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    Arrow Agostino Il Santo Della Grazia


    AGOSTINO IL SANTO DELLA GRAZIA
    di Maurizio Schoepflin


    Sant'Agostino (354-430) è stato uno dei massimi protagonisti della storia della cultura occidentale: la sua testimonianza di uomo e di pensatore ha lasciato una traccia feconda e indelebile non soltanto nella tradizione cristiana, della quale è uno dei più straordinari maestri, ma nell'intera civiltà dell'Occidente. Numerosi sono i motivi del filosofare agostiniano che hanno rivestito eccezionale importanza nella storia del pensiero: molti di questi conservano una suggestiva attualità e su alcuni di essi soffermeremo la nostra attenzione, ben sapendo che il patrimonio di sapienza lasciatoci dal santo dottore africano è pressoché inesauribile.

    Con un'intensità riscontrabile in pochi altri casi, in Agostino la dimensione esistenziale e quella affettiva si intrecciano inestricabilmente con quella religiosa e con quella filosofica: fede e ragione, ricerca della verità e conquista di essa, invocazione e riflessione, lettura e dialogo, scrittura polemica e preghiera appassionata, amore e amicizia, spirito e carne si incontrano e si scontrano nella vita di Agostino, entrano in conflitto, si compenetrano, si attraggono, si respingono, fino a trovare una sintesi suprema nella pace interiore raggiunta da chi, come insegna san Paolo, ha combattuto e portato a termine la buona battaglia del Vangelo.

    La fede a cui Agostino approdo, dopo anni di errori e di sofferenze e in seguito ad una straordinaria conversione, fece tutt'uno con la sua vita, e non casualmente lo scritto suo più celebre e coinvolgente sono le Confessioni, documento palpitante di un'esistenza caratterizzata da una profonda ansia di ricerca e coronata dall'approdo appagante alla Verità.
    Per Agostino l'uomo porta nel cuore un'inquietudine che lo spinge verso Dio: guardandosi dentro (ad Agostino si deve la scoperta della realtà e del valore dell'interiorità), ognuno si rende conto che è Dio ad averlo creato e che soltanto tornando a Lui potrà trovare la propria realizzazione più autentica. In questo cammino, un aiuto importante può venire dalla filosofia, perché - rammenta Agostino - è necessario capire per credere e credere per capire: sarà comunque la fede a illuminare definitivamente l'uomo e a dargli le risposte alle quali il suo cuore anela.

    A questo riguardo, e interessante ricordare la grande importanza riconosciuta alla preghiera da parte di Agostino, che non esitò ad attribuire alla costante appassionata orazione della madre Monica (venerata dalla Chiesa come Santa) il suo ritorno sulla retta via della fede: pregare significa rendersi conto che la sapienza umana è insufficiente per ottenere la salvezza e la beatitudine derivanti dall'incontro con il Signore. Sulla via di questo incontro, l'uomo trova un grave ostacolo: è il peccato, di cui Agostino sottolineo con chiarezza la drammatica e distruttiva presenza nella vita e nella storia degli uomini; è il peccato - ci dice il Santo Vescovo di Ippona - non è vincibile senza l'intervento di Dio che ci dona la Grazia. Con le sue sole forze, l'uomo non potrà mai salvarsi: su ciò Agostino rimase sempre assolutamente fermo, convinto che soltanto la Croce di Cristo e il suo sacrificio salvifico hanno riaperto all'uomo le porte del Cielo.

    Seguendo questa linea di riflessione, si comprende perchè Agostino abbia sostenuto che la Grazia divina non cancella la libertà umana, bensì la valorizza appieno: infatti, soltanto in virtù della Grazia di Dio l'uomo può perseverare nel bene e non usare male il libero arbitrio, il quale, a causa del peccato originale, è costantemente insidiato dall'errore. Dunque, la vera libertà, la libertà in senso pieno, è quella che, potenziata dall'intervento salvifico divino, sceglie il bene e lo compie, innalzando l'uomo verso il suo destino soprannaturale e allontanandolo dal peccato in cui la debolezza della sua volontà rischia continuamente di farlo cadere. In sintesi: la Grazia ci rende capaci di amore, dell'amore autentico, che è la carità evangelica.

    In ultima analisi, dunque, per Agostino la ricerca di Dio e il cammino verso di Lui diventano una questione di amore. Vera sintesi di libertà e grazia, l'amore si presenta pertanto come il movente del nostro ricongiungimento con Dio: si tratta dell'amore rettamente inteso e finalizzato all'obbedienza ai precetti evangelici, non certo dell'amore falso e sregolato - sperimentato da Agostino prima della conversione - che spinge l'uomo verso 1'eccessivo attaccamento alle creature e alle realtà terrene, distogliendolo dall'autentica carità che riconosce in Dio il suo sommo oggetto.

    Tra i valori che più si avvicinano all'amore, e che da esso traggono linfa vitale, vi è l'amicizia: Agostino visse in modo particolarmente appassionato il sentimento dell'amicizia e la sua vita ne fu sempre segnata, anche se soltanto dopo la conversione egli ne comprese appieno il significato, quando la forza redentrice di Dio elevò pure quel sentimento, rendendo autenticamente saldi i rapporti amicali. Per Agostino, dunque, anche le relazioni umane traggono senso e sapore dalla fede in Dio e il ritrovamento del Padre diventa, nel medesimo tempo, ritrovamento dei fratelli. Egli ha, per così dire, chiuso il cerchio: l'ansia di Dio lo ha ricondotto fra le braccia del suo Signore; ora sa qual è il senso della vita e allarga il suo sguardo fino a comprendere gli altri nell'amore e, attraverso l'amore, pregusta il premio eterno che lo attende in Paradiso.


    BIBLIOGRAFIA
    E. Gilson, Introduzione allo studio di Sant'Agostino, Marietti, Casale Monferrato 1983
    A. Trapè, Introduzione, in Sant'Agostino, Le Confessioni, Città Nuova, Roma 1975
    M. Schoepflin [a cura di], II "De Magistro" di Sant'Agostino e il tema dell'educazione nel cristianesimo antico, Paravia, Torino 1994


    Tratto da IL TIMONE
    Anno II - n. 5 - Gennaio/Febbraio 2000
    Rivista di formazione e informazione apologetica
    Via Salvo D'Acquisto n. 7 - 21054 Fagnano Olona VA
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    Predefinito 28 agosto - S. Agostino d'Ippona, vescovo e dottore della Chiesa

    Dal sito SANTI E BEATI

    Sant' Agostino, Vescovo e dottore della Chiesa

    28 agosto - Memoria

    Tagaste (Numidia), 13 novembre 354 – Ippona (Africa), 28 agosto 430

    Educato nella fede, ebbe una giovinezza dissipata finché non lesse l'Ortensio di Cicerone che lo riaccostò alla vita dello spirito. Fu attratto dal manicheismo ma l'incontro con Sant'Ambrogio, da cui fu battezzato, lo riportò alla fede. Tornato penitente in Africa dopo la morte della madre, fu ordinato sacerdote e vescovo di Ippona. Filosofo, teologo, mistico, oratore e sommo polemista(parte della sua vita fu dedicata alla lotta contro l'eresie), a lui si deve la prima sintesi tra Filosofia e Fede, che dimostra come sia possibile un perfetto accordo tra la città terrena e la città celeste. In un mondo come quello attuale, in cui la città terrena sembra essere in contrasto con quella celeste, il suo messaggio è ancora un monito e una speranza per l'umanità.

