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Discussione: Fascismo

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    Predefinito il fascismo - M. Tarchi

    tratto da "Trasgressioni", nº 33

    Il fascismo all’alba del Terzo millennio: fra teorie, interpretazioni e modelli

    Marco Tarchi



    Un fenomeno inafferrabile?

    L’aspirazione ad elaborare una teoria generale del fascismo, capace di cogliere e delucidare la sostanza di un fenomeno che ha profondamente impregnato dei suoi umori le vicende del XX secolo, è ormai di antica data; ma non si è concretizzata, sino ad oggi, in alcuna proposta giudicata convincente dalla maggioranza degli studiosi. Non è un caso che uno dei pochi autori che hanno affrontato esplicitamente questo problema, George L. Mosse, sia rimasto fermo sino alla morte, avvenuta nel 1999, ad intuizioni espresse alla metà degli anni Sessanta, rielaborate e ristampate in più occasioni ma mai sistematizzate in forma compiuta. Così, benché negli ultimi vent’anni siano andate proliferando, soprattutto negli ambienti universitari anglosassoni, le ricerche sui regimi, i partiti, i movimenti, le pubblicazioni, i teorici, gli esponenti politici, i fiancheggiatori, gli elettori, gli animatori di correnti culturali – ideologiche, artistiche, letterarie – che in Europa e altrove si sono definiti o, molto più frequentemente, sono stati definiti fascisti, i tentativi di individuare le coordinate politiche e ideologiche comuni che si celano sotto questa etichetta hanno segnato a lungo il passo. Mentre c’era chi arrivava al punto di sostenere che "l’elevazione del fascismo al rango generale di concetto storico inficia notevolmente il rigore documentario della ricerca", perché "non esiste una cosa come il fascismo. Ci sono solo uomini e movimenti che vengono definiti con quel nome", altri studiosi preferivano passare in rassegna e raggruppare in categorie le molte interpretazioni che dagli anni Venti in poi il fenomeno aveva suscitato, commentandole e rivedendole per giungere ad una conclusione meno drastica. Il capofila di questo tipo di studi, Renzo De Felice, scrisse infatti già nel 1969 che "non accettare la tesi (con qualunque argomentazione sostenuta) di un unico fascismo (sia pure con differenziazioni di tipo nazionale più o meno secondarie) non può voler dire negare l’esistenza di un minimo comun denominatore tra alcuni fascismi negli anni tra le due guerre mondiali", senza il quale non si capisce il costituirsi di due blocchi di Stati e di uomini contrapposti nell’Europa tra le due guerre mondiali e, di conseguenza, la storia mondiale del periodo non trova più una spiegazione.

    Qualche ulteriore passo avanti, nel tortuoso cammino verso l’individuazione dei contenuti unificanti – sia empirici che teorici – del concetto di fascismo, è stato compiuto da coloro che hanno suggerito alcune liste di caratteristiche, sia positive (quel che i fascisti volevano e si ripromettevano di raggiungere attraverso la loro azione) sia negative (ciò a cui si opponevano e contro cui combattevano) che consentirebbero di distinguere i movimenti e i regimi fascisti ad esso ascrivibili da quelli che è più corretto definire autoritari o conservatori. Nessuna di queste proposte ha tuttavia incontrato il consenso unanime della comunità scientifica; anzi, ciascuna di esse ha rinfocolato vivaci discussioni e divisioni fra gli specialisti. Soltanto nell’ultimo decennio del secolo trascorso si è riaffacciata l’idea di stabilire una volta per tutte una serie di criteri atti a stabilire quali caratteri essenziali distinguono il fascismo da ogni altra forma di pensiero, movimento e regime politico e ne fanno un fenomeno unitario; ma per avvicinarsi a questo scopo si è abbandonato l’ambizioso termine "teoria", preferendo ritornare al più limitato proposito defeliciano di individuare un "minimo comun denominatore" del fascismo o di costruirne una nozione "generale" o, tutt’al più, un "modello".

    Le ragioni di questa impasse sono molteplici e di varia natura. Una di esse, senza dubbio fra le più cruciali, è il peso esercitato sugli studi in questo campo da una preoccupazione di ordine morale, non di rado scivolata nel pregiudizio, che vede in ogni ricerca approfondita sul fascismo, specialmente quando porta ad affrontarne aspetti che ne sottolineano l’originalità o il carattere rivoluzionario, il rischio di una rivalutazione. Renzo De Felice suscitò scandalo quando, nel quarto volume della sua biografia di Mussolini, scrisse che il regime fascista in Italia aveva goduto, sino al 1937, di un vasto consenso popolare; ma forti polemiche hanno accolto altri contributi scientifici innovativi: si pensi alle reazioni al Ni droite ni gauche di Zeev Sternhell, che enfatizzava le radici di sinistra dei primi movimenti fascisti e le localizzava in Francia prima ancora che in Italia, o al dibattito sul "revisionismo" che, dopo gli esordi in Germania in occasione dell’uscita del libro Der Europäischer Bürgerkrieg 1917-1945: Nationalsozialismus und Bolshewismus di Ernst Nolte, si è esteso ad altri paesi europei. Non si può, inoltre, ignorare che la connotazione peggiorativa e squalificante con cui l’aggettivo "fascista" viene utilizzato da decenni nella polemica politica quotidiana – anche a livello giornalistico – ha determinato un’inflazione del termine che ne ha fatto perdere di vista i contenuti specifici. Come ha notato Stanley Payne, ""Fascista" è stato uno dei termini peggiorativi politici più frequentemente evocati con connotazioni abituali di "violento", "brutale", "repressivo" o "dittatoriale". Ma se il fascismo non significasse niente più che questo, i regimi comunisti, ad esempio, probabilmente dovrebbero essere catalogati fra i più fascisti, e così facendo si priverebbe la parola di qualunque utilità specifica".

    Un secondo motivo importante degli scarsi progressi fatti in materia di definizione dei contenuti unificanti del fascismo è di ordine scientifico e coincide con il monopolio per molto tempo esercitato dagli storici negli studi in argomento. Contrariamente a quanto è accaduto ai fenomeni politici che gli furono contemporanei e che, contrastandolo o influenzandolo, ne condivisero l’avventura – democrazia, socialismo, liberalismo, comunismo –, il fascismo non è infatti stato oggetto di una pluralità di approcci di analisi. Malgrado gli inviti ad "uno sforzo cooperativo di varie discipline accademiche [per] stimolare un’ulteriore discussione da parte di storici, scienziati politici, sociologi e psicologi sociali", solo la storiografia ne ha illuminato i contorni. Svolgendo questo compito con il metodo individualizzante che le è proprio, essa non ha potuto fare a meno di disperdersi nei meandri delle espressioni particolari del fenomeno, evitando di dire parole definitive sul carattere di manifestazione politica generale delle richieste di identità collettiva avanzate da un certo numero di gruppi sociali che il fascismo assunse nell’arco di tempo compreso fra le due guerre mondiali, sia pure con le differenze inevitabilmente dettate dai singoli contesti nazionali a movimenti politici che, diversamente dagli avversari, non si richiamavano a concetti universalistici come la classe, l’eguaglianza, la libertà o la religione. È venuto dunque a mancare quel raccordo interdisciplinare che avrebbe consentito di raccogliere le prove della fondamentale unità di un soggetto di cui si è preferito piuttosto indagare le varietà nazionali e le connesse specifiche sfaccettature ideologiche.

    Questa situazione ha prodotto una conseguenza paradossale. Da quando, a seguito della sconfitta nella seconda guerra mondiale dei due regimi che lo avevano più esemplarmente incarnato, il fascismo è bruscamente uscito dalla scena politica, non si contano i libri, gli articoli di giornali, i discorsi pubblici, i convegni di studio, i film, i reportages televisivi, le rappresentazioni teatrali, le mostre fotografiche che gli sono stati dedicati. Ma quanto più gli studiosi, i giornalisti, i letterati, i cineasti, gli artisti e gli uomini politici ne hanno fatto oggetto di attenzione, tanto più il suo profilo d’insieme è andato offuscandosi. Quello che era apparso ai contemporanei come uno dei grandi protagonisti politici e culturali del XX secolo, capace di contrapporsi ai suoi avversari sotto ogni punto di vista – come dottrina, come modello di organizzazione sociale e politica, come mito identificante di forte presa sia sui sostenitori che sugli avversari – e di dare di sé un’immagine netta, accattivante o repulsiva a seconda dei casi, ma sempre e comunque facile da afferrare emozionalmente e razionalmente, è diventato per i posteri una sorta di enigma. Per dirla con l’autore della più aggiornata opera in argomento, "alla fine del XX secolo, il fascismo continua ad essere uno dei termini politici più vaghi".

    Beninteso, le colpe di questa emarginazione dal dibattito culturale su un tema che pure continuava a restare al centro dell’attenzione degli intellettuali e dell’opinione pubblica – come è testimoniato dalle elevate cifre di vendita dei saggi e dei memoriali che gli sono stati di continuo dedicati – ricadono in parte anche sulle discipline scientifiche che l’hanno subìta. Sociologi e politologi, in particolare, hanno per molti anni aggirato accuratamente la questione di una definizione empirica del fascismo, temendo di non riuscire a sfuggire alla trappola dei giudizi dei valori ad essa sottostante. Investito dall’anatema che obbligava ad interpretarlo come un’irruzione impetuosa ma effimera di irrazionalità, come una parentesi di oscuramento delle virtù civiche, come un "errore contro la cultura" contraddetto dal senso della storia, il fascismo è stato in genere trascurato dalle varie branche delle scienze sociali. Non poteva trattarne la filosofia politica, tesa a scrutare gli orizzonti del bene comune e della migliore forma di governo e a pronunciare giudizi morali. Non sapeva bene come affrontarlo la sociologia, tanto sconcertata dalla capacità di attrazione dei movimenti e dei regimi nazionalisti autoritari e totalitari da affidarsi alle divagazioni psicoanalitiche e alle tipologie patologiche per rendersene ragione. Non voleva occuparsene la scienza politica, che pure avrebbe dovuto fare tesoro della lezione che Max Weber le aveva impartito in materia di "avalutatività" (Wertfreiheit), per i rischi di sconvolgimento del suo patrimonio concettuale che ne sarebbero derivati (e che infatti hanno prodotto novità feconde anche se controverse, come le nozioni di totalitarismo e di "rivoluzione dall’alto" o l’opposizione tra i concetti di mobilitazione e partecipazione). E persino la teoria giuridica, che pure non poteva ignorare le implicazioni normative dell’assetto istituzionale dello "Stato totale", sembrava riluttante ad andare oltre le dissertazioni sulle evoluzioni "materiali" delle costituzioni italiana e tedesca provocate dal successo delle "rivoluzioni legali" di Mussolini e Hitler.

    Malgrado tutte queste reticenze, però, il fascismo non poteva essere strappato dalla memoria collettiva, e cioè dalla storia. Essendo tuttora dolente ed aperta la ferita che la sua parabola storica aveva suscitato – quale che fosse l’animo con cui la si era ricevuta, del vincitore o del vinto –, la traccia di un’esperienza politica che per due decenni aveva sconvolto gli equilibri interni di molti paesi e modificato quelli internazionali non poteva essere cancellata. Occorreva comunque testimoniarla, ripercorrerla, passarla agli annali, discuterla. Depotenziato politicamente, il fascismo è stato così consegnato all’unidimensionalità storiografica, facendo nascere alcuni stereotipi che ancora oggi sono molto diffusi: da un lato l’idea di una singolarità inimitabile di ciascuna sua manifestazione nazionale – e il conseguente rifiuto di riconoscere una specie politica fascista che ne trascendesse le specifiche incarnazioni –, sostenuta soprattutto dagli storici di formazione liberale, dall’altro la dipendenza dai gruppi economici predominanti, con la conseguente attribuzione ai movimenti fascisti di un carattere classista, e l’associazione ad un’ideologia "d’ordine" che ne faceva una semplice varietà del conservatorismo, tesi che hanno costituito i capisaldi della vulgata accademica marxista più ortodossa.

    Un primo cambiamento di questa situazione si è verificato nella prima metà degli anni Settanta per merito soprattutto degli studi di Renzo De Felice, che hanno sollevato due temi ai quali l’analisi sociologica e politologica non poteva dichiararsi estranea: l’individuazione di uno strato sociale responsabile, se non della nascita, almeno dei primi successi del fascismo – a giudizio dello storico italiano, i "ceti medi emergenti", composti non solo dalla piccola borghesia intrisa di cultura umanistica ma anche da alcune categorie di tecnici – e la natura del consenso raccolto dal regime mussoliniano. Pur dichiarandosi ancora apertamente diffidente nei confronti di una nozione troppo generica di fascismo e sottolineando alcuni elementi di distinzione dell’esperienza italiana da quella del nazionalsocialismo tedesco e da altre manifestazioni affini di "radicalismo di destra", De Felice ha stimolato con l’Intervista sul fascismo pubblicata nel 1975 alcuni interrogativi che non potevano trovare una risposta convincente se non attraverso lo svolgimento di adeguate indagini empiriche. Perché, ci si è chiesti, negli anni Venti e Trenta in numerosi paesi d’Europa, pur molto diversi l’uno dall’altro per conformazione storica, economica, sociale, geografica e culturale, si sono creati movimenti che i contemporanei hanno accomunato sotto l’etichetta di "fascisti"? E perché in alcuni contesti essi hanno riscosso forti consensi popolari ed in altri no? Quali gruppi o ambienti ne sono stati promotori, e quali hanno dimostrato maggiore attenzione verso il loro messaggio? Insomma, chi è stato fascista, e perché ha deciso di esserlo?

    Gli elementi di analisi forniti dalla ricerca storica, pur preziosi, non erano sufficienti a dare risposta a questo genere di quesiti: o perché si fermavano all’aspetto ideologico-programmatico del fenomeno esaminato, accentuando eccessivamente il rilievo delle sue autorappresentazioni, o perché, viceversa, ne diluivano il profilo in un’interpretazione iperrealistica, che vedeva nei movimenti poco più di uno strumento posticcio al servizio delle ambizioni di potere dei leaders. Anche quelli che Mosse considerava materiali adatti a costruire la tanto attesa teoria generale rivelavano dei limiti. Definire il fascismo "un "atteggiamento verso la vita", fondato su una mistica nazionale", oppure "una rivoluzione, che si sforzò di scoprire una "terza via" tra marxismo e capitalismo, ma che cercava tuttavia di sfuggire a un concreto cambiamento economico e sociale ripiegando sull’ideologia", un’ideologia basata sul concetto di comunità, aiuta senz’altro a cogliere i tratti comuni del messaggio diffuso dai movimenti fascisti per sottrarre seguaci alle forze concorrenti, ma non basta a capire perché quel messaggio venne accolto in taluni ambienti e respinto in altri, e quindi istiga a riproporre come variabile esplicativa la "irripetibilità" dei percorsi storici nazionali – quella che gli storici tedeschi che hanno affrontato il problema del successo incontrato da Hitler in Germania hanno condensato nell’espressione deutsche Sonderweg, la "via speciale" che la storia tedesca pre-nazionalsocialista avrebbe percorso –, nemica di ogni generalizzazione.

    La soluzione del problema andava dunque cercata procedendo in un’altra, complementare direzione: quella di una sistematica comparazione tra i risultati delle ricerche storiche che erano statecondotte sui numerosi movimenti che si erano attirati la qualifica – e l’accusa – di fascismo, volta ad individuarne e spiegarne affinità e differenze utilizzando un metro comune di analisi. Solo in questo modo si sarebbe potuto appurare se i molti "fascismi" pullulati in Europa negli anni fra le due guerre fossero espressioni differenziate di un fenomeno unico nell’ispirazione e nell’essenza, alla stessa stregua dei movimenti liberali, socialisti, cattolici e comunisti, oppure no.

    Fascismo: uno o molti?

    Prima di imboccare questa via, l’analisi scientifica del fascismo si è espressa soprattutto, come abbiamo accennato, attraverso una serie di tentativi di raccogliere e collegare fra loro in categorie distinte le molte interpretazioni generiche che, sin dagli esordi, si erano sforzate di individuare una causa – unica o più rilevante di ogni altra – capace di giustificare l’apparizione del fenomeno e la sua affermazione in un determinato paese o momento storico. Il problema del perché il fascismo sia sorto si è dunque imposto all’attenzione degli studiosi prima di quello del cosa esso sia effettivamente stato: gran parte degli autori che si sono mossi in questa prospettiva hanno dimenticato infatti di offrire una definizione accurata dell’oggetto del quale si occupavano – tanto più che spesso il loro sguardo si appuntava sulle vicende di un solo paese: l’Italia o la Germania –, dando per scontato che il lettore sapesse per proprio conto di che cosa scrivevano. Ciò non significa, beninteso, che i loro sforzi siano stati inutili. Anzi; sebbene oggi i limiti delle spiegazioni monocausali dei fenomeni complessi risultino evidenti, non si può negare che senza un confronto tra di esse il dibattito sull’essenza del fascismo non si sarebbe neppure avviato. Proprio dalle zone d’ombra che emergevano dall’insieme di quelle interpretazioni e dalle domande che esse lasciavano senza risposta è infatti scaturita la consapevolezza che per comprendere la genesi, la diffusione, la varietà dei destini, le dinamiche interne e gli effetti del fenomeno nei diversi paesi in cui aveva fatto la sua comparsa, bisognava raccogliere ulteriori informazioni, passare dalle considerazioni di ordine filosofico e metastorico che tanto affascinavano gli intellettuali forgiatisi nel clima culturale del XIX secolo alla ricerca dei documenti e allo spoglio degli archivi, alla consultazione di giornali, riviste e materiali di propaganda, all’individuazione del retroterra familiare, politico, sociale e culturale di capi e militanti, della loro età, delle loro esperienze in pace e in guerra. Insomma, ad un’opera di minuziosa ricostruzione che consentisse di correggere o integrare le lacunose e sommarie descrizioni su cui si erano fondati molti dei giudizi formulati dai primi interpreti, spesso viziati da intenti apologetici o denigratorii.

    Una rapida rassegna delle correnti interpretative identificate dagli storici negli anni Sessanta e Settanta lascia capire quanto frammentato e contraddittorio fosse il quadro concettuale all’interno del quale esse sono state elaborate.

    La prima ricognizione effettuata da Renzo De Felice, più sistematica e approfondita di quella prospettata due anni prima da Ernst Nolte ha raccolto le interpretazioni del fascismo in tre gruppi.

    Al primo gruppo appartengono le letture del fenomeno fascista che lo storico italiano definisce classiche. Sono tre. La prima, sostenuta da storici liberali come Benedetto Croce, Friedrich Meinecke, Gerhard Ritter e Golo Mann, vede nel fascismo la manifestazione di una "malattia morale dell’Europa", una parentesi nello sviluppo dell’eterna aspirazione dell’uomo al regno della libertà, una fase di vertigine psicologica innescata dalla mobilitazione politica di masse ancora immature e dagli impulsi incontrollabili scatenati dalla guerra mondiale, che conducevano ad una "ipnosi di massa", "ad una crescente impazienza e al disprezzo della ragionevolezza, del compromesso e del progresso lento (Hans Kohn). La seconda, che De Felice attribuisce aa alcuni "settori di cultura radicale", considera invece il fascismo come il "prodotto logico e inevitabile dello sviluppo storico" dei paesi in cui giunge al successo. A minacciare lo sviluppo dell’Italia e della Germania e a deviarne il corso dal processo di consolidamento della democrazia sarebbe stato il ritardo dell’unificazione nazionale, dell’indipendenza e dell’avvio della moderna economia capitalistica, causa di un’insufficiente apertura della borghesia ai valori di libertà e di una sua disponibilità ad allearsi anche con i settori più reazionari della società pur di mantenere il potere. In questa prospettiva, il fascismo si pone in continuità con tradizioni militariste, imperialiste, autoritarie (nel caso tedesco) o di corruzione, ribellione all’autorità statale, mancanza di senso civico (nel caso italiano). Edmond Vermeil, Peter Viereck, Denis Mack Smith sono fra i sostenitori più accreditati di questa tesi.

