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    Angry I libertari contro Bossi e la LNP!

    Povera Lega senza più rotta Un federalismo "pro domo Calderoli"?

    Di Alberto Mingardi


    La Lega è ormai sulla piazza da anni, il suo vestito di movimento rivoluzionario è stato sgualcito dal tempo, dalle giravolte e della sconfitte: il vento del Nord è una brezza cui la politica si è abituata, sa farci i conti, ne intuisce i mutamenti d’intensità e direzione.



    Però i leghisti sanno sempre spiazzarci. Tipo quando loro, i federalisti, affilano la lancia contro le regioni e le giunte comunali. “Colpevoli” (le virgolette sono d’obbligo davvero) di prendere, federalisticamente, decisioni autonome da Roma sul voto agli immigrati piuttosto che sul tema della convivenza.



    Eravamo convinti che l’indipendentismo dovesse spingerci in questa direzione. “Padroni a casa propria” sembrava voler dire che i genovesi possono decidere chi vota o meno nel loro comune meglio di quanto lo possa far lo Stato. Contrordine, compagni.



    Se nella Lega si è sempre giocato con regole diverse rispetto a quelle dei partiti tradizionali, e la leadership di Bossi si serrava a pugno sul movimento, la forzata assenza del segretario ha fatto esplodere contraddizioni e ostilità prima sopite, che vanno ben al di là dello scontro al vertice tra Maroni e Calderoli e squassano elettorato e militanza.



    Un riflesso di queste frizioni, nell’ambito dell’attualità di questi giorni è il dibattito, sulle pagine de La Padania, fra due intellettuali vicini, ma non organici, al Carroccio: Gilberto Oneto, direttore dei Quaderni Padani (la rivista della “Libera Compagnia Padana”), e Andrea Rognoni, presidente dell'associazione "Arte Nord" (diretta emanazione del Partito).



    Rognoni sostiene che la Lega deve perdere la “verginità politica” degli anni '90. Non può più permettersi l'equidistanza tra diverse posizioni (“né neri né rossi ma liberi con Bossi”) ma deve assumere tonalità culturali più marcate, che attraversino uno spettro di problemi più ampio.



    Scrive Rognoni: “Chi pensa ancora. che il leghista vero debba parlare solo di indipendentismo e non anche di lotta all'aborto e alla pornografia… rema contro il flusso della storia”.



    Oneto ribatte che non bisogna confondere mezzi e fini. La devolution è un mezzo che consente di avvicinarsi al fine, che resta l'indipendenza della Padania e la conquista d'un regime più liberale (lo slogan “basta tasse basta Roma” adombra una relazione causa-effetto). “Lo Stato - scrive - gestisce matrimoni e divorzi perché è un problema di controllo poliziesco e di gestione di quattrini e di pensioni. Trovo perciò strano che si ipotizzi che un Movimento che combatte l'oppressione statalista e italiana (è la stessa cosa visto che l'Italia è solo Stato) debba occuparsi di cosa fanno sotto le lenzuola le persone, regolarne i rapporti e giudicare come ciascuno impieghi la propria produzione testosteronica”.



    Oneto è fedele alla lezione di Miglio, che insegnò a Bossi a pensare la Lega come movimento votato a sbrogliare una “issue” soltanto, la questione settentrionale, appunto.



    Può sembrare una discussione arrampicata sulle nuvole, ma l'impatto sulla politica della Lega è enorme.



    Le recenti dichiarazioni di alcuni suoi esponenti avrebbero fatto impallidire gli elettori del '92 e del '96. Quando, contestando le decisioni assunte dal comune di Genova (concedere il voto amministrativo agli immigrati) o della regione Toscana (riconoscere le coppie di fatto), leghisti da prima pagina (il ministro Calderoli in primis) si appellano ai “valori della nostra Costituzione” che “non possono essere messi in discussione”, s'innesca un cortocircuito tra il passato e il presente. Fra il movimento che quella carta costituzionale è nato per scardinare, e quello che la usa come scudo a difesa di posizioni “culturali” in contrasto con la sua stessa storia. Non a caso, sull’emittente del partito, “Radio Padania Libera”, la militanza ha fatto vibrare il diapason del dissenso.



    Come è possibile, si domanda un leghista della prima ora, fare i federalisti quando si è al potere nelle regioni, e improvvisarsi centralisti quando si è al governo a Roma? Calderoli sta ora impiegando, contro le giunte di sinistra genovese e toscana, le stesse armi che la sinistra al governo rivolse contro quei sindaci leghisti che avevano deliberato i “concorsi padani” (l'assegnazione, cioè, di un punteggio extra nei concorsi pubblici a coloro che fossero residenti nel comune da almeno 5 anni).



    E' significativo, del resto, il silenzio di Maroni. Il titolare del Welfare sta provando a tessere un dialogo con la base, mentre il collega bergamasco gioca tutte le sue carte sul rapporto privilegiato con Berlusconi. Se per settembre è attesa la resa dei conti sul federalismo, però, anche questo silenzio dovrà essere rotto.