    Sant'Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia - attualmente Souk-Ahras in Algeria - il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un'educazione cristiana, ma dopo aver letto l'Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant'Ambrogio. L'incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche - quest'ultime riflettono l'intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita - sono tutt'ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all'età di 76 anni. (Avvenire)

    Patronato: Teologi, Stampatori

    Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino

    Emblema: Bastone pastorale, Libro, Cuore di fuoco

    Martirologio Romano: Memoria di sant’Agostino, vescovo e insigne dottore della Chiesa: convertito alla fede cattolica dopo una adolescenza inquieta nei princípi e nei costumi, fu battezzato a Milano da sant’Ambrogio e, tornato in patria, condusse con alcuni amici vita ascetica, dedita a Dio e allo studio delle Scritture. Eletto poi vescovo di Ippona in Africa, nell’odierna Algeria, fu per trentaquattro anni maestro del suo gregge, che istruì con sermoni e numerosi scritti, con i quali combatté anche strenuamente contro gli errori del suo tempo o espose con sapienza la retta fede.

    Martirologio tradizionale (28 agosto): A Ippona, in Africa, il natale di sant'Agostino Vescovo, Confessore e Dottore esimio della Chiesa, il quale, convertito alla fede cattolica e battezzato per opera del beato Vescovo Ambrogio, la difese propugnatore acerrimo contro i Manichei ed altri eretici, e dopo aver sostenuto molte altre fatiche per la Chiesa di Dio, passò al cielo per il premio. Le sue reliquie, prima trasportate dalla sua città in Sardegna per paura dei barbari, e poi da Liutprando, Re dei Longobardi, trasferite a Pavia, ivi furono onorevolmente riposte.

    (28 febbraio): A Pavia la Traslazione del corpo di sant'Agostino Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, dall'isola di Sardegna, per opera di Liutprando, Re dei Longobardi.

    (24 aprile): A Milano la Conversione di sant’Agostino Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, il quale dal beato Vescovo Ambrogio fu ammaestrato nella verità della fede cattolica, ed in questo giorno fu da lui battezzato.

    Agostino è uno degli autori di testi teologici, mistici, filosofici, esegetici, ancora oggi molto studiato e citato; egli è uno dei Dottori della Chiesa come ponte fra l’Africa e l’Europa; il suo libro le “Confessioni” è ancora oggi ricercato, ristampato, letto e meditato.
    “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo…. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace”; così scrive Agostino Aurelio nelle “Confessioni”, perché la sua vita fu proprio così in due fasi: prima l’ansia inquieta di chi, cercando la strada, commette molti errori; poi imbroccata la via, sente il desiderio ardente di arrivare alla meta per abbracciare l’amato.
    Agostino Aurelio nacque a Tagaste nella Numidia in Africa il 13 novembre 354 da una famiglia di classe media, di piccoli proprietari terrieri, il padre Patrizio era pagano, mentre la madre Monica, che aveva avuto tre figli, dei quali Agostino era il primogenito, era invece cristiana; fu lei a dargli un’educazione religiosa ma senza battezzarlo, come si usava allora, volendo attendere l’età matura.
    Ebbe un’infanzia molto vivace, ma non certamente piena di peccati, come farebbe pensare una sua frase scritta nelle “Confessioni” dove si dichiara gran peccatore fin da piccolo. I peccati veri cominciarono più tardi; dopo i primi studi a Tagaste e poi nella vicina Madaura, si recò a Cartagine nel 371, con l’aiuto di un facoltoso signore del luogo di nome Romaniano; Agostino aveva 16 anni e viveva la sua adolescenza in modo molto vivace ed esuberante e mentre frequentava la scuola di un retore, cominciò a convivere con una ragazza cartaginese, che gli diede nel 372, anche un figlio, Adeodato.
    Questa relazione sembra che sia durata 14 anni, quando nacque inaspettato il figlio; Agostino fu costretto, come si suol dire, a darsi una regolata, riportando la sua condotta inconcludente e dispersiva, su una più retta strada, ed a concentrarsi negli studi, per i quali si trovava a Cartagine.
    Le lagrime della madre Monica, cominciavano ad avere un effetto positivo; fu in quegli anni che maturò la sua prima vocazione di filosofo, grazie alla lettura di un libro di Cicerone, l’”Ortensio” che l’aveva particolarmente colpito, perché l’autore latino affermava, come soltanto la filosofia aiutasse la volontà ad allontanarsi dal male e ad esercitare la virtù.
    Purtroppo la lettura della Sacra Scrittura non diceva niente alla sua mente razionalistica e la religione professata dalla madre gli sembrava ora “una superstizione puerile”, quindi cercò la verità nel manicheismo.
    Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo.
    Ultimati gli studi, tornò nel 374 a Tagaste, dove con l’aiuto del suo benefattore Romaniano, aprì una scuola di grammatica e retorica, e fu anche ospitato nella sua casa con tutta la famiglia, perché la madre Monica aveva preferito separarsi da Agostino, non condividendo le sue scelte religiose; solo più tardi lo riammise nella sua casa, avendo avuto un sogno premonitore, sul suo ritorno alla fede cristiana.
    Dopo due anni nel 376, decise di lasciare il piccolo paese di Tagaste e ritornare a Cartagine e sempre con l’aiuto dell’amico Romaniano, che egli aveva convertito al manicheismo, aprì anche qui una scuola, dove insegnò per sette anni, purtroppo con alunni poco disciplinati.
    Agostino però tra i manichei non trovò mai la risposta certa al suo desiderio di verità e dopo un incontro con un loro vescovo, Fausto, avvenuto nel 382 a Cartagine, che avrebbe dovuto fugare ogni dubbio, ne uscì non convinto e quindi prese ad allontanarsi dal manicheismo.
    Desideroso di nuove esperienze e stanco dell’indisciplina degli alunni cartaginesi, Agostino resistendo alle preghiere dell’amata madre, che voleva trattenerlo in Africa, decise di trasferirsi a Roma, capitale dell’impero, con tutta la famiglia.
    A Roma, con l’aiuto dei manichei, aprì una scuola, ma non fu a suo agio, gli studenti romani, furbescamente, dopo aver ascoltate con attenzione le sue lezioni, sparivano al momento di pagare il pattuito compenso.
    Subì una malattia gravissima che lo condusse quasi alla morte, nel contempo poté constatare che i manichei romani, se in pubblico ostentavano una condotta irreprensibile e casta, nel privato vivevano da dissoluti; disgustato se ne allontanò per sempre.
    Nel 384 riuscì ad ottenere, con l’appoggio del prefetto di Roma, Quinto Aurelio Simmaco, la cattedra vacante di retorica a Milano, dove si trasferì, raggiunto nel 385, inaspettatamente dalla madre Monica, la quale conscia del travaglio interiore del figlio, gli fu accanto con la preghiera e con le lagrime, senza imporgli nulla, ma bensì come un angelo protettore.
    E Milano fu la tappa decisiva della sua conversazione; qui ebbe l’opportunità di ascoltare i sermoni di s. Ambrogio che teneva regolarmente in cattedrale, ma se le sue parole si scolpivano nel cuore di Agostino, fu la frequentazione con un anziano sacerdote, san Simpliciano, che aveva preparato s. Ambrogio all’episcopato, a dargli l’ispirazione giusta; il quale con fine intuito lo indirizzò a leggere i neoplatonici, perché i loro scritti suggerivano “in tutti i modi l’idea di Dio e del suo Verbo”.
    Un successivo incontro con s. Ambrogio, procuratogli dalla madre, segnò un altro passo verso il battesimo; fu convinto da Monica a seguire il consiglio dell’apostolo Paolo, sulla castità perfetta, che lo convinse pure a lasciare la moglie, la quale secondo la legge romana, essendo di classe inferiore, era praticamente una concubina, rimandandola in Africa e tenendo presso di sé il figlio Adeodato (ci riesce difficile ai nostri tempi comprendere questi atteggiamenti, così usuali per allora).
    A casa di un amico Ponticiano, questi gli aveva parlato della vita casta dei monaci e di s. Antonio abate, dandogli anche il libro delle Lettere di S. Paolo; ritornato a casa sua, Agostino disorientato si appartò nel giardino, dando sfogo ad un pianto angosciato e mentre piangeva, avvertì una voce che gli diceva ”Tolle, lege, tolle, lege” (prendi e leggi), per cui aprì a caso il libro delle Lettere di S. Paolo e lesse un brano: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rom. 13, 13-14).
    Dopo qualche settimana ancora d’insegnamento di retorica, Agostino lasciò tutto, ritirandosi insieme alla madre, il figlio ed alcuni amici, ad una trentina di km. da Milano, a Cassiciaco, in meditazione e in conversazioni filosofiche e spirituali; volle sempre presente la madre, perché partecipasse con le sue parole sapienti.
    Nella Quaresima del 386 ritornarono a Milano per una preparazione specifica al Battesimo, che Agostino, il figlio Adeodato e l’amico Alipio ricevettero nella notte del sabato santo, dalle mani di s. Ambrogio.
    Intenzionato a creare una Comunità di monaci in Africa, decise di ritornare nella sua patria e nell’attesa della nave, la madre Monica improvvisamente si ammalò di una febbre maligna (forse malaria) e il 27 agosto del 387 morì a 56 anni. Il suo corpo trasferito a Roma si venera nella chiesa di S. Agostino, essa è considerata il modello e la patrona delle madri cristiane.
    Dopo qualche mese trascorso a Roma per approfondire la sua conoscenza sui monasteri e le tradizioni della Chiesa, nel 388 ritornò a Tagaste, dove vendette i suoi pochi beni, distribuendone il ricavato ai poveri e ritiratosi con alcuni amici e discepoli, fondò una piccola comunità, dove i beni erano in comune proprietà.
    Ma dopo un po’ l’affollarsi continuo dei concittadini, per chiedere consigli ed aiuti, disturbava il dovuto raccoglimento, fu necessario trovare un altro posto e Agostino lo cercò presso Ippona.
    Trovatosi per caso nella basilica locale, in cui il vescovo Valerio, stava proponendo ai fedeli di consacrare un sacerdote che potesse aiutarlo, specie nella predicazione; accortasi della sua presenza, i fedeli presero a gridare: “Agostino prete!” allora si dava molto valore alla volontà del popolo, considerata volontà di Dio e nonostante che cercasse di rifiutare, perché non era questa la strada voluta, Agostino fu costretto ad accettare.
    La città di Ippona ci guadagnò molto, la sua opera fu fecondissima, per prima cosa chiese al vescovo di trasferire il suo monastero ad Ippona, per continuare la sua scelta di vita, che in seguito divenne un seminario fonte di preti e vescovi africani.
    L’iniziativa agostiniana gettava le basi del rinnovamento dei costumi del clero, egli pensava: “Il sacerdozio è cosa tanto grande che appena un buon monaco, può darci un buon chierico”. Scrisse anche una Regola, che poi nel IX secolo venne adottata dalla Comunità dei Canonici Regolari o Agostiniani.
    Il vescovo Valerio nel timore che Agostino venisse spostato in altra sede, convinse il popolo e il primate della Numidia, Megalio di Calama, a consacrarlo vescovo coadiutore di Ippona; nel 397 morto Valerio, egli gli successe come titolare.
    Dovette lasciare il monastero e intraprendere la sua intensa attività di pastore di anime, che svolse egregiamente, tanto che la sua fama di vescovo illuminato si diffuse in tutte le Chiese Africane.
    Nel contempo scriveva le sue opere che abbracciano tutto il sapere ideologico e sono numerose, vanno dalle filosofiche alle apologetiche, dalle dogmatiche alle morali e pastorali, dalle bibliche alle polemiche. Queste ultime riflettono l’intensa e ardente battaglia che Agostino intraprese contro le eresie che funestavano l’unità della Chiesa in quei tempi: Il Manicheismo che conosceva bene, il Donatismo sorto ad opera del vescovo Donato e il Pelagianesimo propugnato dal monaco bretone Pelagio.
    Egli fu maestro indiscusso nel confutare queste eresie e i vari movimenti che ad esse si rifacevano; i suoi interventi non solo illuminarono i pastori di anime dell’epoca, ma determinarono anche per il futuro, l’orientamento della teologia cattolica in questo campo. La sua dottrina e teologia è così vasta che pur volendo solo accennarla, occorrerebbe il doppio dello spazio concesso a questa scheda, per forza sintetica; il suo pensiero per millenni ormai è oggetto di studio per la formazione cristiana, le tante sue opere, dalle “Confessioni” fino alla “Città di Dio”, gli hanno meritato il titolo di Dottore della Chiesa.
    Nel 429 si ammalò gravemente, mentre Ippona era assediata da tre mesi dai Vandali comandati da Genserico († 477), dopo che avevano portato morte e distruzione dovunque; il santo vescovo ebbe l’impressione della prossima fine del mondo; morì il 28 agosto del 430 a 76 anni. Il suo corpo sottratto ai Vandali durante l’incendio e distruzione di Ippona, venne trasportato poi a Cagliari dal vescovo Fulgenzio di Ruspe, verso il 508-517 ca., insieme alle reliquie di altri vescovi africani.
    Verso il 725 il suo corpo fu di nuovo traslato a Pavia, nella Chiesa di S. Pietro in Ciel d’Oro, non lontano dai luoghi della sua conversione, ad opera del pio re longobardo Liutprando († 744), che l’aveva riscattato dai saraceni della Sardegna.