    La terza interpretazione classica è quella, ben nota, di ispirazione marxista, secondo la quale il fascismo è un prodotto della società capitalista, strumento della reazione antiproletaria; o, per dirla con le parole di un noto documento ufficiale dell’Internazionale comunista del 1928, "la dittatura terroristica del grande capitale", i cui elementi caratteristici andrebbero individuati in "un insieme di demagogia sociale, di corruzione e di attivo terrore bianco uniti a un’estrema aggressività imperialistica nel campo della politica estera". È l’interpretazione più precoce, perché a proporla sono i socialisti italiani che, nei primi anni Venti, si trovano a dover fronteggiare l’assalto delle squadre di camicie nere alle sedi e ai simboli del movimento operaio; ma è anche quella che subisce più mutamenti nel corso del tempo. Al suo interno si apre infatti un ampio ventaglio di opzioni, soprattutto in merito all’inevitabilità dell’evoluzione del capitalismo verso il fascismo, sostenuta da alcuni (Baran e Sweezy) e negata da altri (Arthur Rosenberg, Thalheimer), e al grado di sudditanza dei governi fascisti agli obiettivi della borghesia, che studiosi socialisti riformisti come l’austriaco Otto Bauer e l’inglese G.D.H. Cole hanno messo in dubbio, sottolineando le diffidenze che alcune politiche sociali fasciste e nazionalsocialiste suscitavano nella classe dominante, o quantomeno, come ha fatto notare il trotzkysta Daniel Guérin, in alcuni settori di essa.

    Altre tre interpretazioni, che pure vengono considerate minori perché sono state meno diffuse nel dibattito giornalistico e quindi sono meno note al grande pubblico, meritano ad avviso di De Felice una particolare attenzione: quella cattolica, quella transpolitica e quella che vede nel fascismo una delle manifestazioni del totalitarismo. I confini fra l’una e l’altra di queste visioni sono meno impermeabili di quelli che distinguono le interpretazioni classiche, perché tutte e tre hanno sullo sfondo il processo di secolarizzazione e le sue conseguenze e considerano il fascismo un prodotto della modernità, impensabile senza la linea di cesura tracciata dall’Illuminismo nell’evoluzione storica della cultura europea. L’interpretazione cattolica si riassume negli scritti che sono stati dedicati al tema da Jacques Maritain ed Augusto Del Noce e parte dalla rottura dell’unità intellettuale e spirituale dell’ecumene cristiana. Crollato l’ordine naturale ed esplosi i conflitti interni alla società industriale, il fascismo, ad eguale titolo del comunismo, è visto come una "reazione antiliberale d’ordine biologico" (Maritain), disperato tentativo di contrastare l’individualismo razionalista con una politica di potenza imperialistica, etnica o nazionale, che, pretendendo di restituire una missione all’Europa, ne ha invece affrettato la dissoluzione. Del Noce accetta questo scenario, ma attribuisce le caratteristiche di religione secolare, nata per reazione alla crisi dei valori religiosi e morali della civiltà occidentale moderna, al totalitarismo: categoria nella quale include, accanto al comunismo, il regime hitleriano, ma non quello di Mussolini, che era stato il primo a teorizzare lo "Stato totalitario" ma non era poi riuscito a tradurlo in realtà compiuta. Il fascismo è, per Del Noce, un fenomeno rivoluzionario, che non si può capire se non nel contesto dell’"inveramento del marxismo", di cui però non accetta il principio disgregante della lotta di classe, sostituendola con la lotta delle nazioni, che scarica le tensioni e i conflitti verso nemici esterni. Ciò lo designa come la principale alternativa – concorrenziale più che oppositiva – al leninismo nell’epoca della secolarizzazione e convince il filosofo piemontese, in una seconda fase delle sue ricerche sull’argomento, a collocarlo in quell’ottica interpretativa transpolitica che Ernst Nolte ha inaugurato con Der Faschismus in seiner Epoche. Nolte è il primo a collocare il fascismo all’interno di una problematica filosofica. Se storicamente esso si presenta come un tentativo di superare le insufficienze delle istituzioni liberali messe a dura prova dalla sfida lanciata dal bolscevismo, in ambito culturale esso può essere considerato, secondo lo studioso tedesco, una manifestazione di resistenza e di opposizione alla "trascendenza". L’espressione non è, in questo caso, intesa secondo i tradizionali canoni religiosi, ma sta ad indicare due dimensioni della società liberale: la "trascendenza pratica" orizzontale (cioè l’ordinamento sociale) e la "trascendenza teoretica" verticale (aspirazione a una "libertà verso l’infinito" che spinge l’uomo a lottare contro la natura). Le sottigliezze del gergo filosofico adottato non hanno giovato alla diffusione delle tesi di Nolte, mentre un successo assai maggiore – ancorché ostacolato, nell’epoca in cui De Felice scriveva il suo libro, dalle polemiche politiche ereditate dagli anni della Guerra fredda – è arriso all’interpretazione del fascismo come espressione di totalitarismo, che ha alle spalle le riflessioni dei teorici della società di massa (Neumann, Lederer, Kornhauser) sulla crisi dei legami sociali tradizionali indotta dalla modernità e sull’esplosione dell’atomismo e dell’anomia nei grandi aggregati urbani. Hannah Arendt, autrice dell’opera seminale The Origins of Totalitarianism, considera sia i movimenti che i regimi fascisti – ma con un’enfasi concentrata quasi esclusivamente sul caso tedesco – un diretto prodotto dei tre processi che innescano la logica totalitaria nel cuore del XX secolo: la crisi dello Stato nazionale seguita dal diffondersi delle tendenze imperialiste, il tramonto dell’ordinamento sociale basato sui valori di classe e l’esplosione dell’individualismo egoistico. Hitler e Mussolini reclutarono infatti a suo avviso i seguaci fra gli indifferenti e gli apatici mobilitati dalle ansie legate alla scomparsa del vecchio mondo gerarchicamente ordinato, li confortarono con miti e slogans unificanti, annegarono il loro senso di solitudine nella celebrazione di una comunità nazionale onnicomprensiva e tendenzialmente egualitaria perché fondata sul concetto di popolo.

    Sorprendentemente, De Felice non include l’interpretazione del fascismo come totalitarismo, destinata ad essere fatta propria soprattutto dai politologi, fra quelle elaborate dalle scienze sociali. Vi riconosce

    "suggestioni ed innesti di natura sociologica", ma ritiene che al suo interno prevalga "sostanzialmente una concezione storicistica della realtà", alla quale sarebbero invece estranee le interpretazioni psicosociale, sociologica e socioeconomica.

    Le interpretazioni psicosociali sono quelle che mirano ad individuare i meccanismi psicologici di adesione a dottrine e/o movimenti fascisti, facendo spesso ricorso a spiegazioni che interpretano queste scelte come sintomi di patologie. La ricerca più celebre in questo campo è quella sulla "personalità autoritaria" condotta da Adorno, Frenkel-Brunswick, Levinson e Sanford; ma ad essa si affiancano molte altre opere, come Massenpsychologie des Faschismus di Wilhelm Reich, Escape from Freedom di Erich Fromm, Some Sociological Aspects of the Fascist Movements di Talcott Parsons e The Psychology of Hitlerism di Harold Lasswell. Caratteristica comune di questi scritti è di essere stati pensati e realizzati o negli anni fra il 1933 e il 1942, in cui più acuto si era fatto lo scontro tra regimi fascisti e democrazie e il clima creato dagli opposti apparati di propaganda rendeva difficile proporre analisi pacate del campo nemico o, nel caso di The Authoritarian Personality, quando la guerra si era da poco conclusa e le sue motivazioni di "scelta di civiltà" andavano riaffermate e ulteriormente legittimate. Tenuto conto di queste premesse, l’insistenza delle opere che appartengono a questo filone sulle sensazioni di insicurezza, frustrazione, mancata integrazione sociale, fuga dalle responsabilità personali, autodistruttività, conformismo, impotenza, aggressività che avrebbero reso sensibili milioni di individui agli appelli fascisti, innescando il contagio di una "peste psichica" (Reich) appare poco consona alla comprensione della sostanza del fenomeno che i loro autori dichiaravano di voler delucidare.

    Ben altro apporto è quello offerto dalle interpretazioni sociologiche, che concentrano la propria attenzione sulle determinanti sociali del successo fascista. In realtà, fra i sociologi negli anni Sessanta non si è delineata un’interpretazione comune del fascismo, ma piuttosto una serie di tracce di ricerca. Indagando, con strumenti metodologici ancora non raffinati, la base sociale di sostegno dei movimenti che vengono definiti fascisti, essi concordano nell’individuarvi un nucleo centrale costituito dalle classi medie, ma divergono nelle conseguenze da trarre da questo dato. Karl Mannheim assegna un ruolo fondamentale al desiderio di mobilità sociale di minoranze attive guidate da intellettuali estranei all’élite borghese o socialista che scorgono nella società liberale profondi segni di crisi e decadenza e sono pronti ad approfittarne per conquistare il potere. Quando l’obiettivo è raggiunto, le tendenze rivoluzionarie incarnate dai movimenti tendono ad esaurirsi e vengono sostituite dalla ricerca di ordine e stabilità, che orienta i nuovi regimi verso destra. Georges Gurvitch va oltre e, vedendo nel fascismo l’espressione delle società "tecnoburocratiche" moderne che aspirano alla fusione fra amministrazione civile dello Stato, esercito e organi di pianificazione economica, ne amplia il raggio di diffusione sino ad includervi regimi autoritari come la Spagna franchista e il Portogallo salazarista da un lato e le "dittature di sviluppo" nazionalpopuliste, come l’Egitto di Nasser, l’Algeria di Ben Bella e l’Argentina peronista. Seymour Martin Lipset, viceversa, distingue nettamente tra fascismi "di destra", "di centro" e "di sinistra", in quanto ciascuno di essi sarebbe espressione di una diversa base sociale, e arriva a concludere che soltanto i regimi "estremisti di centro" medio-borghese, il cui prototipo è il nazionalsocialismo tedesco, potrebbero dirsi fascisti in senso proprio. Il punto di vista di Lipset – che, come De Felice acutamente nota, porterebbe a non poter più parlare di un fenomeno fascista in senso complessivo ma solo di tanti fascismi particolari inconciliabili – è corretto da Gino Germani, il quale, pur accettando l’idea che le radici del fascismo affondano nel processo di atomizzazione, spersonalizzazione e perdita di identità degli individui causato dalla crisi dei legami sociali tradizionali, mette in rilievo la capacità dei movimenti fascisti di mobilitare strati di popolazione che, per motivi diversi, si sentono frustrati o esclusi all’interno del quadro politico liberale. Il fascismo italiano ha successo perché riesce a mobilitare la classe media urbana che soffre di una perdita di status, sentendosi schiacciata tra la classe operaia, in ascesa grazie al sostegno dei sindacati e dei partiti socialisti, e la grande borghesia, non disposta a rinunciare al controllo dell’establishment che le garantisce una rendita di posizione. Altri movimenti di analoga ispirazione, che si trovano di fronte a contesti sociali diversi, o falliscono oppure assumono forme diverse, come il peronismo argentino, che per raccogliere un seguito di massa deve scartare il modello fascista ed assumere le vesti di movimento "nazional-popolare" a base sindacale e operaia.

    L’ultima delle interpretazioni esaminate da De Felice è quella che connette la nascita e l’affermazione del fascismo ai "tentativi messi in atto per cercare di ovviare alle crescenti difficoltà, all’insufficienza sociale, alle disfunzioni e alle crisi che affliggono la moderna economia del laissez faire" e, in particolare, alla necessità di assicurare la compattezza delle società nazionali dei paesi investiti da fasi di industrializzazione e sviluppo economico accelerate, aprendo un interrogativo sui rapporti tra fascismo e modernizzazione destinato a suscitare molto interesse nei decenni seguenti. Gli autori che la propongono sono i primi, dopo la conclusione della seconda guerra mondiale, a chiedersi se il fascismo, sconfitto e delegittimato in Europa, non stia risorgendo sotto spoglie diverse in altre parti del mondo – in America Latina e, più in generale, nel Terzo Mondo – dove si ripresentano, tardivamente, le condizioni che ne avevano favorito la nascita nei contesti originari. Nel libro The Stages of Political Development, l’economista Organski colloca il fascismo (ma non il nazionalsocialismo tedesco, espressione di una società industrialmente più avanzata) all’interno di una categoria di regimi "sincratici" che nel secondo stadio dello sviluppo politico-economico occidentale, caratterizzato da un nuovo tipo di economia e dall’integrazione delle masse nella nazione, si prefiggono di favorire la modernizzazione economica e lo sviluppo industriale attraverso l’avvio di una produzione e di un consumo di massa. Diversamente dagli altri regimi sincratici – lo stalinismo e il liberalismo borghese –, il fascismo si sforzerebbe di imporre al processo di accumulazione capitalistica ritmi lenti al fine di evitare uno scontro frontale tra la componente più innovativa e quelle più tradizionaliste dell’élite socioeconomica dominante. Di funzionalità del fascismo alla modernizzazione e alla razionalizzazione capitalistica, come "rivoluzione conservatrice dall’alto" che lascia intatta l’architettura del vecchio ordine sociale nella fase di transizione economica alla piena modernità, parla anche Barrington Moore jr. in The Social Origins of Dictatorship and Democracy, sottolineandone però gli aspetti culturali di "anticapitalismo plebeo" ed assumendone a modello il Terzo Reich. Una terza proposta collocata in questo filone è quella di Ludovico Garruccio, secondo cui il fascismo è in primo luogo un’ideologia di transizione espressa da quei paesi che, attraversando una fase di industrializzazione tardiva, utilizzano il nazionalismo per impedire che la mobilitazione delle masse susciti fermenti di contestazione e disgregazione dell’ordine sociale. In quest’ottica, alcuni movimenti politici sorti dopo la seconda guerra mondiale, come il peronismo e il nasserismo, rientrebbero nella categoria, mentre altri ne sarebbero meri sottoprodotti o imitazioni mal riuscite.

    Altre interpretazioni: i limiti di un dibattito

    A conclusione della sua rassegna del 1969, De Felice scrive di non credere nella validità assoluta di nessuna delle interpretazioni che ha illustrato e, pur ribadendo di non negare l’esistenza di un denominatore comune fra alcuni dei movimenti, partiti e regimi abitualmente accomunati dall’etichetta fascista, si dice "convinto che per giungere ad una spiegazione in termini effettivamente storici del fenomeno fascista in genere e dei vari fascismi in particolare, sia necessario tenere presenti e contemperare tra di loro tutte le interpretazioni sin qui prospettate", senza mai dimenticare i fattori legati "alle particolari vicende storiche (economiche, sociali, culturali e politiche) dei singoli paesi nei quali si sono avuti movimenti, partiti o regimi fascisti".

    È il compito al quale si dedicheranno, negli anni successivi, alcuni suoi colleghi.

    Quando fa la sua comparsa in libreria Le interpretazioni del fascismo, le letture più recenti del fenomeno fascista, e quindi considerate più potenzialmente innovative, sono quelle che Renzo De Felice ha definito socioeconomiche. Non stupisce quindi che ad esse dedichi particolare attenzione James A. Gregor, che per primo si cimenta con il tentativo di riordinare i suggerimenti scaturiti dalla copiosa letteratura in argomento secondo criteri diversi da quelli dello storico italiano. Il politologo statunitense ha un’ampia conoscenza diretta dei testi di dottrina fascista pubblicati fra le due guerre mondiali – qualità che lo differenzia da molti degli epigoni anglosassoni di fama più recente – e ha già tratteggiato un profilo ideologico del fascismo italiano che, in contrasto con l’opinione corrente, riconosce al movimento guidato da Mussolini un retroterra culturale relativamente coerente, in cui trovano una sintesi fermenti intellettuali germogliati in vari paesi europei tra gli ultimi due decenni del XIX secolo e i primi due del XX in reazione ad una diffusa sensazione di decadenza politica e morale. Lo scopo che si propone scrivendo Interpretations of Fascism è analizzare sinteticamente "i tentativi compiuti dalla sociologia per "spiegare" il fenomeno fascista". Il punto di partenza è dunque diverso da quello scelto da De Felice, ma gli autori esaminati e le categorie utilizzate presentano numerose somiglianze e sovrapposizioni.

    Per giungere ad una comprensione del fascismo, scrive Gregor, è necessario integrare quattro elementi: definizioni adeguate, generalizzazioni empiriche, teorie empiriche generali, giudizi morali (i più difficili da controllare e sottoporre a verifica). Questo schema va utilizzato per correggere o integrare le interpretazioni "classiche" emerse fra il 1922 e il 1945 – che per lui sono quelle che, rispettivamente, considerano il fascismo come il prodotto di una crisi morale, di deficienze psicologiche, dell’ingresso nella storia di masse amorfe, della lotta di classe – e quelle "moderne" proposte in seguito, che nel fascismo vedono l’espressione di un particolare stadio dello sviluppo economico o uno dei volti del totalitarismo.

    Come si vede, queste sei "teorie discorsive" non si differenziano granché dalle interpretazioni individuate da De Felice. La novità risiede nella scelta di illustrarle attraverso il ricorso ad un maggior numero di autori e di includere fra questi ultimi anche intellettuali di parte fascista – come Giovanni Gentile, Dino Grandi, Sergio Panunzio, Ugo Spirito e Gioacchino Volpe, che danno del rapporto tra nascita del fascismo e crisi morale delle democrazie liberali un’immagine speculare rispetto a quella offerta da Croce o Kohn. Gregor dà poi un rilievo autonomo alle interpretazioni che legano l’ascesa dei movimenti fascisti al diffondersi della mentalità dell’"uomo-massa", staccandole dalla teoria del totalitarismo e illustrandole dettagliatamente attraverso il pensiero di autori -–Ortega y Gasset, Lederer, Neumann, Kornhauser, Hoffer e, come precursore, Le Bon – che De Felice aveva solo citato di passaggio o ignorato. Una particolare attenzione è rivolta agli studi che inquadrano il fascismo nella categoria delle "dittature totalitarie", soprattutto nella versione che ne individua le caratteristiche essenziali "in un’ideologia, in un partito unico diretto da un solo uomo, in una politica terroristica, nel monopolio dell’informazione, nel monopolio delle armi e in un’economia centralizzata". Ma l’elemento più originale nell’opera di Gregor è la proposta di interpretazione che egli formula dopo aver illustrato e commentato gli approcci socioeconomici allo studio del fascismo (Rostow, Matossian, Organski, Barrington Moore jr., Garruccio). Nel determinare la base teorica disponibile per far avanzare le ricerche su questo tema è infatti a questa prospettiva che guarda principalmente quando scrive che i sistemi fascisti sono "quei sistemi, ordinati gerarchicamente, che si servono della mobilitazione delle masse per organizzare le energie collettive sulla base di vasti programmi di riscossa, industrializzazione e rinnovamento nazionali". È in vista di questo obiettivo che i movimenti fascisti sviluppano un’ideologia fortemente nazionalista, un’economia autarchica, una diffidenza non celata verso le "cospirazioni" dei nemici (si tratti degli ebrei, delle potenze "plutocratiche" o di altri soggetti) e un’organizzazione capillare e centralizzata diretta da un partito unico, a sua volta controllato da un capo carismatico. Così caratterizzati, questi movimenti vengono definiti "movimenti rivoluzionari nazionalisti di mobilitazione di massa" e proiettati in uno scenario che non è più solo legato al passato, giacché si apparentano, come Gregor ribadirà successivamente, all’ampia classe delle dittature di sviluppo.

