di Marco Conti
ROMA (1 novembre) - Oramai l’invito è diventata invocazione. Un pressing fatto anche di voci incontrollate sul suo stato di salute, a tornare «al più presto a Roma», dopo dieci giorni di assenza, perchè «Fini ti mangia il partito e i ministri», mentre «le procure continuano a lavorarti ai fianchi».
Lui, Silvio Berlusconi, ad Arcore sta però molto meglio che in via del Plebiscito. Se non altro perchè ha tempo di incontrare chicchessia, avvocati compresi. Sono proprio loro, con Nicolò Ghedini in testa, l’occupazione che da qualche giorno il premier si riserva nei pomeriggi. Non ci sono infatti solo i processi Mills e sui diritti televisivi, ma anche quello che riguarda Marcello Dell’Utri e che rischia, prima o poi, di coinvolgerlo. La sensazione del Cavaliere è d’assedio e, come spesso accade, è «la gente», sotto forma di sondaggi e voti, l’unico punto fermo dal quale anche stavolta e in caso di condanna, Berlusconi pensa di ripartire. Passando magari prima davanti alle Camere per un spuntare un voto di fiducia necessario a far venir fuori i ”malpancisti”, per poi andare direttamente alle urne.
In quel «non mi dimetterò anche in caso di condanna», c’è un vero e proprio avvertimento a coloro che, - alleati compresi, spiegava ieri pomeriggio il Cavaliere - «pensano di fiaccarmi, di indebolirmi» usando «ora il gossip, ora le procure, ora i conti pubblici e le riforme che faremo».
Dopo quindici anni a maneggiare carte bollate, un po’ di noia e stanchezza si avverte nelle considerazioni che il presidente del Consiglio fa anche in questi giorni con i suoi, ma l’uscita concordata per ieri, dell’anticipazione del libro di Vespa, è il segnale che il premier intende dare a tutti coloro che soffiano su scenari alternativi e che «lusingano o mi aizzano contro i miei».
Alla condanna, magari due volte visto che il processo Mills si è sdoppiato, il Cavaliere non ha mai creduto. «Ho le carte che provano come quel bonifico di 600 milioni non è mio», ripete da giorni. La voglia di presentarsi in udienza si ferma però sull’uscio di Arcore perchè, a giudizio dei suoi avvocati, «è proprio quello che vogliono». Per evitare di trascorrere il prossimo anno, anno e mezzo, da premier e non da imputato, c’è chi consiglia di ricorrere sino allo stremo al ”legittimo impedimento”. Ciò però non lo sottrarrebbe al logoramento di quella che definisce «gogna mediatica» poiché ogni volta dovrebbe giustificare la sua assenza davanti ad una corte, che seppur cambiata, «ha già la sentenza scritta.
Meglio, molto meglio inserire al Senato quegli emendamenti giusti che gli permettano di far prescrivere il tutto. Meglio, molto meglio obbligare gli alleati - in testa gli ex di An - a votare quelle correzioni ai termini che gli permetterebbero di archiviare del tutto la faccenda e non di cambiare invece giudici, come invece propone La Russa proponendo di far svolgere i processi alle alta cariche alla corte d’Assise di Roma.
«Io non farò la fine di Craxi», ripete da qualche giorno il premier quando legge sui giornali progetti sul ”dopo-Berlusconi” ora con Rutelli, ora con Casini, ora grazie ad un Fini divenuto scrittore.
Il premier pronto ad appellarsi al popolo - Il Messaggero




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