    Autore: Antonio Borrelli












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    Predefinito Dalle "Confessioni" di sant'Agostino

    Confessiones X, 6. 8-7.11; 25.36-27.38; XIII, 14.15; 35.50-38.53, in PL 32, 782-784. 794-795. 851. 867-868.

    Lo so con indubbia consapevolezza: Signore, io ti amo. Tu hai folgorato il mio cuore con la tua parola, e io ti ho amato. Anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini, affinché non abbiano scuse. Ma più profonda sarà la tua misericordia verso di chi tu hai avuto compassione e hai fatto grazia: altrimenti cielo e terra ripeterebbero ai sordi le tue lodi.

    Che cosa amo, quando amo te? Non una bellezza corporea o caduca: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie d'ogni specie di canti, non la fragranza dei fiori, dei profumi e degli aromi, non la manna e il miele, né le delizie delle voluttà. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell'amare il mio Dio: la luce, la voce, l'odore, il cibo, l'amplesso dell'uomo interiore che è in me. Lì splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, lì risuona una voce non travolta dal tempo, olezza un profumo non disperso dal vento, lì è colto un sapore non attenuato dalla voracità e si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio.

    Che è ciò? Interrogai sul mio Dio la terra, e mi rispose: "Non sono io". La medesima confessione fecero tutte le cose che si trovano in essa. Interrogai il mare, i suoi abissi che brulicano di esseri viventi (Cf Gn 1, 20), e mi risposero: "Non siamo noi il tuo Dio, cerca sopra di noi". Interrogai i venti, e tutta l'aria con i suoi abitanti mi rispose: "Erra Anassimene, io non sono Dio". Interrogai il cielo, il sole, la luna, le stelle. "Neppure noi siamo il Dio che cerchi", rispondono. E dissi a tutti gli esseri che circondano le porte del mio corpo: "Parlatemi del mio Dio; se non lo siete, ditemi qualcosa di lui"; ed essi esclamarono a gran voce: Egli ci ha fatti (Sal 99, 3).
    Le mie domande erano la mia contemplazione; le loro risposte, la loro bellezza. Allora mi rivolsi a me stesso. Mi chiesi: "Tu chi sei?"; e risposi: "Un uomo". Dunque, eccomi fatto di un corpo e di un'anima, l'uno esteriore, l'altra interiore. A quali dei due domandare del mio Dio, già cercato col corpo dalla terra fino al cielo, fino a dove potei inviare messaggeri, i raggi dei miei occhi? Più prezioso l'elemento interiore. A lui tutti i messaggeri del corpo riferivano, come a chi governi e giudichi, le risposte del cielo e della terra e di tutte le cose là esistenti, concordi nel dire: "Non siamo noi Dio, è lui che ci fece".

