenza della Repubblica francese, diresse al Nunzio Pontificio in Parigi la seguente lettera, che venne riportata nel Journal des Dèbats del giorno 9 Dicembre 1848.

    Monsignore!
    "Non voglio lasciare accreditare presso di voi le voci, che tendono a rendermi complice della condotta che tiene in Roma il Principe di Canino (Carlo Luciano Bonaparte).
    "Da molto tempo io non ho alcuna specie di relazione col figlio primogenito di Luciano Bonaparte, ed io deploro con tutta l’anima mia ch’egli non abbia sentito che il mantenimento della sovranità temporale del Capo venerabile della Chiesa sia intimamente legato allo splendore del cattolicismo, come alla libertà e alla indipendenza della Italia.
    Ricevete, Monsignore, l’assicurazione de’ miei sentimenti di alta stima."
    Luigi Bonaparte.
    Se ben si considera la detta lettera (la quale quantunque breve, accoglie una professione di fede politica e religiosa), si deve convenire ch’essa non poco contribuir dovesse a conciliare al Bonaparte il favore dei cattolici di Francia, e del clero massimamente, e quindi a spianargli la via per la sua elezione alla presidenza della Repubblica. E difatti il 20 dicembre n’era proclamato Presidente].

    Letta quella lettera, [...], un uomo di mente, gran conoscitore delle sette e delle loro arti, esclamava: "Tra dieci anni avremo un’altra rivoluzione, peggiore della passata". Parole che più volte ascoltammo colle nostre orecchie, e che ebbero autorevole conferma dal famoso Garibaldi, allorché, passando per Tivoli nella sua uscita da Roma nel Luglio 1849, stringeva la mano d’una rispettabile persona che aveva dovuto ospitarlo, dicendo: "Grazie della ospitalità, a rivederci fra dieci anni!". E questa sentenza veniva avvalorata dal Mazzini, allorché, affermava, appunto in quell’epoca abbisognargli ancora dieci anni per distruggere l’Austria!...

    Gittato intanto il mal seme con la lettera del Bonaparte, all’ombra della devozione dei Cattolici francesi, l’occupazione di Roma diveniva arma principalissima in mano della setta a più efficacemente minare quel Potere temporale dei Papi, che Mazzini aveva potuto abbattere per un momento, ma non distruggere. E così, cambiata in meglio la scaltrita tattica, in quella che si suscitavano al Pontificio Governo continui imbarazzi nella diplomazia, e tumulti nella piazza dagli agitatori, e dallo stesso Bonaparte, si provocava la guerra di Oriente, scopo della quale, coll’umiliazione della Russia, era l’isolamento dell’Austria, per la nuova politica verso la sua antica alleata [*...]. Quindi l’insolentire del Piemonte contro di essa, la guerra di Lombardia, la distruzione degli Stati italiani, la invasione di Napoli e di Roma, e il nuovo spodestamento del Papa. Infatti, mentre il malvagio frutto maturava circa la questione romana, al Congresso di Parigi si riaccendeva la questione italiana e, con essa la napolitana.

    Ma quel Congresso fu premeditata occasione allo svolgersi, non già principio, delle accennate questioni: e, come la questione italiana si affermò nel 1848 sui campi di Lombardia, allorché si pretese far complice il Papa dello spodestamento di legittimi Principi e della stessa S. Sede, la questione napolitana si accendeva ai piedi delle mura di Velletri, quando il magnanimo Ferdinando II, essendo accorso in difesa delle sacre ragioni della Chiesa, abbandonato dal Bonaparte [*...] trovossi costretto a sostenere l’onore delle sue armi colla gloriosa difesa di quella città. E quì pure tornerà utile il riandare un importante tratto di storia della quale fummo, come dire, testimonii oculari.

    L’esercito Francese, spinto ad un tempo, ma con assai diverso scopo, dai Cattolici e dai liberali [*...] di Francia, contro la Repubblica di Mazzini, dopo il rovescio patito il 30 di Aprile 1849, da varii giorni rimaneva impietrito innanzi la santa Città, perdendo il tempo in inutili indegne trattative, e paralizzando lo slancio generosamente devoto di Re Ferdinando e del suo esercito.

