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    Predefinito AZ - Corriere della Sera - 26 ago

    Intorno al caso Alitalia e oltre

    DIRITTI ACQUISITI NON PIU’ ETERNI

    di PIETRO ICHINO


    Rischio grave di fallimento, necessità di una ristrutturazione aziendale molto incisiva, incapacità del sistema di relazioni sindacali di produrre un accordo su di una strategia capace di superare la crisi: questa oggi è la sintesi della drammatica situazione in cui versa la nostra compagnia aerea di bandiera. Ma in qualche misura il problema riguarda buona parte della grande industria italiana, la cui crisi strutturale è da tempo sotto gli occhi di tutti, anche se per fortuna non incombe su di essa lo stesso rischio imminente di bancarotta. Certo, Alitalia soffre oggi - assai più di molte altre grandi imprese - di decenni vissuti all’insegna del controllo politico sulla sua gestione, degli aiuti di Stato e della protezione dalla concorrenza; situazione nella quale a un management che stentava ad acquisire credibilità e prestigio è venuto contrapponendosi un sindacalismo via via sempre più arrogante e miope. È dell’estate scorsa il famoso «sciopero» degli assistenti di volo, attuato con l’invio di centinaia di certificati di malattia, rivolto contro una misura organizzativa normalmente praticata dalle maggiori compagnie concorrenti. Prima e dopo quell’episodio, per un’infinità di volte e ancora ieri l’altro abbiamo sentito quasi tutti i sindacati dei dipendenti Alitalia qualificare come «irricevibile» (aggettivo che esprime al tempo stesso quell’arroganza e quella miopia) qualsiasi proposta di rinegoziazione delle condizioni di lavoro volta ad allinearle con quelle delle compagnie concorrenti; così come abbiamo visto sempre opporre un rifiuto assoluto a qualsiasi ipotesi di riduzione del personale, pur se attuata nelle forme più morbide, con le garanzie più ampie per i lavoratori, e quando essa poteva ancora essere contenuta in limiti molto ridotti.
    Questo male - non l’unico, ma oggi uno dei più gravi - di cui soffre Alitalia è soltanto più accentuato, ma non molto diverso qualitativamente da quello di cui ha sofferto e soffre la maggior parte della grande industria italiana. In Francia e Germania accade che i lavoratori scommettano sul piano industriale proposto dal management per il superamento della crisi dell’impresa e il suo rilancio, anche al costo di negoziare la riduzione di determinati benefici, l’aumento degli orari di lavoro, o la variabilità di parte della retribuzione secondo i risultati aziendali. Da noi nessun sindacato ha il coraggio di abbandonare esplicitamente la tesi dell’«intangibilità dei diritti acquisiti» (tesi peraltro giuridicamente del tutto infondata: non esistono «diritti acquisiti» dei lavoratori sulle condizioni di lavoro future; e ciò che il contratto oggi dà, domani lo stesso contratto può sempre togliere).
    In tutto il mondo la riduzione degli organici costituisce una delle misure esperibili per il superamento delle crisi aziendali; da noi domina il rifiuto pregiudiziale di qualsiasi ristrutturazione che passi attraverso una riduzione del personale, perché il sindacato non riesce neppure a concepire, quindi a rivendicare, che questa misura possa essere attuata in modo civile, senza danno per i lavoratori sul piano del reddito e delle prospettive occupazionali. Così, ingessandole, sovente si condannano le imprese alla sconfitta; e con esse i loro dipendenti.
    Sarebbe un errore, però, addossare ai soli sindacati italiani la responsabilità di tutto questo. Un accordo coraggioso capace di tirar fuori un’impresa da una situazione di crisi richiede sempre, dal lato dei lavoratori, un sindacato forte, lungimirante e credibile; ma richiede anche, dal lato opposto, un management altrettanto lungimirante e credibile. E il più delle volte l’assenza o la scomparsa del primo dipendono dal fatto che manca, o è mancato per troppo tempo, il secondo.