    L'uomo interiore apprese queste cose con l'ausilio dell'esteriore; io, l'interiore, le appresi per mezzo dei sensi del mio corpo. Ho chiesto del mio Dio all'universo e mi rispose: "Non sono io, ma è lui che mi fece".

    Questa bellezza non appare forse a chiunque è dotato compiutamente di sensi? Perchè non parla a tutti nella stessa maniera? Gli animali piccoli e grandi la vedono, ma sono incapaci di fare domande, poiché in essi non è preposta ai messaggi dei sensi una ragione giudicante. Gli uomini però sono capaci di fare domande, per scorgere le sue perfezioni invisibili e la sua eterna potenza e divinità (Rm 1, 20). Ma il loro amore li asservisce alle cose create, e i servi non possono giudicare. Ora queste cose rispondono soltanto a chi le interroga sapendo giudicare: non mutano la loro voce, ossia la loro bellezza, se uno vede soltanto, mentre l'altro vede e interroga, così da presentarsi all'uno e all'altro sotto aspetti diversi. Ma, pur presentandosi a entrambi sotto il medesimo aspetto, questa bellezza per l'uno è muta, per l'altro parla; o meglio, parla a tutti, ma la capiscono solo coloro che confrontano questa voce ricevuta dall'esterno con la verità dell'interno.

    Mi dice la verità: "Il tuo Dio non è la terra, né il cielo, né alcun altro corpo". Lo afferma la loro natura, lo si vede, perché ogni massa è minore nelle sue parti che nel tutto. Tu stessa, anima mia, sei certo più preziosa del tuo corpo, poiché ne vivifichi la massa, prestandogli quella vita che nessun corpo può fornire a un altro corpo. Ma il tuo Dio è anche per te vita della tua vita.

    Che amo dunque, allorché amo il mio Dio? Chi è colui che sta sopra il vertice della mia anima? Proprio con l'aiuto della mia anima salirò fino a lui.

    Dove dimori nella mia memoria, Signore, dove vi dimori? Quale stanza ti sei fabbricato, quale santuario ti sei costruito? Hai concesso alla mia memoria l'onore di abitarvi, ma in quale parte vi dimori? A ciò sto pensando. Cercandoti col ricordo, ho superato le zone della mia memoria che possiedono anche le bestie, poiché non ti trovavo fra le immagini di cose corporee. Passai alle zone ove ho depositato i sentimenti del mio spirito, ma neppure lì ti trovai. Entrai nella sede che il mio spirito stesso possiede nella mia memoria, perché lo spirito si ricorda di sé, ma neppure là tu eri. Come non sei immagine corporea né sentimento di spirito vivo, — cioè gioia, tristezza, desiderio, timore, ricordo, oblio e ogni altro — così non sei neppure lo spirito stesso. Sei infatti il Signore e Dio dello spirito e mentre tutte queste cose mutano, tu rimani immutabile sopra di tutto.

    E ti sei degnato di abitare nella mia memoria dal giorno in cui ti conobbi! Perché cercare in quale luogo vi abiti? Come se colà vi fossero luoghi. Vi abiti certamente, poiché io ti ricordo dal giorno in cui ti conobbi e ti trovo nella memoria ogni volta che mi ricordo di te.

    Dove ti ho trovato per conoscerti? Sicuramente non eri presente nella mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti ho trovato per conoscerti se non in te al di sopra di me? Ma tale sede non è per nulla un luogo. Ci allontaniamo e ci avviciniamo ad essa, è vero, ma, pur tuttavia non è assolutamente un luogo. Dovunque ti trovi, o Verità, tu sei al di sopra di tutti quelli che ti interrogano e contemporaneamente rispondi a quanti ti interpellano sulle cose più diverse.

    Tu rispondi con chiarezza, ma non tutti ti comprendono con chiarezza. Tutti ti interrogano su ciò che cercano, ma non sempre ascoltano quanto cercano. Si dimostra tuo servo migliore non colui che pretende di sentire da te quello che egli vuole, ma che piuttosto vuole quello che ha udito da te.

    Tardi ti ho amato, o bellezza sempre antica e sempre nuova, tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me e io stavo fuori e lì ti cercavo. Deforme come ero, mi gettavo su queste cose belle che hai creato. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, che non esisterebbero se non fossero in te. Mi hai chiamato, hai gridato, e hai vinto la mia sordità. Hai mandato bagliori, hai brillato, e hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso la tua fragranza, io l'ho respinta, e ora anelo a te. Ti ho assaporato, e ho fame e sete. Mi hai toccato, e aspiro ardentemente alla tua pace.

    Io dico. "Mio Dio dove sei?". Ecco dove sei! Respiro in te un poco, quando in me l'anima si effonde in un grido di esultanza e di lode, in celebrazione festosa. Eppure l'anima è ancora triste, poiché ricade e torna abisso, o piuttosto sente di essere ancora abisso. La mia fede, da te accesa nella notte dinanzi ai miei passi, le dice: Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio (Sal 41, 6). Lampada per i tuoi passi è la sua parola (Sal 118, 105). Spera e persevera finché sia passata la notte, madre degli empi, finché sia passata la collera del Signore, collera di cui fummo figli anche noi, un tempo tenebre. Ci trasciniamo dietro i residui di quelle tenebre nel nostro corpo morto per colpa del peccato, nell'attesa che spiri la brezza del giorno e si disperdano le ombre (Ct 2, 17). Spera nel Signore. Fin dal mattino sto in attesa (Sal 5, 5) senza cessare di cantare le sue lodi, fin dal mattino starò in attesa per contemplarlo lui, salvezza del mio volto e mio Dio (Sal 41, 5), lui che dà vita ai nostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in noi (Rm 8, 11), e plana misericordiosamente sui nostri abissi di miseria. Da lui abbiamo ricevuto in questo pellegrinaggio il pegno di essere luce (Cf Ef 5, 8). Ormai nella speranza siamo stati salvati (Rm 8, 24), e siamo figli della luce e figli di Dio, non figli della notte, né delle tenebre (1 Ts 5, 5).

    Signore Dio, donaci la pace. Ti ci hai dato tutto, domaci la pace della tua quiete, la pace del tuo sabato, del sabato senza sera. Tutto quest'ordine bellissimo di cose molto buone, compiuta la loro funzione dovrà passare: in esse c'è un mattino e c'è una sera.

    Ma il settimo giorno non ha sera né tramonto, perché tu lo hai santificato per essere un giorno eterno. Tu, dopo aver creato senza uscire dal tuo riposo le tue opere meravigliose, nel settimo giorno ti sei riposato, come dice la parola del tuo libro (Cf Gn 2, 3), per preannunciarci che noi pure, dopo le nostre opere, anch'esse per tua grazia molto buone, riposeremo in te, nel sabato della vita eterna.

    E anche tu allora riposerai in noi, come ora in noi operi; il tuo riposo allora sarà nostro, come queste opere nostre sono tue. Tu, o Signore, sempre operi e sempre riposi; non vedi nel tempo, né ti muovi o riposi nel tempo; eppure sei tu che operi ciò che si vede nel tempo, e crei lo stesso tempo e il riposo temporale.

    Noi vediamo le tue opere, perché esistono; tu invece, perché le vedi, le fai essere. Noi vediamo esteriormente che esistono, tu le vedi all'interno che sono buone. Tu le vedesti fatte nello stesso istante in cui vedesti che erano da fare.