    Campeggiava questi infatti, fin dai primi di Maggio, sui colli laziali, né attendeva se non di potere infliggere il meritato castigo agli usurpatori del trono di S. Pietro. [...]. La Diplomazia francese, (che per ordine del Bonaparte stava manipolando una vergognosissima resa della Città, tutta a vantaggio della setta) senza punto curarsi dell’Augusto Monarca di Napoli, col quale era pure in obbligo di intendersi, in forza dello espresso volere del S. Padre, consegnato nella lettera ai Potentati cattolici, conchiuse da se sola una tregua [...] coi Mazziniani, perché questi così liberi rivolgessero tutte le loro forze contro l’esercito napolitano; il quale, impossibilitato quasi a muoversi in quelle difficili posture, atteso il soverchio materiale di artiglieria che recava anche per l’alleato esercito spagnuolo, ne sarebbe forse rimasto schiacciato e distrutto.

    [...] Al Re Ferdinando adunque altro non rimaneva da fare, per non perdere sé stesso e l’esercito tra quei monti selvosi, se non di prevenire le mosse dei Repubblicani con una pronta ritirata nei suoi Stati * [Un colloquio fra il Generale Oudinot ed il Colonnello Napolitano d’Agostino, inviato dal Re di Napoli a conferire col generale Francese, spiegherà tutto. Stabilivasi dall’Oudinot, che, in seguito del fatto del 30 di aprile, della discussione e susseguente risoluzione della francese assemblea ch’ebbe luogo a Parigi, l’esercito di Francia non poteva più agire congiuntamente a quello di Napoli per la presa di Roma. L’onor militare francese trovandosi compromesso, i francesi dovevano esser soli a conquistarlo. Il Colonnello d’Agostino rientrava in Albano la mattina del 17 e riferiva il tutto al re. Il re di Napoli allora, informato di questa determinazione importante del general francese, e fatto certo, per una lettera intercettata, che i Romani meditavano una spedizione contro il suo esercito, credette prudente di ritirarsi, e dette gli ordini a tale effetto. (Vedi d’Ambrosio, Relazione della campagna militare ecc. nel Vol. XXI delle Miscellanee, n. 6, pag. 36 e 37)].

    Infatti sul mezzodì di quel medesimo giorno solenne suonò la generale per tutti gli accampamenti, e, prima di sera le artiglierie d’assedio insieme col grosso dell’esercito, erano in cammino verso il confine.

    Si marciò tutta la notte e il dì seguente, e, mentre l’avanguardia toccava Terracina, Re Ferdinando con la retroguardia, composta di alcuni battaglioni di fanteria, di alquanti squadroni di cavalleria, e di poca artiglieria, occupava Velletri e le sue forti posizioni. La mattina del 19 Maggio, le bande del Garibaldi e del Roselli furono innanzi la città, e, senza perder tempo, ne principiarono l’assediamento, come se tenessero in pugno la vittoria. Il fatto però si fu, che, dopo varii assalti inutili contro le posizioni dei Cappuccini e del palazzo Lancellotti, decimate dalla mitraglia e dalle incessanti cariche della regia cavalleria, sul cadere del giorno, i Mazziniani si ritrassero, lasciando che il Re proseguisse tranquillamente la sua via, e, senz’altra molestia, rientrasse nei suoi Stati. La mattina seguente, in sull’albeggiare, furono spinti avanti i poveri ragazzi del Battaglione della Speranza, i quali trovata la Città indifesa vi entrarono trionfanti e dopo di loro le soldatesche repubblicane, che si dissero così vittoriose!