    Più che una semplice rassegna dei precedenti tentativi di comprendere e spiegare il fascismo, quella del politologo nordamericano è, in definitiva, una critica dei risultati sino a quel momento da essi raggiunti, a cui si affianca un’ulteriore proposta di definizione che dovrebbe servire da base per l’elaborazione di un modello di analisi. Non è l’unico tentativo di questo genere. Gli inventari delle interpretazioni formulate da storici, sociologi, filosofi e intellettuali-militanti – nessuna delle quali, malgrado il frequente uso che si fa di questo termine, assume la forma di una vera e propria teoria – si moltiplicano, ma questa proliferazione non aiuta a far scorrere il dibattito scientifico su binari comuni e chiaramente definiti. Così, quando Francis Carsten si trova a dover fare a sua volta i conti con l’"ampio volume di libri e articoli […] che cercano di stabilire tanto le differenze quanto le somiglianze fra i vari movimenti che sono stati chiamati "fascisti"" in un saggio che ha lo stesso titolo delle opere di De Felice e Gregor, rinuncia ad ogni pretesa di classificazione e si limita ad indicare una serie di contributi recenti all’approfondimento di problemi che da tempo attirano l’attenzione degli analisti politici. Nessuno di essi sembra avviato a soluzione. Sull’origine del sostegno – di massa e di élite – ai partiti fascisti, il generico consenso sull’importanza del ruolo giocato dalle classi medie non dà risposta alla domanda: quali classi medie? Ai sostenitori della tesi del peso preponderante della piccola borghesia cittadina timorosa di declassamento si oppone chi, come Lipset, afferma che "il fascismo classico è un movimento di classi medie proprietarie", mentre altri sostengono invece che "i movimenti fascisti in [molti] paesi (Germania, Italia, Ungheria e Romania) scoprirono e utilizzarono il potenziale nazionale e politico dei piccoli contadini e dei lavoratori agricoli" ed altri ancora insistono nel sostenere che essi raccolsero consensi fra gli elementi declassati e sradicati di tutti i settori della società, tesi che era stata già avanzata nel 1923 dalla dirigente dell’Internazionale comunista Klara Zetkin.

    Dalle osservazioni di Carsten si deduce che gli specialisti dissentono anche sulle cause del successo fascista in Italia e in Germania (la crisi economica? L’insicurezza sociale diffusa dalla disoccupazione o dai continui episodi di lotta di classe? L’umiliazione del sentimento nazionale? La minaccia socialista e comunista alla proprietà privata? L’insofferenza per l’inconcludenza e la corruzione della vecchia classe politica?). Anche ammesso che ognuno di questi fattori abbia esercitato un peso, non vi è accordo sulla scala in cui collocarli. Esistono, certo, alcuni segnali positivi di progresso delle ricerche. Le argomentazioni psicologiche si sono raffinate, passando dalle generiche affermazioni sulla personalità autoritaria a riflessioni più raffinate sulla capacità di rassicurazione collettiva offerte alle masse che vivono in paesi scossi da quotidiane turbolenze e conflittualità dall’idea-forza della comunità organica e dalla celebrazione dell’appartenenza a una collettività nazionale rigenerata come segno di riscatto dalle disuguaglianze sociali ereditate. Gli studi sul rapporto fra sviluppo economico e nascita dei movimenti fascisti hanno fatto un passo avanti grazie ai rilievi di Nolte sulla combinazione tra collocazione geografica e trasformazione della struttura sociale dei paesi in via di industrializzazione. Si è cominciato a prestare una maggiore attenzione alle precondizioni istituzionali del successo fascista: il grado di stabilità delle strutture parlamentari, la forza delle tradizioni democratiche, il radicamento organizzativo di massa dei partiti politici, la coesione delle classi dirigenti, le strategie di competizione o di alleanza dei circoli e movimenti conservatori, i più sensibili all’ipotesi di usare le truppe d’assalto fasciste in funzione difensiva e/o controffensiva contro gli avversari politici e sociali. La tentazione di considerare l’ideologia del fascismo una mera copertura strumentale dell’azione violenta, ininfluente ai fini del proselitismo, è stata abbandonata a profitto di studi comparati in grado di identificarne, sia nei singoli paesi che su un piano più generale, gli elementi basilari. Ma ancora non c’è accordo neppure sul carattere di fondo del fenomeno studiato, che per alcuni rimane controrivoluzionario, per altri reazionario, mentre per un numero crescente di accademici deve essere definito rivoluzionario. Si impone perciò all’evidenza una constatazione amara e disincantata: a mezzo secolo di distanza, le vecchie osservazioni avanzate negli anni Venti e Trenta dai testimoni oculari dell’ascesa al potere di Hitler e Mussolini rimangono al centro della discussione, e "non sembra che siano state avanzate dagli storici e dagli scienziati politici moderni interpretazioni fondamentalmente nuove".

    L’impulso delle scienze sociali

    Mentre il dibattito affrontato sulla base delle categorie di analisi filosofiche e storiche segna il passo e l’uso polemico del termine "fascista" non accenna ad attenuarsi, contribuendo ad ulteriori fraintendimenti della natura del fenomeno che gli ha dato origine, la scelta di alcuni studiosi di privilegiare la ricerca di nuovi dati e documenti alla discussione sulla letteratura già esistente inizia a dare frutti.

    Il primo esempio di un lavoro ispirato in modo organico e consapevole a criteri di analisi empirica comparata è l’ampio saggio di Juan J. Linz Some Notes Toward a Comparative Study of Fascism in Sociological Historical Perspective, pubblicato nella stessa antologia di Laqueur in cui è comparso il citato contributo critico di Carsten. Alcuni degli apporti che esso offre allo studio delle caratteristiche fondamentali del fascismo si possono considerare, ad oltre venticinque anni di distanza, definitivi.

    Il primo problema che Linz si pone è quello della simultanea unità ed eterogeneità del fascismo. Il primo di questi aspetti è legato al fatto che i suoi sostenitori si trovarono a reagire, sulla spinta di convinzioni e stati d’animo analoghi, ad una serie di problemi comuni esplosi con particolare virulenza all’indomani della prima guerra mondiale. La corrispondenza fra i loro atteggiamenti venne pertanto determinata dalla designazione degli stessi avversari, da un patrimonio condiviso di negazioni: l’opposizione al marxismo, al comunismo, al proletarismo, al liberalismo, al parlamentarismo e anche, sia pure in misura minore, al conservatorismo e alla mentalità borghese e capitalista. L’eterogeneità ideologica dei movimenti fascisti europei era invece causata dalla loro natura di latecomers, di "ultimi venuti" o "ritardatari" sulla scena politica dei rispettivi paesi, già occupata da numerosi altri attori, che li costringeva ad incorporare e trasformare elementi presenti in altre dottrine e movimenti con modalità diverse a seconda dei casi, onde rendere meglio percepibile l’identità e lo stile "antagonistici" che li caratterizzavano, designando dei nemici precisi. Per dirla con le parole dell’autore, "le diverse condizioni nazionali spiegano le differenti opportunità di emergere, lo spazio molto diverso che poteva ancora essere occupato nell’arena politica e le base sociale molto diversificata e contraddittoria che si rendeva disponibile ai nuclei dirigenti, inizialmente comparabili […] le ideologie fasciste rispondevano a situazioni politiche, storiche e sociali distinte e il loro rispettivo successo può pertanto essere compreso attraverso un’analisi storico-sociologica comparata".

    La definizione "tipologica multidimensionale" che Linz utilizza per delimitare il suo oggetto di studio non ha il pregio della sintesi, poiché identifica il fascismo come "un movimento ipernazionalista, spesso pan-nazionalista, antiparlamentare, antiliberale, anticomunista, populista e perciò antiproletario, parzialmente anticapitalista e antiborghese, anticlericale o quantomeno non clericale, con l’obiettivo dell’integrazione sociale nazionale attraverso un partito unico e una rappresentanza corporativa non sempre egualmente enfatizzati; con uno stile e una retorica distintivi, che confidava su quadri attivistici pronti all’azione violenta combinata alla partecipazione elettorale per conquistare il potere in una prospettiva totalitaria, tramite una combinazione di tattiche legali e violente", ma si combina utilmente con una messe di ulteriori indicazioni sulla natura del fenomeno. Nell’ideologia fascista, Linz sottolinea la duttilità dell’adattamento selettivo delle tradizioni culturali nazionali in "nuove sintesi" concepite per rispondere a richieste di nuovi gruppi sociali. I movimenti fascisti si servono di questa ideologia caratterizzata dall’"inflazione del sentimento nazionale" per rivolgere un appello alla difesa degli interessi della comunità nazionale basato sull’emozione, sul mito, sul vitalismo e sull’idealismo agli elementi meno integrati nella struttura di classe e a quelli che subiscono le conseguenze negative della crisi dei sistemi politici democratici, e per esprimere un drastico rifiuto di tutte le tradizionali linee di divisione che attraversano le rispettive società nazionali. Il loro nazionalismo si accoppia infatti all’esaltazione "dell’autorità dello stato e della sua supremazia su tutti i gruppi sociali e gli interessi in conflitto" e "si rivolge a coloro che in precedenza avevano sostenuto vecchi partiti sulla base dei comuni interessi nazionali in conflitto con altri gruppi definiti alieni".

    Linz imputa l’ambiguità ideologica del fascismo, su cui insistono coloro che negano un carattere unitario al fenomeno, al suo carattere di "anti"-movement che, essendo giunto per ultimo sulla scena politica, spintovi dalle conseguenze della guerra, è costretto a prendere posizione di fronte ai temi che i suoi concorrenti hanno ormai posto al centro del dibattito, ma anche a farlo in forme capaci di differenziarlo nettamente dai rivali. Così, l’antimarxismo o la critica della democrazia predicati dai fascisti non hanno molto a che spartire con i punti di vista espressi dai conservatori vecchio stile: non respingono l’idea della partecipazione popolare alla politica in nome di una nostalgia dell’ancien régime, ma pretendono di offrirne una versione più genuina non mediata dai politici di professione ma affidata alle capacità di intuizione di un "uomo forte", un capo che sappia rappresentare i sentimenti e le aspirazioni di tutto il popolo collocandosi al di sopra degli egoistici interessi particolari rappresentati dai partiti. La molteplicità e varietà dei programmi e delle specifiche scelte tattiche o strategiche dei movimenti fascisti non inficia quindi la convinzione che alle radici della loro nascita vi sia stata la spinta di una visione del mondo condivisa, nelle linee generali, da tutti i loro animatori. È lo studio delle condizioni sociali e culturali di ciascuno dei contesti nazionali in cui essi agirono a spiegarne le differenze e a mettere in rilievo i fattori che ne determinarono, a seconda dei casi, i successi o i fallimenti. L’analisi dei dati disponibili sugli aspetti empirici dei molti partiti e gruppi che incarnarono gli ideali fascisti nel periodo fra le due guerre mondiali – i connotati biografici dei capi e militanti, le caratteristiche geografiche e sociologiche sia delle zone in cui riuscirono a radicarsi sia di quelle in cui i loro tentativi di espansione fallirono, le strutture organizzative che crearono per conquistare proseliti, il tipo di iniziative pubbliche che idearono per vincere la concorrenza degli altri partiti, compresi i nazionalisti più moderati e i conservatori – consente anzi a Linz di individuare un altro elemento caratteristico del fascismo, il suo carattere di rivolta generazionale, strettamente legata all’esperienza psicologica della prima guerra mondiale, che impressionò e in parte affascinò numerosi osservatori contemporanei.

    L’influente saggio di Linz diffonde fra gli specialisti la convinzione che l’elaborazione di una teoria generale del fascismo richieda la convergenza di più approcci: quello strutturale, concentrato sullo studio dei contesti istituzionali entro i quali i movimenti fascisti operarono, quello dello spazio politico che a seconda dei casi si rese loro disponibile, in dipendenza dalla collocazione delle forze rivali sull’asse destra/sinistra o lungo le altre linee di frattura che attraversavano le rispettive società nazionali, quello fondato sulla cultura politica di cui ciascuno dei movimenti fascisti è stato espressione e quello sociologico.

    Nel solco aperto da questo scritto si inseriscono, a partire dalla metà degli anni Settanta, vari filoni di ricerca, alcuni dei quali aprono percorsi completamente nuovi mentre altri si inseriscono su tradizioni storiografiche consolidate ravvivandole con i suggerimenti metodologici delle scienze sociali. Un primo filone riprende ed amplia lo studio dell’ideologia fascista; un secondo punta ad accertare i connotati sociologici dei militanti dei movimenti fascisti, sia di base che di vertice; un terzo indaga le caratteristiche dei loro elettori in quei paesi in cui essi accettarono la prova democratica delle urne; un quarto affronta il problema della loro nascita ed affermazione come risposta alla crisi che afflisse le democrazie europee all’indomani della prima guerra mondiale. Spesso, queste ricerche riguardano singoli contesti nazionali o specifici movimenti ai quali sono state attribuite caratteristiche fasciste. L’occasione per varare un programma di studi che tenga simultaneamente conto di tutti questi approcci, favorendo la consultazione di archivi, il recupero e lo spoglio di dati elettorali degli anni Venti e Trenta, l’effettuazione di interviste con ex dirigenti e militanti dei vari gruppi dell’epoca, è la conferenza internazionale sul tema "Comparative European Fascism" tenuta a Bergen dal 19 al 21 giugno 1974, i cui atti, integrati dai risultati di molte ricerche condotte nel frattempo, vengono pubblicati in volume sei anni più tardi.

    Questo libro, Who were the fascists, è a tutt’oggi il tentativo più compiuto di raccogliere materiali empirici sui movimenti e sulle correnti ideologiche che hanno fatto parlare dell’esistenza di un’"epoca del fascismo" e nel contempo è una discussione a più voci – fra cui alcune delle più accreditate: Linz, Payne, De Felice, Sternhell – sulle interpretazioni del fenomeno che offre un importante contributo alla formulazione di una teoria generale del fascismo. Malgrado l’eterogeneità culturale degli autori e la presenza in alcuni capitoli di inflessioni ideologiche ormai fuori tempo, l’opera è caratterizzata da un notevole sforzo di capire le ragioni che portarono gli elettori, i simpatizzanti e i militanti dei partiti fascisti a maturare le loro preferenze, restituendo a quei milioni di uomini quella normalità di cui le rappresentazioni caricaturali di molti esegeti mossi da intenti di apologia o di denigrazione li aveva privati. Una normalità fatta di interessi ed entusiasmi, speranze e illusioni, paure e frustrazioni, calcoli utilitaristici e impulsi, esplosioni di brutale violenza e slanci di generosità, rozzi istinti e considerazioni razionali.

    Gli studi contenuti nel volume rimediano a quella incapacità – in taluni casi, volontario rifiuto – di guardare alle vicende del primo dopoguerra con gli occhi dei contemporanei che per molto tempo aveva deformato l’immagine del fascismo, consegnandola alla polemica e all’invettiva, e contro la quale già si era schierato Renzo De Felice quando aveva argomentato l’impossibilità di comprendere un fenomeno senza guardare ai documenti dell’epoca in cui esso si era manifestato. Fra le chiavi di lettura che i coautori di Who Were the Fascists offrono ai colleghi e al pubblico, due sono particolarmente importanti. Juan J. Linz, Bernt Hagtvet e Stein Rokkan, liquidando definitivamente le interpretazioni monocausali sino a pochi anni prima egemoni nel mondo accademico, mettono in evidenza la molteplicità di fattori che condussero alla nascita, e in taluni casi al successo, dei movimenti fascisti. Tra di essi ebbe un ruolo di primo piano la crisi interna dei regimi democratici innescata dal modificarsi e dal moltiplicarsi dei fronti di conflitto sociale e dalla conseguente polverizzazione delle identità collettive preesistenti, che suscitò timori diffusi in molti ambienti e una forte richiesta, specialmente fra le classi medie, di riaffermazione – con qualunque mezzo – dell’unità nazionale e dell’autorità dello stato. Ma accanto ad essa influirono molti altri motivi, strutturali e culturali, connessi alle trasformazioni delle società di molti paesi europei emerse negli ultimi decenni dell’Ottocento e accelerate dalla guerra del 1914-18. Gli autori dei numerosi studi – ben ventuno – di casi nazionali sottolineano invece la molteplicità di significati che i simpatizzanti e gli avversari assegnarono ai programmi, ai messaggi e allo stile dei movimenti fascisti, ricordando che, pur essendo assolutamente plausibile parlare di un fascismo al singolare, come fenomeno complessivo collegato a una serie di cause ben individuabili, al di sotto di esso si collocano le molte specificità delle sue singole manifestazioni, dovute non solo ad oggettivi dati ambientali di ordine storico, geografico, culturale, economico-sociale, ma anche alla grande varietà delle percezioni che gli stessi leaders locali ebbero dell’essenza del progetto fascista.

    Questa seconda linea di ricerca appare particolarmente feconda, perché avvia il confronto fra gli studiosi attorno a un tema considerato in precedenza tabù. La convinzione che siano esiste molte anime, tendenze e sensibilità culturali all’interno del macrofenomeno storico fascista è ormai diffusa nel momento in cui Who were the Fascists viene pubblicato, e la comunità scientifica accetta di parlare di più fascismi, declinando il concetto al plurale. È tuttavia ancora viva l’idea che, al di là dei diversi modi adottati per affrontarla, rimanga una sostanza oggettiva unica e monolitica dell’azione politica dei movimenti e dei regimi fascisti, sulla base della quale essi possono e devono essere giudicati una volta per tutte. I materiali di documentazione raccolti e illustrati dagli studiosi riuniti a Bergen dimostrano che si tratta di un’idea eccessiva e forzata, che è giunto il momento di rivedere. Come è stato rilevato, questo criterio di analisi non è stato applicato ad altri fenomeni politici contemporanei: nel giudicare il comunismo, ad esempio, molti studiosi hanno privilegiato il progetto rispetto al fatto, o quantomeno preso in considerazione entrambe queste dimensioni, mentre nel caso del fascismo ciò non è mai avvenuto. Si è ceduto, cioè, alla tentazione di un uso ideologico della teoria. Le ricerche compiute dai coautori di Who Were the Fascists fanno capire che tra i fascisti, di base e di vertice, non si formò mai una valutazione univoca e coincidente degli esiti che l’auspicato successo dei loro movimenti avrebbe dovuto produrre. Alcuni di essi videro il fascismo come una rivoluzione, altri come una reazione allo spirito del tempo in cui vivevano, altri ancora come un veicolo di sostanziale conservazione dello stato di cose esistente. Ancora più importante appare il fatto che essi non assegnarono, se non in occasioni sporadiche, all’oggetto del loro consenso il significato che gli attribuivano gli avversari. In Italia come in Germania, in Romania come in Gran Bretagna e altrove, pochi furono i sostenitori che videro nel fascismo che volevano instaurare un regime violento e liberticida; molti, malgrado i visibili connotati patriottici e militaristi, non pensarono neanche che essa potesse portare alla guerra e addirittura si illusero che potesse offrire una garanzia contro il rischio di nuove guerre. Tutto ciò può apparire sorprendente agli occhi di un osservatore postumo o dei contemporanei che intuirono immediatamente i rischi impliciti nel successo fascista; ma è dimostrato dalle interviste a militanti e dirigenti fascisti sopravvissuti e soprattutto dai molti documenti che la ricerca empirica ha consentito di raccogliere; il che testimonia i progressi che le scienze sociali sono in grado di offrire allo studio del fenomeno fascista.

    È in questa prospettiva che sia da Who were the Fascists sia dalle molte ricerche che ne hanno applicato in seguito la lezione metodologica è stato possibile trarre indicazioni utili al rinnovamento degli studi sul tema. Esse suggeriscono ad esempio che il fascismo, inserito nella temperie di un’epoca di estrema turbolenza, suscitò passioni di segno opposto ma, come tutti i movimenti e regimi che gli furono avversari, si propose obiettivi che i suoi sostenitori vedevano in una luce universalmente positiva – quantomeno se, come suo universo di riferimento, consideriamo i membri delle singole collettività nazionali a cui si rivolgeva. L’idea di bene comune che animava gran parte dei suoi militanti e dirigenti era da loro percepita, soggettivamente, come più valida di quelle sostenute dalle dottrine concorrenti. Ovviamente, si trattava di un progetto che indicava mete e percorsi nettamente diversi: la riduzione, se non l’annullamento, del pluralismo politico, considerato veicolo di una conflittualità intestina che minava alle radici l’unità della nazione; l’affermazione di una mentalità anticlassista sorretta dalle strutture educative e dall’organizzazione corporativa della produzione economica; il riordinamento della società su scala gerarchica e meritocratica in opposizione ad ogni tentazione egualitaria, ecc. Queste intenzioni, specialmente nei casi in cui si sono trasformate in azioni, devono essere giudicate oggettivamente dagli studiosi tenendone in conto soprattutto le conseguenze; ma non è scientificamente corretto inferire dai dati di fatto riferibili a una singola esperienza di "fascismo reale" (di solito il nazionalsocialismo tedesco, più raramente il regime mussoliniano) gli stati d’animo e le aspettative di coloro che scelsero l’alternativa loro offerta da altri "fascismi possibili" in contesti diversi, magari nel quadro di una normale competizione democratica.