    Noi invece ci moviamo a compiere il bene in un tempo successivo, dopo che il nostro cuore ha concepito dal tuo Spirito: prima invece ci eravamo dati a operare il male, abbandonando te. Ma tu, o Dio, che sei l'unico buono, non hai cessato di operare il bene. Ci sono alcune opere nostre che sono buone, ma per tuo dono; però non sono eterne; dopo di esse speriamo di trovare riposo nella tua infinita santità. Tu invece sei il bene che non ha bisogno di altro bene, perciò sei sempre nel tuo riposo.

    Qual uomo potrà far comprendere questo all'uomo? Qual angelo all'angelo? Qual angelo all'uomo? A te si chieda, in te si cerchi, a te si bussi: così, così si riceve, così si trova, così ci sarà aperto.

  4. #4
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    Predefinito Dai Trattati di sant'Agostino sulla prima lettera di Giovanni

    In Epist. Jo. ad Parthos, III, 13, in PL 35, 2005.

    Ecco un grande mistero sul quale occorre riflettere, fratelli. Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro. Non crediate di poter apprendere qualcosa da un uomo. Noi possiamo esortare con lo strepito della voce ma se dentro non vi è chi insegna, inutile diviene il nostro strepito.

    Ne volete una prova, fratelli? Ebbene, non è forse vero che tutti avete udito questa mia predica? Quanti saranno quelli che usciranno di qui senza aver nulla appreso? Per quel che mi compete, io ho parlato a tutti; ma coloro dentro i quali non parla l'unzione menzionata da san Giovanni (Cf 1 Gv 2, 27), quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso.

    L'insegnamento esterno è soltanto un monito, un aiuto. Colui che ammaestra i cuori ha la sua cattedra in cielo. Egli perciò dice nel Vangelo Non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo.

    Sia lui dunque a parlare dentro di voi, perché lì non può esservi alcun maestro umano. Se qualcuno può mettersi al tuo fianco, nessuno può stare nel tuo cuore. Nessuno dunque vi stia; Cristo invece rimanga nel tuo cuore; vi resti la sua unzione, perché il tuo cuore non soffra la sete nella solitudine e manchi delle sorgenti necessarie ad irrigarlo.

    È interiore il maestro che veramente istruisce; è Cristo, è la sua ispirazione ad istruire. Quando non vi possiede né la sua ispirazione né la sua unzione, le parole esterne fanno soltanto un inutile strepito.

    Le parole che noi facciamo risuonare di fuori, fratelli, sono come l’agricoltore rispetto a un albero. L'agricoltore lavora l'albero dall'esterno: vi porta l'acqua, lo cura con attenzione; ma qualunque sia lo strumento esterno che egli usa, potrà mai dare forma ai frutti dell'albero? È lui che riveste i rami nudi dell'ombra delle foglie? Potrà forse compiere qualcosa di simile nell'interno dell'albero? Chi invece agisce nell'interno? Udite l'apostolo che si paragona a un giardiniere e considerate che cosa siamo, onde possiate ascoltare il maestro interiore: Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere (1 Cor 3, 6-7).

    Ecco ciò che vi diciamo: noi quando piantiamo e irrighiamo istruendovi con la nostra parola, non siamo niente; è Dio che procura la crescita, è la sua unzione che di tutto vi istruisce.

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    Predefinito Dai Discorsi di sant'Agostino.

    Sermo XXIII, 1-2, in PL 38, 155-156.

    Siamo chiamati dottori, ma in molte cose noi cerchiammo chi ci possa insegnare né vogliamo essere reputati maestri. Ciò è rischioso ed è anche stato proibito dal Signore quando disse: Non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo. La condizione di maestro è rischiosa, mentre la condizione di discepolo è sicura. Perciò il salmo dice: Fammi sentire gioia e letizia (Sal 50, 10). Si trova più sicuro l'ascoltatore di colui che parla; perciò chi l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo (Gv 3, 29).

    E poiché l'Apostolo, per la necessità di dispensare la parola di Dio, aveva assunto la figura di dottore, osservate che cosa dice: Io venni in mezzo a voi con molto timore e trepidazione (1 Cor 2, 3). È più prudente, perciò, sia per noi che parliamo sia per voi che ascoltate, riconoscerci condiscepoli dell'unico Maestro.

    È certamente più prudente ed è meglio che voi ci ascoltiate non come vostri maestri ma come vostri condiscepoli. Infatti ci ha messo una certa ansietà il passo che dice: Fratelli miei, non vi fate maestri in molti, poiché tutti quanti manchiamo in molte cose (Gc 3, 2). Chi non trema, quando l'Apostolo dice. Tutti? E continua: Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto (Gc 3, 2). Ma chi osa dire di essere perfetto? Chi sta e ascolta, non manca nel parlare. Ma colui che parla, anche se — cosa ben difficile — non mancasse, quanto soffre per il timore di mancare? È necessario pertanto che voi non solamente ascoltiate le parole che vi diciamo, ma anche che partecipiate al timore che abbiamo nel parlarvi. Perciò per quanto vi diciamo di vero — dato che ogni cosa vera viene dalla Verità — lodate non noi, ma lui; dove invece in quanto uomini manchiamo, pregate lui per noi.

  6. #6
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    Predefinito Dalle Confessioni di sant’Agostino

    Confessiones IX, 23-26 in PL 32, 773-775.

    Era ormai vicino il giorno in cui mia madre sarebbe uscita da questa vita, giorno che tu, Signore, conoscevi, mentre noi lo ignoravamo. Secondo i tuoi misteriosi ordinamenti accadde che ci trovassimo lei ed io soli, appoggiati al davanzale di una finestra prospiciente il giardino della casa che ci ospitava; là, presso Ostia Tiberina, lontani dal frastuono della gente, dopo la fatica di un lungo viaggio, ci stavamo preparando ad imbarcarci.

    Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi del passato ci protendevamo verso il futuro, cercando di conoscere alla luce della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi, che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo (1 Cor 2, 9). Aprivamo avidamente la bocca del cuore al getto della tua fonte, la fonte della vita che è presso di te, per esserne irrorati secondo il nostro potere e quindi concepire in qualche modo una realtà tanto alta.

    Eravamo giunti a questa conclusione: di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nel più vivo splendore, non ne sostiene il confronto, anzi neppure la menzione.

    Elevandoci con più ardente impeto d’amore verso l’Essere stesso, percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole, la luna e le stelle brillano sulla terra. E ascendendo ancora più in alto nei nostri pensieri, nell’esaltazione e nell’ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime; e anch’esse superammo per attingere la regione dell’abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, principio di tutto ciò che è, fu e sarà; o meglio, l’essere stato e l’essere futuro non sono nella Sapienza divina, ma solo l’essere in quanto ella è eterna; e l’essere passato e quello futuro non sono l’eterno.

    Mentre parlavamo della Sapienza e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente e sospirando, vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito (Rm 8, 23), per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine. E cos’è simile alla tua Parola, il nostro Signore, stabile in se stesso senza vecchiaia e rinnovatore di ogni cosa?

    Si diceva dunque: “Se per un uomo tacesse il tumulto della carne, tacessero le immagini della terra, dell’acqua e dell’aria, tacessero i cieli e l’anima stessa tacesse e si superasse non pensandosi; se tacessero i sogni e le rivelazioni della fantasia; se ogni lingua e segno e tutto ciò che nasce per sparire tacesse completamente per un uomo — sì, perché, a chi la ascolta, tutte le cose dicono: “Non ci siamo fatte da noi ma ci fece chi permane in eterno”. Se, ciò detto, ammutolissero, per aver levato l’orecchio verso il loro Creatore, e solo questi parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, allora potremmo udire lui direttamente, da noi amato in queste cose.

    Se non udissimo più la parola del Creatore attraverso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube, o enigma di parabola, ma lui direttamente udissimo senza queste cose, accadrebbe come or ora quando, protesi con un pensiero fulmineo, cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa.

