Le grandi manovre del Pentagono
Settantamila soldati trasferiti dall'Europa al Medio Oriente: così Bush si prepara a nuovi attacchi preventivi
di Giorgio Bocca
I soldati semplici americani hanno capito in un anno di occupazione dell'Iraq ciò che i generali del Pentagono si rifiutano di accettare: la guerra non serve al governo del mondo, ma alla sua distruzione per via di questa insuperabile contraddizione: la guerra come deterrente, come minaccia ai deboli dei più forti, di chi può vincerla anche prima di combatterla, non basta: ci vuole l'occupazione del territorio nemico, ma questa occupazione è più difficile e costosa di quanto il più potente al mondo possa consentirsi.
In un anno di occupazione dell'Iraq i soldati americani sono arrivati a pensarla così: "Cosa ci facciamo qui dove la gente non ci vuole?". "Siamo venuti qui per portare democrazia e ricostruzione, ma in un anno non è cambiato niente, la democrazia non c'è, la ricostruzione neppure". "Potremmo stare qui un anno come dieci e non cambierà nulla: la gente non ci vuole vedere".
Proprio ciò che gli oppositori della guerra hanno detto per un anno, considerati come amici del terrorismo. Di fronte a questo fallimento dell'occupazione il governo di George Bush, e a quanto pare anche John Kerry, non vanno al di là delle rettifiche militari, cioè di ipotesi confuse e fantasiose. L'esercito americano sarà, dice Bush, "più flessibile e più rapido nell'intervenire nei punti caldi del mondo".
Ma chi deciderà quali sono questi punti caldi? La risposta di Bush, come quella di Kerry, non è una risposta, ma un ukase, un comando indiscutibile: "Decideremo noi, gli Stati Uniti non aspetteranno permessi esterni".
Con questa dottrina il nemico incombe anche se non esiste, è minaccioso ma introvabile anche se lo si insegue in tutti i continenti. "Gli stati canaglia", dice Bush, "devono convincersi che gli Stati Uniti non si lasciano minacciare da nessuno". Ma chi è che ha deciso che c'è un paese del bene, l'America, e i paesi del male? Dio, che secondo il ministro della Giustizia, John Ashcroft, "è il vero presidente degli Stati Uniti". 'Gott mit Uns': Dio è con noi, come si leggeva sul cinturone delle SS.
La nuova strategia del Pentagono, cioè di un potere concreto capace di cambiare nei prossimi anni gli opposti schieramenti, di spostare decine di migliaia di soldati, colossali quantità di armi, di depositi, di missili, di atomiche, è una gigantesca 'battaglia navale' giocata a tavolino non si sa bene contro chi e per che cosa.
Nei prossimi anni 70 mila soldati dovranno trasferirsi dall'Europa al Medio Oriente: per preparare un attacco preventivo in quella regione o addirittura una guerra preventiva verso il Medio ed Estremo Oriente? Ma questo non è un piano militare, questa è la fantasia ammalata di un dottor Stranamore. Si legga la dichiarazione del capo supremo, dell'impero di Occidente, il presidente Bush: "Le truppe saranno dislocate in modo da utilizzare al massimo le nuove tecnologie del XXI secolo".
Quali nuove tecnologie se non le atomiche, quali obiettivi se non i paesi che le atomiche possiedono, la Cina, la Corea del Nord, l'India, il Pakistan, probabilmente anche l'Iran. Insomma, la guerra atomica come nuova strategia mondiale, vale a dire l'autodistruzione del pianeta annunciata come una grande manovra.
Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l'apocalisse era ormai entrata, nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell'Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna, in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l'arma della distruzione totale, ma l'Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?
Ora le decisioni strategiche del comando americano che preparano una guerra atomica sono state pubblicate con maggior risalto, due o tre colonne. 'L'Unità' una, come nel maggio del 1945.
Fonte: espressonline.it




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