    Per quanto deplorevole e sconcertante ciò possa oggi apparire, i movimenti fascisti furono visti all’epoca della loro fioritura un po’ in tutta Europa alla stregua di formazioni politiche non troppo diverse dalle altre, perlomeno là dove la loro presenza non fu il frutto di mera imitazione o di servile collaborazione nei confronti di Paesi rivali o occupanti. Un saggio di Bernt Hagtvet presentato alla conferenza di Bergen ricorda del resto che l’ascesa del fascismo nella politica europea degli anni Trenta non fu il frutto di un’ondata di smarrimento esistenziale, come hanno sostenuto i teorici della "società di massa", bensì l’effetto della trasformazione della mobilitazione sociale che le tensioni indotte dalla modernizzazione economica e dalla guerra mondiale avevano innescato in una intensa mobilitazione psicologica, collegata a simboli di identità di grande presa collettiva, primo fra tutti la nazione.Tanto da indurre a ritenere che una chiave fondamentale del successo fascista, là dove si verificò, sia stata la sua capacità di fornire un’alternativa alla "debole intensità affettiva", cioè alla scarsa carica identificante, che caratterizza strutturalmente le democrazie liberali e ne fa calare rapidamente la legittimità quando vengono investite da gravi crisi socioeconomiche.

    La ricerca di tipi ideali e modelli generali

    I progressi nella spiegazione delle cause che hanno determinato il destino delle diverse espressioni nazionali del fenomeno fascista non soddisfano tuttavia coloro che mirano alla definizione di un concetto generale o generico di fascismo, che consenta di separarne una volta per tutte le manifestazioni "autentiche" dai regimi e movimenti nazionalisti e autoritari fioriti per imitazione in tutta Europa. L’insistenza su questa ricerca è giustificata da alcune domande che animano periodicamente la discussione fra gli specialisti: regimi come il franchismo, il salazarismo o il peronismo si possono ritenere fascisti? Il fascismo appartiene alla famiglia ideologica della destra? È un fenomeno ancora attuale di cui si possono rintracciare nuove incarnazioni o si è esaurito con il 1945? Si è manifestato esclusivamente in Europa o anche altrove? Che rapporto ha avuto con la modernità? Per dare risposta a questi interrogativi, dopo aver messo da parte le teorie monocausali o riduzioniste, che si sono dimostrate inadeguate agli scopi che si erano prefisse, il dibattito degli anni Ottanta si sposta in un primo momento verso l’approfondimento delle descrizioni tipologiche e successivamente verso un nuovo tentativo di individuare un contenuto essenziale del fascismo, cercato questa volta nella sua dimensione ideologica.

    Il contributo più influente alla costruzione di una tipologia più accurata è offerto da Stanley Payne nel libro Fascism. Comparison and Definition. Storico attento agli apporti delle scienze sociali, Payne, dopo vent’anni di ricerche giunge ad una conclusione bivalente: se da un lato la riduzione di tutti i fascismi "putativi" ad un unico fenomeno generale è distorcente, un approccio radicalmente nominalistico che ne enfatizza tutti gli elementi di diversità finisce per occultarne le innegabili somiglianze. C’è dunque bisogno di una descrizione sistematica delle caratteristiche comuni che consentono di parlare di fascismo in senso generale, da applicare allo studio comparato per individuarne sottotipi e casi specifici e, soprattutto, per distinguere i movimenti e i regimi che si possono inserire in questo contesto da quelli appartenuti alle altre due "facce del nazionalismo autoritario", la destra radicale delle Heimwehren, dello Stahlhelm, del Verdinaso o dell’Action Française e la destra conservatrice delle Croix de Feu o dei seguaci di Hindenburg, Pilsudski, Horthy, Salazar. Ma non si può pretendere di utilizzarla come categoria tassonomica monolitica. La descrizione tipologica proposta da Payne riprende, nella scia di Nolte e di Linz, il Leitmotiv delle "negazioni fasciste" – antiliberalismo, anticomunismo, anticonservatorismo (condizionato dalle esigenze tattiche) – e lo coniuga con una serie di elementi che attengono per un versante all’ideologia e agli scopi e per un altro allo stile e all’organizzazione. I tratti ideologici comuni che individua nei movimenti fascisti comprendono un credo idealistico e volontaristico e l’aspirazione a creare uno stato nazionalista autoritario basato su principii diversi da quelli tradizionali, ad organizzare la società in forma interclassista tramite una struttura economica integrata corporativa e ad impostare su un registro espansionistico i rapporti della propria nazione con gli altri paesi. Sotto il profilo dello stile essi condividono la passione per gli aspetti "romantici e mitici" dell’estetica politica, cercano di mobilitare le masse secondo criteri militari, privilegiano l’uso della violenza, enfatizzano la virilità e la giovinezza, esaltano l’autorità carismatica personale. L’autore precisa che nella categoria individuata da queste coordinate rientrano tutti quei movimenti che hanno posseduto ulteriori credenze od obiettivi, purché questi non si pongano in contrasto con le caratteristiche distintive comuni.

    Lo schema concettuale di Payne, al di là della sua eccessiva farraginosità, ha il difetto di non includere elementi di novità; si limita a riassumere le acquisizioni di gran parte degli studi specialistici degli anni precedenti. Molto più innovativo è il contributo dello storico israeliano Zeev Sternhell.

    Nei numerosi libri e saggi dedicati all’argomento, Sternhell descrive, nella prospettiva della storia delle idee, il fascismo come una concezione rivoluzionaria totale della vita, estesa alla politica, all’economia, alla società e alla sfera spirituale dell’uomo, un’alternativa radicale alla civiltà liberale borghese razionalista e individualista, fondata sul sacrificio, la forza, lo spirito di conquista, il culto dell’azione e della disciplina, un’espressione della rivolta contro la civiltà urbana industriale che tende a riconciliare l’uomo con la natura ("è stata probabilmente la prima ideologia ambientalista del [XX] secolo") e ad esaltarne la fisicità. Sintesi originale di una serie di atteggiamenti ideologici che hanno incominciato a diffondersi nella cultura europea negli ultimi decenni del XIX secolo – nazionalismo, sindacalismo rivoluzionario, antiparlamentarismo, antiliberalismo –, il pensiero che ispira e accomuna i movimenti fascisti vede l’uomo come parte integrale di una totalità organica, che solo svolgendo la funzione sociale che gli compete all’interno della collettività di appartenenza può realizzarsi e sentirsi libero e sicuro. È un’ideologia che, lungi dall’avere le sue radici esclusivamente nella tradizione culturale di destra, si presenta piuttosto come una variante del socialismo, un "tentativo di adattare il socialismo alle condizioni moderne" attraverso la revisione in senso spiritualista del marxismo, una "terza via" che sfida il liberalismo e il comunismo in nome di una critica ai fondamenti del pensiero positivista che li accomuna.

    La "volontà di rottura dell’ordine liberale" è, per lo studioso israeliano, il "filo conduttore" che spinge uomini di disparata formazione (reazionari, nazionalisti, conservatori radicalizzati dalla sensazione di una imminente decadenza delle società europee, socialisti, ex-anarchici, sindacalisti di estrema sinistra) a cercare un nuovo strumento di sfogo delle loro inquietudini ed aspirazioni nel fascismo. Revisionismo postmarxista, ribellione contro l’ordine borghese e presa di coscienza dell’importanza dell’appartenenza nazionale sono le tre fonti ideologiche alle quali si alimenta questa convergenza. Sebbene le conseguenze della Prima guerra mondiale ne siano il canale di propagazione a livello di massa, questa "sintesi socialista-nazionale" è il frutto di reazioni e riflessioni che risalgono ai precedenti decenni, di un processo di formazione delle mentalità che attraversa prima la Francia e poi altri paesi d’Europa, l’Italia soprattutto, fra la fine del XIX secolo e gli anni Trenta. Esso si caratterizza per il sistematico depotenziamento, dapprima in ristretti circoli di avanguardia ma in seguito nella psicologia di più ampi strati sociali, dei valori democratici di ispirazione illuministica, lentamente ma progressivamente espropriati da altre suggestioni di segno diverso e talvolta opposto. L’alleanza fra nazionalismo e socialismo, il rifiuto dell’individualismo, il desiderio di un più saldo ordine morale, la sostituzione del corporativismo al classismo, la tendenza verso forme di mobilitazione ed organizzazione che hanno al centro una finalità "nazionale", il risorgere dello spiritualismo e dell’aspirazione comunitaria sono altrettanti segni di crisi dell’epoca segnata dal mito dell’eguaglianza e del progresso e del diffondersi di stimoli a trasgredire i confini delle ideologie che l’avevano contraddistinta. Sternhell ammette che, rispetto al comunismo e al socialismo, il fascismo presenta la debolezza di non possedere un’origine univoca; ma questa carenza ne consente la declinazione in varianti flessibili ed eterogenee che si adattano ai diversi contesti culturali e socioeconomici in cui i suoi princìpi ispiratori si manifestano. Non ha dunque ragione chi nega una radice unitaria ad "un fenomeno che possiede un proprio grado di autonomia, di indipendenza intellettuale"; anzi, "è al ricercatore che è affidato il compito di trarre il denominatore comune […] di cui sono partecipi non soltanto i diversi movimenti e ideologie politiche che si richiamano al fascismo ma anche quelli che rifiutano l’epiteto, ma tuttavia appartengono alla famiglia".

    La mole di citazioni che Sternhell porta a sostegno della sua tesi, che per la prima volta suggerisce di collocare la culla del fenomeno fascista al di fuori dell’Italia, e più precisamente in Francia, dove socialismo e nazionalismo ebbero i primi incontri ed incroci sintetici, è impressionante. Ma questo, che potrebbe esserne il punto di forza, è visto da altri studiosi come un elemento di debolezza. Per sostenere la sua proposta, Sternhell è infatti costretto ad allagare il raggio di visuale ben al di là dei discorsi e degli scritti dei capi o dei militanti fascisti e ad attingere agli scritti di letterati ed artisti, spesso eterodossi e insofferenti della disciplina di partito, di uomini politici che non furono mai organici al fascismo, come Henri De Man, e soprattutto di intellettuali "pre-fascisti" (Nietzsche, Sorel, Barrès, Labriola, Pareto, Corradini) la cui reazione agli sviluppi del fascismo non è in alcun modo prevedibile. Sebbene si sforzi di citare anche numerosi esponenti politici ed intellettuali del fascismo militante (Mussolini e Valois, Déat e Mosley, José Antonio Primo de Rivera e Léon Degrelle, Giovanni Gentile), l’argomentazione dello storico israeliano appare da questo punto di vista forzata e ha dato adito alle critiche di molti altri studiosi, che l’hanno accusata fra l’altro di assimilare al fascismo correnti culturali irriducibili ad esso – come il personalismo comunitario di Mounier – che negli anni fra le due guerre mondiali cercarono di oltrepassare simultaneamente gli orizzonti del liberalismo e del socialismo, di trascurare gli aspetti non strettamente ideologici del fenomeno analizzato, a partire da quelli di natura sociologica, e di aver ideato un paradigma che esclude esplicitamente dalla categoria del fascismo il nazionalsocialismo tedesco, che ne è sempre stato considerato uno dei prototipi e che comunque, grazie al suo successo, ha notevolmente influenzato la proliferazione dei movimenti fascisti in Europa nel corso degli anni Trenta.

    La relativa insoddisfazione degli specialisti del settore di fronte alle proposte di interpretazione tipologica e teorica di Payne e Sternhell ha segnato un ritorno, negli anni Novanta, alla ricerca di quel "minimo comun denominatore" cui aveva fatto cenno a suo tempo, senza peraltro ritornare ad occuparsene in prima persona, Renzo De Felice, sulla scia di Ernst Nolte.

    Il primo a riprendere il discorso è, nel 1991, un altro storico delle idee, l’inglese Roger Griffin, che nel suo libro The Nature of Fascism, dopo aver offerto un’ennesima aggiornata ricapitolazione della discussione accademica sulla "genuina" natura del fenomeno, ne propone una definizione sintetica: "il fascismo è un genere di ideologia politica il cui nucleo mitico, nelle sue varie permutazioni, è una forma palingenetica di ultranazionalismo populista". Si tratta, scrive Griffin, di una definizione che vuol tracciare un "tipo ideale" di fascismo, nel senso che Max Weber ha dato a questa espressione, quello cioè di uno strumento analitico che mira a ridurre la potenziale infinità dei significati di un concetto e, accentuandone taluni aspetti, a metterlo in grado di descrivere con relativa coerenza un certo numero di fenomeni esistenti nella realtà, come del resto accade con altri termini generici quali liberalismo, conservatorismo, nazionalismo o socialismo, che vengono applicati a soggetti tutt’altro che omogenei senza che ciò sollevi obiezioni di principio o dispute semantiche senza fine. Solo considerando elemento essenziale del fascismo l’ideologia, che ne è anche, in associazione con il mito, l’indispensabile strumento di mobilitazione, è possibile giungere alla costruzione di questo idealtipo; inoltre, porre l’accento sulla dimensione ideologica e mitica significa anche mettere in rilievo il ruolo che, nell’era della massificazione, le forme di comunicazione non razionale hanno esercitato in campo politico.

    Il riferimento alla palingenesi, nella definizione di Griffin, rimanda non solo all’avversione che gli ideologi e, più in generale, gli intellettuali fascisti hanno sempre mostrato, talvolta persino con accenti ossessivi, nei confronti della decadenza – strettamente legata alla lievitazione, nelle società industriali, di un’aspirazione al livellamento egualitario e all’omogeneità dei comportamenti e degli stili di vita di cui la democrazia è la logica traduzione politica – ma anche al progetto di costruzione di un "uomo nuovo", di un "nuovo ordine", di rinascita della società dopo un periodo di eclissi dei valori. L’espressione "ultranazionalismo populista" sottolinea invece la distanza tra il fascismo e le tendenze politiche e culturali di segno conservatore o reazionario. Se per queste ultime il nazionalismo o l’imperialismo si giustificano all’interno di tradizioni dinastiche o aristocratiche, per i fascisti alla loro base vi è invece l’idea che i nuovi protagonisti della dinamica storica siano i popoli, non più i monarchi o le aristocrazie di un tempo; e che ai popoli "giovani" (Moeller van den Bruck), o alle "nazioni proletarie" (Mussolini) spetti il compito di costruirsi destini ambiziosi ai danni delle vecchie potenze autocratiche o liberali, sotto la guida carismatica di uomini che ne intuiscono, ne incarnano e ne difendono le aspirazioni e le necessità. Sebbene possano essere guidate da ristrette élites, le formazioni fasciste si considerano infatti sempre come avanguardie di un popolo il cui potere serve da base di legittimazione della loro azione.

    Griffin è convinto, già nel momento in cui la propone, che la sua definizione sintetica, della quale si serve per interpretare la natura non soltanto del fascismo italiano, del nazionalsocialismo, dei molti movimenti analoghi che non giunsero al successo in Europa e dei coevi movimenti extraeuropei che include nella categoria, ma anche di quelli affini sorti dopo il 1945, può creare un "nuovo consenso" fra gli studiosi. Tanto più che, a suo avviso, essa serve a chiarire sia le basi psicologiche e storiche della nascita e diffusione dei movimenti fascisti, sia i fattori che ne hanno determinato successi e fallimenti. Ma è una convinzione che, sebbene venga ribadita a più riprese dall’autore, non pare essere confermata dai fatti.

    Quello che viene rimproverato a Griffin dagli studiosi che non accettano la sua proposta non è di definire il fascismo "come un’ideologia con una specifica visione utopica "positiva" della condizione ideale della società, una visione basata su una matrice di assiomi cruciali sul mondo contemporaneo che possono generare un certo numero di forme distinte determinate da circostanze locali". Questo è, semmai, il lato considerato da tutti condivisibile – ma anche piuttosto scontato – della sua definizione. Ciò che le si contesta è piuttosto un eccesso di genericità, un’incapacità di cogliere gli elementi realmente distintivi del fascismo rispetto ad altri soggetti. Gregor ricorda che tutti i movimenti rivoluzionari hanno ambizioni palingenetiche e ritengono che le società e/o le istituzioni politiche alle quali si oppongono siano in preda alla decadenza, e sottolinea come gli appelli populisti non siano certamente un patrimonio esclusivo dei movimenti e dei regimi fascisti; fa notare inoltre che nel nazionalsocialismo tedesco, che Griffin include nel campo fascista, il motivo ispiratore del discorso (e del mito) politico era il razzismo e non il nazionalismo, che Hitler considerava una trappola e un inganno, per cui conclude che lo schema concettuale illustrato in The Nature of Fascism pecca di eccessiva astrattezza. Payne, che pure considera l’interpretazione complessiva che Griffin trae dall’applicazione della sua definizione la più degna di essere discussa, osserva che anche i nazionalismi di sinistra, conservatori o di ispirazione reazionaria sono spesso palingenetici e che sono esistiti movimenti populisti e nazionalisti non fascisti, specialmente in America Latina. Robert Paxton vede nella definizione idealtipica di Griffin una sottovalutazione della dimensione specificamente politica del fascismo e della sua evoluzione interna. Eatwell le imputa invece una troppo scarsa attenzione alla componente razionale dell’ideologia fascista, una confusione tra contenuti ideologici e argomenti propagandistici (la componente "palingenetica" del discorso fascista, a suo avviso, atterrebbe piuttosto ai secondi che ai primi) e una mancanza di considerazione della dimensione economica del fenomeno, il che lo induce a giudicarla meno utile, sul piano operativo, della tipologia suggerita da Payne. E persino Walter Laqueur, il quale pure sostiene che sarebbe difficile trovare una definizione migliore, riconosce che essa "include movimenti che non sono realmente fascisti e ne omette altri che lo sono". Si potrebbe aggiungere che i contenuti che Griffin assegna all’"ultranazionalismo" dei movimenti fascisti, quando scrive che esso si riferisce "a forme di nazionalismo che "vanno oltre", e perciò rigettano, qualsiasi cosa che sia compatibile con le istituzioni liberali o con la tradizione dell’umanesimo illuministico che le sorregge", sono tutt’altro che un’esclusiva fascista, giacché il nazionalismo imperialistico ispirato a princìpi antidemocratici aveva fatto la propria comparsa già nella fase acuta dell’espansionismo coloniale europeo del XIX secolo a varie latitudini, manifestandosi persino nella cultura politica di paesi che, come la Francia e la Gran Bretagna, con l’umanesimo illuministico e con le istituzioni della democrazia liberale avevano rapporti di antica data.

    Questi, e altri, dissensi ribadiscono la difficoltà, se non l’impossibilità, di giungere a una definizione univoca ed universalmente accettata del fascismo e stimolano la formulazione di ulteriori proposte di individuazione del minimo comun denominatore del fenomeno, in parte convergenti e in parte concorrenti. Una definizione succinta alternativa è prospettata nella sua opera più recente sul tema da Payne, secondo il quale il fascismo è "una forma di ultranazionalismo rivoluzionario che si basa su una filosofia principalmente vitalista, che si struttura nella mobilitazione delle masse, nell’elitismo portato all’eccesso e nel Führerprinzip, che assegna un valore positivo alla violenza e tende a considerare normali la guerra e/o le virtù militari", ma il tentativo di interpretazione più ambizioso è quello dello scienziato sociale inglese Roger Eatwell, che si propone di costruire non un concetto universale, né una teoria, bensì un modello (generale) di fascismo.