    Gravi furono le perdite delle bande assalitrici, che, di cadaveri avendo seminata la campagna, ritornarono poi a Roma assai malconce, mascherando il meglio che per loro si poté il sofferto rovescio. E Garibaldi stesso andò debitore a un vero caso di non esser fatto prigioniero dai Napoletani * [Il Generale Francese Vaillant parla del fatto di Velletri, e poiché ne dà qualche peculiare notizia aggiungiamo in nota le sue parole:

    "Il 19 Maggio, il generale di divisione Vaillant, del genio, e il generale di brigata Thiry, dell’artiglieria, giunsero al quartiere generale; erano inviati ambidue in previsione dell’assedio che si era risoluto di fare se le negoziazioni abortivano.

    "Quanto a queste negoziazioni, esse non avevano ancora prodotto che l’armistizio di cui si è parlato di sopra, e delle quali i Romani seppero profittare per iscongiurare il pericolo che li minacciava da un altro lato.

    "Infatti l’esercito napolitano forte di 9000 uomini di fanteria, 2000 di cavalleria e 54 cannoni, sotto gli ordini del Re di Napoli in persona, aveva occupato, nei primi giorni di maggio, le posizioni contigue ad Albano. In seguito del rifiuto di cooperazione del generale Oudinot, che aveva a questo proposito istruzioni formali, quest’esercito aveva cominciato il suo movimento di ritirata sin dal 17 di maggio, ed era arrivato ai 18 a Velletri. Esso si disponeva a continuare la sua marcia retrograda su Terracina, allorché nel mattino del 19 fu attaccato da Garibaldi. Questo capo di partigiani, rassicurato dalla parte dei Francesi pel fatto dell’armistizio, era sortito da Roma alla testa 12 o 13 mila uomini, e, girando la montagna di Albano per la strada detta di Frosinone, si era avanzato su Velletri per Palestrina e Valmontone. Dopo un combattimento nel quale le truppe romane conservarono il vantaggio dell’attacco (quello cioè di rimanere di fuori senza poter penetrare nella città); il Re di Napoli abbandonò le sue posizioni, e riprese il 20 di Maggio il suo movimento di ritirata, che effettuò fino a Terracina, senza essere altrimenti inquietato. Garibaldi rientrò in Roma. I risultati del combattimento del 19 maggio, furono esagerati, come lo erano stati quelli della ricognizione fatta dai Francesi il 30 di Aprile. Gli spiriti si esaltarono maggiormente nella città, e vi si prepararono ad una difesa vigorosa". (Vedi Vaillant, le Siège de Rome pag. 14)].

    Questo fatto, per sé stesso poco importante, fu per la setta una nuova rivelazione di quel che avesse a temere dalla fedele devozione del Re delle Due Sicilie verso la S. Sede, e come fosse opera vana di assalire questa, senza prima aver distrutto quello.

    Dicemmo una nuova rivelazione, conciossiaché i [...] rivoluzionarii che governavano a Torino si erano accorti da pezza di quel che potevano aspettarsi dai Reali di Napoli, e in seguito dei fatti del 15 di Maggio 1848, e mentre a Gaeta pendevano tuttora gli accordi delle potenze europee per il ristauramento del Trono Pontificio. [...].

    "In sul cominciare del 1849, (scriveva l’Armonia * [Diretta allora dal teologo Giacomo Margotti, divenuta quindi l’Unità Cattolica], n. 121 del 27 Maggio 1856), governando in Piemonte il Ministero Democratico, con Buffa, Rattazzi, e Vincenzo Gioberti Presidente, gli Italianissimi subalpini ofrivano al Papa, esule in Gaeta, aiuto, mediazioni, soldati e cose simili. A tale uopo spedivano presso Pio IX il Conte Enrico Martini, che oggidì è uscito dalla Diplomazia e dalla politica, e si è molto sensatamente riabbracciato con l’Austria. In quel tempo, taluno dei Rappresentanti delle Potenze cattoliche presso il Papa ebbe a ricordare il timeo Danaos et dona ferentes di Virgilio, e pare che il Principe di Cariati, che stava in Francia, giungesse perfino ad accusare i democratici del Piemonte di voler togliere al Papa le Legazioni, mentre facevano vista di portargli soccorso".