    E se tale condizione si prolungasse, e le altre visioni, di qualità ben inferiore, scomparissero: se quest’unica visione nel contemplarla ci rapisse e afferrasse e immergesse in gioie interiori, e dunque la vita eterna somigliasse a quel momento d’intuizione che ci fece sospirare: non sarebbe questo il compimento della parola evangelica: Prendi parte alla gioia del tuo padrone (Mt 25, 21)?

    E quando si realizzerà? Non forse il giorno in cui tutti risorgeremo, ma non tutti saremo mutati?

    Così dicevo, sebbene in modo e parole diverse. Fu comunque, Signore tu lo sai, il giorno in cui avvenne questa conversazione, e questo mondo con tutte le sue attrattive si svilì ai nostri occhi nel parlare, che mia madre mi disse: “Figlio mio, per quanto mi riguarda, questa vita ormai non ha più nessuna attrattiva per me. Cosa faccio ancora qui e perché sono qui, lo ignoro. Le mie speranze sulla terra sono ormai esaurite. Una sola cosa c’era, che mi faceva desiderare di rimanere quaggiù ancora per un poco: il vederti cristiano cattolico prima di morire. Il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente, perché ti vedo addirittura disprezzare la felicità terrena per servire lui. Cosa faccio qui?”.

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    Predefinito Dai Discorsi di sant’Agostino.

    Sermo CIII, 5; CIV, 3. 4, in PL 38, 615. 617-618

    Buone sono le opere fatte a favore dei poveri, e soprattutto i servigi dovuti e le cure religiose per i fedeli servi di Dio. Sono servizi che si rendono per un dovere, non per un favore, poiché l’Apostolo afferma: Se noi abbiamo seminato in voi le cose spirituali, è forse gran cosa se raccoglieremo beni materiali (1 Cor 9, 11)?

    Sono occupazioni buone, vi esortiamo a compierle e con la parola di Dio cerchiamo di farvi crescere nella carità: non siate riluttanti a ospitare i fedeli servi di Dio. Alle volte alcuni, senza sapere chi accoglievano, ospitarono gli angeli (Cf Eb 13, 2).

    Buone sono queste occupazioni; migliore però quella scelta da Maria. Le prime comportano l’affacendarsi per necessità, la seconda apporta la dolcezza derivante dall’amore. Quando uno vuoI rendere un servizio, desidera far fronte all’impegno, ma alle volte non ci riesce; si va a cercare ciò che manca, si prepara ciò che si ha a portata di mano; ma l’animo è diviso e inquieto.

    Se Marta avesse potuto bastare alla bisogna, non avrebbe chiesto l’aiuto della sorella. Le occupazioni sono molte e svariate, poiché sono materiali e temporali: anche se sono buone, sono transitorie. Che dice il Signore a Marta? Maria ha scelto la parte migliore (Lc 10, 42). Tu hai scelto la parte che non è cattiva, ma lei ha scelto quella migliore. Ascolta perché è migliore: perché non le sarà tolta.

    A te sarà portato via un giorno il peso della necessità, mentre eterna è la dolcezza della verità. Non le sarà tolta la parte che si è scelta; non le sarà tolta ma accresciuta. In questa vita le sarà aumentata, le sarà resa perfetta nell’altra vita, ma non le sarà mai tolta. Alla molteplicità è superiore l’unità, poiché non è l’unità che deriva dalla molteplicità, ma la molteplicità dall’unità.

    Molte sono le cose create, ma uno solo è il loro Creatore. Il cielo; la terra, il mare e tutte le cose contenute in essi quanto sono numerose! Chi potrebbe contarle? Chi potrebbe immaginarne la moltitudine? Chi le ha fatte? Le ha fatte Dio; ed ecco: tutte le cose sono molto buone. Se sono molto buone le cose ch’egli ha fatto, quanto migliore sarà lui che le ha fatte?

    Esaminiamo le nostre occupazioni relative a molte faccende. È necessario il servizio per coloro che intendono ristorare il corpo. E perché? Perché si ha fame e sete.

    È necessario fare opere di misericordia per i miseri. Si spezza il pane all’affamato perché si è incontrato uno che ha fame; se puoi, elimina la fame: per chi spezzerai il pane? Se si elimina il soggiorno in un paese straniero, a chi si offre ospitalità? Se si sopprime la nudità, a chi si procura un vestito? Se non ci fosse la malattia, chi si andrebbe a visitare? Supponiamo che non ci sia la prigionia, chi potrebbe essere riscattato? Se non ci fossero litigi, chi potremmo mettere d’accordo? Qualora non ci fosse la morte, chi potremmo seppellire? Nella vita futura questi mali non ci saranno e per conseguenza neppure queste occupazioni.

    Faceva bene Marta ad occuparsi della — non so come chiamarla —necessità o volontà oppure volontà della necessità, che aveva il corpo mortale del Signore. Marta rendeva un servizio a una carne mortale. Ma chi era nella carne mortale? In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio (Gv 1, 1): ecco chi era colui che Maria ascoltava. Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1, 14): ecco chi era colui che Marta serviva.

    Maria ha scelto la parte migliore che non le verrà tolta. Ha scelto, infatti, ciò che durerà in eterno; ecco perché non le verrà tolta. Ha voluto occuparsi di una sola cosa: già possedeva il suo bene: Il mio bene è stare vicino a Dio (Sal 72, 28 Volgata). Stava seduta ai piedi del nostro capo; quanto più in basso sedeva, tanto più riceveva, poiché l’acqua affluisce verso il fondo delle valli, ma scorre via dalle alture dei colli.

    Il Signore non biasimò l’azione, ma distinse le due occupazioni. Dice Gesù a Marta: Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno (Lc 10, 41). È questa la cosa che Maria si è scelta.

    Passa la fatica della molteplicità, ma rimane la carità dell’unità. Ciò che dunque ha scelto Maria non le sarà tolto. A te, al contrario, ciò che hai scelto — questa è la conclusione che naturalmente ne consegue ed è certo sottintesa — ciò che hai scelto ti sarà tolto ma per il tuo bene, perché ti sia dato ciò ch’è meglio. A te, infatti, verrà tolta la tribolazione per darti il riposo. Tu sei ancora in viaggio sul mare, Maria è già nel porto.

    In quella casa che aveva accolto il Signore, rimasero dunque due vite rappresentate da due donne, entrambe innocenti, entrambe lodevoli, ma una vissuta nei travagli e l’altra nella quiete. Ma nessuna delle due è turbolenta, tale da dover essere evitata da quella laboriosa; nessuna delle due oziosa, tale da dover essere evitata dalla vita dedita alla quiete.

    Vi erano dunque in quella casa queste due vite e c’era la sorgente della vita in persona Marta è la prefigurazione delle realtà presenti, Maria quella delle future. Noi siamo adesso nell’attività svolta da Marta, mentre speriamo quella in cui era occupata Maria. Facciamo bene la prima per avere pienamente la seconda.

    Che cosa abbiamo adesso dei beni futuri? in realtà ne abbiamo un anticipo in qualche modo. Lontani dalle faccende, lasciate da parte le preoccupazioni familiari, voi vi siete riuniti qui, state attenti ed ascoltate; in quanto fate ciò, siete simili a Maria.

    E voi fate più facilmente ciò che faceva Maria che non io quel che faceva Cristo. Se tuttavia io vi dico qualche parola di Cristo, essa nutre il vostro spirito perché è di Cristo. È il pane comune di cui vivo anch’io se pure ne vivo. Ora ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore (1 Ts 3, 8), non in noi, ma nel Signore. Poiché né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere (1 Cor 3, 7).

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    Predefinito Dalla Lettera a Fiorentina di sant’Agostino

    Epistola CCLXVI, 1-4, in PL 33, 1089-1091.