    Il modello si apparenta al tipo ideale e ne segue la stessa logica esplicativa, ma è una nozione più specifica, in cui talune dimensioni o caratteristiche dei soggetti considerati sono connesse in modo unitario senza giungere a una classificazione o a una tipologia, che richiederebbero l’indicazione esplicita di criteri discriminanti fra le caratteristiche di ogni singolo tipo o classe. Eatwell dichiara di servirsene per creare un raccordo fra gli studi che hanno teso a mettere a punto un concetto di fascismo e quelli che hanno invece proposto una teoria dello sviluppo del fenomeno e per rimediare alle lacune degli approcci di studio esistenti in materia di fascismo, da lui divisi in quattro tipi che, rispettivamente, a) ne sottolineano l’incoerenza ideologica e dunque faticano a considerarlo unitariamente; b) privilegiano la specificità nazionale delle sue singole espressioni; c) lo ritengono un movimento epocale europeo; d) ne fanno un concetto universale senza limiti geografici o cronologici di applicazione. Come Sternhell, a cui rimprovera peraltro di aver enfatizzato eccessivamente gli aspetti di sinistra del suo oggetto di studio, assume come strumento di analisi l’ideologia o, per usare, le sue parole, la concezione filosofica del mondo fascista, di cui esamina e sviluppa quattro ambiti principali: le idee sulla natura umana e sulla storia, le concezioni geopolitiche, le proposte in tema di economia politica, gli elementi collegati allo stile (principio gerarchico, attivismo, partito, propaganda).

    L’intenzione del "modello" è ambiziosa e interessante, dato anche che mira a superare la difficoltà che gli studiosi si sono sempre trovati di fronte ogniqualvolta hanno cercato di porre sullo stesso piano movimenti e regimi, e, come era già accaduto nelle opere di Sternhell e di Griffin, è sorretta da ampie letture e numerose esemplificazioni, ma i suoi risultati sono modesti, come riconosce lo stesso autore quando scrive che, applicandolo, ci si deve limitare a concludere che "esiste un insieme di temi centrali all’ideologia dei fascisti europei, nessuno dei quali riesce però a fornire un insieme univoco di conclusioni". Al di là dell’uso di una terminologia più raffinata a volte inutilmente complicata – è difficile capire, ad esempio, quale apporto analitico offra la considerazione del fascismo come "ideologia sincretica a spettro" rispetto ai suggerimenti dei molti studiosi che, a partire da Linz, ne avevano evidenziato il carattere strutturalmente sintetico –, il contributo di Eatwell non offre alcun elemento nuovo all’edificazione di una teoria generale. Sono certamente promettenti le sue premesse, quando incita a considerare sia gli elementi mitico-irrazionali del fascismo sia la sua dimensione razionale, perché ad un movimento politico e a un’ideologia gli uomini chiedono sia gratificazioni interiori sia assicurazioni su uno standard di vita migliore; o quando dichiara che l’analisi delle condizioni della nascita dei movimenti fascisti deve comprendere simultaneamente le ragioni dei comportamenti individuali, il contesto comunitario e il livello statale, su cui influisce l’azione della tradizione e delle istituzioni. Ma l’applicazione concreta di queste assennate indicazioni lascia delusi.

    La "più precisa concettualizzazione" del fascismo di cui Eatwell dichiara in partenza la necessità si smarrisce infatti in una serie di distinzioni fra gli strumenti analitici utili ad indagarla – l’ideologia e la propaganda, la critica all’ordine esistente e la concezione della transizione dal vecchio sistema a quello nuovo auspicato, gli aspetti intellettuale e attivistico del fenomeno, i princìpi fondamentali sostenuti dai capi del movimento e il contesto entro cui si trovarono ad operare – che complicano inutilmente la ricerca. Che il fascismo sia stato contemporaneamente "un’ideologia fautrice di rapidi cambiamenti e un movimento-regime sempre disponibile a compromessi tattici" è un dato da lungo tempo acclarato, con cui tutti gli studiosi dell’argomento hanno dovuto fare i conti. Il guaio è che il "modello" di Eatwell, pur insistendo sulle carenze degli studi che, a giudizio dell’autore, hanno trascurato i caratteri "di destra" o "di sinistra" del fenomeno, non fornisce alcun elemento utile a rimuovere le difficoltà di categorizzazione cui esso ha dato adito. Tanto più che la concisa definizione in cui Eatwell ne riassume i frutti – "il fascismo [è] un’ideologia che ha cercato di determinare una rinascita sociale sulla base di una Terza Via radicale di tipo olistico-nazionale, anche se nella pratica il fascismo ha teso a sottolineare lo stile, specialmente l’azione e il leader carismatico, più che programmi dettagliati e si è impegnato nella demonizzazione manichea dei suoi nemici" – assomiglia più a un patchwork di elementi già messi in luce da altri autori (Griffin, Sternhell, Payne) che a una proposta originale e compiuta. Né è confortante leggere che "esiste un insieme di regimi, e non solo di movimenti, che mostra forti affinità con il fascismo visto in modo sincretico a spettro" ma non ne ricalca il modello: richiamare in causa la Spagna franchista o l’Argentina peronista per sottolineare le "fasi in cui maggiore è stata la loro vicinanza al modello fascista", invece di far progredire la ricerca verso l’auspicata "concettualizzazione culturale o cronologica" del fascismo rischia di ottenere l’effetto opposto.

    Un nuovo percorso di ricerca?

    La constatazione dell’incapacità degli studi più recenti, così come di quelli più o meno "classici" che li hanno preceduti, di produrre l’auspicato "nuovo consenso" fra gli specialisti porta a supporre che il dibattito sull’accettabilità dei concetti, dei modelli o delle tipologie di "fascismo generico" durerà ancora per anni. Quali che siano le conclusioni che gli studiosi sapranno trarne, si può già adesso dire che esso non esaurirà comunque l’inventario dei percorsi di ricerca interdisciplinari attraverso i quali è possibile abbozzare una formulazione della teoria generale del fascismo tanto cara a George Mosse. La letteratura scientifica in argomento offre ormai abbondanti spunti a cui rifarsi per procedere in tale direzione.

    A nostro avviso, uno dei dati più utili che emergono a questo proposito da una rassegna delle interpretazioni sin qui prospettate è l’insistenza di molti autori sul nesso, ideologico e pratico, tra fascismo e comunità. La radicale opposizione sia degli intellettuali che dei militanti fascisti all’individualismo e all’egoismo sociale e la loro propensione psicologica verso un’appartenenza totale alla collettività nazionale è stata ripetutamente rilevata. Anche il recente riferimento di Eatwell all’"olismo", cioè alla concezione secondo cui la totalità sociale predomina sempre sugli interessi e i diritti individuali, come parola-chiave dell’ideologia fascista si inserisce in questo ambito di considerazioni. La polemica contro l’individualismo liberale e il collettivismo socialista e comunista non è solo un motivo ricorrente negli scritti degli intellettuali fascisti, ma anche uno dei motivi di fondo dei programmi politici dei movimenti in cui costoro ripongono le proprie aspettative. Proporre di fare del comunitarismo uno dei caratteri fondamentali dell’ideologia fascista – e della sua prassi, perché in molte delle politiche poste in atto in Italia e in Germania dai regimi che ad essa si ispiravano si possono rilevare i segni dell’intenzione di instaurare (e, per un certo verso, restaurare) quella mentalità di tipo comunitario e, appunto, olistico che l’urbanizzazione e l’industrializzazione e il lascito culturale dell’Illuminismo avevano soffocato o sradicato – e quindi un elemento di definizione generale del concetto è dunque almeno tanto lecito quanto lo è stato ipotizzare di utilizzare allo stesso scopo gli aspetti palingenetici o populisti del credo fascista. Un’ipotesi interessante di inserimento della nozione di comunità in uno schema concettuale finalizzato alla raccolta di materiali per una teoria generale del fascismo può essere sviluppata anzi proprio a partire da alcuni suggerimenti contenuti in un’opera "minore" di George Mosse, l’Intervista sul nazismo pubblicata in Italia a due anni di distanza dall’uscita della fortunata Intervista sul fascismo di Renzo De Felice per costituirne una sorta di controcanto interpretativo.

    Nel volumetto Mosse, proponendosi di "formulare una nuova interpretazione del nazismo come fenomeno culturale" e di "analizzare gli elementi che lo accomunarono al fascismo di Mussolini come quelli che lo differenziarono", scrive: "ci sono un buon numero di tratti comuni a tutti i fascismi, e mi pare sia lecito affermare l’esistenza di un fenomeno chiamato fascismo, al cui interno sono riconoscibili delle varianti". Questo fenomeno viene definito come "un radicalismo di destra che andava oltre il conservatorismo, che postulava […] una rivoluzione spirituale, che si presumeva però dover sortire effetti concreti, […] voleva liquidare le vecchie strutture gerarchiche della società e dello Stato". Esso, sostiene il politologo della Università del Wisconsin, "non voleva abolire lo Stato, ma sostituirvi gerarchie basate sulla funzione anziché sullo status sociale". Se ne deduce che i movimenti fascisti, respingendo un ideale sociale fondato su stratificazioni orizzontali sovrapposte – le classi –, ipotizzavano un nuovo modello di strutturazione della società, stratificato verticalmente (attraverso le "funzioni") in base a un criterio di differenziazione pratica che non comportava implicazioni etiche analoghe a quelle che Marx aveva imputato al sistema borghese-capitalistico fondato sulla divisione del lavoro. In questo quadro, Mosse identifica nella comunità, intesa come espressione unitaria delle volontà e delle energie delle individualità che fanno da substrato a una collettività nazionale, il valore prioritario su cui si impernia il progetto fascista, scrivendo: "fu il fascismo, in tutte le sue varianti, a farsi difensore, più di qualsiasi altro movimento rivoluzionario, dell’idea di comunità. L’idea del capo […] emerse da quella di comunità, dove per comunità s’intende una realtà basata sull’affinità e non sulla forza" e alimentata dall’idea di cameratismo diffusasi durante il conflitto mondiale. Partendo da un’esperienza reale, quella del superamento delle diffidenze dettate dalle diverse origini di ceto e di classe nella comunità di vita e di morte delle trincee, il fascismo crea dunque un mito, quello dell’integrazione nazionale e della fine dell’alienazione, che non si realizza attraverso il rovesciamento dei rapporti gerarchici nelle strutture predicato dal marxismo ma attraverso una rivoluzione della struttura sociale. "Tutti i fascismi promettono la fine dell’alienazione", scrive ancora Mosse, sottolineando questo carattere di fondo che accomuna movimenti per altri versi differenziati. "In Mein Kampf troviamo a questo riguardo una pagina impressionante, in cui Hitler afferma che un uomo che esca dalla sua fabbrica ed entri in un movimento di massa diviene parte di una comunità, e si libera dall’alienazione. Anche questo è, mi pare, un tratto comune. Dove naturalmente c’è differenza, e nell’idea di comunità […] Hitler, D’Annunzio e Mussolini credevano tutti e tre che la comunità è lo Stato e non il volk, la razza".

    Queste considerazioni possono essere approfondite ed estese alla luce degli apporti degli studi più recenti, facendo del concetto di comunità uno degli elementi-chiave nell’individuazione di una natura "profonda", di una "essenza" del fascismo.

    Il senso di comunità nato dall’esperienza del cameratismo bellico si cala nei movimenti fascisti del primo dopoguerra sino a diventarne uno dei caratteri ideologici distintivi tramite un’ampia serie di segni esteriori che accomunano i militanti, ne unificano lo stile, mirano ad attirare l’attenzione – e poi il sostegno attivo – dei simpatizzanti. L’intera simbologia fascista si inquadra all’interno di questa logica. Le camicie colorate che movimenti affini ma sviluppatisi in contesti nazionali e culturali diversi adottano senza eccezioni come uniforme riassumono il discorso. Esse vogliono essere l’espressione visibile della mentalità antiborghese e sprezzante della "normalità" dell’ordinaria routine che la guerra, pur vissuta su fronti contrapposti, ha fatto maturare nella "generazione del fronte", unita da ragioni ideali più che da un dato anagrafico. Il sentimento di comunanza che deriva dall’aver trascorso anni nelle stesse trincee è vissuto dai fascisti come un antidoto all’alienazione causata dallo sradicamento dei singoli individui e delle famiglie dagli ambienti originari, per effetto congiunto dei processi di urbanizzazione e industrializzazione. Hannah Arendt nota che "neppure le distinzioni nazionali limitavano le masse in cui l’élite postbellica voleva immergersi. La prima guerra mondiale […] aveva quasi estinto il sentimento nazionale in Europa dove, nel periodo fra le due guerre, divenne molto più importante aver fatto parte della generazione delle trincee, non contava in quale esercito, che essere tedesco o francese. I nazisti basavano la loro propaganda su questo vago cameratismo, su questa "comunanza di destino"". E ancora, per mettere in evidenza l’opposizione che ormai stava delineandosi fra società e comunità, sempre più simili al paese legale e al paese reale su cui insisteva Charles Maurras: "L’attivismo sembrava fornire […] nuove risposte al vecchio tormentoso interrogativo: "Chi sono io?" che si riaffaccia sempre con raddoppiata insistenza nei periodi di crisi. Se la società sosteneva: "Sei quel che sembri", l’attivismo rispondeva: "Sei quel che hai fatto"".

    In Italia, in Germania e in quasi tutti gli altri paesi europei in cui il fenomeno si manifesta in forme originali, i primi nuclei fascisti sono composti da individui legati dall’esperienza della guerra e dalla diffidenza, se non dall’aperto disprezzo, nei confronti dei "civili", dei "borghesi" che sfruttano ai propri fini gli altrui sacrifici. I "proscritti" tratteggiati dal celebre romanzo di Ernst von Salomon offrono una raffigurazione esemplare del tipo umano dell’ex combattente che si rifiuta di rientrare nei ranghi della società ordinaria e si sforza di tenere in vita un vincolo qualitativamente diverso con i propri simili. Emilio Gentile descrive efficacemente la sintetica visione del mondo di questi nuovi emarginati sociali, che si sentono ormai una comunità a parte all’interno della società borghese e dunque, potenzialmente, uno "stato nello Stato", quando scrive che "la guerra aveva provocato una disgregazione della società ed aveva creato una massa di "spostati" in senso sociologico, cioè di persone o gruppi di persone sradicate dal loro normale ambiente sociale, prive di status ma che, attraverso la guerra, avevano maturato una sia pur torbida coscienza politica e ne avevano tratto motivi ed ambizioni di successo nella vita civile e di ascesa sociale". Questo stato d’animo spiega perché, come vari studi sociologici hanno dimostrato, tramite i movimenti fascisti si affacci alla lotta politica una nuova generazione, che non soltanto per motivi anagrafici si era tenuta sino ad allora in disparte dalla vita pubblica. Sebbene molti dei più noti capi fascisti – Mussolini, Degrelle, Mosley, Quisling e parecchi altri – abbiano alle spalle intense esperienze di impegno politico di segno diverso, ciò che li lega a gran parte dei loro originari seguaci è la comune consapevolezza che con la guerra si è aperto un nuovo capitolo di storia, che essi vogliono indirizzare in una direzione molto diversa dall’individualismo liberale ma anche dal collettivismo socialista. Scrive ancora Gentile: "L’ordine sconvolto doveva ricostituire la sua normalità non con un ritorno alla vecchia situazione, ma attraverso la legittimazione degli spostamenti avvenuti. Prima che appartenenti ad una classe, i combattenti si sentivano solidali nella loro condizione di reduci […] L’ideologia di questi "spostati" era una legittimazione dell’identità fra nazione e combattenti, che confermava il dualismo fra l’Italia materialista e l’Italia idealista". Sono parole che, nel caso specifico, descrivono la situazione italiana, ma potrebbero attagliarsi a tutti gli altri paesi, vincitori e vinti, coinvolti nel conflitto.

    Il fascino che l’ideale comunitario dei nascenti movimenti fascisti esercita verso molti degli ex combattenti è duplice, anche se non dappertutto le condizioni sociali e culturali ne consentono un’eguale diffusione. Da un lato, esso si propone come uno strumento di dissoluzione di vincoli giudicati ormai anacronistici dai reduci, come quelli di classe o confessionali; dall’altro come fattore di coagulo in nome di una realtà non più e non solo materiale, in cui si innesta il potere suggestivo del mito. L’esito di questa mescolanza è, per chi si era imbevuto della propaganda nazionalista dilagante in tempo di guerra, dirompente: "Per i giovani, guerra e rivoluzione erano momenti dello stesso fenomeno di rivolta contro l’ordine costituito e di rinnovamento della società, e fra la guerra compiuta e la rivoluzione in corso non v’era, per essi, soluzione di continuità: l’una e l’altra erano la festa, nel senso sociologico, cioè l’esaltazione collettiva che sovverte i limiti fra sacro e profano, fra il lecito e l’illecito". Nel fascismo delle origini "le abitudini della guerra divennero i metodi della "rivoluzione", e la festa fu continuata".

    I partiti fascisti, tipici partiti-movimenti, nascono come "partiti comunitari", ai quali si aderisce non per motivi di interesse ma per moventi spirituali, per spinte istintive, per aspettative ideali. Le analisi degli storici e dei politologi, su questo punto, mostrano significative coincidenze. Emilio Gentile sottolinea come gli ex combattenti fossero tornati dalla guerra con un bagaglio di sentimenti antipolitici: "disprezzarono la politica ed esaltarono la vita; alle parole [essi] sostituirono l’azione violenta ma risolutrice; alle discussioni parlamentari, i metodi concreti e rapidi della vita militare; alla divisione e alle lotte fra partiti, l’unità e la solidarietà quasi religiosa di tutti quelli che avevano sofferto le stesse esperienze […] diventando così l’unità vivente della nazione [mentre] il parlamento e i partiti non rappresentavano la nazione". Linz aggiunge che "il fascismo, nelle sue azioni, soddisfaceva tanto il desiderio dell’atto eroico dell’individualismo romantico quanto il desiderio di immergersi in un’impresa collettiva, in un gruppo, a una gioventù borghese che era stata socializzata ad una cultura basata sulla convenzionalità, i cui mentori le proponevano obiettivi di successo individuale, privato". L’importanza dell’elemento comunitario per i processi di formazione e organizzazione dei movimenti fascisti si ricava anche dalla descrizione che Duverger dà della dinamica di adesione a quelli che chiama partiti comunitari: "la comunità appare un modo di raggrupparsi naturale e spontaneo, basato sulla prossimità […] Ciò che forma il vincolo comunitario è qualcosa di disinteressato, è […] il fatto di sentirsi identici e di vivere insieme". Duverger osserva che nel linguaggio di certi partiti fascisti, e più in generale totalitari "che cercano di creare una comunità profonda e totale tra un certo numero di individui, come fecero gli ordini religiosi o militari nel Medioevo […] si può ritrovare la terminologia dell’ordine", cioè del Bund, di quella forma di organizzazione sociale e poliitica che "implica un impegno molto più totale, molto più profondo, molto più aderente degli altri gruppi".

    Nel mondo culturale tedesco, all’indomani della prima guerra mondiale, ebbero una notevole influenza le tesi che Ferdinand Tönnies aveva espresso oltre trent’anni prima in Gemeinschaft und Gesellschaft, contrapponendo la comunità, contrassegnata dalla "volontà organica", irrazionale e non utilitaristica, alla società, contraddistinta dalla "volontà riflessa", prodotto puro del pensiero, finalistica e razionale. Secondo Tönnies, se il mondo moderno, assumendo una caratterizzazione sempre più tecnicistica ed utilitarista, tende a ridurre l’ambito di espressione della volontà organica – qualitativo, spontaneo, pluralistico, naturale – a profitto di nuovi rapporti interpersonali "finalizzati", sganciati da un’eredità culturale o da una fede comune, è inevitabile che si manifesti a livello diffuso una reazione antimaterialistica e spiritualista sotto forma di riscoperta del valore della comunità. Per quanto marginale e sommaria potesse essere la conoscenza di queste tesi fra gli ideologi del fascismo, molti dei loro seguaci, pur non avendone coscienza scientifica, le vissero come un fatto culturale nel senso antropologico del termine e se ne nutrirono, facendone un efficace argomento polemico. Linz ha scritto esplicitamente: "Il richiamo populistico alla comunità contro il pragmatismo della società, Gemeinschaft contro Gesellschaft, suscitava un considerevole fascino in società democratiche divise da conflitti di classe e mobilitate da moderni partiti di massa". Franz Neumann ha colto l’estensione di questo richiamo, nel caso del Terzo Reich, anche alla fase in cui il movimento ha dato vita a un regime: "Non l’uomo, ma la comunità è posta al centro del sistema" e "alla struttura sociale, il nazionalsocialismo impone due ideologie in netto antagonismo con essa: l’ideologia della comunità e il principio del capo". Sternhell sostiene che l’individuo era preso in considerazione dai fascisti "soltanto nei termini della funzione sociale che adempiva e del suo posto nella comunità" nella quale era chiamato ad integrarsi totalmente, anche sotto il profilo psicologico.