    (Da Libero)

    Pubblicato il 09/08/2004
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Umberto Bossi e il federalismo dimenticato
    di Alberto Mingardi

    Umberto Bossi è ministro delle riforme e uno si aspetterebbe qualche briciola d’autonomia, qualche goccia d’indipendenza, almeno quattro lire per le Regioni. Invece no. Intendiamoci: il senatùr solleva problemi veri, importanti, tant’è che le sue dichiarazioni sono fuochi d’artificio, non ce n’è una che passi sotto silenzio. Quando si parla di immigrazione, Europa, prostituzione è difficile fare spallucce, piuttosto gli animi si arroventano, si inalberano bandiere ideologiche, si sventolano questioni di principio.
    C’è però un dato che lascia perplessi. Che a tutte queste questioni, il leader della Lega non riesce mai a proporre quelle soluzioni federaliste che ci si aspetterebbero da lui. Prendiamo il problema dell’immigrazione. E’ ormai chiaro che se sbarrare le frontiere non si può, non si può nemmeno restare un Paese a “rischio d’invasione”. Se ne parla spesso in termini generalissimi, affastellando dotte motivazioni culturali e blabla sulla compatibilità di questa cultura con quella. Tutto vero, tutto importante. Ma è soprattutto un problema “economico”, planiamo sulla terra, parliamo di daneé: l’ha detto bene Milton Friedman. “E’ semplicemente ovvio che non si possono avere allo stesso tempo immigrazione libera e welfare state”. Lo Stato sociale sviluppa una serie di incentivi per un’immigrazione “di bassa qualità”. Una volta a migrare erano uomini pieni di fantasia ed idee, che non cercavano che una terra per realizzarle. E’ il mito dei pionieri: capitalisti avventurosi che partivano all’arrembaggio della frontiera.
    Oggi in Italia sbarcano immigrati di tutt’altro tipo – e non potrebbe essere altrimenti. Le nostre leggi masochistiche, le nostre tasse sadiche sono quanto di più lontano ci sia dal “liberismo” del Far West: e certo non si rivelano una calamita per le intelligenze del resto del mondo. Però abbiamo i pannicelli caldi dell’assistenza, il catechismo dell’integrazione. E questo attrae una tipologia di immigrati che più che la vocazione dell’imprenditore hanno quella del parassita. Come migliorare la qualità dell’ immigrazione, come “selezionarla”? Chiudere le frontiere, l’abbiamo già detto, non si può – e di manodopera nuova certe imprese nostrane hanno bisogno davvero.
    Qui entrerebbe in gioco il federalismo. Perché non “localizzare”, non avvicinare il più possibile alle imprese ed alle famiglie, il controllo sull’immigrazione? Dopotutto, comuni e regioni possono tastare il polso del mercato del lavoro molto meglio di quanto faccia Roma. E controllare anche che dell’ “importazione” di questa nuova “forza lavoro” siano le stesse aziende ad assumersi i costi, senza “socializzarli” (cioè scaricarceli sul groppone). Non possiamo pensare di fissare a priori, ogni anno o ogni cinque anni, un “tetto” massimo di immigrati che “ci servono”, e poi aprire o chiudere le frontiere come si farebbe con una diga. Il rischio è di restarne travolti, oppure di aprire la porta alla gente sbagliata. Ma se a decidere quando, dove e soprattutto chi “fare entrare” fossero le comunità locali, le loro decisioni potrebbero essere molto più efficienti. Più vicine alle reali esigenze del mercato, e più attente alle preoccupazioni della gente.
    Prendiamo l’altra grande questione sollevata da Bossi in questi giorni. Il “problema” della prostituzione. Ora, posto che chi scrive è convinto che ogni donna (e ogni uomo) abbia il sacrosanto diritto di vendere il proprio corpo se lo desidera, è indubbio che l’invasione dei marciapiedi sia un fenomeno non piacevole. L’idea dell’ eros-center, da questo punto di vista, ha dei meriti: ma annichiliscono rispetto al fatto che quello che si invoca è il ritorno dello Stato pappone. Soluzione francamente inaccettabile, soprattutto in un Paese fortemente cattolico come il nostro: perché lo Stato deve utilizzare i soldi dei credenti, estorti loro con le tasse, per finanziare qualcosa che essi trovano, dichiaratamente, moralmente inaccettabile?
    In un contesto federalista, le singole regioni potrebbero autonomamente sviluppare normative in proposito. Incentivare l’apertura di eros-center privati, depenalizzare un reato assurdo come l’adescamento, lasciare ai comuni la libertà di dire di sì o dire di no all’apertura di questa o quella struttura. Ci sono delle situazioni in cui un bordello (pardon: un eros-center) potrebbe rivelarsi una miniera d’oro per quanti vivono in quella zona, e non urtare il loro senso estetico. E’ vero per certi quartieri delle grandi città, potrebbe esserlo per alcune località che già oggi prosperano sull’industria del divertimento. Ci sono altre situazioni in cui un eros-center (pardon: un bordello) non verrebbe mai metabolizzato da una determinata comunità, e ciò potrebbe determinare un clima potenzialmente esplosivo. Chi deve valutare caso per caso? Gli analisti del ministero? O, piuttosto, dovremmo essere noi comuni mortali? Insomma: Roma o il resto del mondo? Quale sia la risposta federalista mi sembra chiaro. Chissà qual è la risposta di Bossi.

