...uscire dalla crisi
Roma. Da una parte bisogna essere comprensivi verso Giancarlo Cimoli, ennesimo amministratore delegato incaricato di venire a capo del rebus Alitalia, visto che l’azionista pubblico non si arrende dopo 3 miliardi di euro di capitale bruciati dagli anni ‘90, e più di 800 milioni di perdite solo negli ultimi 18 mesi.
Cimoli ha ottenuto il decreto legge a garanzia del prestito ponte per 400 milioni di euro, e in cambio entro il 15 settembre deve riuscire nell’accordo coi sindacati per un piano di rilancio e ritorno all’efficienza.
Per “smussare” la resistenza sindacale servono anche anticipazioni alla stampa di razionalizzazioni e risparmi, come avveniva ieri con alcune testate che illustravano un piano di tagli e maggiori ricavi per circa 850 milioni di euro.
Ma “spalmati” in un orizzonte da bradipo, di qui al 2008. Consistentemente già più leggeri, se li paragonate alla precedente anticipazione del 28 luglio scorso (un solo esempio: sui 2 miliardi di spese per approvvigionamenti di beni e servizi i risparmi erano quantificati “del 20 per cento in 2 anni” e cioè in 400 milioni entro i 2006 a fine luglio, diventano “tra i 100 e i 200 milioni entro il 2008” adesso).
Eppure ancora tali da far dire ai sindacati che si è lontani dall’accordo, anche se la Cisl almeno si segnala per toni costruttivi, e l’Anpac dichiara di essere disposta bontà sua a salire da 450 fino a 700 ore volate l’anno, “ma in sicurezza, s’intende”.
E naturalmente, la “strategia degli strappi” pretende, come ieri, che l’azienda emetta poi comunicati stampa in cui precisa che i dati anticipati dalla stampa “sono ancora soggetti alle deliberazioni del consiglio di amministrazione e alle consultazioni con i sindacati”. Una formula da pura “cogestione”, come pretende il credo neosociale del “fare squadra”.
Poi però uno va a vedere che cosa succede nel mondo, e s’interroga.
Legge per esempio della settima compagnia statunitense, la Us Airways, che solo nel marzo 2003 è uscita da un’amministrazione straordinaria durata 8 mesi grazie al “chapter 11” del codice fallimentare americano, cui aveva fatto ricorso per evitare la bancarotta.
A condizione di tagliare i costi e di un nuovo piano industriale che le ha fatto rinunciare a un costoso hub per riorientarsi a voli low cost, le è stato garantito un prestito condizionato di 900 milioni di dollari, sotto la garanzia dell’Air Transportation Safety and System Stabilization Act.
Prestito da ripagare a partire dal 2006, ma ogni trimestre i risultati devono essere compatibili con le previsioni di reintegro dei crediti e del pieno rispetto delle obbligazioni patrimoniali della società, per esempio i versamenti ai fondi pensione dei dipendenti.
In caso contrario sono per primi manager e dipendenti, a sapere che è meglio prendere nuovi provvedimenti per tempo.
E’ quanto avviene a Us Airways.
Nei primi 6 mesi dell’anno, dopo esser tornata a registrare modesti profitti nel 2003, ha accumulato perdite per 143 milioni di dollari.
Ha perso cioè in 6 mesi quanto Alitalia perde in 2.
Di fronte a questo, l’amministratore delegato Bruce Lakefield ha subito suonato l’allarme, invitando piloti e dipendenti a un tavolo straordinario.
In 2 settimane, i piloti hanno affidato l’esame di conti e prospettive a un advisor finanziario esterno, la Glanzer&Co. Altre 2 settimane, e il 14 luglio la Glanzer ha consegnato ai piloti 26 cartelle in cui dà ragione a Lakefield. O si tagliano costi e stipendi, oppure già a settembre tanto vale chiedere un nuovo “chapter 11”.
I piloti hanno dichiarato per parte loro di convenire.
Anche Lakefield chiede risparmi per 800 milioni, anche se di dollari e non di euro come Cimoli. Solo che lui li chiede in un solo esercizio, non di qui al 2008, ed entro settembre o avrà la risposta oppure si fallisce.
Viva l’America anche in questo, viene da dire.
Lì almeno nessuno pensa si debbano alzare le tariffe, per pagare i dipendenti.
Da il Foglio del 14 agosto
saluti




Rispondi Citando