    Il sostanziale consenso degli studiosi intorno alla tesi del carattere comunitario del messaggio fascista indebolisce le interpretazioni che riducono il fascismo a collettore eterogeneo di masse amorfe, proiettate sullo scenario storico dalle contraddizioni del processo di modernizzazione. Al contrario, Ludovico Incisa di Camerana (Garruccio) sostiene che ad ogni fase della modernizzazione corrisponde un’adeguata risposta fascista e che, pur attraverso le diverse forme e caratteristiche assunte dai movimenti e dai regimi fascisti nei diversi contesti nazionali e sociali, a seconda che fossero al potere o all’opposizione, il tema della comunità continua a svolgere una funzione fondamentale. Anche il fascismo più radicale, quello che Garruccio chiama

    "cospirativo" – avverso alle oligarchie economiche, esaltatore delle virtù popolane, intriso di misticismo – si presenta come una forza modernizzante "in quanto mira ad integrare in una comunità omogenea forze che ne sono emarginate", e la sua ideologia solidaristica e comunitaria lo induce a porsi in antitesi con il capitalismo in quanto fattore di alienazione non della società ma della nazione.

    Tutti i movimenti fascisti rimangono fedeli a questo modello. Quando sottolinea lo sforzo che il regime di Mussolini compì per integrare al proprio interno le masse, attivando iniziative sportive, ricreative, culturali e di socializzazione quotidiana, Renzo De Felice fa notare che il motivo per cui la popolazione doveva essere mobilitata ed esprimere un consenso attivo era la creazione di uno spirito comunitario diffuso. "Questo processo rivoluzionario avrebbe dovuto creare una nuova comunità in Italia, una comunità sentita come una comunità morale, con propri ideali, propri modelli di comportamento e proprie gerarchie". La creazione di questa comunità è un compito affidato alle generazioni più giovani, alle quali spetta l’onore di assicurare la piena realizzazione della "rivoluzione" iniziata dai padri: "se il fascismo fosse riuscito a creare la desiderata "comunità morale", il suo potere politico sarebbe diventato sempre più autonomo e, via via, prevalente rispetto a quello sempre saldamente in mano ai fiancheggiatori" (i conservatori, i nazionalisti moderati, i cattolici autoritari e tutti gli altri "compagni di strada"). In taluni ambienti fascisti, questo progetto viene elaborato razionalmente e discusso. In Italia ciò accade nella Scuola di Mistica Fascista, la struttura che il regime ha ideato per assicurare la formazione ideologica dei futuri quadri dirigenti. Sulle pagine della pubblicazione ufficiale della Scuola si legge ad esempio: "L’individuo, come realtà storica, non è mai esistito […] La personalità sociale, di ogni gruppo, è sempre più grande della personalità privata. […] il soggetto vede aumentare la sua singola potenza e personalità in relazione diretta della potenza, compattezza e durevolezza del gruppo in cui è gerarchicamente inserito". L’uomo è dunque, nel suo stesso interesse, al servizio della comunità a cui appartiene.

    Nel clima psicologico del primo dopoguerra, segnato in molti paesi europei dal sacrificio delle trincee e dalla delusione per gli scarsi risultati che esso ha prodotto, i movimenti fascisti si inseriscono in una più ampia tendenza al rifiuto delle fratture, dei contrasti, delle divisioni che dipendono dall’organizzazione sociale ed economica. L’unico spartiacque che ammettono all’interno della nazione è quello dell’onore, del servizio reso in guerra, del coraggio, della fede nei valori per i quali lo sforzo bellico è stato accettato. La società civile, che ha proseguito quasi senza danni la vita di sempre nelle fabbriche, negli uffici, nei salotti borghesi o nelle aule parlamentari mentre sui campi di battaglia scorreva il sangue, è sentita dai fascisti come una realtà estranea e insensibile, fatta di convenzioni imposte. Per la generazione dei combattenti, le vie per affrontarla dopo il rientro nella "normalità" sono due: o la riforma radicale ispirata ai valori comunitari maturati in trincea o il rifiuto. La militarizzazione parallela delle ali estreme degli schieramenti politici in numerosi paesi e le coincidenze fra i loro stili di azione malgrado le grandi divergenze ideologiche (si pensi agli "arditi del popolo" che portavano l’esperienza dei corpi militari di élite nell’estrema sinistra italiana o ai "corpi di protezione" paramilitari socialdemocratici nella repubblica di Weimar) sono conseguenze tangibili di questi stati d’animo.

    Attraverso i movimenti fascisti, lo stile comunitario prende il sopravvento sulle regole imposte alla politica dalle consuetudini sociali. La distinzione tra sfera privata e sfera pubblica si dissolve nell’esperienza delle avanguardie estremiste del 1919: le squadre d’azione del Pnf, le SA della Nsdap, le camicie verdi rumene di Codreanu. Per questi militanti, come per i loro avversari più irriducibili, la politica non è una scelta a tempo perso o un’occupazione più o meno redditizia; l’ideale della rivoluzione disinteressata incarnato nel partito comunitario crea il soldato politico, il "credente". L’avventura di D’Annunzio, che occupa la città dalmata di Fiume con un esercito di fedeli, è già segnata da questo nuovo stile politico, festivo nel senso indicato dagli studi di Gentile e Ledeen, comunitario, "gratuito". Il rito assurge a strumento di trasmissione dei principii ideologici prima ai seguaci e poi, dove il potere viene conquistato dai fascisti, alla massa, nel tentativo di creare una comunità nel contempo sacra e profana. Anche in Germania, come è ancora Mosse a notare, si fa strada questa nuova politica: "In una qualsiasi liturgia cristiana, così ci dice un opuscolo nazista sulle feste politiche, una sola persona parla a nome di tutti e la comunità partecipa con brevi appelli a Dio […] È questo ordine nello svolgimento del servizio che deve rimanere intatto nelle feste laiche, continua l’opuscolo, perché riflette una fondamentale verità psicologica, riconoscendo che i simboli esprimono, in forma vincolante, lo spirito della comunità. […] Secondo i nazionalsocialisti non si doveva abbandonare questo schema fondamentale, bisognava solo dargli un contenuto diverso".

    La scelta della comunità, prima come aspirazione e forma mentale, vissuta all’interno dei movimenti in contrapposizione alla società, poi come modello ispiratore di scelte politiche da tradurre in pratica una volta conquistato il potere, è dunque una delle costanti cruciali del fascismo al di là delle sue singole espressioni. Trascendendo il piano delle contingenze storiche, essa è una delle manifestazioni culturali più profonde della sua filosofia politica, elemento essenziale di quel mito della "comunità di destino" in cui Mosse vede il momento di massima identificazione collettiva dei movimenti e regimi fascisti e il fulcro della "nuova politica" che essi si proposero di diffondere in Europa. Anche ora che il ricordo di quelle esperienze storiche si offusca nella memoria collettiva, segnato dal marchio della catastrofe bellica che esse scatenarono e di cui rimasero vittime, questo dato deve essere tenuto presente da tutti coloro che cercano di individuarne l’essenza e di comprenderne le cause.







    NOTE:





    Il saggio di Mosse Towards a General Theory of Fascism, comparso originariamente in "Journal of Contemporary History", XII, 4, ottobre 1976, ristampato in due successivi volumi – George Mosse (a cura di), International Fascism. New Thoughs and New Approaches, Sage, London 1979; Idem, Masses and Man. Nationalist and Fascist Perceptions of Reality, Howard Fertig, New York 1980, trad. it. L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Laterza, Roma-Bari 1982, capitolo Verso una teoria generale del fascismo, pagg. 151-193, ulteriormente ristampato a parte con il titolo Il fascismo. Una teoria generale, Laterza, Roma-Bari 1996 – era infatti il frutto della revisione e dell’ampliamento di uno scritto di dieci anni prima, The Genesis of Fascism, pubblicato anch’esso in "Journal of Contemporary History", I, 1, aprile 1966, pagg. 14-26. Un’ulteriore versione del testo, con alcune altre modifiche, è stata inclusa dall’autore nella sua ultima antologia, edita all’indomani della morte, The Fascist Revolution, Howard Fertig, New York 1999, pagg. 1-44.

    È impossibile richiamare in questa sede la bibliografia scientifica in argomento, forte ormai di migliaia di titoli. Ne offre un buon campionario Stanley G. Payne, A History of Fascism, 1914-1945, University of Wisconsin Press, Madison 1995. Trad. it. Il fascismo. 1914/1945, Newton & Compton, Roma 1999.

    Gilbert Allardyce, What fascism is not: thoughts on the deflation of a concept, in "American Historical Review", aprile 1979, pagg. 368-369. Una posizione simile è quella di Karl Dietrich Bracher, Die Deutsche Diktatur, Kiepenheuer und Witsch, Köln 1969, trad. it. La dittatura tedesca, Il Mulino, Bologna 1973.

    A Renzo De Felice si devono tre opere antologiche sul tema: Il fascismo e i partiti politici italiani, Cappelli, Bologna 1966, Le interpretazioni del fascismo, Laterza, Bari 1969 e Il fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici, Laterza, Bari 1970, più volte ristampati. Pioniere del genere era stato però Costanzo Casucci, con la raccolta Il fascismo. Antologia di scritti critici, Il Mulino, Bologna 1961, ripubblicata in versione ampliata nel 1982. Fra le opere successive spiccano James A. Gregor, Interpretations of Fascism, General Learning Press, Morristown 1974 (trad. it. Il fascismo. Interpretazioni e giudizi, Volpe, Roma 1974); Francis L. Carsten, Interpretations of Fascism, in Walter Laqueur (a cura di), Fascism. A Reader’s Guide, University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1976, pagg. 415-434; Roger Griffin (a cura di), International Fascism. Theories, Causes and the New Consensus, Arnold, London 1998 e il già citato Stanley G. Payne, A History of Fascism, 1914-1945 (Parte II: "Interpretations of Fascism").

    Renzo De Felice, Le interpretazioni del fascismo, cit., pag. 21.

    Cfr. ad esempio Juan J. Linz, Some Notes Toward a Comparative Study of Fascism in Sociological Historical Perspective, in Walter Laqueur (a cura di), op. cit., pagg. 3-121, specialmente pagg. 8-23; Stanley G. Payne, Fascism: Comparison and Definition, University of Wisconsin Press, Madison 1980; Noël O’Sullivan, Fascism, Dent, London-Melbourne 1983. La prima proposta di questo genere è stata avanzata da Ernst Nolte, Der Faschismus in seiner Epoche, Piper, München 1963 (tr. it. I tre volti del fascismo, Sugar, Milano 1996).

    Le espressioni fascist minimum e generic fascism sono state utilizzate soprattutto da Roger Griffin, The Nature of Fascism, Routledge, London-New York 1991. Per il riferimento al "modello", cfr. Roger Eatwell, Towards a New Model of Generic Fascism, in "Journal of Theoretical Politics", IV, 1, aprile 1992, pagg. 1-68.

    Cfr. Renzo De Felice, Mussolini il Duce. Gli anni del consenso 1929-1936, Einaudi, Torino 1974.

    Cfr. Zeev Sternhell, Ni droite ni gauche. L’idéologie fasciste en France, Seuil, Paris 1983, trad. it. Né destra né sinistra, Akropolis, Napoli 1985, e, sulle polemiche suscitate dal libro, António Costa Pinto, Fascist Ideology Revisited: Zeev Sternhell and his Critics, in "European History Quarterly", XVI (1986), pagg. 465-483, tr. it. L’ideologia fascista rivisitata. Zeev Sternhell e i suoi critici, in "Trasgressioni", VIII (1993), 16, pagg. 109-125.

    Herbig, München 1987, trad. it. Nazionalsocialismo e bolscevismo: la guerra civile europea 1917-1945, Sansoni, Firenze 1988.

    Stanley G. Payne, A History of Fascism, 1914-1945, cit., pag. 11. Il problema era già stato sollevato, fra gli altri, da Henry A. Turner jr., Preface, in Idem (a cura di), Reappraisals of Fascism, New Viewpoints, New York 1975, pag. IX.

    Francis L. Carsten, op. cit., pag. 415.

    Giovanni Sabbatucci, studioso molto vicino a Renzo De Felice, giudica "significativo" che, quando il biografo di Mussolini sentì "il bisogno di […] approfondire e di esplicitare una serie di temi generali che la sua stessa ricerca imperiosamente gli propone[va]", lo abbia fatto "non nelle forme definitorie del politologo, ma in quelle descrittive e problematiche […] che lui considerava proprie dello storico", pur avvalendosi delle "generalizzazioni elaborate dagli storici e dagli scienziati sociali". (Prefazione a Renzo De Felice, Il Fascismo. Le interpretazioni dei contemporanei e degli storici, Laterza, Roma-Bari 1998, pag. VI).

    Stanley G. Payne, A History of Fascism, 1914-1945, cit., pag. 11.

    A testimonianza di questi limiti, cfr. la rassegna curata da Edda Saccomani, Le interpretazioni sociologiche del fascismo, Loescher, Torino 1977, in particolare il terzo capitolo ("L’analisi socio-psicologica del fenomeno fascista"), pagg. 209-281. Per un approfondimento degli studi del fascismo come "conseguenza di deficienze psicologiche", cfr. anche James A. Gregor, op. cit., cap. 3, e Rossana Trifiletti Baldi, L’interpretazione psicosociale: H.D. Lasswell, E. Fromm, W. Reich, in Luciano Cavalli (a cura di), Il fascismo nell’analisi sociologica, Il Mulino, Bologna 1975.

    Importante, da questo punto di vista, è l’opera di Gino Germani, Autoritarismo, fascismo e classi sociali, Il Mulino, Bologna 1975.

    Sulla differenza tra queste due forme politiche cfr. Martin Blinkhorn (a cura di), Fascist and Conservatives, Unwin Hyman, London 1990.

    A cura di Michael Arthur Ledeen, Laterza, Roma-Bari 1975.

    George Mosse,, L’uomo e la masse nelle ideologie nazionaliste, cit., pagg. 191-192.

    Cfr. Ernst Nolte, Theorien über den Faschismus, Kiepenheuer und Witsch, Köln-Berlin 1967.

    Il testo completo del documento è riportato da Renzo De Felice, Le interpretazioni del fascismo, cit., pagg. 66-68.

    Per la voluminosa bibliografia a cui si ricollegano queste tre interpretazioni classiche, cfr. ibidem, pagg. 29-81.

    È dunque già presente in questa prima opera l’idea del nesso causale tra bolscevismo e movimenti fascisti che Nolte svilupperà vent’anni dopo, suscitando un ampio dibattito polemico. Va rilevato che, al suo primo apparire, questa congettura non provocò alcuno scandalo né accuse di "revisionismo" o "rivalutazione strisciante" del nazionalsocialismo.

    Harcourt Brace Jovanovitch, New York 1951; trad. it. Le origini del totalitarismo, Comunità, Milano 1967.

    Le opere degli autori che esprimono queste interpretazioni "minori" sono citate nel dettaglio in Renzo De Felice, Le interpretazioni del fascismo, cit., pagg. 83-112.

    Theodor Adorno, Ernst Frenkel-Brunswick, Daniel J. Levinson, R. Nevitt Sanford, The Authoritarian Personality, Harper & Row, New York 1950 (trad. it. La personalità autoritaria, Comunità, Milano 1973).

    Copenhagen 1933. Ed. riveduta: Orgone Instute, New York 1946 (trad. it. Psicologia di massa del fascismo, Sugar, Milano 1971).

    Farrer & Rinehart, New York 1941 (trad. it. Fuga dalla libertà, Comunità, Milano 1973).

    In "Social Forces", XXI (1942), pagg. 138-147, ristampato in Talcott Parsons, Essays in Sociological Theory, Free Press, Glencoe 1949, pagg. 125 sgg. Trad. it. Alcuni aspetti sociologici dei movimenti fascisti, in Idem, Società e dittatura, Il Mulino, Bologna 1963, pagg. 83-101.

    In "The Political Quarterly", IV (1933), pagg. 373-384.

    Cfr. ibidem, pagg. 117-128.

    Cfr. ibidem, pagg. 128-144.

    Ibidem, pagg. 144-145.

    Questa ipotesi viene prospettata anche dall’intellettuale fascista Maurice Bardèche, che nel suo libro Qu’est-ce que le fascisme?, Les Sept Couleurs, Paris 1961 (trad: it: Che cos’è il fascismo?, Il Quadrato/Volpe, Roma 1963), suggerisce la presenza di influenze fasciste nel pensiero, nello stile e nelle azioni di Castro, Nasser, Ciombe e di altri protagonisti della decolonizzazione.

    Knopf, New York 1965 (trad. it. Le forme dello sviluppo politico, Laterza, Bari 1970).

    Beacon Press, Boston 1966 (trad. it. Le origini sociali della dittatura e della democrazia, Einaudi, Torino 1969).

    Cfr. Ludovico Garruccio, L’industrializzazione tra nazionalismo e rivoluzione, Il Mulino, Bologna 1969. Garruccio è lo pseudonimo di Ludovico Incisa di Camerana, all’epoca impegnato nella professione di ambasciatore.

    Cfr. Renzo De Felice, Le interpretazioni del fascismo, cit., pagg. 144-153.

    Ibidem, pag. 253.

    Cfr. James A. Gregor, The Ideology of Fascism, cit.

    James A. Gregor, Interpretations of Fascism, cit.; trad. it. Il fascismo. Interpretazioni e giudizi, Pellicani, Roma 1997, pag. 59.

    Ibidem, trad. it. cit., pagg. 73-78.

    Carl J. Friedrich e Zbigniew K. Brzezinski, Totalitarian Dictatorship and Autocracy, Praeger, New York 1956, pag. 10.

    James A. Gregor, Interpretations of Fascism, trad. it. cit., pag. 283.

    Ivi.

    Cfr. James A. Gregor, Italian Fascism and Developmental Dictatorship, Princeton University Press, Princeton 1979.

    Fra i molti studi di questo tipo, cfr. Stuart J. Woolf (a cura di), The Nature of Fascism, Weidenfeld & Nicolson, London 1968; Gerhard Schulz, Faschismus-Nationalsozialismus: Versionen und theoretische Kontroversen, 1922-1972, Propyläen, Frankfurt am Main 1974; Helga Grebing, Aktuelle Theorien über Faschismus und Konservatismus. Eine Kritik, Kohlhammer, Stuttgart 1974; Henry A. Turner (a cura di), Reappraisals of Fascism, cit; Luciano Cavalli (a cura di), Il fascismo nell’analisi sociologica, cit.; Richard Saage, Faschismustheorien, Beck, München 1976 (in realtà dedicato al nazionalsocialismo), trad. it. Le interpretazioni del nazismo, Liguori, Napoli 1979; Wolfgang Wipperman, Faschismustheorien, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt 1975; Marina Addis Saba, Il dibattito sul fascismo, Longanesi, Milano 1976.

    Francis L. Carsten, op. cit., pag. 415.

    Seymour Martin Lipset, Political Man. The Social Bases of Politics, Doubleday, Garden City, NY 1960, pag. 174 (trad. it. L’uomo e la politica. Le basi sociali della politica, Comunità, Milano 1963).