    Ecco come racconta la cosa Carlo Luigi Farini: "La Corte di Napoli poneva opera solerte in risvegliare i sospetti ed accrescere i timori nell’animo suo (del Papa), e faceva diligenza per dare ad intendere che tutte le profferte del Piemonte valevano il disegno d’impadronirsi di gran parte dello Stato della Chiesa. I Ministri napolitani affermavano avere le prove, e lo stesso Principe di Cariati ne spargeva la notizia, e ne faceva testimonianza non pure in Napoli ed in Gaeta, ma in Francia". A quei dì, continua il citato autorevole giornale, trovavasi in Napoli, Ministro pel Piemonte, il Senatore Plezza, più tardi Console dei Carabinieri Italiani; e il Governo Partenopeo lo teneva a bada, e non ne aveva ancora voluto riconoscere il grado e la qualità. Quando venne agli orecchi del Ministero democratico di Torino l’accusa del Principe di Cariati, volle tosto richiamato da Napoli il Senatore Plezza e spedì i passaporti all’Inviato napolitano, che risiedeva in Torino, interrompendo ogni offizio diplomatico.

    "Questa nostra deliberazione, scriveva il Gioberti, Ministro degli affari esteri, fu cagionata non solo dal rifiuto arbitrario, che il Gabinetto di Napoli fece di accettare il sig. Plezza, non allegandone alcuna ragione valevole, (essendo state smentite (?!) quelle di cui aveva fatto menzione) e i poco garbati trattamenti recati al medesimo; ma più ancora l’indegna calunnia spacciata in Francia dal principe di cariati, colla quale ci attribuiva l’offerta di togliere al Papa le Legazioni...

    "Spero, continuava scrivendo il Gioberti, che il sospetto di tanta infamia non anniderà per un solo istante nell’animo del Pontefice. Essa dovrebbe bensì giovare a mostrargli qual sia il carattere del Gabinetto che l’ha inventata. L’animo candido e leale di Pio IX può essere illuso dalle moine di certi personaggi, i quali fanno i mistici in Gaeta, e si burlano in Napoli della Religione e del Capo Augusto che la rappresenta. Ella procuri di mettere nel Papa la fiducia nel Piemonte * [Lo Stato Romano dal 1815 al 1840, per Carlo Luigi Farini. — Firenze, Felice Le Monnier, 1851, vol. 3 cap. X: Accuse contro il Piemonte, pag. 190 e 191]".

    Nel medesimo tempo il Piemonte, il 28 Gennaio 1849, faceva proporre al governo rivoluzionario di Roma, per mezzo del ministro Gioberti, d’inviare un corpo di 20 mila uomini negli Stati della Chiesa per facilitare al Pontefice il ritorno in Roma, escludendo così ed Austriaci, e Francesi, e Spagnoli. Assestate per tal modo le cose romane dai Piemontesi, è indubitato che veniva loro assicurata la tanto desiderata egemonia sulle cose italiane.

    La proposta venne fatta dal Gioberti istesso al Muzzarelli, Presidente del ministero del Governo usurpatore a Roma, con la seguente lettera:

    "Ricevo da Gaeta la lieta notizia, che il conte Martini fu accolto amichevolmente dal Santo Padre in qualità di nostro ambasciatore. Tra le molte cose che gli disse il Santo Padre sul conto degli affari correnti, questi mostrò di vedere di buon occhio che il governo piemontese s’interponesse amichevolmente presso i rettori ed il popolo di Roma per venire ad una conciliazione. Io mi credo in debito di ragguagliarla di questa entratura, affinché ella ne faccia quell’uso che le parrà più opportuno.