    http://www.liberalfondazione.it/arch...rno/idee54.htm
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Padania? No, poltrone in Rai

    Sul Congresso della Lega Nord si sono spesi fiumi di inchiostro. Quasi nessuno, però, ha colto la drammatica portata dell'evento. Tutti si sono concentrati sulla figura di Umberto Bossi, la cui evoluzione nel corso
    degli anni è sempre più deprimente. Da babau della politica italiana a spaventapasseri in un campo dove i corvacci regnano sovrani. Epperò ben pochi hanno notato la vera cifra della kermesse leghista: la decisa adesione del Carroccio alla mitologia e alla filosofia dello Stato nazionale. Lo si vede, in piccolo (si fa per dire), dal drastico cambiamento di rotta sul servizio pubblico radiotelevisivo. Un tempo il movimento di Bossi ne era il più fiero e radicale avversario. Nel 1995 aveva appoggiato il referendum che ne chiedeva la privatizzazione (e che era stato votato dal 55% dei cittadini, se non ricordo male). Nel 1996 invitava i secessionisti padani a bruciare sul Po il bollettino Rai. Nel 1997 il quotidiano della Lega "La Padania" pubblicava un meritorio librino, intitolato "I numeri dell'oppressione", che metteva in bella evidenza la disparità tra i contributi pagati da settentrionali e meridionali per il mantenimento del carrozzone di Viale Mazzini. Nel 1998 un altro volumetto diffuso dallo stesso quotidiano, "50 buone ragioni per l'indipendenza" (a cura di Gilberto Oneto e Giancarlo Pagliarini), denunciava:
    "La televisione di Stato è uno strumento di propaganda del regime catto-comunista". Nel corso di tutti questi anni, poi, la Lega ha diffuso volantini e incitato la gente a disdire l'abbonamento. ecco invece cosa ha dichiarato
    l'onorevole leghista Davide Caparini, vicepresidente della Commissione di vigilanza della Rai illustrando il programma del suo partito su tale spinosa questione: "L'alternativa al canone obbligatorio è il finanziamento diretto da parte dello Stato. Un finanziamento vincolato per un periodo almeno triennale sulla base di specifici progetti editoriali che dovrebbero comunque essere sottoposti alla discussione e all'approvazione parlamentare" ("La Padania", 3 marzo 2002). Roba da far rimpiangere la vecchia, sana lottizzazione. Le parole del deputato leghista sono semplicemente mostruose. E' incredibile come egli non riesca a vedere che l'unica reale alternativa
    è la privatizzazione, e che non vi è alcuna differenza sostanziale tra il canone obbligatorio e il finanziamento attraverso le tasse (altrettanto forzoso). Alla gente non interessa come vengono pagati i mezzibusti della Rai. Il vero problema è il fatto stesso che essi percepiscano un lauto compenso e che siano sottratti dal sussidio pubblico al giudizio del mercato. http://www.forces.org/stagnaro

    Carlo Stagnaro
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    Der Wehrwolf

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    Ma come? Osi criticare questo campione di padanismo? Fascista!
    <p><center>Europa Dei Popoli!
    http://www.slowplayers.org/SBSP/images/Animated_Scots_Flag.gif<p><center>

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    Originally posted by Padanik
    Ma come? Osi criticare questo campione di padanismo? Fascista!


    Cosa c'entrano i liberatri con i partiti autonomisti? Non esiste in tutta Europa e in tutto il mondo un partito/movimento indipendentista libertario. O sono di sinistra (Corsi) o sono di destra (Vlaams Blok).
    Il libertarismo con l'indipendentismo non ha null a che fare!!
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    Der Wehrwolf

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    Talking

    Il padanista di .....Forza Itaglia!!

    http://www.ragionpolitica.it/motore....date=&maxdate=
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    Der Wehrwolf

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    Predefinito gli amici del libertario

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    Der Wehrwolf

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    Predefinito i volti del libertario





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    Der Wehrwolf

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    Predefinito Re: I libertari contro Bossi e la LNP!

    Originally posted by Der Wehrwolf
    E' significativo, del resto, il silenzio di Maroni. Il titolare del Welfare sta provando a tessere un dialogo con la base,
    ahahahahah " un dialogo con la base" ? ma se maroni e' da sempre il dirigente piu' assente dalla vita interna leghista ( basta guardare il " qui lega" ..sulla " padania" )

    probabilmente la sviolinata di mingardi ci dice che l' uomo che in nome della lega ha tagliato le pensioni del nord ... " sta provando a tessere un dialogo con la base" di certo " padanismo" ...

 

 

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