    Martin Broszat, Soziale und psychologische Grundlagen des Nationalsozialismus, in E. J. Feuchtwanger (a cura di), Deutschland. Wandel und Bestand, Desch, München 1973, pag. 166.

    Cfr. Ernst Nolte, Die Krise des liberalen Systems und die faschistischen Bewegungen, Piper, München 1968, pagg. 189-190 (trad. it. La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti, Il Mulino, Bologna 1970).

    Francis L. Carsten, op. cit., pag. 431.

    È ancora Francis L. Carsten, ivi, a constatarlo, quando scrive: "Oggi va di moda chiamare "fascista" ogni dittatura dalla Grecia all’America Latina: una chiara definizione di ciò che è stato il fascismo e di che cosa costituiva un movimento fascista eliminerebbe molte chiacchiere confuse e illuminerebbe la mente di molti studenti".

    Juan J. Linz, Some Notes Toward a Comparative Study of Fascism in Sociological Historical Perspective, cit., pag. 8.

    Ibidem, pagg. 12-13.

    Ibidem, pagg. 13, 15 e 8.

    Non si possono non ricordare, a questo proposito, il "diario di viaggio" nella Germania hitleriana di Alphonse de Châteaubriant, La Gerbe des forces, Grasset, Paris 1936, trad. it. Il fascio di forze, Akropolis, Firenze 1991, e le considerazioni di Robert Brasillach sulle "cattedrali di fuoco" di Norimberga in Notre avant-guerre, Plon, Paris 1941, trad. it. Il nostro anteguerra, Ciarrapico, Roma 1986. Ma i "pellegrini politici" che si recarono a Roma e a Berlino in quegli anni e, pur non coltivando simpatie fasciste, rimasero impressionati dall’esaltazione della gioventù che lì si celebrava furono numerosi

    Cfr. in particolare Zeev Sternhell, Fascist Ideology, in Walter Laqueur (a cura di), op. cit., pagg. 315-376; Idem, Ni droite ni gauche, cit.; Idem, in collaborazione con Mario Sznajder e Maria Asheri, Naissance de l’idéologie fasciste, Seuil, Paris 1992, trad. it. Nascita dell’ideologia fascista, Baldini & Castoldi, Milano 1993; Emilio Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, Laterza, Bari 1975; Idem, Il culto del littorio, Laterza, Roma-Bari 1993; Pier Giorgio Zunino, L’ideologia del fascismo, Il Mulino, Bologna 1985.

    Cfr. Detlef Mühlberger (a cura di), The Social Basis of European Fascist Movements, Croom Helm, London 1987; Michael Kater, The Nazi Party. A Social Profile of Members and Leaders, 1919-1945, Basil Blackwell, Oxford 1983; Rudy Koshar (a cura di), Splintered Classes. Politics and the Lower Middle Classes in Interwar Europe, Holmes & Maier, New York-London 1990; Detlef Mühlberger, Hitler’s Followers. Studies in the Sociology of the Nazi Movement, Routledge, London-New York 1991, e l’antologia curata da Thierry Buron e Pascal Gauchon, Les fascismes, Puf, Paris 1979, trad. it. I fascismi, Akropolis, Napoli 1984. Di impianto sociologico sono anche molti studi locali che hanno seguito l’esempio del celebre libro di William Sheridan Allen, The Nazi Seizure of Power. Experience of a Single German Town, 1930-35, Quadrangle Books, Chicago 1965, trad. it. Come si diventa nazisti, Einaudi, Torino 1968. La produzione accademica statunitense è stata, in questo campo, molto feconda.

    Gli studi più noti in argomento riguardano il caso tedesco: Richard F. Hamilton, Who Voted for Hitler?, Princeton University Press, Princeton 1982; Thomas Childers, The Nazi Voter. The Social Foundations of Fascism in Germany, 1919-1933, University of North Carolina Press, Chapel Hill 1983; Thomas Childers (a cura di), The Formation of the Nazi Constituency 1919-1933, Croom Helm, London 1986; Jürgen Falter, Hitlers Wähler, C.H. Beck, München 1991.

    Cfr. Dirk Berg Schlosser e Jeremy Mitchell (a cura di), Conditions of Democracy in Europe, 1918-1938, Macmillan, London 2000; Marco Tarchi, La "rivoluzione legale". Identità collettive e crollo della democrazia in Italia e Germania, Il Mulino, Bologna 1993.

    La bibliografia sui singoli movimenti fascisti è estesissima. I primi studi di questo tipo risalgono agli anni Venti e da allora la produzione è stata ininterrotta. Vari autori ne hanno tentato una sintesi. Cfr. ad esempio Pierre Milza, Les fascismes, Imprimerie Nationale, Paris 1975; Serge Berstein e Pierre Milza (a cura di), Dictionnaire du fascisme, Complexe, Bruxelles 1992.

    Cfr. Stein Ugelvik Larsen, Bernt Hagtvet, Jan Petter Myklebust (a cura di), Who were the Fascists. The Social Roots of European Fascism, Universitetsforlaget, Oslo 1980, trad. it. I fascisti, Ponte alle Grazie, Firenze 1996.

    Cfr. Bernt Hagtvet e Stein Rokkan, The Conditions of Fascist victory. Towards a Geoeconomic-Geopolitical model for the Explanation of Violent Breakdowns of Competitive Mass Politics e Juan J. Linz, Political Space and Fascism as a Late-Comer: Conditions Conducive to the Success or Failure of Fascism as a Mass Movement in Inter-War Europe, in Stein Ugelvik Larsen, Bernt Hagtvet, Jan Petter Myklebust (a cura di), op. cit., rispettivamente pagg. 131-153 e 153-190.

    Sulla distinzione tra i criteri di validità usati per l’ideologia e quelli utilizzati per la teoria politica, cfr. le interessanti osservazioni di Alessandro Pizzorno, Le radici della politica assoluta e altri saggi, Feltrinelli, Milano 1993, pagg. 16-23.

    Bernt Hagtvet, The Theory of Mass Society and the Collapse of the Weimar Republic: a Re-Examination, in Stein Ugelvik Larsen, Bernt Hagtvet, Jan Petter Myklebust (a cura di), op. cit., pagg. 66-117.

    Cfr. Pasquale Serra, Destra e fascismo. Impostazione del problema, in "Democrazia e diritto", XXXIV, 1, gennaio-marzo 1994, pagg. 3-31, che riprende alcune intuizioni di Gino Germani, Autoritarismo e democrazia nella società moderna, in Riccardo Scartezzini, Luis Sergio Germani, Roberto Gritti (a cura di), I limiti della democrazia, Liguori, Napoli 1985, pagg. 1-40.

    L’espressione citata, che sottolinea l’allergia dei regimi democratici alle passioni ideologiche accese e il carattere relativo e pragmatico della legittimità di cui godono, è stata coniata da Giovanni Sartori, Politics, Ideology and Belief Systems, in "American Political Science Review", LXIII (1969), pagg. 408-410. Cfr. su questo punto Juan J. Linz, Il crollo dei regimi democratici: un modello teorico, in Juan J. Linz, Paolo Farneti. Martin Rainer Lepsius, La caduta dei regimi democratici, Il Mulino, Bologna 1981, pag. 94 (ed. or. The Breakdown of Democratic Regimes: Crisis, Breakdown and Reequilibration, The John Hopkins University Press, Baltimore-London 1978).

    Cfr. Stanley G. Payne, Fascism, Comparison and Definition, cit., pag. 195.

    Ibidem, pagg. 96-97.

    Ibidem, pag. 7.

    Cfr. soprattutto Fascist Ideology, cit.; La Droite révolutionnaire, 1885-1914, Seuil, Paris 1978 (trad. it. La Destra rivoluzionaria, Corbaccio, Milano 1997); Ni droite ni gauche, cit.; Naissance de l’idéologie fasciste (con Mario Sznajder e Maria Asheri), cit.; Fascism, in David Miller (a cura di), The Blackwell Encyclopedia of Political Thought, Basil Blackwell, Oxford 1986;

    Cfr. Zeev Sternhell, Fascist Ideology, cit., in particolare pagg. 337-338, 341, 344-345, 350.

    Cfr. Zeev Sternhell, Né destra né sinistra, trad. it. cit., pagg. 27 e 31.

    Ibidem, pagg. 15 e 17.

    Per un quadro complessivo delle critiche suscitate dall’opera di Sternhell, cfr. António Costa Pinto, op. cit. nota 9. Nello specifico, cfr. soprattutto Serge Berstein, La France des Années Trente allergique au fascisme. A propos d’un livre de Zeev Sternhell, in "Vingtième Siècle", 2, aprile 1984, pagg. 83-94.

    Cfr. nota 7.

    Ibidem, pag. 10. Max Weber, Wirtschaft und Gesellschaft, Mohr, Tübingen 1922, descrive l’idealtipo come "l’accentuazione unilaterale di uno o alcuni punti di vista e mediante la connessione di una quantità di fenomeni particolari diffusi e discreti […] corrispondenti a quei punti di vista unilateralmente posti in luce [la ricomposizione di un] quadro concettuale in sé unitario [che] non può essere rintracciato empiricamente nella realtà".

    Si veda il caso, esaminato da molti studi, di Pierre Drieu La Rochelle.

    Cfr. Roger Griffin (a cura di), Fascism, Oxford University Press, Oxford-New York 1995, pag. 4; Idem (a cura di), International Fascism. Theories, Causes and the New Consensus, cit., pagg. 14-15

    Roger Griffin, International Fascism, cit., pag. X.

    Il che non significa peraltro, come Gregor scrive, che essi "sono comuni a tutti i movimenti e a tutti i sistemi politici" (Il fascismo.Interpretazioni e giudizi, trad. it. cit., pag. 46). Questa affermazione è indicativa di un’incomprensione del concetto di populismo, comune peraltro a numerosi politologi e storici.

    Ibidem, pagg. 41, 45-47. Si tratta dell’introduzione scritta da Gregor per la nuova edizione italiana del suo libro.

    Cfr. Stanley G. Payne, A History of Fascism, cit., pagg. 3-4.

    Cfr. Robert Paxton, The Uses of Fascism, in "The New York Review of Books", 28 novembre 1996, pagg. 48-52; Idem, The Five Stages of Fascism, in "Journal of Modern History", LXX (1998), 1, pagg. 1-23.

    Cfr. Roger Eatwell, On Defining the "Fascist Minimum": The Centrality of Ideology, in "Journal of Political Ideologies", I (1996), 3, pagg. 303-319; trad. it. in Idem, Fascismo. Verso un modello generale, Pellicani, Roma 1999, pagg. 117-122.

    Walter Laqueur, Fascism. Past, Present, Future, Oxford University Press, Oxford-New York 1996, pag. 9.

    Roger Griffin, The Nature of Fascism, cit., pag. 37.

    Stanley G. Payne, A History of Fascism, cit., pag. 14.

    Questa è la definizione semplificata di modello che ne danno Maurizio Cotta, Donatella della Porta, Leonardo Morlino, Scienza politica, Il Mulino, Bologna 2001, pag. 58.

    Roger Eatwell, Towards a New Model of Generic Fascism, cit., trad. it. in Idem, Fascismo. Verso un modello generale, cit., pag. 98.

    Ibidem, pag. 70.

    Ibidem, pag. 100.

    Ivi.

    Le pagine che seguono riprendono, in forma modificata e approfondite, considerazioni che abbiamo già svolto in un articolo pubblicato prima ne 1978 e poi nel 1983, ora compreso in Roger Griffin (a cura di), International Fascism. Theories, Causes and the New Consensus, cit.: Marco Tarchi, Between festival and revolution pagg. 264-275. A distanza di ventitre anni le idee che ne erano alla base ci sembrano tuttora valide, e il percorso di ricerca che ne potrebbe derivare non meno fondato.

    George L. Mosse, Intervista sul nazismo, a cura di Michael Arthur Ledeen, Laterza, Bari 1977. L’edizione inglese Nazism: A History and Comparative Analysis of National Socialism; an Interview with Michael A. Ledeen, Basil Blackwell, Oxford 1978, è posteriore di un anno.

    Ibidem, pagg. 89-90.

    Ibidem, pag. 91.

    Ibidem, pagg. 95 e 97.

    Hannah Arendt, The Origins of Totalitarianism, cit., trad. it. cit., pag. 456.

    Ibidem, pag. 459.

    Emilio Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, cit., pag. 69.

    Cfr. in particolare, per il caso tedesco, Peter H. Merkl, Political Violence under the Swastika: 581 Early Nazis, Princeton University Press, Princeton 1975, che prosegue la pioneristica ricerca di Theodore Abel, Why Hitler Came to Power, Prentice-Hall, New York 1938.

    Emilio Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, cit., pag. 69.

    Ivi.

    Ibidem, pag. 71.

    Juan J. Linz, Some Notes Toward a Comparative Study of Fascism in Sociological Historical Perspective, cit., pag. 35.

    Maurice Duverger, Classe sociale, ideologia e organizzazione partitica, in Giordano Sivini (a cura di), Sociologia dei partiti politici, Il Mulino, Bologna 1971, pagg. 124-126.

    Juan J. Linz, Totalitarian ad Authoritarian Regimes, in Fred I. Greenstein e Nelson W. Polsby (a cura di), Handbook of Political Science, Addison-Wesley, Reading, Mass. 1975, pagg. 317-318.

    Franz Neumann, Behemoth: the structure and the practice of National socialism, Victor Gollancz, London 1942, trad. it. Behemtoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo, Feltrinelli, Milano 1977, pagg. 152 e 332.

    Zeev Sternhell, Fascist Ideology, cit., pag. 346.

    Nel saggio citato nella nota precedente, Sternhell cita numerose testimonianze del ruolo centrale della comunità nell’ideologia fascista, tratte da contesti nazionali diversi. Cfr. il paragrafo "The Individual and the Community", pagg. 344-350, Rintraccia persino una definizione dello stato come "comunità di comunità", opera del francese Paul Marion, seguace del Parti Populaire Français di Doriot.

    Ludovico Garruccio, Le tre età del fascismo, in "Il Mulino", 213, gennaio-febbraio 1971, pag. 56. Il saggio è incluso ora in Ludovico Incisa di Camerana, Fascismo, populismo, modernizzazione, Pellicani, Roma 2000, pagg. 232-253.

    Renzo De Felice, Intervista sul fascismo, cit., pagg. 63-64.

    A. Gracis in "Dottrina fascista", cit. in Daniele Marchesini, La scuola dei gerarchi, Feltrinelli, Milano 1976, pag. 107.

    Cfr. Michael Arthur Ledeen, The First Duce, The Johns Hopkins University Press, Baltimore 1977. L’edizione originale del libro è in italiano: D’Annunzio a Fiume, Laterza, Bari 1976.

    George L. Mosse, Nationalization of the Masses, Howard Fertig, New York 1975, trad. it. La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna 1975, pagg. 91-92.

    http://www.diorama.it/t33-nuovit.html

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    Un articolo di Mario Lamberti su "La Rivoluzione Liberale" numero monografico sul fascismo edito nel 1922:

    " LETTURE SUL FASCISMO
    --------------------------------------------------------------------------------

    I fascisti.
    Dopo il processo ai risultati non potrebbe riuscire interessante l'indagine delle intenzioni? Seduce il pensiero di vestire l'abito di freddezza dell'esegesi: se non disilludesse troppo rapidamente la dimostrata e inconcussa impossibilità di un ripensamento teorico-originale nei fascisti.

    Il fatto personale di Mussolini, chiarito in queste pagine con lucidità ormai decisiva, avrebbe in sé i suoi limiti, se i fascisti non insistessero a considerarlo il simbolo generico e quasi il caso riassuntivo. Bisogna confessare che non ci sentiamo tuttavia l'animo di ridescrivere l'inchiesta e di riassumere le conclusioni, dove pare più preciso un richiamo.

    Anche per il caso letterario di Adolfo Zerboglio, il deputato al Parlamento, non occorrono speciali approssimazioni di psicologia perché si resta nell'introduzione del problema. Gli intenti e i caratteri (più gli intenti che i caratteri) sbocciano invece con qualche ridondanza dalle confessioni di D. Grandi, di A. Marcello, di P. Gorgolini.

    La preoccupazione comune si affissa nell'esigenza di trarre tutte le conseguenze logiche dall'ammonimento di Missiroli: "Il Fascismo sarà la coscienza matura della nuova democrazia, e, come tale, dovrà riconciliarsi col socialismo, o sarà peggio di nulla; un tardivo e impossibile tentativo reazionario". La "praxis" mussoliniana che ha seguito questo proposito pare si limiti a pensare la maturità come scalata al potere attraverso le vie di Montecitorio. Gli sforzi storicisti e le intuizioni ideali di Dino Grandi avrebbero la stessa sorte delle "realistiche" predicazioni di R. Murri al partito radicale.

    B. Mussolini ha riconosciuto sé stesso e il proprio programma di governo nel libro di Pietro Gorgolini. Ma la funzione di Gorgolini nel movimento mussoliniano è essenzialmente analoga a quella di Fera nel giolittismo. Sostituito l'entusiasmo sincero al cinismo anche Gorgolini è come Fera il teorico dell'antologia politica. Questo Fascismo nella vita italiana è un poco il riassunto di tutti i programmi di sinistra da Depretis a Nitti. Wilsonismo e Socialismo di Stato (si cita francamente Lassalle,) liberismo teorico (salva la reciprocità!) con l'economia del "giusto" prezzo, finanza demagogica, difesa della piccola proprietà e fulmini contro il latifondo il tutto voluto in buona fede e proclamato non ironicamente ma con candore, - ecco la palingenesi di questa nuova democrazia! C'è bisogno che il proto si ricordi di scrivere nuova in corsivo? La cultura politica dei nostri fascisti resta nell'infantilismo turatiano, assai arretrato anche rispetto a don Sturzo. In questa crisi di assestamento il fascismo sente così vivamente la sua mediocrità e la sua vuotezza riformista che deve venerare e accettare come degni termini di confronto non dico Giolitti o Salandra, ma De Nicola, Gasparotto e Luzzatti! (pag. 17).



    --------------------------------------------------------------------------------

    --------------------------------------------------------------------------------


    Giusta gratitudine verso le fonti in un partito che pone come capisaldi ideali: disciplina, lavoro, benessere, libertà per tutti! (pag. 48). Dove ritroveremo, caro Marcello, lo stile del fascismo! Dopo aver utilmente alimentata la lotta politica come organo di legittimi interessi reazionari lo stile si è così poco definito che, rinnegando la reazione, si cade nella demagogia. I fascisti potrebbero anche aver ragione protestando contro chi li definisce conservatori, anzi sicuramente i loro sentimenti sono altri, ma non si definiscono in un'espressione politica originale perché mancano della logica propria ad un movimento: il maestro del loro relativismo è invero un risaputo maestro: Giovanni Giolitti - volendo stare alle tradizioni più giovani e dar loro un ideale che son ben lungi da realizzare.

    Qui dunque sarebbe tutta la novità del fascismo e dopo le primavere romantiche diventerebbe necessario acquetarsi al comodo riformismo o cedere alle lusinghe delle privilegiate aristocrazie dominanti della banca e delle industrie? Si distrussero le leghe rosse solo per sostituirle?

    Grandi e Marcello non si vogliono appagare di un processo che si esaurirebbe così semplicisticamente e sterilmente. Data l'impostazione di Mussolini e gli stati d'animo ereditati, al fascismo non resta che la scelta tra anarchia episodica, reazione e demagogia pacifica. Il Condottiero ha nel suo passato le due prime esperienze e sente di doversi aggrappare alla terza. Gorgolini, annunziato da Zerboglio, è il messo di questa decisione.

    Per sfuggire al dilemma bisognava che il fascismo prendesse coscienza del problema dello Stato, ne afferrasse la crisi invece di esserne legittima, elaborasse un nuovo pensiero politico e una diretta volontà rivoluzionaria. Senonché questa era la funzione dell'avanguardia del movimento operaio e non della sua antitesi. La serietà teorica di Grandi diventa un'ingenuità intorno a cui deve regnare la solitudine. Il proposito di far aderire le masse allo Stato nazionale non si realizza inventando nuove formule di sindacalismo nazionale: mentre spera la religiosità del movimento dall'adesione popolare, Grandi non si avvede di ripetere le aberrazioni di illuministica eleganza del nazionalismo, del modernismo, e del sindacalismo. Il suo ricollegarsi al Risorgimento non ha il valore di una soluzione (ossia di una comprensione), ma appena di una esuberanza di stile.