    Desidero che tu esponga da te gli eventuali quesiti che credi opportuno pormi. O io so quel che tu mi domandi, e allora te lo dirò di buon grado; oppure non lo so, e in caso si tratti di cose che si possono ignorare senza scapito della fede e della salvezza, cercherò di rassicurare anche te, adducendone il motivo. Se invece si tratta di cose che io non so ma sono necessarie, con la preghiera otterrà dal Signore la capacità di aiutarti - poiché spesso il dovere di dare è merito per ottenere. Oppure ti risponderò per farti sapere a chi dobbiamo ambedue rivolgerci, per conoscere quanto entrambi ignoriamo.

    Ho voluto fare questa premessa perché tu non nutra la speranza d’avere da me una risposta a tutti i tuoi quesiti; poi, perché, qualora la tua attesa resti delusa, tu non creda ch’io abbia agito con più audacia che prudenza nel darti la possibilità di pormi qualsiasi quesito tu vorrai.

    Questa proposta l’ho fatta in realtà non come un maestro perfetto, ma come uno che ha bisogno di perfezionarsi con quelli che deve istruire.

    Anche nelle cose che io conosco più o meno, desidero piuttosto che le sappia anche tu, anziché lasciarti nella condizione d’aver bisogno della mia scienza.

    Non dobbiamo desiderare che gli altri siano ignoranti per insegnare loro ciò che sappiamo noi; sarebbe invece assai meglio che fossimo tutti ammaestrati da Dio. Questo avverrà certamente nella patria celeste, allorché in noi si compirà quanto è stato promesso, sicché nessuno avrà più ragione di ripetere al suo prossimo: Conosci il Signore, poiché, come sta scritto, lo conosceranno tutti, dal più piccolo al più grande (Cf Ger 31, 34).

    Colui che insegna deve inoltre evitare con ogni cura il vizio della superbia, vizio che non si trova in chi impara. Ecco perché la Scrittura ci ammonisce dicendo: Sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare (Gc 1, 19). Il Salmista inoltre esclama: Fammi sentire gioia e letizia, soggiungendo subito dopo; Esulteranno le ossa che hai spezzato (Sal 50, 10). Egli aveva compreso ch’è assai facile conservare l’umiltà nell’ascoltare, mentre essa è difficile nell’insegnare, poiché è necessario che il maestro occupi un posto più alto, là dove è arduo non si insinui la superbia.

    Vedi ora quali rischi corriamo noi, dai quali si attende non solo la scienza ma anche l’insegnamento delle verità che riguardano Dio: eppure siamo solo poveri esseri umani. Per queste fatiche e pericoli cui andiamo incontro, riceviamo peraltro una ricompensa speciale; appunto quando voi fate tali progressi da giungere là dove non avrete più bisogno di nessun uomo per maestro.

    A correre però un simile pericolo non siamo soltanto noi - a confronto di colui del quale sto per parlare che cosa siamo noi? Dichiara infatti d’avere corso tale pericolo anche il Dottore delle nazioni, quando afferma: Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne (2 Cor 12, 7).

    Per questo motivo, lo stesso nostro Signore, mirabile medico del tumore della superbia, dice: Non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo èil vostro Maestro, il Cristo. Si ricordò di questa verità colui che, quanto era più grande tra i nati di donna (Cf Mt 11, 11), tanto più si umiliava fra tutti, affermando di essere indegno di portare i calzari a Cristo (Cf Mt 3, 11).

    Sappi che della tua fede, speranza e carità io provo una gioia tanto più sicura, piena e schietta, quanto meno tu avrai bisogno di imparare non solo da me ma da chiunque altro. Tuttavia, quando mi trovavo costi e tu ti vergognavi a causa della tua età, i tuoi premurosi genitori, assai condiscendenti nell’assecondare i tuoi buoni desideri, si degnarono di farmi sapere quanto grande fosse l’ardore di cui eri infiammata per la pietà e la vera sapienza; con molta gentilezza essi mi chiesero di non rifiutarti il mio modesto aiuto nell’istruirti in ciò che fosse necessario.

    Ecco perché assecondando quelle preghiere ho ritenuto opportuno incoraggiarti con la presente a rivolgermi i quesiti che desideri; così non farò un lavoro inutile sforzandomi a insegnarti verità che già sai. A un patto, tuttavia: che tu ritenga con la massima sicurezza che, pur potendo imparare da me qualcosa d’utile alla salvezza, ti sarà maestro solo colui che è il maestro interiore dell’uomo interiore. E’ lui che nella tua mente ti mostra vero ciò che viene insegnato, poiché né chi pianta, né chi irriga e qualche cosa, ma Dio che fa crescere (1 Cor 3, 7).

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    Predefinito Dal Discorsi di sant'Agostino

    Sermo 120,1-3, in PL 38,676-678.

    San Giovanni inizia il suo vangelo con queste parole: In principio era il Verbo (Gv 1,1). L'evangelista stesso lo vide, elevandosi sopra ogni creatura, oltre i monti, l'aria, i cieli, gli astri, i troni, le dominazioni, i principati, le potestà, gli angeli e gli arcangeli; trascendendo tutto, vide il Verbo che era in principio e da lui bevve. Giovanni contemplò il Verbo superiore a tutto, attinse dal petto stesso del Signore quello che di lui ci ha raccontato. Fra tutti i discepoli, l'evangelista era il prediletto di Gesù, al punto che poteva reclinarsi sul petto del Signore. Là si celava il mistero che cosi egli attinse per rivelarlo di getto nel vangelo. Felici coloro che ascoltano e comprendono. Beati quelli che se non capiscono, però credono. Che cosa di più grande del vedere il Verbo di Dio? Quali parole umane potrebbero esprimerlo?

    Innalzate i cuori, fratelli miei, levateli in alto quanto potete e respingete ogni immagine corporea che si affacci alla vostra mente. Se ti rappresenterai il Verbo di Dio come una luce simile a quella del sole, per quanto tu la dilati e la espandi fino a non assegnarle alcun limite, sarà un nulla rispetto al Verbo di Dio. Tutto quello che l'anima può raffigurarsi, è sempre minore nelle parti che nel tutto. Pensa dunque che il Verbo di Dio è tutto intero in ogni luogo, e cerca di capire quello che ti dico. Già limitato come sono, mi restringo ancora per adattarmi a voi. Cercate di comprendere quanto vi dico.

    Questa luce del cielo, che noi chiamiamo sole, illumina la terra; nel suo corso regola il giorno, delinea le forme, da risalto ai colori. E' un'eccellente opera del Creatore, dono impareggiabile della bontà divina a tutti i mortali: a lui sia lode da tutte le creature. Se il sole ha tanta bellezza, che sarà più bello di chi ha creato il sole? Nondimeno, notate, fratelli: il sole diffonde i suoi raggi per tutta la terra, entra in ogni oggetto trasparente, ma non può penetrare in quelli opachi. La sua luce passa attraverso le finestre, ma potrà farlo attraverso i muri? Invece al Verbo di Dio tutto è aperto, nulla gli rimane insondabile.

    Notate un'altra differenza che dimostra quanto dal Creatore sia distante la creatura, soprattutto se è materiale. Quando il sole è a oriente, non può trovarsi a occidente. La sua luce potentissima si diffonde anche fino là, ma non vi è presente il globo stesso. Vi si troverà verso il tramonto. Quando sorge è in oriente; quando declina è a occidente. Questo suo corso ha persino dato il nome a due parti della terra. Infatti il luogo dove sorge il sole si chiama oriente e quello dove cala si chiama occidente. Di notte il sole non appare da nessuna parte. E' mai tale il Verbo di Dio? Non sta forse simultaneamente in oriente e in occidente? Oppure talora scompare si nasconde dietro o sotto il globo terrestre? No, egli tutto in tutti. Chi comprende il Verbo di Dio? Chi lo può spiegare a parole? Con quale testimonianza vi proverò quel che dico? Parlo da uomo, parlo a uomini. Valgo molto poco nel parlare, e i miei ascoltatori forse anche meno. Eppure, fratelli miei, oso dire che io vedo confusamente come in uno specchio, e in maniera misteriosa ho una certa comprensione di ciò che vi dico. C'è nel mio cuore una parola per esprimere quel che vi vedo; vorrei trasmettervela, ma non ne trovo il mezzo adeguato. Il veicolo della parola è il suono della voce. Desidero comunicarvi quel che si dice in me e mi mancano le parole. Voglio infatti parlare del Verbo. Ma di quale Verbo? Di colui per mezzo del quale tutto è stato fatto. Osservate le opere, tremate di fronte al loro Autore. Tutto è stato fatto per mezzo di lui (Gv 1,3).