    Corriere della Sera

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    Alitalia a rischio commissariamento

    ROMA - Ottocentosessantotto. Sono i primi esuberi ufficiali emersi nella trattativa tra l’Alitalia e i sindacati sul salvataggio della compagnia aerea. Il nuovo contratto di lavoro per gli assistenti di volo proposto dall’amministratore delegato Giancarlo Cimoli comporterebbe infatti il taglio di 868 lavoratori su un organico di 4.500. Ma ovviamente il conto è destinato a salire tenendo conto che almeno 6 mila posti di lavoro (su 22 mila dipendenti Alitalia) sono a rischio. Il sottosegretario al Lavoro, Maurizio Sacconi, conferma che il governo potrebbe intervenire con la cassa integrazione e supportando progetti specifici di reinserimento al lavoro, ma solo dopo un eventuale accordo tra Cimoli e i sindacati, che consenta all’azienda di abbattere drasticamente il costo del lavoro e incassare il prestito ponte di 400 milioni di euro per tirare avanti e portare a compimento la ristrutturazione della compagnia. Senza accordo, invece, il prestito salterebbe, come conferma ieri il ministero dell’Economia, che controlla il 62% di Alitalia. «Il tempo è scaduto» avverte Domenico Siniscalco. «Il governo ha fatto tutto quello che poteva fare, ora la palla è ai sindacati: se non collaborano, 22 mila persone vanno sul marciapiede», aggiunge il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, evocando lo scenario del commissariamento. All’intensificarsi del pressing del governo alcuni sindacati rispondono con segnali di disponibilità. Massimo Notaro, presidente dell’Unione piloti: «Siamo pronti a volare con la normativa di impiego Lufthansa e in più con uno stipendio inferiore del 20% al loro». Roberto Scotti, segretario nazionale della Filt-Cgil: «Siamo disposti a parlare di esuberi, ma non di licenziamenti o esternalizzazioni. La soluzione deve essere quella di società controllate da Alitalia, che possano anche prevedere un partner esterno di minoranza».
    Altri sindacati sono in posizione molto critica. La Fit-Cisl e il Sult degli assistenti di volo, in una nota comune, dicono che «le richieste aziendali prefigurano la distruzione dell’attuale contratto e la creazione di una compagnia low cost. Tale filosofia non è assolutamente accettabile». Il leader della Uil, Luigi Angeletti, avverte: «Non siamo interessati a un piano di salvataggio, ma a uno di rilancio». Durissima, Renata Polverini, vicesegretario dell’Ugl: «È forte il sospetto che si voglia imputare al sindacato una soluzione, quella del fallimento, che consentirebbe l’acquisizione, a prezzi di saldo, dei pezzi pregiati della compagnia»
    Ieri Cimoli ha proseguito la trattativa incontrando le organizzazioni del settore manutenzione, circa 5 mila dipendenti tutti a rischio di passare a società esterne partecipate dalla compagnia. Nella manutenzione l’Alitalia punta a risparmiare 75 milioni di euro entro il 2006. Oggi toccherà ai sindacati del personale di terra, altro settore tra i più a rischio. Poi sarà la volta dei piloti e del settore informatico. Lunedì 30 si riunirà il consiglio di amministrazione dell’Alitalia per valutare la situazione. In un comunicato diffuso ieri la compagnia afferma che, «tenuto conto degli eventi di scenario macroeconomico registrati ad agosto, si evidenzia un andamento finanziario del gruppo coerente con le previsioni». Ma fonti della compagnia confermano che, senza accordo e ricorso al prestito ponte, non ci sarebbero i soldi per gli stipendi di ottobre. «La data ultima di conclusione del confronto sindacale resta il 15 settembre», ricorda l’Alitalia. Che smentisce anche l’ipotesi che i premi Millemiglia possano essere cancellati nel caso di commissariamento, perché rientrano nel circuito Skyteam. Un eventuale fallimento dell’azienda sarebbe «un delitto», sottolinea Cesare Romiti, presidente onorario di Rcs MediaGroup, secondo cui Alitalia «dovrebbe rimanere in mano pubblica» perché non ci sono «privati in grado di privatizzarla».

    Corriere della Sera

 

 

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