    "Se ella mi permette di aprirle il mio pensiero in questo proposito, crederei che il governo romano dovesse prima di tutto usare influenza, acciocché la costituente che sta per aprirsi riconosca per primo suo atto i diritti costituzionali del Santo Padre. Fatto questo preambolo, la Costituente dovrebbe dichiarare che, per determinare i diritti costituzionali del Pontefice, uopo è che questi abbia i suoi delegati e rappresentanti nell’assemblea medesima, ovvero in una commissione nominata e autorizzata da essa Costituente. Senza questa condizione, il Papa non accetterà mai le conclusioni della Costituente, ancorché fossero moderatissime, non potendo ricevere la legge dai propri sudditi senza lesione manifesta, non solo dei diritti antichi, ma della medesima Costituzione.

    "Se si ottengono questi due punti, l’accordo non sarà impossibile. Il nostro Governo farà ogni suo potere presso il Pontefice affinché egli accetti di farsi rappresentare, come principe costituzionale dinanzi alla commissione, o per via diretta, o almeno indirettamente; e, io mi adoprerò al medesimo effetto eziandio la diplomazia estera, per quanto posso disporre.

    "Questo spediente sarà ben veduto dalla Francia e dall’Inghilterra, perché conciliativo, perché necessario ad evitare il pericolo d’una guerra generale.

    "Nello stabilire l’accordo tra il popolo romano ed il Pontefice bisognerebba aver riguardo agli scrupoli religiosi di questo. Pio IX non farà mai alcuna concessione contro ciò che crede debito di coscienza. Sarebbe dunque mestieri procedere con molta delicatezza, non urtare l’animo timorato del Pontefice, lasciar da parte certi tasti più delicati, e riservarne la decisione a pratiche posteriori, quando gli animi saranno più tranquilli dalle due parti. Io spererei in tal caso di potere ottenere un modo di composizione che accordasse la pia delicatezza del Pontefice coi diritti e coi desiderii degli Italiani nell’universale.

    Stabilito così l’accordo del Papa e dei sudditi agli ordini costituzionali, sarebbe d’uopo provvedere alla sicurezza personale del Santo Padre, il quale, dopo i casi occorsi, non potrebbe sicuramente né dignitosamente rientrare in Roma senza esservi protetto contro i tentativi possibili di pochi faziosi, (importante confessione). Per sortire questo intento senza gelosia del popolo e pregiudizio della dignità romana, il nostro governo offrirebbe al Santo Padre un presidio di buoni soldati piemontesi, che lo accompagnerebbe in Roma ed avrebbe per ufficio di tutelare non meno la legittima podestà del Pontefice contro pochi tumultuanti, che i diritti costituzionali del popolo e del parlamento contro le trame e i conati di pochi retrogradi. Sono più settimane che io vò pensando essere questa la via più acconcia e decorosa per terminare le differenze. Ho incominciato a questo effetto delle pratiche, verso le quali il Pontefice pare ora inclinato. Se non si adopera questo partito, l’intervento straniero è inevitabile; e benché io metta in opera tutti i mezzi per impedire questo intervento, ella vede che durante l’attuale sospensione delle cose, la voce del Piemonte non può prevalere contro il consenso di Europa. Io la prego illustrissimo signor presidente, a pigliare in considerazione questi miei cenni che muovono unicamente dall’amore che porto all’Italia e dal desiderio che tengo di antivenire ai mali imminenti.

    Torino, 28 Gennaio 1849.

    "Gioberti" * [Su questo proposito il Padre Ventura, nel suo Essai sur le pouvoir pubblique, stampato a Parigi nel 1859, ci fa delle rivelazioni, che è istruttivo di raccogliere. Dice egli infatti che, allorquando il Gioberti si recò a Roma come ammiratore di Pio IX e difensore del Papato e del potere temporale del Pontefice, egli professava dottrine a questo favorevoli in pubblico; ma al Ventura stesso ed ai caporioni del movimento con esso lui congregati, teneva tutt’altro linguaggio e non dissimulava, che intendimento del Piemonte era quello d’insignorirsi d’Italia tutta, non esclusi gli Stati della Chiesa. (Vedi opera succitata pag. 607.)
    Il Ventura dette la risposta che convenivasi all’esorbitante proposta del Gioberti. (V. Spada, Storia della rivoluzione di Roma, vol. 1. pag. 184)].

