Sul Sud la Lega ha ragione
di PIERO OSTELLINO
Al Sud, la disoccupazione è intorno al 25% per cento. Al Nord, a causa della cronica carenza di manodopera nazionale, gli imprenditori assumono nelle loro aziende immigrati di ogni provenienza, dai vicini sloveni ai lontani senegalesi, spesso incentivandoli con l’offerta di servizi come l’abitazione, la scuola per i figli, la costruzione di centri commerciali vicini al posto di lavoro. Di tali contraddizioni vive e prospera il capitalismo nelle società aperte, flessibili, dinamiche, individualistiche, liberali come quella americana, dove la maggioranza dei tassisti, ad esempio, è ormai costituita da immigrati di colore al cui ingresso nella professione i locali non hanno evidentemente opposto chiusure corporative.
Ma di queste contraddizioni può anche morire una società chiusa, anelastica, statica, collettivistica, dirigistica come la nostra, che alle rigidità delle burocrazie pubbliche associa quelle delle corporazioni private protette dallo Stato.
Ha evidentemente qualcosa che non funziona un Paese in cui l’immigrazione è già una fonte di ricchezza - come rivela la ricerca della Western Union, molto opportunamente citata da Magdi Allam su queste stesse colonne (Corriere, 11 agosto) - mentre la forte disoccupazione meridionale, soprattutto giovanile, continua a rappresentarne una causa di distruzione. Innanzitutto, c’è qualcosa che non funziona nei meccanismi di redistribuzione del reddito. In secondo luogo, nella psicologia collettiva.
Al Sud, lo Stato, attraverso la vecchia Cassa per il Mezzogiorno, ha destinato migliaia e migliaia di miliardi di vecchie lire e altri ne destina oggi con gli incentivi alle imprese, senza che la situazione, sul piano occupazionale, sia migliorata o inclini a migliorare. Forse, un approccio diverso sarebbe opportuno sia da parte dello Stato, sia da parte delle stesse organizzazioni imprenditoriali private, come la Confindustria, che, di fronte a tanto disastroso fallimento, sembrano limitarsi a continuare a invocare nuovi sussidi il cui contributo alla soluzione del problema rimane chiaramente nullo.
A questo punto, o si riconosce, traendone tutte le conseguenze, che al Sud, in fondo, un reddito, per quanto basso - fra assistenzialismo, pensioni di invalidità false, altri sussidi elargiti in varia misura e con criteri politici e clientelari, contrabbando, corruzione, lavoro nero, criminalità -, un reddito tale da disincentivare l’accoglimento di opportunità di lavoro lontano da casa anche se accompagnate dalla concomitante offerta di servizi sociali pubblici e privati, c’è per tutti; oppure, si riconosce, traendone anche qui tutte le conseguenze, che è radicalmente cambiato l’approccio al lavoro da parte delle nuove generazioni meridionali rispetto a quelle che, nell’immediato dopoguerra, tanto hanno contribuito al boom economico e alla rinascita del Paese, invadendo Torino e le altre città industriali del Nord, per cercare lavoro, prima nell’edilizia, poi alla Fiat, malgrado la carenza di strutture di accoglienza, dalle case alle scuole agli ambulatori medici, e una certa ostilità di parte della popolazione locale.
Fatto sta che la perpetuazione di una società meridionale che si autocommisera, reggendosi su una sorta di capitalismo selvaggio, senza regole, illegale, spesso criminoso, analogo a quello della Russia post-comunista, e che contemporaneamente confida sullo sperpero di denaro pubblico, non solo non ha alcun senso, ma non porta da nessuna parte. Diciamo le cose come stanno. La Lega, che accusa «Roma ladrona», non fa, come si vuole far credere, del razzismo antimeridionalista. Denuncia solo un dato di fatto.
Corriere della sera, 14 agosto 2004
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