    P. GOBETTI.



    --------------------------------------------------------------------------------

    I liberali.
    Il nazionalismo anacronistico e unilaterale - appunto perché indiscutibile e prepolitico - doveva accettare il fascismo come romantica gesta salvo poi a negargli ogni autonomia ed ogni possibilità di distinguersi dalle comuni affermazioni programmatiche.



    --------------------------------------------------------------------------------

    --------------------------------------------------------------------------------


    L'esperienza liberale suggeriva invece ai suoi autori, già inizialmente, caute premesse critiche. I democratici opposero non un pensiero ma una astuzia pratica e vinsero battaglie in cui le sole avanguardie fasciste s'erano battute e sacrificate. Chi sperò dal fascismo la redenzione non tardò ad assumere posizioni polemiche. Pantaleoni si illuse di trovarvi la consacrazione del liberismo economico e dovette lanciare poi alla demagogia di Mussolini recriminazioni che erano da indirizzarsi alla sua ingenuità politica. Murri ha invano sperato dal prevalere di alcuni amici e discepoli suoi la restaurazione della religiosità.

    Il più acuto e penetrante doveva essere il Missiroli che è il solo ad aver celebrata una dottrina liberale coerente. Il libro di Missiroli sul fascismo è tutta una rivelazione di fatti e di psicologie ignorate. Attraverso l'esame della situazione emiliana egli ha potuto mostrare come il fascismo s'inserisca nella crisi socialista e non sia soltanto un fenomeno di antitesi al movimento rivoluzionario. Lo studio dell'esasperazione delle psicologie degli intellettuali e dei democratici, e l'indagine sull'equivoco della collaborazione giolittiana-fascista determinano in modo decisivo gli elementi storici su cui un pensiero liberale dovrebbe impostare la sua critica. Il liberalismo, nella sua logica rivoluzionaria, non deve mendicare l'aiuto di movimenti frammentari ed esasperati, ed ha anzi la funzione precisa di elaborarne il superamento. L'analisi di Missiroli è perciò, attraverso la polemica, la prima pagina storica sull'argomento.

    I socialisti.
    I socialisti si sono invece accontentati di un sentimento che non si traduce né in azione né in teoria. Persino l'alta visione marxista del Mondolfo - nobile parentesi di studio e di cultura nel socialismo italiano - viene infirmata da uno spirito di adattamento alla realtà in contrasto con le deduzioni soreliane che sono implicite nel rovesciamento della praxis. Dalla condanna dell'utopistica pretesa che ha il marxismo "di forzare il ritmo del processo storico... abbattendo un regime cui non aveva ancora la capacità di sostituire uno nuovo" e della più grave utopia "di chi sogna lo sbaragliamento e la sconfitta del proletariato", non sorge un imperativo di lotta e di più virile coscienza onde maturare le masse al ritmo della storia, ma attraverso il concetto che "ogni utopia è destinata a cadere " si pongono le pacifiche premesse della palingenesi riformista.

    Come la deprecazione della violenza nel M. giunse a suggerire quale unico rimedio preventivo al fascismo l'avvicinamento tra estremisti e classi medie, così, in pratica, il riformismo si chiuse in una lamentosa solitudine e pianse l'imposto martirio con loquace impotenza.



    --------------------------------------------------------------------------------

    --------------------------------------------------------------------------------


    Nello sforzo dignitoso di serenità obbiettiva del Zibordi non vibra una alta e virile sicurezza, ma il lamento di chi è stato travolto nelle sue idilliache illusioni: dalla persecuzione degli avversari non assurge, attraverso una "comprensione" e uno studio severo, ad una parola che dia il ritmo alla lotta, ma si appella ad un astratto miraggio di "giustizia" affermato e non saputo severamente volere.

    Né questa parola di lotta può giungere dal De Falco, che pure si pone con avversione assoluta di contro al fascismo: il suo rifiuto di "regalare idee agli avversari" è sterile rinuncia: valevole forse come posizione personale, non mai capace di dare ad un partito forza e ragione di.

    Ora l'adattamento critico del Mondolfo conduce proprio, con logica conseguenza, alla astratta ideologia dello Zibordi e alla astiosa incomprensione del De Falco: attraverso di esse il socialismo rivoluzionario per difendersi dal fascismo si prepara a salire le scale del potere: è la tragedia di un partito che, incapace di trovare la propria salvezza nel sacrificio eroico, la invoca da uno scanno ministeriale. Nella morte delle proprie idealità rivoluzionarie i socialisti - profonda ironia - troveranno i fastigi del potere.

    I repubblicani.
    La stessa incapacità pratica dei socialisti di fronte al fascismo si trova nei repubblicani.

    L'utopia mazziniana, estranea a quarant'anni di lotta operaia, era rimasta intatta nelle parole e morta nell'idea, in una esigua minoranza che, se parve assurgere a centro di ribellioni, non andava oltre la sterile affermazione anti-monarchica.

    E benché il fascismo abbia avuto origini in gran parte repubblicane, affermatosi poi come più profonda realtà, i repubblicani non poterono di fronte ad esso che conservarsi nella medesima incomprensione con cui si erano posti di fronte al socialismo. Alla lotta di classe opponevano una inutile nazione, alla pratica instauratrice del fascismo il mito di una vuota repubblica.



    --------------------------------------------------------------------------------

    --------------------------------------------------------------------------------


    Bergamo agita il miraggio di una repubblica sociale con l'esigenza di accettare in parte la lotta di classe, ma animando i termini dell'economia "con un soffio di potente idealismo". Intransigente socialismo di destra incapace di comprendere ogni realtà storica.

    È vero che contro il fascismo i repubblicani hanno tentato talvolta, con energia personale, anche una pratica difesa: ma sono isolati episodi. Per il partito repubblicano, chiuso in una intransigenza di formule e di dogmi invano appellantesi al rispetto delle comuni ideologie di interventismo, il dilagare del fascismo, "privo di pensiero" ma travolgente nella sua pratica contraddittoria, può forse apparire una funebre ironia della storia.

    Gli anarchici.
    Lo spirito anarchico - quando non si chiuda in una sublime follia d'intransigenza individuale, tragicamente affermata contro ogni limite - non può condurre che ad una utopistica visione di pace ideale: sentimentalità umanitaria che crede affermarsi nella ribellione.

    Sospiro per l'ideale e esaltazione del coraggio come "bel gesto" che hanno condotto molti ex anarchici, attraverso il fascismo interventista, delle file della reazione: e il Fabbri, che pur vorrebbe porsi con severità e forza contro il fascismo e invoca la ribellione organizzata di tutti i proletari, finisce per rivelare anch'egli un'intima posizione di rimpianto. Di fronte alla rivoluzione fallita per la incapacità proletaria non sa trattenere un senso di ammirazione per la irruenza fascista che ha insegnato "come si fa a vincere". "I fascisti - egli dice - hanno fatto per la controrivoluzione ciò che avrebbero dovuto fare (per amore invece che per odio, e con mezzi e metodi diversi e più umani e sociali) i rivoluzionari".

    La esperienza sanguinosa non ha insegnato nulla al Fabbri. Fermo ad una vuota umanità la vorrebbe imporre con un vuoto coraggio. Se i proletari lo seguissero nella sua ammirazione, la reazione padronale sarebbe forse sconfitta, ma avremmo un nuovo fascismo: un fascismo di sinistra estraneo ad ogni disciplina rivoluzionaria.




    --------------------------------------------------------------------------------

    Conclusione.
    L'incertezza di tutta questa letteratura apologetica e critica sul fascismo testimonia quanto faticosamente si venga formando tra noi una coscienza politica capace di illuminare la lotta pratica.
    "


    Saluti liberali

  3. #3
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    interessante, grazie Pfb. Da tenere conto che La Rivoluzione liberale era un giornale anti-fascista, quindi fortemente compromesso nella lotta politica del momento...
    Sarebbe come interpretare oggi il governo Berlusconi leggendo L'Unità....

    saluti

  4. #4
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    a parti invertite.... nel senso che il governo berlusconi non sta costruendo un regime autoritario illiberale....

    Saluti liberali

  5. #5
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    Fascismo: la modellizzazione impossibile?

    Pierre Milza

    *articolo tratto da: Che cos'è il fascismo? Interpretazione e prospettive di ricerche, a cura di Alessandro Campi, Ideazione editrice.


    Se è vero che la prima guerra mondiale e l’ondata rivoluzionaria che n’è seguita hanno giocato un ruolo determinante nella nascita e nell’affermazione del fascismo, è altrettanto vero che esse non hanno soppresso le distanze e le differenze esistenti tra le famiglie ideologiche che, come spesso si sostiene, avrebbero aperto la strada a questo nazionalismo di un nuovo genere. Ora, se la maggior parte degli specialisti tende oggigiorno ad isolare il “modello” fascista dalle altre forme di rifiuto radicale della democrazia liberale e del marxismo, la tesi che consiste nel considerare fascista qualunque organizzazione che aspiri a stabilire o a restaurare un potere forte con un obiettivo, al tempo stesso, difensivo (sconfiggere la sovversione comunista o, più semplicemente, arrestare la “decadenza”) e offensivo (assicurare la grandezza della nazione attraverso l’espansionismo territoriale), continua ad avere dei sostenitori.

    Questi ultimi sono i fautori dell’ortodossia marxista, che sino all’implosione del blocco dell’Est ed alla scomparsa o alla marginalizzazione dei partiti comunisti occidentali hanno occupato più spazio nel dibattito ed hanno mantenuto pressoché invariato il nocciolo duro della loro interpretazione iniziale. Ancora egemoniche all’inizio degli anni Settanta, le loro posizioni si sono successivamente molto indebolite, senza tuttavia sparire dal campo sia della ricerca scientifica sia della volgarizzazione editoriale e mediatica. Dopo lo scisma rappresentato dal crollo del comunismo, da qualche anno si assiste anche al ritorno di una forma di “fiancheggiamento” che, per suo conto, riprende alcuni degli schemi semplicistici elaborati dalla Terza internazionale nel periodo tra le due guerre. Se il fascismo non è più interpretato universalmente come il prodotto, "necessario ed inevitabile", delle leggi che governano il sistema capitalista, come "la dittatura aperta e terroristica degli elementi più reazionari, più sciovinisti, più imperialisti del capitale finanziario", esso resta tuttavia associato, in questi settori dell’opinione pubblica, alla “borghesia” ed alla “destra”: tutti i regimi autoritari che puntano al mantenimento o al rafforzamento delle classi possidenti, così come tutte le organizzazioni nazionaliste radicali, si vedono raccolti sotto la stessa categoria passe-partout di “fascismi”.

    Naturalmente, non si tratta di ripetere, ancora una volta, la critica all’interpretazione marxista del fascismo. Tutti i lavori basati su un esame rigoroso delle fonti disponibili mostrano, con riferimento ai due paesi in cui esso si è imposto grazie ad una grave crisi del sistema liberale, che se i rappresentanti delle classi economicamente dominanti hanno offerto il loro sostegno al fascismo ed hanno complessivamente beneficiato delle sue imprese, essi tuttavia non hanno assunto l’iniziativa della sovversione, né hanno sostenuto altro che una dittatura temporanea, né soprattutto hanno imposto le loro direttive ai detentori del potere. Assimilare, puramente e semplicemente, fascismo e “grande capitale”, fascismo e “dittatura borghese”, fascismo e reazione, e non vedere in questo fenomeno che la risposta orchestrata dai possidenti contro la minaccia di distruzione dell’ordine sociale esistente, è indicativo di una visione semplicistica della storia (…).

    Altrettanto discutibile è l’assimilazione che, in una prospettiva del tutto diversa, è operata da quegli storici delle idee per i quali fascismi e correnti di pensiero appartenenti all’ultra-destra tradizionalista possono essere compresi all’interno di una stessa categoria. La figura più rappresentativa di questa tendenza è Ernst Nolte, a giudizio del quale l’Action française ha costituito l’archetipo del fascismo francese. In realtà, la sua analisi non resiste ad un esame attento del pensiero maurrassiano e della cultura politica del piccolo gruppo di intellettuali che ha dato vita a quest’organizzazione. Quest’ultima, in effetti, s’ispira al tradizionalismo controrivoluzionario, dal quale essa riprende e sviluppa un certo numero di temi. Il primo è quello dell’ordine politico fondato sulla tradizione e su un “ordine naturale” supposto immutabile. Da questo postulato organicista discende un certo numero di tratti che apparentano il discorso maurrassiano a quello dei classici dottrinari della contro-rivoluzione: un’etica naturalistica i cui valori e le cui norme derivano dalle strutture immobili della “natura umana” (mentre il fascismo intende cambiare l’uomo), il rigetto di un egualitarismo che si suppone contrario all’ordine del mondo, l’idea che la “decadenza” è nata dal rifiuto di osservare le gerarchie e di obbedire alle regole che definiscono il rapporto tra l’uomo e la natura, il processo intentato all’universalismo ed all’astrazione ai quali i tradizionalisti oppongono l’esperienza e la “storia”, il radicamento nella terra degli antenati e la specificità etnica.

    Se fascismo e tradizionalismo hanno in comune degli elementi (alcuni dei quali adottati tardivamente: è il caso della specificità etnica), essi differiscono su un punto essenziale, che concerne il posto dello Stato all’interno del sistema politico che essi intendono realizzare. Se i maurrassiani sono partigiani di uno Stato forte, al tempo stesso essi pensano che il ruolo di quest’ultimo debba essere circoscritto alle funzioni sovrane – difesa, sicurezza interna, giustizia, ecc. – e che esso non debba intaccare i diritti e le libertà dei gruppi organicamente costituiti, e meno ancora debba servirsi della propria forza per far regnare l’arbitrarietà ed il dispotismo. Con l’obiettivo di salvaguardare le libertà “concrete”, Maurras, come gli ultras della Restaurazione, oppone a queste ultime la Libertà astratta e “menzognera” così come è stata concepita dagli uomini dei Lumi e dai loro successori repubblicani e democratici.

    La cultura politica maurrassiana è dunque essenzialmente rivolta al passato. Essa fa tabula rasa di un secolo di storia e ripone il proprio ideale in una forma di società che è pressappoco quella della “vecchia Francia”, una società nella quale tra l’individuo ed il potere andrebbero ricostituiti dei corpi intermedi nei quali inquadrare gli individui: famiglia, comunità di villaggio, provincia, corporazione ecc. Essa esalta il potere e la ragion di Stato, ma l’idea che essa si fa del potere e dello Stato è agli antipodi delle concezioni ereditate dal giacobinismo burocratizzante e centralizzatore. Essa è rispettosa delle gerarchie, ma allorché si tratti di gerarchie tradizionali e non di una “élite di rimpiazzo”: quella che la democrazia liberale ha realizzato allo stesso titolo di quella che il fascismo tenterà di creare. Infine, e si tratta di un’altra fondamentale differenza rispetto al fascismo, essa è ostile a qualunque forma di potere derivante direttamente dal popolo ed esprime una grande diffidenza nei confronti delle masse.

    Ora, è proprio lungo il solco tracciato dall’idea controrivoluzionaria che, sovente, tra le due guerre, si sono incanalati molti dei movimenti abitualmente definiti come “fascisti”, sebbene essi derivassero da tutt’altra cultura politica. In effetti, l’influenza del maurrassismo è stata considerevole, soprattutto in Francia, dove esso è nato e dove esso ha giocato, prima e dopo la “grande guerra”, un ruolo più importante che negli altri Stati europei nei quali esso ha egualmente avuto un grande impatto su un certo numero di dirigenti e di movimenti nazionalisti, ovvero sulla formazione di regimi politici talvolta battezzati, con un abuso linguistico, “clerico-fascisti”. Il capo del rexismo vallone, Léon Degrelle, e quello del movimento fiammingo Verdinaso, Joris Van Severen (entrambi prima della loro conversione al fascismo), movimenti reazionari quali Ordre et Tradition, Schweitzer Heimatwehr, la lega Aufgebot in Svizzera, quelli guidati da Andrej Hlinka e da monsignor Tiso in Slovacchia – tutti hanno fortemente subito l’influsso del maurrassismo, il quale ha egualmente ispirato il fondatore dell’Estado novo portoghese, Oliveira Salazar, la dittatura del generale Primo de Rivera in Spagna e lo Stato autoritario corporativista instaurato in Austria nel 1934 dal partito cristiano-democratico del Cancelliere Dollfuss.

    D’altro canto, il pensiero maurrassiano non rappresenta l’unica espressione della corrente tradizionalista e controrivoluzionaria. Cartesiano come principio ispiratore, latino e cattolico, esso ha un’eco soprattutto nell’Europa mediterranea e, più in generale, nei paesi di osservanza cattolico-romana. Nel resto d’Europa, l’influenza dominante è quella del nazionalismo romantico e reazionario tedesco, sia nella sua versione völkisch, che conduce all’estremo l’idea della superiorità della razza germanica, sia in una forma più prossima al pensiero tradizionalista del XIX secolo, quella rappresentata dalla “rivoluzione conservatrice”. In quest’ultimo caso, i punti di convergenza con il fascismo italiano sono più numerosi e più marcati. In effetti, per gli intellettuali che si rifanno a questa corrente, la salvezza della Germania all’indomani del primo conflitto mondiale non risiede in un nostalgico attaccamento al Reich guglielmino. Al contrario, essi pensano che il declino abbia avuto inizio ben prima del terremoto del 1918, vale a dire con l’avvento di un ordine capitalista e materialista ben rappresentato da Berlino (…): la guerra non ha fatto che accentuare un processo di deculturazione già ampiamente cominciato prima del conflitto.

    Diversamente dalle grandi forze conservatrici classiche (il partito “populista” ed il partito nazionale tedesco), i teorici del nuovo nazionalismo non ricercano il rimedio a questa decomposizione nel ritorno puro e semplice al “vecchio regime”, incarnato dal Reich guglielmino, ovvero bismarckiano, già sospetto ai loro occhi di avere subito gli effetti dei virus dissolvitori rappresentati dal cattolicesimo romano, dal democraticismo plutocratico e dal socialismo marxista, ma nella restaurazione dei valori profondamente radicati nella storia della nazione tedesca. La “rivoluzione conservatrice” alla quale essi affidano le loro speranze si richiama ad un modello “prussiano” precedente al dispotismo illuminato – abbastanza cosmopolita e francofilo – di un Federico II. Tale è, ad esempio, il cammino tracciato da Oswald Spengler nel suo Tramonto dell’Occidente (1918-1922) e in Prussianesimo e socialismo (1919), più ancora di quello definito da Moeller van den Bruck nel suo Il Terzo Reich (1923): aspirazione alla restaurazione di uno Stato forte, ritorno alla tradizione tedesca e, soprattutto, a quella del solidarismo “da caserma”, superamento della nozione di classe, assimilazione dei nuovi valori solo nella misura in cui essi contribuiscono a sviluppare la vitalità della nazione, costruzione di un Grande Reich a vocazione universalista.

    A cavaliere tra gli anni Venti e Trenta, riuniti in potenti associazioni quali lo Juni Klub e l’Herren Klub, provenienti spesso dai Corpi franchi e militanti nelle fila della Stalhelm di Hugenberg, uomini come Heinrich von Gleichen, Max Hildebert, Rudolf Pechel ed Edgar Jung si pronunciano dunque a favore di un ultra-conservatorismo rinnovato, promotore di uno Stato autoritario, corporativo e cristiano, difensore del germanesimo e capace di assicurare la preponderanza della Germania sulla Mitteleuropa. Tutto ciò, all’interno di una forma che resta profondamente impregnata di tradizionalismo e di spirito aristocratico. Ma il fatto che il nazionalsocialismo abbia attinto da questa corrente di pensiero una parte del suo armamentario ideologico, non è sufficiente a fare della “rivoluzione conservatrice” un fascismo.

    Ideazione, 14 marzo 2003

 

 

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