    [...] Il Conte di Cavour combatteva allora il Ministero democratico, come empio e demagogo, e il pensiero di togliere al Papa, fosse pur solo le Legazioni, era tacciato d’indegna calunnia! Il Governo piemontese prendevasi tanto a cuore siffatta accusa, che spediva i suoi passaporti all’Inviato di Napoli. Ma quanto il Governo di Napoli fosse nel vero, e quanto giuste le rimostranze dei suoi Diplomatici, fu presto palese qualche anno dopo, quando il Governo piemontese, all’epoca del Congresso di Parigi, dopo la guerra di Oriente, con una Nota verbale del 27 di Aprile 1856 indirizzata ai Rappresentanti d’Inghilterra e di Francia, lungi dal riprovare quella infamia, la patrocinava invece caldamente, proponendo, senza un riguardo al mondo, di togliere al Papa per allora le Legazioni. Fu questa una splendida vittoria pel Governo di Ferdinando II, e ben l’intese il Governo Sardo, quando inveiva a Gaeta contro il Principe di Cariati. La setta, che dominava fin d’allora padrona in Torino, giurò dunque la perdita del Re di Napoli.

    Vinta appena, sul cadere del Giugno 1849, la Giovane Italia in Roma, fomentata dal Piemonte e sostenuta dalle subdole arti del Bonaparte, si accinse tosto ad incominciar da capo per far meglio, secondo il motto d’ordine mazziniano, dirigendo ogni sua azione a rovina dell’Austria e del Regno delle Due Sicilie, cosa che, quantunque malagevole, attesa la potenza temuta austriaca, e il noto attaccamento delle popolazioni napolitane alla Dinastia, non disperò punto di ottenere, sollevato che fosse Luigi Napoleone sul trono di Francia ed esigendo da lui, fatto Monarca di quella grande nazione, il compimento dei disegni settarii, e l’adempimento esatto dei giuramenti da lui prestati alle Logge, quando, ancor giovinetto, faceva guerra al Papa, che, generoso, avea ospitato la bandita sua famiglia.

    Così, caduta la Repubblica di Mazzini, dopo il pegno dato dal Bonaparte alla setta nella surriferita lettera al Ney (sepolta questa prestamente in un poco naturale oblìo) ad altro non si pensò che al futuro scioglimento delle tre grandi Questioni. Difatti si diede il primo passo con la esaltazione del medesimo Bonaparte, portato, fui per dire, sulle braccia dei cattolici liberali, e di molti veri cattolici che, con inesplicabile leggerezza, dimenticarono e la lettera, e gl’intrighi della spedizione di Roma, e tutta intera la vita di lui; ma ciò fu, perché si avesse in sul momento chi li liberasse dalle mani dei socialisti, fosse pure per cadervi più tardi peggio che mai, con la Comune e con la ruina di quella grande e cattolica nazione.

    Poste così le Tre Questioni, quali erano negli intendimenti della frammassonerìa, faceva d’uopo preparare il terreno al loro svolgimento, e fu fatto con inaudita perseveranza nei cinque anni che succedettero alla presa di Roma, duranti i quali, fedeli al motto d’ordine "agitatevi ed agitate", non si fece altro che apparecchiare la futura riscossa, con incessanti agitazioni mantenendo e fomentando il fuoco della rivolta contro la S. Sede, contro l’Austria e contro gli altri Stati italiani. Per quel che riguarda poi il Regno delle Due Sicilie, la cui eccezionale prosperità e la fermezza del Re Ferdinando rendevano difficile e pericoloso il lavoro dei settarii, essi abbisognarono di tutto l’appoggio di Francia e d’Inghilterra, di Luigi Napoleone e di Lord Palmerston per abbatterlo, nonostante che fin dal 1848, con fine ipocrisìa, avessero i mestatori rivolto contro di quello i prematuri sforzi del Governo Piemontese, già venduto anima e corpo alla setta.

 

 
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