    Torna indietro con me, umana debolezza; torna, dunque. Vediamo di riuscire a comprendere il linguaggio umano. Chi sono, io che vi parlo, se non un uomo che parla ad altri uomini? La mia voce forma dei suoni che giungono al vostro udito, e questi suoni trasmettono il senso di quanto voglio dire, passandovi dagli orecchi fino al cuore. Studiamo allora il modo con cui viene prodotta la parola umana, perché se ne fossimo totalmente incapaci, come potremmo capire la parola di Dio? Ecco, mi ascoltate, io parlo. Se qualcuno esce e di fuori gli chiedono che cosa si fa qui dentro, risponderà: "Parla il vescovo". Dunque, lo parlo e parlo del Verbo; ma che possono essere le mie parole di fronte alla grandezza di questo Verbo di cui parlo? Che sproporzione tra queste parole mortali, mutevoli, effimere e il Verbo immutabile ed eterno!

    Per capire che il Verbo di Dio è tutto intero in ogni luogo, gioverà valerci della natura delle parole umane. Ecco, io vi parlo; ciò che dico raggiunge tutti. A tal scopo avete forse spartito quel che dico? Se vi porgessi del cibo non per la vostra mente, ma per nutrire il corpo e vi presentassi dei pani di cui saziarvi, non dividereste tra voi i miei pani? Altrimenti sarebbe impossibile che ognuno ne avesse la sua porzione. Se uno solo ricevesse tutto, gli altri non avrebbero niente. Invece, quando io parlo, tutti voi ricevete. Ma non basta: tutti ricevete il tutto. Ognuno di voi riceve la totalità di quanto dico. Se la parola di un uomo offre tali meraviglie, che sarà la parola di Dio, il suo Verbo?

    State a sentire un'altra meraviglia della parola umana: quando vi parlo, ciò che dico passa in voi senza allontanarsi da me. La parola ha raggiunto voi, ma non si è separata da me. Prima che parlassi, io l'avevo e voi non l'avevate. Appena ho parlato, voi cominciate ad averla, senza che nulla io abbia perduto. Se la parola umana presenta un tale prodigio, che sarà la Parola, il Verbo di Dio? Prendendo le mosse dalle piccole cose, interpretate le grandi. Contemplate le meraviglie della terra e ammirate quelle del cielo. Sono una creatura come voi, ma se già troviamo stupendo il processo con cui le mie parole passano dal mio cuore alla mia bocca e poi ai vostri orecchi e al vostro cuore, che ne sarà di colui che ha creato tutti questi organi? O Signore, ascoltaci. Rinnovaci, tu che ci hai creati. Tu che ci hai portati alla luce, rendici buoni.

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    Predefinito Dai Discorsi di sant'Agostino

    Sermo Morin Guelferbytanus 32, 3.5, in PLS II, 638-639.641.

    Noi vescovi siamo vostri servi, ma tutti abbiamo un solo Signore; siamo vostri servi, ma in Gesù, come dice l'Apostolo: Quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù (2 Cor 4,5). Siamo servi in grazia di colui per il quale siamo anche liberi. Cristo stesso ha detto appunto ai suoi fedeli: Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero (Gv 8,36). Esiterò allora a farmi servo per amore di Gesù, io che senza di lui rimarrei nella schiavitù più completa? Siamo vostri capi e siamo vostri servi; ma vostri capi soltanto se vostri servi. Consideriamo dunque in che cosa il vescovo, che è posto in autorità, sia ministro. Egli è servo nella misura in cui lo fu il Signore stesso. Gesù infatti disse ai suoi apostoli: Colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo (Mt 20,27). Perché l'orgoglio umano dei discepoli non sdegni il titolo di servo, il Signore li consola subito, offrendosi in esempio e invitandoli a imitarlo. Colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo (Mt 20,27). Notate però in che modo: Appunto come il Figlio dell'uomo., che non e venuto per essere servito.. ma per servire (Mt 20,28).

    Indaghiamo in che cosa Cristo fu servo. Se pensiamo ai servizi della vita pratica, vediamo i discepoli servire Gesù che li mandava ad acquistare cibi e a prepararli. Nel vangelo è anche scritto che, all'approssimarsi della passione, i discepoli gli domandarono: Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua (Mt 26,17)? Gesù dispone dove si deve preparare, i discepoli vanno, preparano, servono. Com'è allora che disse: Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito. ma per servire (Mt 20,28)? Sta' a sentire quel che segue: Non e venuto per essere servito. ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (Mt 20,28). Ecco come il Signore ha servito e come vuole che noi siamo servi: dando la vita in riscatto per molti. Chi di noi sarebbe capace di redimere qualcuno? Proprio dal sangue e dalla morte di Cristo siamo stati riscattati dalla morte; dall'umiltà di Cristo, noi prostrati a terra, siamo stati rialzati. A nostra volta dobbiamo apportare la particina del nostro contributo, poiché siamo diventati sue membra: egli il capo, noi il corpo.

    Gesù insegna l'umiltà con la parole e con le opere. Dall'inizio della creazione, con la parola non cessò mai di insegnare agli uomini l'umiltà per mezzo di angeli o di profeti; e si è degnato di insegnarla anche con il proprio esempio. Venne nell'umiltà il nostro Creatore, creatura in mezzo a noi. Egli ci ha fatti, ma per noi fu fatto. Dio prima del tempo, uomo nel tempo, ha affrancato l'uomo dal tempo. Medico infallibile, venne a guarire il nostro tumore, perché dall'oriente all'occidente il genere umano, come un grande malato, reclamava il medico infallibile. Questo medico prestigioso inviò dapprima i suoi assistenti, poi venne egli stesso, quando il caso sembrava disperato. I nostri medici procedono nello stesso modo; mandano gli assistenti per le malattie comuni, ma vengono personalmente per i casi seri. Cosi il genere umano, immerso in ogni specie di vizi provocati dal fomite della superbia, era minacciato da pericolo mortale. Cristo venne appunto a guarire la superbia con il suo esempio. Vergognati, uomo, di essere tuttora superbo, poiché per te Dio volle essere umile. Dio si sarebbe già molto abbassato, se soltanto fosse nato per te; ma ha fatto ben di più, degnandosi addirittura di morire per te. Egli dunque era su croce nella sua umanità, quando i giudei persecutori scuotevano il capo dinanzi alla croce e dicevano. Se è il Figlio di Dio. scenda ora dalla croce e gli crederemo (Mt 27, 40.42). Ma Cristo rimase umile e non scese di croce; non aveva perduto il potere, ma dava prova di pazienza. Riflettete appunto agli effetti della sua potenza e notate quanto sarebbe stato facile scendere dalla croce a lui che ebbe il potere di risorgere dal sepolcro. Ma volle darti prova di umiltà e di pazienza; non te la poteva comandare senza testimoniarla. Avrebbe potuto imporla d'autorità a parole, però solo con l'esempio poteva presentarla e raccomandarla. Fratelli, dobbiamo farci attenti all'umiltà del Signore. Consideriamola, beviamo al calice di questa umiltà, stringiamoci ad essa e meditiamola.

 

 
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